Wednesday 19 June 2013

IL MANIFESTO BLOG
   
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  • scuolaoccupyIl ministro dell’Istruzione Maria Chiara Carrozza, insieme al presidente del Consiglio Enrico Letta, avevano promesso le dimissioni dai rispettivi ruoli nel caso di nuovi tagli al mondo dell’istruzione. Un impegno lodevole, ma che a molti era sembrato eccessivo, visto che in Italia non si è (ancora) visto un governo cadere sull’istruzione. Tuttavia il momento potrebbe essere arrivato.

    Nel «decreto del fare» (comma 5 dell’articolo 54) approvato sabato scorso dal governo delle «larghe intese» esiste un taglio di 25 milioni di euro nel 2014, che diventerà dal 2015 di 49,8 milioni, dei fondi destinati alle pulizie degli istituti scolastici da tempo esternalizzati dallo Stato a cooperative o servizi ausiliari. Sono a rischio 11 mila lavoratori. Per Domenico Pantaleo (Flc-Cgil) il risultato sarà quello di aggravare gli incarichi di lavoro del personale Ata, che per i tagli è diminuito del 35% tra il 2008 e il 2013. Di Menna (Uil) ricorre all’ironia: «non è il primo atto di investimento che ci aspettavamo dal ministro».

    L’intenzione di tagliare i servizi di pulizia nelle scuole era stata annunciata dal ministro già il 6 giugno scorso nel l’audizione in parlamento dove ha esposto le linee guida che seguirà il Miur, lo ha ricordato opportunamente ieri la rivista specializzata «tecnica della scuola». Adesso sembra essersi aggiunto un altro elemento. Non sappiamo quanto volontariamente, ma l’idea di tagliare 11 mila addetti alle pulizie per assumere 3 mila persone alle università è insensato dal punto di vista economico, ed occupazionale, e nella sua brutalità è anche l’espressione di un’idea della società e dei saperi. Come dire, 11 mila “lavoratori manuali”, per altro precari o cocopro, valgono 1500 professori ordinari e 1500 ricercatori in tenure track. Per quale ragione stabilire questo rapporto?

    È probabile che il governo consideri il taglio di 75 milioni di euro alle pulizie come estraneo al fondo ordinario delle scuole, già tagliato da Tremonti-Gelmini di 8,5 miliardi tra il 2009 e il 2012. Non la pensano così tutti i sindacati (Filcams Cgil, Fisascat Cisl e Uiltrasporti) secondo i quali questi fondi rientrano pienamente nella dotazione dell’amministrazione scolastica.

    Nel corso del grande saccheggio avvenuto ai danni della scuola nella scorsa legislatura, la spesa per gli appalti di pulizia è dimuita da circa 550 milioni di euro a 390 milioni. Tali misure hanno imposto il ricorso alla cassa integrazione in deroga, oltre che il peggioramento della pulizia nelle scuole. Un altro paradosso, visto che lo stesso decreto, destina 100 milioni per l’edilizia scolastica. No, non è stata una buona idea quella di preannunciare le dimissioni prima dei fatti.

di Roberto Ciccarelli
pubblicato il 19 giugno 2013
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  • giornata-violenza-donne-contro-violenza-donne1

    Giornata internazionale contro la violenza sulle donne – Pubblicato da Giulia R_MiM il 27 aprile 2012 su milanoinmovimento.com

     

    Oggi la ministra delle pari opportunità, Josefa Idem, ha dato avvio ufficiale alla task force annunciata dopo la sua nomina e in realtà già avviata da giorni in via informale. Stamattina si sono incontrati i capi di gabinetto dei ministeri dell’Interno, Istruzione, Giustizia, Economia, Lavoro, Difesa, Integrazione, Salute, coordinati dalla Capo di gabinetto, consigliera Germana Panzironi della Presidenza del Consiglio dei Ministri Dipartimento Pari Opportunità, che – come si legge sul comunicato – “hanno condiviso la necessità di avviare relazioni di confronto al fine di adottare, a breve termine, misure di contrasto in particolare contro il femminicidio e la violenza contro le donne”.  Si legge, sempre sul comunicato, che “Il prefetto Giuseppe Procaccini, accompagnato dalla consigliera Isabella Rauti, ha assicurato concreto sostegno da parte del Ministero dell’Interno e dei prefetti nel contrasto sul territorio dei fenomeni di violenza. Il consigliere Luigi Fiorentino ha fornito utili indicazioni per diffondere i principi del rispetto verso le donne già a partire dal sistema scolastico. I gabinetti di Giustizia, Lavoro, Salute, Integrazione, Difesa ed Economia hanno esposto le proprie proposte nell’ambito delle rispettive competenze: rafforzare l’impianto sanzionatorio e accelerare il processo penale; adottare misure antidiscriminazione negli ambienti di lavoro; contrastare la violenza sulle donne immigrate; coordinare le strutture sanitarie che si occupano di violenza sulle donne”. Idem ha anche costituito tre gruppi di lavoro coordinati dalle pari opportunità: il primo, diretto da Linda Laura Sabbadini (Istat), dovrà disegnare l’Osservatorio sulla violenza di genere per il monitoraggio del fenomeno, individuando i gap informativi esistenti e le azioni da mettere in atto; il secondo provvederà a ricavare elementi utili all’emissione di un bando per l’istituzione di un numero verde per gli uomini maltrattanti; e un terzo, coordinato dalla giornalista Natascha Lusenti, avrà il compito di studiare azioni di comunicazione e informazione che verranno lanciate nei successivi sei mesi.

    Tutte premesse ad azioni ancora da svolgere, e che vedremo, ma di sicuro precedute, qualche giorno fa, da un passo assolutamente inadeguato della guardasigilli e su cui sarà opportuno chiarire alcuni punti fondamentali per non commettere altri errori, soprattutto così gravi.  E mi riferisco al decreto-legge della ministra Cancellieri, dal titolo “Disposizioni urgenti per contrastare il sovraffollamento delle carceri e in materia di sicurezza” (26 articoli divisi in cinque capitoli), in cui al capitolo IV si leggono norme per la “Prevenzione e contrasto di fenomeni di particolare allarme sociale”. Un pacchetto che ha trovato in disaccordo il ministro Alfano, tanto da posticiparne la discussione a venerdì (forse) e su cui, come scrive Grignetti sulla Stampa, “C’è la forte possibilità che del decreto originario resti la parte sulla violenza domestica, il furto d’identità e l’assunzione di 1.000 nuovi vigili del fuoco, e che venga stralciata la parte dedicata alle carceri”.  Ebbene, diciamo subito che anche il capitolo sulla violenza domestica non va, perché inadeguato e inefficace anche come misura a breve termine, nonché pericoloso. Misure che, se vediamo attentamente, passano sulla testa delle donne che non decideranno ma saranno “decise” da eventuali segnalazioni di terzi (per esempio il medico del pronto soccorso dato che qui si riduce la violenza domestica a lesioni personali “non episodiche”), a prescindere dalla volontà dei soggetti interessati, con tutto quello che comporta – per la donna – intraprendere un percorso del genere. Contraddicendo la Convenzione di Istanbul (che al senato verrà ratificata domani), che dice chiaramente che “la violenza contro le donne è uno dei meccanismi sociali cruciali per mezzo dei quali le donne sono costrette in una posizione subordinata rispetto agli uomini”, l’assunto del provvedimento che cancella l’autodeterminazione della donna a decidere con la scusa di proteggerla, impone chiarimenti in proposito: perché un conto è indicare all’interessata il percorso informandola degli strumenti che ha a disposizione per uscire dalla violenza, e un conto è costringerla a rischiare sul suo corpo. In più, per il contrasto al femmminicidio (parola che comprende l’intera gamma delle violenze che una donna può subire e non solo la morte della donna in quanto donna), questi provvedimenti schiaffati in un pacchetto che parla di altro, e che non sono stati ragionati sulla base di una seria verifica delle mancanze istituzionali e di applicazione di norme già esistenti – come richiesto più volte dall’Onu – risultano un’azione di facciata. La Special rapporteur dell’Onu sulla violenza contro le donne, Rashida Manjoo, ha detto chiaramente e senza indugio, quando è venuta in Italia, che la violenza coinvolge una responsabilità dello Stato italiano e che le donne “non denunciano e non segnalano” sia perché sono all’interno di un “contesto culturale patriarcale incentrato sulla famiglia”, con forte dipendenza economica della donna, sia perché la percezione riguardo alle istituzioni non è quella di uno Stato che protegge le donne, ma al contrario le espone in “un quadro giuridico frammentario con inadeguatezza delle indagini, delle sanzioni e del risarcimento alle vittime, fattori che contribuiscono al muro di silenzio e di invisibilità che circonda questo tema”. Una esposizione che con questo “pacchetto” sarà aumentata.

    A cosa è servito allora la ratifica della Convenzione sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica? Forse non ci siamo capite.

    Adottare misure efficaci sul femminicidio non è in nessun modo l’adozione di misure “urgenti” buttate lì per far vedere che si fa qualcosa, perché se la violenza domestica si rivela come “la forma di violenza più pervasiva che continua a colpire le donne italiane”, cioè la più diffusa e la più capillare, forse va presa da un’altra parte.

    Ma vediamo alcuni provvedimenti.

    Il primo articolo dice che nei “casi in cui alle forze dell’ordine sia segnalato un fatto che debba ritenersi riconducibile al reato di cui all’articolo 582 (lesioni personali, ndr), secondo comma, del codice penale, consumato o tentato, nell’ambito di violenza domestica, il questore, anche in assenza di querela, può procedere, assunte le informazioni necessarie da parte degli organi investigativi e sentite le persone informate dei fatti, all’ammonimento dell’autore del fatto. Ai fini del presente articolo si intendono per violenza domestica tutti gli atti, non episodici, di violenza fisica, sessuale, psicologica o economica che si verificano all’interno della famiglia o del nucleo familiare o tra attuali o precedenti coniugi o partner, indipendentemente dal fatto che l’autore di tali atti condivida o abbia condiviso la stessa residenza con la vittima”.

    Per prima cosa è un po’ ridicolo che vengano citate le parole della Convenzione di Istanbul (riportate qui in corsivo) in maniera riduttiva sia perché ci si riferisce a  lesioni personali (quindi fisiche) sia per l’aggiunta della frase “non episodici“, che snatura tutta la portata della Convenzione che invece recita sulla violenza domestica: “tutti gli atti di violenza fisica, sessuale, psicologica o economica che si verificano all’interno della famiglia o del nucleo familiare o tra attuali o precedenti coniugi o partner, indipendentemente dal fatto che l’autore di tali atti condivida o abbia condiviso la stessa residenza con la vittima”. Per caso significa che la violenza nei rapporti intimi è solo quando il partner ti mena più volte e ti lascia i segni? (che è già una sottovalutazione intrinseca della violenza). Ma cosa dice l’articolo 582, secondo comma, del codice penale? tratta di lesioni personali per cui qualora il danno procurato abbia ”una durata non superiore ai venti giorni (…) il delitto è punibile a querela della persona offesa”. Quindi se ti menano e vai al pronto soccorso più volte (“non episodici”), il medico stesso segnalerà il fatto, così poi il questore chiamerà tuo marito e gli dirà di non farlo più. E poi tu come ci torni a casa, armata? ma soprattuto: a che serve?

    Un ammonimento “d’ufficio” che non solo è riduttivo ma è ridicolo se pensiamo che ancora oggi spesso le forze dell’ordine rimandano a casa, o al massimo dal giudice di pace, le donne che con grande coraggio invece denunciano consapevoli di quello a cui vanno incontro. A cosa serve questo “pacchetto” se una donna che arriva faticosamente davanti a un giudice dopo aver denunciato con cognizione di causa e convinta di farlo, fatica poi a dimostrare la violenza subita, e soprattutto viene esposta senza tutela al suo offender nel lasso di tempo che passa dalla querela al giudizio, fino a rischiare la vita? e a che serve, se una donna che fa per sua volontà una, due, tre, quattro, anche dieci denunce si vede poi scivolare tutto nei meandri della “giustizia” senza nulla di fatto? se vede le sue denunce di stalking archiviate, procedimenti di affido condiviso coatto anche con procedimenti penali per maltrattamenti in famiglia in corso? perché non cercare di porre fine a questa infinita cultura di “sottovalutazione” della violenza cercando di far applicare le leggi che già ci sono, evitando magari di mettere a rischio la donna che affronta un iter lungo e complesso? e perché non porsi il problema che l’ammonimento senza volontà dell’interessata significa far sapere al coniuge violento che è stato segnalato, così quando torna a casa la massacra o l’ammazza direttamente? Provvedimenti che potrebbero portare le donne, che già non denunciano, a non ricorrere neanche più al pronto soccorso, perché se il medico segnala il partner senza il suo consenso lei avrà il terrore di tornare a casa. E poi al secondo articolo: “Il questore può richiedere al prefetto del luogo di residenza del destinatario dell’ammonimento l’applicazione della misura della sospensione della patente di guida per un periodo da uno a tre mesi”. Sospensione della patente? ma cosa cambia? che l’offender sta a casa per accanirsi ancora di più sulla partner?

    La verità è che con questi provvedimenti si spoglia la donna di ogni decisionalità e consapevolezza del percorso che dovrà fare, e che invece di sostenerla, informarla dei suoi diritti, proteggerla, allontanando immediatamente l’offender, la donna viene ulteriormente esposta: un fatto che può anche produrre risultati contrari. Perché è vero che spesso le donne ritirano la denuncia o hanno paura di denunciare ma non è forzandole che si risolve il problema, bensì avviandole a un percorso, come già oggi fanno nei centri antiviolenza avvocate, psicologhe, operatrici, specializzate sulla violenza.

    In più l’ammonimento esiste già ed è per gli atti persecutori (stalking) che avvengono per lo più in fase di separazione (mentre le lesioni alla persona avvengono maggiormente quando i due convivono o stanno insieme), e può essere richiesto dalla donna che non vuole fare subito denuncia (Decreto-legge 23 febbraio 2009, n. 11  - “Misure urgenti in materia di sicurezza pubblica e di contrasto alla violenza sessuale, nonché in tema di atti persecutori” – Art. 8. - Ammonimento). Ammonimento che può essere efficace quando l’uomo non vive con te, perché magari in fase di separazione, mentre quando ci vivi insieme è necessario l’allontanamento e non l’ammonimento che invece ti espone, tanto più se viene fatto senza il consenso dell’interessata.

    Secondo Teresa Manente – avvocata responsabile Ufficio legale Differenza Donna ONG e referente nazionale rete avvocate dei Centri antiviolenza Ass. Di.Re – “Premesso che la violenza di genere non è un problema di emergenza sociale ma culturale, come ormai ribadito da tutti gli organismi internazionali, l’esperienza ventennale nella difesa dei diritti delle donne vittime di violenza di genere, e in particolare della violenza domestica, maturata nei Centri antiviolenza mi insegna che, quasi sempre, quando la donna chiede l’intervento delle forze dell’ordine aumenta l’escalation di violenza perché l’uomo violento punisce la donna che si è ribellata al suo controllo. Disporre l’ammonimento per l’uomo violento senza predisporre contestualmente una protezione per la vittima, di fatto, significa aumentare il rischio per l’incolumità della stessa. La Convenzione di Istanbul e la Direttiva 2012 del Parlamento Europeo e del Consiglio l’Unione Europea in materia di diritti delle vittime di reato, non a caso, parlano di diritto all’informazione, sostegno e protezione della vittima. A mio parere queste misure servono a poco se non sono inserite in un sistema articolato che dispone di una politica integrata”, (come spiega ulteriormente l’avvocata nel testo riportato sotto riguardo i diritti della persona offesa e la protezione delle donne che subiscono violenza).

    Per Barbara Spinelli, avvocata esperta di femminicidio, “se siamo in un contesto di maltrattamenti, questo reato già prevederebbe l’adozione di misure maggiormente tutelanti della persona offesa rispetto all’ammonimento, come per esempio l’allontanamento. In casi di violenza in famiglia nell’ambito di un maltrattamento, in assenza della denuncia, iniziare il procedimento penale d’ufficio, o anche ai soli fini dell’ammonimento avviare un contatto con il maltrattante,  potrebbe determinarne l’esposizione ad una escalation di violenza, perchè, a differenza dello stalking,che riguarda fatti tra persone nella maggior parte dei casi non conviventi, nel caso dei maltrattamenti  l’aggressore si ritrova a continuare a convivere con la donna su cui esercita violenza, sapendo di non avere più il pieno controllo della situazione, e di essere esposto a conseguenze per le sue azioni.La definizione di violenza domestica contenuta nel decreto legge riduce la portata del concetto di violenza domestica così come definito dalla Convenzione di Istanbul, e questo è grave perché determinerebbe una applicazione ristretta di tutte le altre norme della convenzione. Allora dobbiamo pensare che c’è proprio  una volontà politica di continuare a minimizzare la violenza in famiglia, a negare la realtà delle violenze psicologiche ed economiche, e la necessità di protezione anche per le donne che subiscono situazioni di questo tipo. Va ribadita la necessità di raccogliere i dati, di capire quali sono i nodi da sciogliere attraverso i lavori di una commissione parlamentare di inchesta, prima di agire: altrimenti si continueranno a fare errori. Se tu ratifichi la Convenzione di Istanbul – continua Spinelli – e riconosci quella definizione di violenza domestica, non  puoi dopo decidere di intervenire a protezione della donna solo nei casi di maltrattamento in cui vi sono episodi di violenza fisica. Cosa significa aggiungere non episodica alla definizione di violenza domestica offerta dalla Convenzione? Significa affermare che tutte le misure contenute nella Convenzioni di Istanbul sono valide solo per le donne maltrattate, e non anche per le altre donne che comunque subiscono violenza nelle relazioni di intimità. E’ questo il meccanismo che porta in Italia ancora a confondere la violenza domestica con la conflittualità coniugale, a riconfermare l’idea che insomma, lo isu corrigendi della moglie, anche se la legge da 40 anni lo ha eliminato, tutto sommato a noi piace. Due schiaffetti si possono perdonare. Questa logica di intervento legislativo, esprime il profondo radicamento di una cultura  sessista, ed è veramente intollerabile, tanto vale allora non ratificare la Convenzione, se culturalmente non si è ancora pronti ad accettarne le conseguenze”.

    Il problema della violenza maschile sulle donne, lo abbiamo detto fino all’esaurimento, va affrontato in maniera strutturale e non emergenziale. Prima della repressione e inasprimento delle pene, lo abbiamo ripetuto, servono strumenti di prevenzione e protezione, e questa consapevolezza, che non appare in questo decreto in cui s’infila la violenza domestica in una contesto “altro”, deve partire dalla piena consapevolezza di cosa sia la violenza: un passo fondamentale per le istituzioni che non possono pretendere questa consapevolezza sulla violenza da parte delle donne, se prima di tutto non la maturano loro. Un Governo che si è impegnato su un lavoro interministeriale guidato dalle pari opportunità, ascoltando la società civile, non presentare provvedimenti di questo tipo, perché fa tornare indietro tutti. Come dice Spinelli il profondo radicamento di pregiudizi sessisti ha impedito una buona applicazione delle leggi esistenti, e anche per questo “urge un cambio di approccio delle istituzioni alla vittimizzazione femminile determinata da violenza di genere, in particolare nelle relazioni di intimità”. 

     

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    (di seguito l’esplicativo intervento di Teresa Manente, avvocata responsabile Ufficio legale Differenza Donna ONG e referente nazionale rete avvocate dei Centri antiviolenza Ass. Di.Re, che al Convegno “Violenza di genere: nuove forme di tutela dei diritti fondamentali – Il femminicidio e la Convenzione di Istanbul”, organizzato da ADMI (Associazione Magistrate Democratiche Italiane,  ha spiegato cosa andrebbe fatto per la protezione delle donne che iniziano un percorso di denuncia della violenza subita, sulla base di un’esperienza ventennale in proposito e in un quadro di implementazione della Convenzione di Istanbul).

     

    DIRITTI DELLA PERSONA OFFESA E FUNZIONE DEI CENTRI ANTIVIOLENZA

    “Buon pomeriggio a tutte e a tutti ringrazio l’associazione Donne Magistrate e vi porto i saluti della mia Associazione, Differenza Donna che è una ONG , fondata nel 1989 e che dal 1992 gestisce i centri antiviolenza del comune e della provincia di Roma per donne e figli minorenni vittime di violenza. In questi venti anni Differenza Donna ha accolto presso i suoi centri oltre 25 mila donne, elaborando buone pratiche di assistenza multidisciplinare per le vittime. Ha contribuito alla creazione e al rafforzamento di una estesa rete tra tutte le istituzioni sul territorio. Ricordo il protocollo di interazione del dicembre 2010 promosso da Differenza Donna tra Tribunale, Procura, Forze dell’ordine, Asl, e ospedali in tema di tutela alle vittime di maltrattamenti stalking e violenza sessuale. Nell’ambito della Rete nazionale delle avvocate dei centri antiviolenza, Ass. Di.Re, abbiamo condotto una ricerca nazionale che ha dato luogo alla prima direttiva del C.S.M. in tema di violenza domestica, relative all’intervento giudiziario e alla posizione della vittima di questi specifici reati. Segnalo inoltre che il mese scorso , il CSM su nostra richiesta, ha avviato un nuovo monitoraggio per verificare lo stato di attuazione delle direttive emanate in materia. In Italia i centri antiviolenza gestiti da associazioni di donne, oggi sono 64, e sono riuniti in un’associazione nazionale: DiRe, donne in rete contro la violenza alle donne. La Convenzione di Istanbul all’articolo 9, riconosce i centri antiviolenza, quali soggetto fondamentale della strategia di prevenzione del fenomeno e di protezione delle vittime perché concorrono a realizzare la tutela dei diritti delle persone offese prima, durante e dopo il procedimento penale.

    Profili operativi

    Sul piano operativo le mie considerazioni in tema di intervento e assistenza alle donne vittime di violenza di genere e violenza domestica si basano sull’esperienza, ormai ventennale, nella difesa dei diritti delle donne, persone offese e sulla normativa europea ed internazionale in materia. Di certo venti anni fa parlare dei diritti della vittima non era cosa pacifica, ricordo i colleghi della difesa degli imputati, infastiditi dalla presenza della parte civile, perché, a loro dire, intralciava la speditezza del processo. Sono testimone di un cambiamento culturale del sistema giudiziario non solo rispetto alla violenza alle donne, ma in generale sul ruolo della vittima nel procedimento penale. Oggi, il quadro di riferimento dell’azione giudiziaria è completamente mutato sia a livello di normativa europea che di normativa internazionale

    Sugli Stati, infatti, oggi incombe l’obbligo

    1)  di assicurare non solo i diritti dell’imputato/indagato ma anche la piena tutela dei diritti della vittima di reato così come ribadito dalla Direttiva n.29 del 2012 del Parlamento europeo e del Consiglio dell’Unione europea che introduce norme minime in materia di diritti, assistenza e protezione delle vittime di reato.

    2) la Direttiva del 2012 riprende e rafforza la prospettiva innovativa della decisione quadro del 2001/220/GAI sulla posizione della vittima nel procedimento penale.

    A differenza però della decisione quadro, mai attuata dall’Italia, la Direttiva del 2012, impone nell’immediato un obbligo di conformità. Ciò significa che nel periodo antecedente il termine di attuazione della Direttiva e cioè novembre 2015, lo Stato non può adottare atti in contrasto con gli obiettivi della direttiva.

    Inoltre, in caso di mancato recepimento nel termine, poiché la Direttiva contiene disposizioni di precettività immediata e sufficientemente precise, produce effetti diretti in capo ai singoli che possono rivendicare diritti sulla base della direttiva, e in capo ai giudici nazionali che hanno l’obbligo di interpretazione conforme.

    Premesso ciò, i diritti riconosciuti alle vittime di violenza di genere e di violenza domestica dalla Convenzione di Istanbul e dalla Direttiva dell’Unione europea riguardano tre aspetti:

    1)  Diritto all’informazione e sostegno;

    2)  Diritto alla Partecipazione al processo penale;

    3)  Diritto alla Protezione;

    il sistema che deve essere assicurato, pertanto, sia in vista di riforme legislativa, ma anche nella quotidiana applicazione delle norme attualmente vigenti, deve assicurare che le vittime siano riconosciute e trattate in maniera rispettosa, sensibile, personalizzata, professionale e non discriminatoria.

    1)  DIRITTO ALL’INFORMAZIONE E SOSTEGNO

    E’ opportuno che la vittima di tali reati, sin dall’inizio del procedimento penale,

    a) sia accolta da personale specializzato in sede di denuncia, ma anche in caso di accesso al pronto soccorso o ai servizi sociali, (rafforzare sportelli presso i pronto soccorsi, l’istituzione dei cd codice rosa);

    b) sia informata dalle forze dell’ordine e dagli operatori tutti dell’esistenza di servizi di sostegno e di ospitalità, come i centri antiviolenza;

    c) è necessario che sia informata del diritto di nominare un difensore, anche a spese dello stato (articolo 13 ) sin dall’inizio del procedimento penale, cosa che spesso le vittime ignorano stante l’obbligo attuale di informazione solo per l’indagato;

    d) la vittima ha diritto a ricevere informazioni sul proprio caso (articolo 6 direttiva).

    Spesso le donne che si rivolgono a noi hanno presentato più querele per singoli episodi e non ne conoscono l’esito perché non hanno indicato ex art. 408 c.p.p. di voler ricevere informazioni sulla richiesta di archiviazioni il diritto di ricevere notifica ex art.408 c.p.p dovrebbe invece prescindere dall’inserimento specifico nella querela di tale richiesta.

    415 bis

    Il diritto all’informazione della vittima, inoltre, nel nostro ordinamento è compromessa dalla mancata notifica alla stessa dell’avviso del 415 bis, notificato solo all’indagato, precludendo così alla stessa la possibilità di apportare ulteriori elementi di prova. Tale disciplina rappresenta un considerevole vulnus ai diritti della persona offesa, a maggior ragione allorché l’imputato in udienza preliminare esprima la volontà di essere giudicato allo stato degli atti ex art. 438 c.p.p comma 1. L’attività integrativa, infatti, è riservata esclusivamente all’imputato o al giudice.

    2.  DIRITTO ALLA PIENA PARTECIPAZIONE AL PROCEDIMENTO PENALE

    Esso implica innanzitutto il diritto alla comprensione degli atti cui si procede e ciò spesso non è assicurato soprattutto al momento della querela: la Direttiva e la Convenzione di Istanbul stabiliscono l’obbligo di assicurare interpreti con una specifica formazione in materia di violenza di genere e violenza domestica.

    a) L’articolo 11 della Direttiva si sofferma sui diritti della vittima in caso di decisione di non esercitare l’azione penale: sul punto di certo è limitativo il termine di 10 giorni per presentare opposizione alla richiesta di archiviazione. L’Articolo 10 si concentra sul diritto a fornire elementi di prova e sul diritto di essere sentiti, anche durante le indagini preliminari.

    Allo stesso modo, utile sarebbe assicurare alla vittima l’audizione anticipata in sede di incidente probatorio ex art. 392 comma 1 bis c.p.p. considerato che quasi sempre l’esame testimoniale avviene dopo 2 0 3 anni dai fatti denunciati e nella stragrande maggioranza dei casi l’imputato è il padre dei propri figli , con cui la donna deve continuare ad avere rapporti. E quasi sempre l’uomo violento continua a intimidire la donna, condotta questa che cessa, abbiamo verificato, dopo la testimonianza della donna. Di fatto, è questo il momento in cui l’ uomo violento prende consapevolezza di non aver più controllo sulla vittima e la lascia andare. A riguardo si evidenzia che, nonostante l’ampliamento delle possibilità di richiesta, l’istituto dell’incidente probatorio è poco utilizzato, poiché presuppone la discovery integrale degli atti di indagine, non sempre ritenuta opportuna per la completezza delle attività investigative. Forse disporre la testimonianza della vittima ex art.392 c.p.p. in udienza preliminare risolverebbe tale problematica e risponderebbe contestualmente alle esigenze di protezione della vittima.

    Criticabile risulta la mancanza di coordinamento tra l’art. 392 comma 1 bis, e l’art. 398 comma 5 bis. L’art 392 comma 1 bis prevede l’incidente probatorio per le vittime maggiorenni e minorenni nei casi di indagini per i reati ivi indicati, tra cui anche i maltrattamenti, e l’art. 398 comma 5 bis, che permette l’applicazione di misure di protezione durante l’audizione escludendo, del tutto inspiegabilmente, le ipotesi di maltrattamenti. Ciò comporta che un minorenne, in caso di procedimenti per maltrattamenti, potrà essere sentito in incidente probatorio, ma senza modalità protette con grave pregiudizio per i minorenni vittime di maltrattamenti diretti o assistiti.

    3. PROTEZIONE DELLE VITTIME

    Sia nell’ottica della Convenzione di Istanbul che nella prospettiva della Direttiva , si intende in due accezioni:

    a) quella della tutela dell’incolumità psicofisica della persona offesa in caso di pericolo di reiterazione del reato, e quindi si fa riferimento alle misure cautelari specifiche;

    b) e quella della tutela dei diritti fondamentali della persona che possono essere lesi dalla partecipazione al procedimento penale (vittimizzazione secondaria).

    a – Sotto il primo profilo evidenzio che dall’attuale rilevamento dati da noi condotto in Italia come avvocate dei centri antiviolenza risulta che le misure cautelari ex art. 282 bis e ter, sono ancora poco applicate, benché esse risultino invece efficaci nella stragrande maggioranza dei casi secondo la nostra esperienza, l’uomo interrompe la condotta criminosa. Infatti pochi i casi in cui si è dovuto procedere ex articolo 276 c.p.p. all’aggravio della misura cautelare. Paradossalmente vi è un maggiore utilizzo di custodie cautelare in carcere: ciò a dimostrare che si interviene quando ormai l’escalation di violenza, caratteristica di tali reati , è esplosa in maniera talmente grave da richiedere necessariamente la misura custodiale. Segnalo inoltre la quasi totale disapplicazione dell’art. 282 bis, comma 3 relativo alle misure patrimoniali anche se richiesta dal difensore perché il ricatto economico è molto frequente. 

    b -  Per ciò che riguarda il profilo della protezione avente ad oggetto la prevenzione della seconda vittimizzazione, la Direttiva e la Convenzione impongono:

    • una valutazione individuale delle vittime per definire specifiche esigenze di protezione in considerazione, della particolare natura del reato;
    • la direttiva si riferisce all’esigenza di assicurare che non vi sia contatto tra vittima e imputato in termini di diritto soggettivo della vittima di reato.

    Sarebbe auspicabile predisporre anche qui a Roma una stanza per i testimoni. Mi è capitato proprio ieri che la mia assistita prima di essere esaminata è stata minacciata e intimorita dall’imputato e dai suoi familiari nel corridoio del Tribunale. Protezione anche durante la sua testimonianza, momento molto difficile per la vittima di questi reati: la donna deve ricordare e ripetere umiliazioni profonde che hanno offeso la propria dignità, schiacciato la propria libertà, offese che ha voluto dimenticare per riprendere la sua vita.

    Non è un caso che ormai anche gli organismi internazionali si riferiscono alle donne vittime della violenza di genere nei termini di “sopravvissute”, non solo per evidenziare la gravità di quanto patito, del rapporto di soggezione determinato dalla condotta subita, ma anche per valorizzare le risorse impiegate dalle donne per uscire dalla situazione di violenza. Per alcune donne il momento della testimonianza è vissuto come un momento di liberazione, per altre invece rappresenta un vero e proprio calvario così come definito anche dalla Corte EDU ( S.N contro Svezia del 2 luglio 2007). Ricordo, ad esempio, il caso di una donna agente di polizia, vittima di maltrattamenti e violenze sessuali da parte del marito: la quale ha presentato nei giorni prima dell’esame testimoniale addirittura problemi di enuresi notturna, causati dal terrore di dover rivivere con la testimonianza i fatti subiti. In tali situazioni, è stato utile richiedere l’uso di un paravento che ha consentito alla donna di non sentirsi addosso lo sguardo dell’imputato. Ciò ha consentito sia di salvaguardare il principio della genuinità della prova, e allo stesso tempo di salvaguardare l’integrità psico fisica della vittima. Tale prassi NON lede il principio del contraddittorio nella formazione della prova, né mina i diritti di difesa, e rientra in quei trattamenti specifici che la ”particolare vulnerabilità della vittima” impone di adottare in base ai principi della Convenzione di Istanbul e della direttiva 2012.

    Quanto al diritto al risarcimento del danno

    L’O.M.S considera la violenza domestica come uno dei più gravi problemi di salute pubblica. Si tratta di lesione di diritti inviolabili della persona, (art. 3, art. 2, art. 29 e 32 della cost.), che causa un danno che può essere liquidato, già in sede penale, in via equitativa e definitiva (art. 538, 539 c.p.p e art. 9, decisione quadro) come avviene già in materia di violenza sessuale da parte di alcuni collegi.

    E vengo alle conclusioni dicendo che incontri come questi, di denuncia del disvalore sociale e criminale di fenomeni come il femminicidio, simbolo brutale della discriminazione di genere, contribuiscono ad innovare la cultura giudiziaria e a rendere veramente democratico il nostro Paese in quanto solo il pieno riconoscimento e la concreta affermazione dei diritti umani delle donne segnano il grado di avanzamento democratico di una società”.

     

di Luisa Betti
pubblicato il 18 giugno 2013
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di claudiavago
pubblicato il 18 giugno 2013
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  • Durante una perquisizione nella casa parigina di Christine Lagarde, direttrice del Fondo monetario internazionale, il 20 marzo scorso gli investigatori che cercavano documenti relativi al caso Tapie-Crédit Lyonnais hanno trovato anche una breve lettera, senza data, scritta a mano da Lagarde quando era ministro delle Finanze a Sarkozy, a quel tempo presidente della Repubblica. Le Monde l’ha pubblicata ieri:

    «Caro Nicolas, molto brevemente e rispettosamente:
    1) Sono al tuo fianco per servire te e servire i tuoi progetti per la Francia
    2) Ho fatto del mio meglio e posso avere fallito, qualche volta. Te ne chiedo perdono
    3) Non ho ambizioni politiche personali e non desidero diventare un’ambiziosa servile come molti di coloro che ti circondano: la loro lealtà è recente e talvolta poco durevole
    4) Impiegami per il tempo che serve a te, alla tua azione e al tuo casting
    5) Se mi impiegherai, ho bisogno di te come guida e come sostegno: senza guida, rischio di essere inefficace, senza sostegno rischio di essere poco credibile. Con la mia immensa ammirazione. Christine L».

    Bene. Poiché lei è una donna (potente) e lui un uomo, questa è la lettura: lì non ci può essere che arrivata con le solite strategie femminili oscillanti (a seconda dell’inclinazione maschilista) tra sottomissione e seduzione. (Cito solo qualche giornale italiano, ma anche su twitter potrete trovare il solito elenco di commenti sessisti con tanto di fotomontaggi sadomaso):

    Il Giornale. «Mancano soltanto luogo e orario di appuntamento, la marca del profumo che avvolge madame dai bianchi capelli ma è evidente la strategia di Christine Madeleine Odette Lagarde, due mariti, due figli, oggi compagna di un imprenditore di Marsiglia (vedi alla voce Tapie-Olympique) ministro dell’agricoltura, della pesca, del commercio estero, dell’industria e dell’impiego: aveva intuito dove stava la sala da ballo e si era portata avanti con il lavoro in tutti i settori (…)»

    Il Corriere della Sera. «Usami, scrive Christine Lagarde a Nicolas Sarkozy, con uno stile a metà tra Cinquanta sfumature di grigio e Fantozzi». E ancora: «Si tratta di un capolavoro di sottomissione poco lusinghiero per la futura direttrice del Fmi, una delle donne più potenti del mondo», sostenitrice tra l’atro «dei diritti delle donne e delle quote rosa nei consigli di amministrazione».

    Quello che ho pensato io, leggendo, è che fosse una comunicazione privata in cui banalmente (come ha commentato un mio collega del Post) “viene fuori un legame leale tra i due”. Cosa tra l’altro “politicamente irrilevante visto che lei era una dirigente del partito di Sarkozy”. Aggiungo che il fatto lei scriva di avere bisogno di una guida e un sostegno, di non sentirsi dunque mascolinamente onnipotente e di non voler agire da sola, mi sembra un fatto positivo che marca, nel bene, una differenza femminile.

    @glsiviero 

di giuliasiviero
pubblicato il 18 giugno 2013
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  • In 60 secondi connessi a internet succedono cose da pazzi. Così tante che nello stesso tempo forse in auto riesco solo ad avviare il navigatore. On line, ogni 60 secondi scattano 2 milioni di ricerche sul motore Google, 27.800 caricamenti di foto su Instagram, 278.000 tweet, 1.875.000 like su Facebook,  200.000 (“low estimate”, avvertono gli statistici), visioni di siti porno.  Parola di openculture.com

    E in macchina? L’ho scritto su Carblogger e ve lo ripropongo qui.  Salgo in auto con un cronometro e provo, sperando che qualcuno non s’attacchi al clacson perché vuole il posto in un nanosecondo, a Roma capita…  Solo su una Porsche 911 (che non ho) so sempre esattamente dove infilare la chiave, una delle poche cose di sinistra rimaste.  In 60 secondi, il bluetooth per collegare il cellulare è un terno a lotto. La radio è facile, ma nemmeno il tasto d’accensione non è più sempre in alto a sinistra, come sulle auto di una volta. Cinture, già oltre i 60 secondi… almeno nessuno ha strombazzato.

    Beati in Ferrari: ogni 60 secondi si vendono 95 prodotti con il logo del Cavallino, dice al Financial Times Andrea Perrone, che gestisce più di 50 Ferrari Store in giro per il mondo e attività su licenza.

    Tornando alle nostre macchine, domani potrebbe andare peggio in quanto a complicazioni.  L’auto si sta trasformando in un wi-fi spot,  sempre connessa non per guidare meglio ma per non perderci nulla di quel che molto, francamente, è perdibile.

    Dan Akerson, numero uno di Gm, un manager totalmente di cultura finanziaria, ha annunciato l’altro giorno a Boston che entro il 2015 molti veicoli del gruppo saranno dotati di connessione 4G LTE. Auguri. Akerson, come i suoi omologhi concorrenti, è costretto a puntare su un mondo che capisce ma che (forse) non sa usare. Gm stima che negli Stati Uniti la gente usi smartphone e tablet mediamente per 2,5 ore al giorno, ben al di là delle 15 ore che la gente passa a guidare la propria auto in una settimana.

    Su queste e altre tecnologie, il concorrente Ford ha messo a punto un cambio di comunicazione strategico. Per forza e non (solo) per amore: deve recuperare soldi in Europa dove i conti non tornano, con perdite di 1,75 miliardi di dollari nel 2012 (-15,9% nei primi 4 mesi 2013).  Per farlo, prevede anche una diversificazione degli investimenti pubblicitari.

    Funzionerà? Il problema è che tutti i costruttori puntano (in modo diverso per impegno e capacità) sulla tecnologia, in attesa di avere la macchina sempre connessa e poi una che si guida da sola.  Ford però sembra voler rendere piuttosto coerente la comunicazione, oltre che accessibili i costi di diverse opzioni. Se si va su Ford.com, appare subito la maschera con tutti i dispositivi, legati all’immagine dello spot che contemporaneamente passa in tv e su tutta la gamma di schermi attraverso i quali oggi un lettore/consumatore si informa.

    Con nuove abitudini. Al mattino tramite smartphone, più tardi su un pc (è anche l’ora in cui qualcuno leggerà ancora la carta, di fatto un altro schermo),  la sera in tv e poi su un tablet.  Il problema è che non è sicuro che chi guarda, poi compra.  Meno che mai in questa Europa depressa dei consumi. Ma questa è un’altra storia. E altri dubbi vengono se, almeno in Italia, il tempo di lettura on line sui siti dei maggior quotidiani è stimato in 70 secondi. Quelli che non ho nemmeno quando mi metto al volante…

di fpaterno
pubblicato il 17 giugno 2013
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  • aseri-RedaelliHP_rdax_260x258

    «Il movimento riformista iraniano non è morto ma sta subendo una repressione preventiva fortissima», ci spiega Riccardo Redaelli, esperto d’Iran, autore della rivista Asia Major e docente dell’Università cattolica di Milano. «I leader del movimento sono agli arresti, il controllo di internet e delle mail frenano la libertà di espressione, ma il sostegno popolare resta ampio. La marginalizzazione del dissenso rende la società iraniana sempre più polarizzata. Nel lungo termine la conseguenza può essere la radicalizzazione del discorso riformista».

    Quali possono essere le strategie di un gruppo che non trova nessuna rappresentanza politica?

    Operano sempre più con mezzi poco rintracciabili, con media spontanei, organizzando manifestazioni ai margini delle partite di calcio, spingendo per l’astensionismo. Insomma, lo scopo è di evitare la repressione diretta del regime. Ne è un esempio la manifestazione di Isfahan in occasione del funerale dell’ayatollah Taheri: proteste occasionali, difficilmente prevedibili che dimostrano comunque che il dissenso, non è strutturato, ma esiste.

    Questa è stata una delle campagne elettorali più appiattite su posizioni conservatrici di sempre?

    Una campagna di basso profilo, che rappresenta la rassegnazione della popolazione. In passato nel periodo pre-elettorale bisognava cercarsi i voti. Ora il consiglio dei Guardiani ha permesso solo a candidati controllabili di partecipare alla competizione per ottenere una manipolazione del voto e fare in modo che i riformisti prendano solo i voti decisi dalla Guida suprema, Ali Khamenei.

    A questo punto si profila uno scontro tra il moderato Rohani e il conservatore Jalili?

    Le voci di una cancellazione dell’ultima ora di Hassan Rohani chiariscono l’intenzione di Khamenei di una normalizzazione totale del quadro politico. Khamenei ha eliminato tutte le sfumature di un panorama politico frammentato. Per questo, un uomo che ha fatto campagna elettorale facendo riferimento alla narrativa del movimento fa paura. Khamenei e i pasdaran temono una replica del 2009. A questo punto la Guida suprema vuole un presidente esecutore e teme sia una deriva radicale, come è avvenuto con Ahmadinejad, sia una riformista, come nell’era Khatami.

    Gli iraniani invece soffrono per le sanzioni sul nucleare.

    Soprattutto la media e alta borghesia occidentalizzata, mentre gli strati più bassi della popolazione godono di ampi fondi per tenere sotto controllo il malcontento. Negli incontri sul nucleare con i paesi del Consiglio di sicurezza e la Germania sembrava di assistere ad un dialogo tra sordi. E così, con la decisione di eliminare Rafsanjani, Khamenei ha formalizzato la sua intenzione di non arrivare ad un accordo sul nucleare.

    Mentre l’establishment viene risparmiato dalle sanzioni internazionali?

    I pasdaran non vengono toccati. Anzi aumentano traffici illeciti, di medicinali e tecnologie che arricchiscono i pasdaran. La parte peggiore del regime si sta arricchendo mentre ne sta soffrendo la qualità della tecnologia iraniana. Per questo un uomo come Jalili non chiuderà il negoziato. La sua è la peggiore candidatura possibile, non ha una struttura né un movimento politico alle spalle. Questo potrebbe andare a vantaggio di Qalibaf, ex comandante militare, e buon amministratore che attira le simpatie dei pasdaran.

    Sembra improvvisamente scomparso invece lo scontro tra conservatori e ultra-conservatori che aveva segnato la politica iraniana?

    Per Ahmadinejad la candidatura di Jalili è la seconda migliore, dopo l’eliminazione di Mashei. Il presidente uscente resta il grande sconfitto di questa fase politica, lo hanno mollato perché troppo radicale.

    Ma i più colpiti da questa svolta conservatrice sono i mercanti del bazar?

    Hanno perso parte del loro potere, in reazione ai nuovi affari loschi dei pasdaran operano anche loro tramite reti illegali. Così anziché guardare a Rafsanjani o Rohani, i commercianti del bazar si avvicinano ai pasdaran.

di giuseppe.acconcia
pubblicato il 17 giugno 2013
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  • Barbara-Steele-in-Mask-of-007

    The Butterly Room Regia:Jonathan Zarantonello | Sceneggiatura:Jonathan Zarantonello, Luigi Sardiello, Paolo Guerrieri | Musiche:Pivio & Aldo De Scalzi | Fotografia:Andrew Strahorn | Montaggio:Clelio Benevento

    Si schiude come una fiaba dark femminista, The Butterfly Room - La stanza delle farfalle di Jonathan Zarantonello. E, nel tramezzo, ha un cast “tictàc tictàc” che sfavilla: Barbara Steele (La maschera del demonio, 1960; , 1963), Ray Wise (I segreti di Twin Peaks, 1990-1991), Erica Leerhsen (Non aprite quella porta, 2003), Heather Langenkamp (Nightmare – Dal profondo della notte, 1984), Camille Keaton (Non violentate Jennifer, 1978), P.J. Soles (Halloween – La notte delle streghe, 1978), Adrienne King (Venerdì 13 parte I e II, 1980-1981), James Karen (Il ritorno dei morti viventi, 1985) e il regista Joe Dante nei panni di un tassista. L’opera di Zarantonello fruscia via allacciata all’anomalo cortometraggio Alice dalle 4 alle 5 e acquista subito un’elegante vita propria, mentre i suoi “ospiti” ghignano tra maternità e castrazioni d’amor filiale. Da un punto di vista produttivo, il progetto non ha avuto vita semplice, come tutte le sorelle e i fratelli horror. The Butterfly Room - nato e girato negli Stati Uniti - mette in scena una bambina alla ricerca di alcune signore pressoché stagionate e, soprattutto, in piena solitudine. Il suo scopo è diventare loro complice. L’amica che non hanno mai avuto. Poi, non appena il rapporto con le donne di mezza età diventa una promessa affettiva, la bambina domanda loro soldi, in cambio di attenzione. Non fosse che, un giorno, la piccola mercenaria Alice si impasta con la donna sbagliata: Ann (Barbara Steele), gelosissima delle rivali “a pagamento” e pronta a far piazza pulita negli archi dell’amore materno. Allo stesso tempo, la vicina di casa di Ann decide di affidarle sua figlia di 10 anni per un weekend, un fine settimana in cui la bambina dovrà cercare di scoprire il segreto della stanza delle farfalle, nascosta all’interno di casa Steele. 

    L’opera di Zarantonello è così sinistra e bruna da schivare strizzatine d’occhio a cult come Che fine ha fatto Baby Jane o pellicole congelate di Roger Corman. C’è cura, ne La stanza delle farfalle, e tematiche come il male e la cattiveria umana mangiano di rimando lo spettatore, imprigionando occhi e cuore dentro un uovo di serpente. O meglio, in quei box vetrati dove le farfalle, proprio come i bambini, resistono al tempo e restano involute per sempre. Innocenti, fioche. Grappoli di seno. Il punto di forza di Butterfly Room - co-prodotto da Rai Cinema – è la struttura: dieci anni di sceneggiatura per comporre un autentico puzzle di rimandi temporali e flashback, come un biglietto di sola andata nella mente oscura di Ann, apparentemente nata per fare del male ai bambini. La Steele (impegnata, in qualità di produttrice, con la miniserie tv Winds of War) è una maschera perfetta, la farina indorata di Boris Karloff e Vincent Price, sorta di psico-reginetta anni Sessanta-Settanta la cui corona, oggi, biancheggia in cenere, tra bambole di porcellana e grand guignol, auto-prostituzione bambina e campanellini d’ali. 
di Filippo Brunamonti
pubblicato il 15 giugno 2013
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  • image

di claudiavago
pubblicato il 15 giugno 2013
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  • NOMADIE anche se il viaggio è immobile, da fermo, 

    impercettibile, imprevisto, sotterraneo, 

    dobbiamo chiederci quali sono oggi i nostri nomadi

    DELEUZE

     

    La famiglia di mio padre è costituita per oltre tre quarti da emigrati negli Stati Uniti. Oggi non conosce i nipoti e i pronipoti che portano il suo nome oltreoceano. Lui stesso è di origini albanesi. Mio padre è un arbresch, cioè parla l’albanese che il generale Scanderberg importò nell’Italia meridionale a metà del 400 quando Ferdinando I gli concesse i feudi di Monte Sant’Angelo, Trani e San Giovanni Rotondo. Con mia sorella, siamo cresciuti nella sospensione tra la lingua inglese e quella albanese, lontani idiomi incomprensibili che ascoltavamo quando i parenti si riunivano d’estate nel paesino di origine della migrazione della famiglia. Si chiama Greci, in provincia di Avellino, ricostruita 30 anni dopo il terremoto dell’Irpinia. Alle spalle della grande casa dell’infanzia, che si affaccia sulla vallata dove corre la linea ferroviaria Napoli-Bari, bombardata dai tedeschi e dagli americani nel 1944, c’è via Scanderberg. Nelle estati afose degli anni Settanta ho imparato dov’è l’Albania.

    Sono nato in questo universo plurilinguistico, dove si parla una lingua brutale, fatta di singulti e di apostrofi, parole oscure e avvitate, memoria arcaica del mediterraneo turco-albanese, dove le donne si vestono di nero, crescono la famiglia, sono state lavoratrici autonome (sarte per la precisione) e lavoravano anche la terra. Commercianti e agricoltrici, uscirono dalla povertà e seppero guadagnarsi anche alcuni terreni, erano le zie e le prozie. Una di loro, mia nonna, ha lavorato a lungo anche al comune dove gestiva la corrispondenza per suo marito insieme a mio padre Mario e suo fratello Aniello che era ancora un bambino. Il nonno era un funzionario comunale tornato cieco dalla prigionia in Kenya, dov’era finito perché non trovava lavoro nei campi né come commerciante a causa della grande depressione degli anni Trenta. I fascisti gli offrirono un posto di assassino nelle loro armate sconclusionate alla conquista dell’Etiopia e dell’Eritrea. Lui accettò, non aveva alternative alla miseria. Rimase quasi otto anni prigioniero degli inglesi. Credo abbia maledetto il fascismo e la crisi economica per tutta la vita. Ha perso la vista. I suoi cari lo hanno visto vivere con affetto, mentre perdeva la vista. Lo hanno amato molto. Perché nel mondo plurilinguistico dove sono nato doveva esserci una forma di affetto ancestrale, possessivo, totalizzante. Ma doveva essere gratuito.

     

    La povertà, il rito dell’uccisione del maiale, il grasso squagliato sul fuoco della notte d’inverno e spalmato sulla pulicca – il pane croccante con la pasta spessa frutto di una lavorazione che forse viene dall’Albania o dall’Egeo. Questa è l’immagine più forte della migrazione degli avi, che si è cristallizzata nei comportamenti quotidiani, negli affetti e nella cucina, nelle parole misteriose e nei saluti scambiati tra i vicini curvi, tutti emigrati di ritorno dalla Germania dove hanno lavorato 30 anni nelle fabbriche. Tornarono al paese, dove costruirono, con le proprie mani di muratori, le case dove sono morti.

     

    La migrazione ricomincia, non si è mai fermata, da quando Scanderberg è arrivato in Italia meridionale.

    C’è però una differenza tra la migrazione dei nostri genitori e quella attuale. Di mezzo c’è stato il crollo del Muro di Berlino, la fine della guerra fredda. Credo che abbia influito anche sulla migrazione verso gli Stati Uniti o il Latinoamerica, ne ha cambiato il senso, di certo è avvenuto per quella europea. Di solito questa differenza viene ridotta al mitologema della “fuga dei cervelli”, come se i cervelli siano di qualità se hanno una laurea o un dottorato e invece non ne hanno nessuna per il Pil se hanno “solo” un diploma e forse nemmeno quello. Una visione economicistica associata all’idea che il neoliberismo sia l’unico modo possibile, anche quando si viaggia, si cambia paese e si aspira ad una vita migliore.

     

    Ancora una volta c’è la Germania di mezzo. Non quella dove si recavano i proletari meridionali o veneti negli anni Cinquanta, bensì quella che ha imposto l’austerità in Europa e il nuovo sistema di educazione basato sullo schema duale di alternanza tra studio e inserimento professionale alle scuole dell’Europa meridionale, le “cicale” che spendono e spandono. Per chi tra gli anni Novanta e Duemila ha visitato le biblioteche in Francia, Svizzera o Germania, io l’ho fatto ma non come avrei desiderato, e potuto, sa bene che questa mobilità è già figlia di una generazione. E oggi continua visto che solo nel 2012 sono stati 42 mila italiani, molti neolaureati, a trasferirsi in Germania.

     

    Il 60% di questi italiani  riesce a resistere solo un anno poi riprende la strada di casa. Il quotidiano ‘Die Welt’ apre la prima pagina con il titolo “La Germania non riesce a trattenere i suoi migranti”, in cui riferisce i dati sull’emigrazione di uno studio Ocse, dal quale risulta che una minoranza dei nuovi arrivati riesce a rimanere durevolmente in Germania. Rispetto agli spagnoli, gli italiani che nel 2012 sono arrivati “in massa” (42 mila), riescono ad adattarsi meglio, e a restare nel paese qualche settimana in più.

     

    Il dato dell’Ocse è chiaro: la “fuga dei cervelli” è solo un piccolo episodio di un flusso migratorio interno all’Europa che non ha le caratteristiche di quelli analoghi degli anni Cinquanta.

     

    Il rapporto annuale sulle migrazioni dell’Ocse inizia a fare luce su un aspetto importante della migrazione interna europea: la sua permanenza nel paese di arrivo. Restando poco più, poco meno di un anno, in Germania i famosi “cervelli in fuga”, cioè neolaureati ma anche persone che raggiungono o superano i 30 anni, non rendono evidente solo la chiusura del mercato tedesco, oltre alla mancanza di politiche attive del lavoro, per la qualificazione e l’inserimento linguistico di queste persone nella società di arrivo. Definiscono finalmente la loro “fuga” come uno dei risultati della mobilità delle persone in Europa, e in particolare dei lavoratori indipendenti europei.

     

    Non trovi un lavoro, anche precario ma minimamente pagato (diciamo 800 o 900 euro) per più di tre mesi in Italia? Allora si, vai “all’estero”. Ad esempio in Germania. Il fatto che poi ritorni, anche perché non lo hai trovato – oppure hai trovato un lavoro che paga ancor meno e dura meno di quello che forse hai trovato talvolta in Italia – non è semplicemente un “fallimento”, bensì la normale realtà del lavoro impoverito oggi.

     

    E’ un discorso difficile, anche perché fallimento e povertà nel lavoro precario spesso coincidono, lasciandoci una sensazione di fatalismo e disperazione che non è facile da superare. Fermiamoci tuttavia un momento sulla mobilità, cioè sul fatto che il giovane diplomato (o laureato, una minoranza) si muove tra gli stati alla ricerca di un lavoro, e comunque di una società più rispettosa dei suoi diritti.

     

    Le statistiche dicono che non trovano né l’uno, né l’altro nell’Europa che si sta accartocciando nell’austerità. E’ probabile, anzi verosimile. Ma ciò non toglie che una volta tornati a Sud, in Spagna, Grecia, Portogallo o Italia, queste persone possano continuare a muoversi. Forse anche tornando in Germania o in Inghilterra, ad esempio. Questa a me sembra la realtà della mobilità europea sin dai primi anni Novanta, quando gli italiani hanno iniziato a muoversi, non solo come i loro genitori emigrati, ma come cittadini europei che non hanno solo un’origine europea.

     

    Sono gli europei di seconda generazione, e talvolta anche di terza, che vivono in Austria o in Francia, in Germania o in Inghilterra, in Danimarca o Svezia. E sono almeno mezzo milione in Italia.

     

    La migrazione non è solo un viaggio  legato a motivazioni economiche. Si incarna nelle persone, diventa la loro nascita, trasforma le origini che un tempo erano radicate nella terra, oggi sono invece il frutto dell’incontro tra mondi, di partenze e arrivi, di lingue europee e africane, cinesi e asiatiche che parlano sin dalla nascita nella stessa persona. Non importa dove sei, e da dove vienI. Dove sei nato e dove andrai a morire. Sei quello dove sei stato e dove sarai domani. Le lingue che conosci e quelle che imparerai. I mondi che incontrerai e le persone che amerai.

     

    Sono nato in un mondo plurilinguistico, davanti al fuoco, in cucina, c’era chi parlava dell’Africa, un altro sibilava frasi che ricordavano la lingua che si parla nelle vallate al confine tra Albania e Macedonia, un altro brillava nella conversazione nell’inglese che si parla tra Brooklin e Manhattan, e poi c’era chi rispondeva in tedesco.  Sono tutto questo, nient’altro che questo.

    pubblicato da La furia dei cervelli

di Roberto Ciccarelli
pubblicato il 15 giugno 2013
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  • L’occupazione di Gezi Park è iniziata, formalmente, il 28 maggio 2013, ma sono milioni i piccoli passi che hanno condotto qualche decina di attivisti ambientalisti a organizzare la protesta che ha infiammato le piazze di tutta la Turchia.

    Sono i passi della “Great Anatolian March”, partita il 2 aprile 2011 da sette diverse parti della Turchia. Una marcia diretta a Ankara con l’intenzione di portare al governo un messaggio chiaro: siamo qui e occuperemo la piazza di fronte al Parlamento finché le nostre richieste non saranno ascoltate. Richieste che le decine di attivisti portavano di villaggio in villaggio, per raccontare alla Turchia profonda i faraonici progetti del governo per la costruzione di dighe e centrali idroelettriche che avrebbero cambiato per sempre il volto dell’Anatolia e la vita di milioni di persone per la sete di profitto di pochi.

    E’ Nogay che mi parla della marcia un pomeriggio a Gezi, in mezzo alle tende del primo nucleo di occupazione del parco. Lui quella marcia l’ha organizzata e vi ha partecipato. «Siamo un gruppo di persone riunite da un’idea molto semplice: vogliamo che sia abbandonato questo modello di sviluppo che nuoce alla natura trattandola come fosse merce, che costringe le persone ad abbandonare il luogo in cui sono nate e cresciute perché diventa impossibile nutrirsi, perché gli stili di vita tradizionali sono distrutti dall’avanzata di un progresso che in realtà significa solo profitto per alcuni e miseria per quasi tutti». Nel 2011 hanno camminato per quasi due mesi lungo le strade dell’Anatolia e quando il 21 maggio sono arrivati alle porte di Ankara e la polizia ha impedito loro l’ingresso in città si sono accampati finché il divieto non è stato tolto. «Sono anni che combattiamo legalmente progetti di dighe, centrali idroelettriche, deforestazione, costruzione di strade. Abbiamo vinto in centinaia di casi, ma spesso il governo va avanti, incurante delle decisioni dei tribunali».

    Ezgi arriva a Gezi ogni giorno alle 18, quando finisce di lavorare come psicologa. Ogni giorno dal 28 maggio. E’ una delle prime occupanti del parco per il quale si batte da quasi due anni insieme a Nogay e agli altri. «La nostra battaglia contro il progetto di trasformazione di Taksim e Gezi è iniziata quasi due anni fa. Abbiamo organizzato ogni possibile azione di protesta e sensibilizzazione, da serate informative a marce di protesta a concerti nel parco. Poi a inizio maggio abbiamo proiettato il documentario Occupy Love e da lì è nata l’idea di occupare il parco se le nostre richieste non fossero state accolte». Ezgi ha vissuto alcuni anni a San Francisco e là ha molti contatti con attivisti di Occupy Oakland. Pensare a un’occupazione come quelle che abbiamo visto nei parchi e nelle piazze statunitensi alla fine del 2011 è stato naturale.

    gezi prima di occupy

    gezi prima di occupy 2

    occupy love

    All’inizio l’occupazione era sostenuta da poche decine di persone, principalmente intellettuali, artisti e giovani studenti. Come Rasim, che ha 21 anni e studia tedesco all’università e il 20 maggio, insieme a un gruppo di amici, ha deciso di usare il sito change.org per lanciare una petizione per la difesa del parco. E non è un caso che l’iniziativa sia stata presa il 20 maggio. Il 19 in Turchia si celebra la “Giornata dei giovani e dello sport” in ricordo dello sbarco di Mustafa Kemal Ataturk a Samsun nel 1919, avvenimento che aprì la guerra di indipendenza turca. Da due anni, però, il governo di Erdogan ha vietato le celebrazioni con la scusa che portavano via tempo allo studio. Ed è solo una delle numerose iniziative di Erdogan volte a colpire la memoria di Ataturk, il padre della patria ancora molto amato da moltissimi turchi.

    Ezgi mi fa visitare l’occupazione e mi spiega le difficoltà con cui si sta costruendo una comunità tra le persone che occupano a titolo personale fin dall’inizio e i gruppi e partiti politici che si sono uniti dopo, quando la repressione violenta della polizia ha attirato l’attenzione su Occupy Gezi. Le sue competenze di psicologa e terapista, ora, sono al servizio di queste persone che non avevano l’abitudine di partecipare a iniziative politiche e che sono state violentemente represse dalla polizia. «Questa volta la repressione della polizia è stata diversa da, per esempio, quella del 1 maggio: ha colpito persone comuni ed è scattato un meccanismo di identificazione che ha portato tanti a unirsi alla protesta». E il resto è storia.

di claudiavago
pubblicato il 15 giugno 2013
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