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Bagnoli è sempre stato il tallone d’Achille della passata amministrazione. Si è impantanato Antonio Bassolino, e non ne è uscita Rosa Russo Iervolino. Anzi secondo le stime dell’assessore al bilancio Riccardo Realfonzo la Bagnolifutura è passata dai 4 milioni di perdite del 2009 ai 10milioni del 2010. Così De Magistris finalmente ha deciso di intervenire: “Quando siamo arrivati – ha detto oggi in conferenza stampa – abbiamo trovato una situazione comatosa. Ci voleva il defribillatore. Ora abbiamo un programma preciso”.
Primo step: riconsiderare la compagine proprietaria e magari passare da una semplice Stu (società di trasformazione urbana) per vendere i suoli a una nuova mission per rivalutare l’area.
La piana dell’ex acciaieria se da un lato infatti ha bisogno di una terapia d’urto per la bonifica di spiagge e territori, dall’altra rappresenta forse l’unica area dove è interessante investire. Sia per la collocazione spettacolare del lungomare Coroglio, sia perché ci si trova davanti una superfice vastissima da riqualificare e riedificare. Chiaro che i pericoli sono dietro l’angolo e si chiamano: speculazione. Fino a questo momento non è stato fatto nulla e i soldi sono stati triturati in un buco nero di politiche clientelari. Solo di debiti con il Monte Paschi di Siena si parla infatti di 3,8 milioni l’anno.
La giunta ha quindi deciso di vendere alcuni lotti per evitare il tracollo. Il primo da 70mila metri quadri sarà messo all’asta il prossimo 19 giugno, poi si passera ad altri 4 di circa 16mila metri ognuno. L’idea è di ricavarne almeno 80milioni per riapianare i debiti. Il sindaco e l’assessore all’urbanistica Luigi De Falco hanno assicurato che le costruzioni residenziali saranno edificate con una programmazione nel rispetto dell’ambiente.
Poi ci sarà da pensare alla spiaggia pubblica, per cui un comitato di cittadini ha già iniziato la raccolta firme. Sempre in conferenza De Magistris ha spiegato di voler mettere insieme le energie per rendere fruibile tutto il lungomare fino a Pozzuoli. Il progetto è quello di restaurare il Turtle point, a dare vita al centro sportivo, aprire in collaborazione con la Rai nuovi “Studios”.
E’ inoltre notizia di questi giorni lo sblocco dei finanziamenti da parte della Regione per il Parco urbano. Si tratta di 76milioni di fondi europei e la prima trnace da 15 sarebbe già pronta per essere messa in campo. E ancora. Il vicesindaco Tommaso Sodano ha proposto di istallare un digestore anaerobico o in alternativa un impianto di compostaggio. “Il progetto – ha detto Sodano nella sala giunta piena di giornalisti – conferma l’intenzione dell’amministrazione di realizzare impianti alternativi all’inceneritore. Noi vogliamo gli impianti, ma quelli che servono”.
Sono stai infine cambiati i membri del consiglio di amministrazione. Succede come direttore generale a Mario Hubler, vicinissimo a Bassolino, che si era dimesso in febbraio, Tommaso Antonucci già direttore al bilancio della regione Lazio dove ha introdotto per la prima volta quello partecipato. E’ stato ricercatore di politica Economica all’Università di Urbino, collabora con diverse istituzioni dal Cnr alla Commissione Europea.
Insomma vista così finalmente la Bagnoli dell’ex Ilva dovrebbe rivivere, dopo essere stata abbandonata a se stessa per 15 anni. Eppure bisognerà vigilare per trasformare tutto in realtà.
videointervista del sindaco per il programma delle opere:
https://www.youtube.com/watch?v=am-aLyLSLZE&list=HL1337183150&feature=mh_lolz
pubblicato il 16 maggio 2012
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Supergruppi: da oltre 70 anni, una garanzia di successo, almeno sui fumetti. Correva l’anno 1940 quando l’editor Sheldon Meyer ebbe l’idea di riunire sotto lo stesso tetto eroi che nelle loro avventure a solo avevano funzionato così cosà. Dal momento che Meyer era passato alla storia per aver salvato dal macero una strip che la National avrebbe volentieri cestinato, quella di Superman, i padroni del vapore non ebbero problemi a dargli corda. In capo a qualche mese, lo sceneggiatore Gardner Fox e un folto gruppone di penciller capitanato da E.E. Hibbard partorirono la property di punta di All Star Comics, una rivistucola che fino al terzo numero aveva offerto al pubblico ben poche emozioni. Si chiamava Justice Society of America, e ne facevano parte eroi vintage come Flash, Lanterna Verde e Hawkman, più rebunza tipo Atom, Lo spettro e Dr. Fate. Com’è, come non è, per tutti gli Anni Quaranta le ammucchiate super-eroiche si moltiplicarono. Non solo nelle segrete stanze della futura DC Comics, ma anche in quelle della grande rivale Timely Comics, la futura Marvel. Nel 1941, erano scesi in campo i Young Allies di Joe Simon e Jack Kirby, con i tradizionali “sidekick” di Capitan America e Torcia Umana a far da baby-sitter a un gruppo di ragazzini di New York. E in All Winner Comics 19, datato autunno 1946, a unire le forze furono Capitan America, La Torcia Umana e Sub Mariner, oltre ai misconosciuti The Whizzer (sic) e Miss America. Poi, una pausa di riflessione dovuta agli alti e bassi del mercato, fino alla metà degli anni 50, e all’arrivo dei nuovi team destinati a ricavarsi un posto d’onore nel cuore dei pochi sopravvissuti al furore iconoclasta di Frederic Wertham. Doom Patrol (1957), Justice League of America (1960), I Fantastici 4 (1961) e I Vendicatori (1963) dimostrarono che il genere aveva ancora molto da dire. E gliX-Men (sempre 1963) innovarono il genere estremizzando il concetto dei “super-eroi con super-problemi” cucito da Stan Lee sui nuovi eroi Marvel fino a trasformare quello della famiglia disfunzionale con super-poteri in un topos sub-letterario lanciato verso vette narrative irraggiungibili. basta pensare a Watchmen di Alan Moore e Dave Gibbons, una miniserie che dalla fine degli Anni 80 a oggi ha contato innumerevoli tentativi di imitazione, non ultimo il cross-over Before Watchmen prossimamente in uscita in tutto il globo.

E sì, duemilacinquecento battute di preambolo non sono poche, per un pezzullo intorno alla cinquemila. Ma se non si parte da qui, dall’importanza dei supergruppi nell’ambito del fumetto a stelle e strisce, è dura gustarsi The Umbrella Academy: Dallas (Magic Press/Dark Horse Comics, 180 pagine, € 16), la divertente saga in sei puntate concepita dallo sceneggiatore nonché frontman dei My Chemical Romance Gerard Way insieme con il disegnatore Gabriel Bá. Perché l’Accademia degli ombrelli aggiorna all’estetica pop-punk e alla filosofia del Net Surfing l’epica consunta della “squadra vincente”. Il tutto, con una ferrea aderenza al canone delle dinamiche intergruppo tipiche delle famiglie del fumetto, luoghi metaforici dell’anima dove ci si ama ci si scazza ci si sfida ci si tormenta ci si deride senza soluzione di continuità. Intendiamoci: in questa rilettura dell’assassinio di John Fitzgerald Kennedy non è tutto oro quello che riluce, soprattutto per i neofiti. Chi non ha mai apprezzato i partouze non ha una chance al mondo di cogliere i rimandi metafumettistici degli autori, e rischia di perdersi metà del divertimento. Che però, indubbiamente, c’è: perché dopo aver presentato al pubblico i personaggi nella miniserie introduttiva La suite dell’apocalisse (Magic Press/Dark Horse Comics, 192 pagine, € 15,50 e una fraccata di premi Eisner, Harvey eccetera), Way e Bá si divertono a lanciarli come biglie nell’immensità dello spazio-tempo. Oltre l’apparente e coloratissima anarchia dell’insieme c’è una logica picaresco-scombiccherata alla The Rocky Horror Picture Show: personaggi estremi che, attraverso traiettorie estreme, trovano un senso diverso a una storia già raccontata.Più che al pop-corn entertainment di The Avengers, questo The Umbrella Academy: Dallas fa pensare a Inglorious Basterds di Tarantino, con tutte le provocazioni, gli sberleffi e le stilizzazioni del caso. Killer di 10 anni con un cervello ben oltre gli “Anta”, scimpanzé travestiti da Marilyn Monroe, sicari in maschere da furry animals, vampiri vietcong, Dio in versione cow-boy, statue assassine, morti sparati che non vogliono saperne di morire e addirittura un pesce con la bombetta a metà fra Megamind e la canzoncina per bambini Negrita Cucurumbé, popolarissima in quell’America Latina che ha dato i natali al disegnatore. E per chi pensa che l’omicidio di Kennedy sia roba pesante, anche la fine del Mondo. Non è quello che si può definire un menù equilibrato, ma una volta lasciato il cervello alla cassa c’è molta ciccia da mordere. In ogni caso, molto di più che leggendo qualsiasi sciatto team-up firmato dalle major. Non poco, in tempi di crisi.
pubblicato il 16 maggio 2012
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A volte, le case degli artisti vengono trasformate in musei dopo la loro morte, santuari per il pellegrinaggio. Ma per Mike Kelley suicidatosi a febbraio scorso, le cose sono andate in modo diverso. Per lui c’è invece una replica minuziosa della sua casa d’infanzia nei suburbi di Detroit, la Mobile Homestead, roulotte pronta ad attraversare il territorio che già nel 2010 venne realizzata in parte e fece il suo primo viaggio, da Detroit all’interland di Westland. Nella Biennale di Whitney (a New York) che inizia domani 16 maggio verrà proposta quelll’iniziativa, corredata da alcuni video. Molti erano i dubbi su questa installazione rimasta in stand by dopo la scomparsa di Mike Kelley, ma adesso il museo di arte contemporanea di Detroit, insieme con Artangel e la Fondazione Luma hanno annunciato che la costruzione della casa inizierà a giugno, su un terreno abbandonato alle spalle del museo, e la dimora verrà aperta all’inizio del 2013. Una parte sarà però una specie di mobile-house e rimarrà staccabile così da concedersi dei tour. Non ci saranno i lavori dell’artista e non sarà un museo, ma un centro di servizi per la comunità, fornendo parrucchieri, magazzini per barbecue, spazi meeting e caselle postali per i senzatetto. Sotto la casa, due piani interrati, accessibili tramite scale che non saranno aperti al pubblico. Kelley aveva immaginato quei piani come un luogo labirintico in cui avrebbe fatto arte o musica, una specie di studio/tana. Ora quei seminterrati potrebbero essere dedicati all’attività di altri creativi. L’artista li aveva programmati per attività segrete, di cui non si è saputo nulla. Prima di morire, però, aveva dettagliatamente spiegato come voleva fosse realizzata la sua casa. Kelley, divenuto celebre col suo peluche messo in copertina dell’album “Dirty” dei Sonic Youth, ha sparso il suo virus horror, che indagava tra le viscere dell’America in tutto il mondo. E’ partito dalla musica – rock, heavy metal, punk – per approdare alla cultura trash e fustigare il sogno a stelle e strisce trasformandolo in un incubo.
pubblicato il 15 maggio 2012
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Rieccolo, direttamente da Puebla, Messico, il Maggiolino della Volkswagen terza generazione, il nome con cui è stato chiamato nella versione originale (e Beetle senza New sarà per gli anglosassoni). Se avete intenzione di comprarlo, non leggete quel che segue. Perché il Maggiolino è un’auto che si desidera con l’anima e con il cuore, per il quale non si dovrebbe pensare a calcoli, spread o al rigore. Sempre, naturalmente, che di questi tempi bui si abbia la possibilità di tirar dritto.
Non sembra cambiato molto nelle strategie di marketing rispetto a come il celebre creativo ingaggiato dalla Volkswagen, Bill Bernbach, lo impose all’America negli anni ’60: design e ancora design. Il Maggiolino di oggi ritenta la stessa strada, strizzando l’occhio ai nostalgici o a chi si vuole distinguere. In effetti quest’auto non ha eguali. Meccanicamente deriva dalla Golf, di cui è meno curato e meno pratico. Stilisticamente, è più lungo di 15 centimetri del New Beetle e si ispira all’originale, con montanti anteriori e parabrezza quasi verticali, tetto piatto per dare più centimetri alla testa dei passeggeri posteriori, citazioni all’interno come il cassetto verticale. Personalmente, lo trovo però meno attraente del New Beetle, tutto archi e qualche insensatezza, come l’enorme quanto inutile spazio sopra la plancia. Sparisce il portafiori, un ingenuo ammiccamento al passato (?), ma anche unico nel suo genere: la plancia è adesso più moderna, funzionale e un po’ fredda. Lo spazio a disposizione è più o meno quello del modello precedente, dunque comodi davanti e scomodi dietro. La vera novità sta tutta nel bagagliaio, diventato capiente (si parte da 310 litri), prima era inesistente. Su strada, ho guidato la versione 1600 TDI 105 cv, cambio manuale 5 marce, sobria, giusta e senza controindicazioni a meno che abbiate molta molta fretta. Per correre davvero, pensate al benzina 2 litri con 200 cavalli. Ma in cambio vi beccate anche uno spoiler posteriore inguardabile. Chissà perché l’hanno messo negli spot.
pubblicato il 15 maggio 2012
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Per il sindaco di Bologna Virginio Merola del Pd a Napoli contro Equitalia è scesa in piazza la camorra, quindi bisogna organizzare una grande manifestazione contro l’evasione fiscale. Ben vengano le campagne per far pagare ai grandi evasori le tasse, ma in tempi di recessione quando aumentano i suicidi di disperati, pensionati, disoccupati, e anche piccoli imprenditori forse sarebbe meglio utilizzare le energie per creare una rete di tutela sociale. Lasciando a Guardia di finanza e ispettori del fisco, che sempre sono pagati con i soldi pubblici il compito di crecare i patrimoni nascosti, il riciclaggio del denaro sporco, e tutti i grandi e piccoli imprenditori o professionisti diosnesti. E’ chiedere troppo?
Le tensioni sociali ci sono è inutile fasciarsi gli occhi per non vederle. Le manifestazioni contro l’agenzia addetta alla riscossione delle tasse si susseguono in tutto il paese. Sarà un caso, ma quando c’è dissenso se non si sa come governarlo si parla di malavita organizzata, camorra. Non è la prima volta che succede e non sarà l’ultima. Così mentre c’è chi tenta di cavalcare l’onda di indignazione come l’avvocato Angelo Pisani che vuol far risparmiare a Diego Armando Maradona i 40 milioni che il pibe de oro deve al fisco, a Napoli c’ è anche chi lavora dal basso, raccogliendo la rabbia di chi invece non riesce ad arrivare a fine mese ed è pronto a suicidarsi perché magari al fisco deve tremila euro, ma gli pignorano la casa. E nel giorno in cui sono stati denunciati in 7, tra rappresentanti dei centri sociali e dei sindacati di base, per gli scontri fuori all’agenzia Equitalia di venerdì scorso gira anche un appello già firmato da diversi esponenti del mondo della cultura napoletano che raccoglie l’invito a prendere parola dei movimenti e chiede di rompere il Tabù nella discussione sul superamento di Equitalia.
Questo il testo:
Chiudere “Equitalia”: andiamo oltre il tabù
Il profondo malessere sociale che emerge dai drammi di queste settimane interroga il sentimento civile di tanti.
La svolta privatistica nella gestione dei crediti pubblici, che in Italia è rappresentata da “Equitalia” (una spa, seppure a capitale pubblico), rientra in quel grave fenomeno internazionale di privatizzazione dell’interesse pubblico che pone nelle mani di pochi i destini di milioni di cittadini e riduce la vita a fenomeno di mercato. Il modello Equitalia non è una “modalità di riscuotere tasse e tributi”, ma troppo spesso la logica estrema di un profitto aziendale che si nutre delle vicissitudini e delle difficoltà delle persone, delle loro biografie e delle loro inadeguatezze in una fase di recessione.
La nascita di questa società infatti ha obiettivamente introdotto comportamenti particolarmente spregiudicati e giuridicamente aggressivi, che in teoria dovrebbero servire a recuperare l’evasione fiscale, ma troppo spesso si traducono in
dinamiche asfissianti proprio per le fasce più deboli della popolazione.
Interessi sul debito che rapidamente decollano verso percentuali impressionanti, pignoramenti e ipoteche anche su beni primari (come la casa di abitazione), cartelle esattoriali spropositate e gestite iniquamente nel solo interesse dei creditori, senza riguardo per i debitori, aggrediti da modalità che cercano di ricavare il massimo guadagno dalle loro difficoltà. Per non parlare dell’ulteriore tasso (“aggio”) del 5% che viene incassato dalla stessa Equitalia…Si tratta spesso di lavoratori dipendenti, pensionati, precari, artigiani…
Mentre i grandi evasori fiscali hanno strumenti legali ed extra-legali molto più efficaci per sottrarre i propri profitti alla leva fiscale. Questo produce una percezione sociale di ingiustizia che non va assolutamente sottovalutata perchè sta paradossalmente affermando il principio per cui ad essere illegale é la povertà!
Non possiamo dimenticare che il contesto in cui viviamo è quello della crisi economica più importante dalla fine della seconda guerra mondiale e che insieme alle cosiddette “politiche di austerity” ha accresciuto pesantemente un disagio sociale già molto diffuso nel Sud.
Perciò proprio Napoli può essere un punto di partenza di una riflessione che riguarda l’Italia intera.
Come in un quadro rovesciato rispetto a qualche decennio fa, infatti, non viviamo più nel paese dei piccoli risparmiatori, ma in una società in cui il debito rischia di diventare una condizione di cittadinanza che assedia a vita tantissime persone. Una vera e propria fabbrica di cittadini indebitati che preoccupa per il futuro e per la
qualità della vita democratica nel paese.
Per affrontare questi nodi non può più essere un tabù prendere in considerazione forme di moratoria del debito per le fasce deboli della popolazione e la fuoriuscita da un sistema privatistico del recupero crediti degli enti pubblici che non va in sintonia con principi di giustizia e di equità sociale.Prime adesioni:
Erri De Luca (scrittore)
Maurizio Braucci (scrittore)
Toni Servillo (attore)
Tiziana Terranova (docente universitaria)
Andrea Renzi (attore)
Giovanna Giuliani (Attrice/autrice)
Cesare Accetta (fotografo di scena)
Laura Angiulli (produttrice teatrale)
Luca Persico (musicista)
Sacha Ricci (musicista)
E Zezi (musicisti)
Gaetano Di Vaio (attore/ produttore)
Giuseppe Di Marco (docente Universitario)
Mario Spada (fotografo)
Giuseppe Aragno (storico)
Giogiò Franchini (autore/montatore/regista)
Ugo Capolupo (autore)
Marcello Sannino (regista)
Daria D’Antonio (regista)
Stefano Vecchio (direttore dipartimento tossicodipendenze Napoli)
Giuseppe Manzo (giornalista scrittore)
Giuseppe Errichiello (giornalista)
Ciro Pellegrino (giornalista autore)
Luca Romano (giornalista, montatore video)
Gaia Bozza, Peppe Pellegrino, Antonio Di Costanzo, Massimo Romano, Peppe Cozzolino (giornalisti)
pubblicato il 15 maggio 2012
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Uno pensa sempre che tocchi agli altri: in questo caso non posso dire “poi capita a te”. Ma di certo può capitare a persone molte vicine. Come in questo caso. Non può capitare direttamente a chi come me è italiano perché stiamo parlando dei Cie, i centri di espulsione. Posti d’”élite”, fatti apposta solo per gli stranieri. Certo, faccio un po’ fatica a pensare a Elvis come a uno straniero: è fratello di un mio amico. Un bravo ragazzo, sempre sorridente. Sta qui con tutta la sua famiglia non so più da quanti anni. Di origine sono peruviani. Ognuno di loro ha la sua storia, gente apposto. Gente normale. Finché ti svegli una mattina e ti dicono che Elvis è stato portato a Ponte Galeria. Ponte Galeria?!? Me ne accorgo in quel preciso istante: dopo anni passati a scrivere di immigrazione, ecco qua. Pensavo che, in fondo in fondo, per finire in un centro di espulsione ci dovesse essere qualche magagna. Magari piccola. O meglio qualche resistenza all’integrazione tout court. Ma questo non è Elvis! Se lo conoscesse, lo vorrebbe per figlio pure Maroni.
Come è possibile? Che cosa è successo? Penso a suo padre. Un signore anziano secco e curvo, che crede ai fantasmi e ha le sue liturgie che io rispetto moltissimo. Spero non gliel’abbiano detto: non so quanto abbia lavorato quell’uomo per i suoi figli. E ha fatto un buon lavoro. Chi sono “questi qui” per rovinargli la vita e mandargli in pappa il cuore, per togliergli un grammo di fiducia nel figlio, per stendergli un’ombra nera davanti agli occhi? Il “questi qui” rischia di essere generico, ma poi neanche tanto: non sono certo i poliziotti che hanno convocato Elvis in questura – dove era andato a rinnovare il suo permesso senza un pensiero, contributi apposto, residenza, casa. Cittadino esemplare. Per loro Elvis è un altro che crea problemi. Anzi, magari si sono pure stupiti: chi ce li ha non va certo in questura a rinnovare il permesso di soggiorno. Chi si trova scoperto di fronte alla “giustizia” come Elvis è chi non ha o non ha avuto la possibilità di difendersi. Chi è rimasto senza strumenti. Gli innocenti. “Questi qui”, invece, sono i colpevoli: quelli che coscientemente hanno costruito meccanismi pedratori della vita altrui. Con il falso obiettivo di “regolare le migrazioni” e con il materialissimo interesse di vincere le elezioni.
Il termine biblico di innocente si attaglia benissimo al nostro, perché Elvis – invece – per la giustizia italiana è colpevole, e del reato più grave tra i gravi secondo il raffinatissimo testo unico sull’immigrazione, che in una delle sue modifiche più dannose ha previsto il ritiro del documento per chi si macchi del reato di resistenza a pubblico ufficiale. Ebbene sì l’arbitrarissimo reato di resistenza a pubblico ufficiale – reato che ovviamente può essere commesso, in modo più che malevolo, ma come tutti sappiamo basta avere a che fare in una situazione non di cortesia con un poliziotto per vedersi appioppare la denuncia – in Italia determina la possibilità per una persona di essere espulsa. E non pensiamo a facinorosi, ma a Elvis. Il quale, quando era arrivato in Italia circa dieci anni fa aveva avuto da ridire, alla stazione Termini, con un rumeno. Non immaginatevi una rissa sanguinolenta. No, un battibecco, qualche spinta. Alla stazione la polizia è ovunque, e dunque due agenti si avvicinarono – ha ricostruiro con una ecrta fatica Elvis dieci anni dopo – e evidentemente scrupolosissimi depositarono denuncia.
Il ragazzo non ha più saputo nulla di quella storia, nel frattempo ha cambiato casa. Ebbene, sorpresa: per quel reato è stato condannato. Ma lui non ne era a conoscenza Il processo si è svolto con Elvis in contumacia, quando lui era qui a Roma e avrebbe potuto difendersi. Anzi, ne avrebbe avuto il diritto. Ma va da sé: un altro grande classico. Sulla denuncia c’è scritto che Elvis è senza fissa dimora. Ma quando mai? Una residenza ce l’ha sempre avuta, e lui ricorda di averla comunicata. Insomma, una denuncia buttata lì da un poliziotto dieci anni fa per far finire il chiasso ha significato l’inizio di un’odissea per Elvis. Chissà come andrà a finire.
pubblicato il 15 maggio 2012
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Abbiamo visto alcuni minuti di Django Unchained il film che Quentin Tarantino sta finendo di girare a New Orleans con Jamie Foxx e Cristoph Waltz. Quest’ultimo (gia’ l’efferato colonello Landa di Bastardi Senza Gloria) interpreta un enigmatico viandante europeo nell’America dopo la guerra civile. Si tratta di un cacciatore di taglie austriaco che libera uno schiavo, Django appunto (Foxx), facendo di lui un utile socio per rintracciare degli sgherri al swrvizio di mercanti di schiavi di cui solo Foxx (Django) conosce l’identita’ e incassare cosi’ il prezzo sulla loro testa. Le scene viste confermano che il regista torna qui a rivangare l’humus del b movie, il terreno impastato di Grindhouse e di rigurgiti di genere (specialemente italiani), in chiave raffinatamente cinefila. “Colto del culto” per eccellenza, appassionato di horror e di poliziotteschi, di erotici serie Z e di terrore seventies, Tarantino mette ora le mani sul western italico, lo spaghetti, e in particolare sulle incarnazioni manieriste gia’ rimosse di uno o due gradi dai capositipiti di Leone. Nella fattispecie Django gia’ omaggiato in Le Iene con un remake della scena del taglio dell’orecchio. Ma di remake stavolta non si tratta anche perche’ il crepuscolre iperviolento di Corbucci era quasi un astrazione, spoglia di trama salvo la vendetta come trazione a senso unico. La versione di Tarantino sembra mantenere l’ossatura “revenge” – come gia’ Bastardi daltronde – per costruirvi un vero film. Django e il Dr. Schultz, cosi’ si chiama il personaggio di Waltz, arrivano nel sud schiavista delle piantagioni dove incappano in un giro clandestino di combattimenti gladiatoriali fra schiavi gestito dai perfidi Don Johnson e Leonardo di Caprio, e qui siamo dunque sul terreno di Mandingo di Richard Fleisher, ma Tarantino promette un film del tutto originale: “Non e’ Mandingo. Non ho niente contro i film di Fleischer, Mandingo mi piace come mi piace Emanuelle Bianca e Nera (un erotico di Mario Pinzauti, anche questo ambientato fra gli schiavi delle piantagioni, ndr.), ma non sto rifacendo quei film. La base sono gli spaghetti western e anche il ciclo dei “revenge movie”, certo, e anche i black western come Boss Nigger (un “blaxpolitation” del ’75, di Jack Arnold, su due pistoleri neri nel West, ndr). Ma non solo questo, io ci vedo anche l’Anello del Nibelungo; il mio Django e’ Sigfrido e cerca la sua Brunilde”. Aspettiamo fiduciosi.
pubblicato il 15 maggio 2012
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Creme solari, stessa spiaggia, stesso mare. E, ovviamente, stesso allarme immigrazione. Ieri le notizie da Tripoli hanno “preoccupato” il ministro degli esteri Giulio Terzi, e addirittura “angosciato” la leghista di Lampedusa Angela Maraventano, che così forse si è ri-sentita a casa dopo la vittoria alle elezioni lampedusane dell’ambientalista Giusi Nicolini.
Questa la cronaca: ieri il ministro italiano ha incontrato il ministro per gli Esteri libico Ashour Bin Khaial, che al termine del colloquio ha detto: “Temiamo un peggioramento sul fronte dell’immigrazione clandestina” e ha aggiunto: “Vogliamo dare un segnale, un avvertimento, all’Italia e all’Ue per affrontare il fenomeno”. “Immigrati africani sono giunti fino al confine tra Egitto e Libia – è stato spiegato – per ora non sono grandi numeri ma potrebbero aumentare”.
Ora, sbaglierò – anzi, vorrei i vostri giudizi su questo punto – ma ormai sembra che certi paesi parlino all’Italia come con la vecchia zia (forse accade lo stesso con gli spagnoli). Sapete quelle zie a cui piace tanto quell’argomento e allora glielo si chiede sempre per farle piacere (com’è che andò quella volta a Venezia?)? Ecco, se un ministro italiano va a Tripoli e non si parla pure di immigrazione sembra che manchi qualcosa, poi se ci si mette vicino la parola “allarme” tutti hanno bello e che servito un titolo, e hanno guadagnato la giornata. Se non che, forse l’esempio della zia è troppo benevolo. Sarebbe meglio dire che certi paesi si rivolgono all’Italia usando la parola immigrazione come un messaggio in codice un po’ stile mafioso. Capisci bene e leggi: sgancia soldi.
Infatti il ministro italiano ha subito messo mano al portafogli, ringraziando pure l’omologo libico per lo scrupolo dimostrato: «Stiamo collaborando con la Libia affinchè le modalità tecniche» dei sistemi di monitoraggio delle frontiere «siano rese efficaci nei tempi e nei programmi» previsti, ha detto Terzi ricordando la collaborazione tra l’Italia e la Libia sull’argomento, anche alla luce della recente visita a Tripoli del ministro degli Interni Anna Maria Cancellieri. Ha poi sottolineato positivamente il fatto che il ministro libico abbia «sollevato questo tema», a dimostrazione dell’azione di partenariato efficace e di cooperazione tra i due paesi su tutta una serie di settori, tra cui appunto la sicurezza e l’immigrazione
Ripeto: sbaglierò. Ma almeno due elementi sono certi. Il primo è che chiunque torni dalla Libia di questi tempi racconta la stessa cosa: dopo l’espulsione in massa operata dai militari di Gheddafi per “spaventare” l’Europa in guerra contro il Rais, in Libia manca la manodopera di basso livello. Si è creato un “buco”, che prima veniva coperto da circa un milione di migranti (le cifre non sono mai state chiare). Era la torma di gente che – do you remember Pisanu (ma anche Amato) ? – si diceva fossde pronta a lanciarsi in acqua per raggiungere l’Europa. Poi, quando alcune di quelle persone sono state costrette a prendere le barche scalcagnate per raggiungere l’Italia (molti altri se ne sono andati dalla Libia in fiamme con i loro piedi) li abbiamo conosciuti e ci abbiamo parlato: l’Europa? Dicono molti di questi. Io in Libia ci lavoravo e non avevo nessuna intenzione di andarmene. E’ stata una suprema lezione, per chi l’ha voluta capire, sul piano, oserei dire, metodologico: considerare gli immigrati in Libia come potenziali migranti in Europa è scorretto – e questo quando la Libia era senza alcun dubbio il trampolino di lancio verso la Fortezza Europa
Il secondo dato, che si lega al primo, è che le cronache raccontano un’altra storia: governi come quello della Tunisia, alle prese con una crisi economica che è stata la miccia principale della rivolta nel paese, hanno aperto un dossier importante proprio sull’emigrazione dei propri concittadini in Libia, che è un paese – per quanto ancora instabile – comunque da ricostruire, e perdipiù ricco. Leggi: lavoro. Che è l’unico vero motore di una immigrazione consistente (aldilà di guerre e carestie, che in genere però spostano di pochi chilometri., almeno nell’immediato).
Che il nuovo governo libico, alle prese con ben altre questioni, non intenda farsi carico di masse di disperati alla ricerca di lavoro, anche a basso prezzo, è sicuro. Che voglia almeno controllare questi flussi, è un altro dato scontato. Che i nuovi reggenti avranno nei confronti degli immigrati la stessa scarsa considerazione del passato regime, che ha spesso e volentieri utilizzato i migranti come arma di ricatto nei confronti dell’Europa, è plausibile. E un indizio a favore di quest’ultima osservazione è proprio l’uscita di ieri di Bin Khaial. Alcuni migranti si affacciano al confine, e lui lancia l’allarme: veramente un segno di amicizia, forse un po’ interessata.
pubblicato il 13 maggio 2012
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Ieri a Hollywood era Obama-day, o “star-mageddon” come e’ stato battezzato il banchetto nella villona di Clooney vicino Laurel Canyon, una familiare apoteosi di glamour, politica e narcisisimo tutto hollywoodiano. Ma fra le molte star radical-chic c’e tuttavia una grand-dame. “Tre anni fa sono venuta a LA per operarmi al ginocchio e nello stesso periodo ho incontrato il mio attuale compagno. Lui e’ stato un grande incentivo alla terapia fisica, perche’come ho gia’ detto all’inizio di ogni relazione e’ importante potersi inginocchiare (ride).” Jane Fonda non ha perso lo spirito di Barbarella ma non rinnega neanche’ “Hanoi Jane”, il titolo dispregiativo che le ha attaccato la destra dopo la militanza contro la guerra in Vietnam. A Beverly Hills prende volentieri in mano il giornale e si mette in posa – la nostra non e’ la prima barricata che ha conosciuto. Su Alias c’e’ la conversazione che abbiamo avuto con lei su vita e politica; qui giusto un anticipo: “Sa cosa dicono, che se non comprendi la storia sei condannato a riviverla, per questo credo sia essenziale esaminare il passato e trarne delle lezioni. Ho 74 anni e posso dirle che non sono mai stata piu’ felice – innanzitutto non ho mai pensato di vivere tanto a lungo e mai avrei creduto di essere felice a questa eta’. Ricordo quando ero giovane, ai tempi in cui sono arrivata in Francia (il ’68 ndr). Mi domandavo che senso avesse tutto questo, perche’ fossimo qui, che differenza farebbe essere morta? Poi gradualmente ho imparato il valore della lotta per un mondo migliore – e’ questo che rende anche te stessa una persona migliore.”
pubblicato il 12 maggio 2012
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In questo periodo di denuncia dei redditi, è possibile aiutare direttamente i centri antiviolenza, come? nel modello di dichiarazione (modello 730, CUD, UNICO persone fisiche) c’è uno spazio dedicato alla scelta del 5 PER MILLE, qui basta mettere la firma nel primo riquadro in cui è scritto: “Sostegno del volontariato, delle organizzazioni non lucrative di utilità sociale, delle associazioni di promozione sociale, delle associazioni e fondazioni”.IN QUESTO MOMENTO DI EMERGENZA NAZIONALE QUESTO BLOG CHE SI CHIAMA “ANTIVIOLENZA”, OSPITA E PUBBLICA APPELLI, LETTERE, PROPOSTE E INZIATIVE DELLE ASSOCIAZIONI E ORGANIZZAZIONI DI DONNE CHE SI MOBILITANO CONTRO LA VIOLENZA DI GENERE E IL FEMMICIDIO.
DESTINA IL 5 PER MILLE DELLE TUE IMPOSTE
ALL’ASSOCIAZIONE LE ONDE – ONLUS
NON TI COSTA NULLA!
Cara amica e caro amico, attraverso la prossima dichiarazione dei redditi, puoi dare un sostegno concreto alle attività a favore delle donne che subiscono violenza. Il nostro Centro antiviolenza segue circa 400 donne l’anno e offre, oltre all’ospitalità, la presa in carico di donne e minori e l’attivazione di tutte le attività utili (consulenze legali, terapie individuali e di gruppo per donne e bambini/e, definizione ed accompagnamento nei progetti di vita individuali, attivazione dei servizi di rete, messa in protezione del nucleo o della donna, ecc.). Non è una tassa, non influisce su quanto versato o da versare, è solo un’opportunità! Le Onde Onlus è regolarmente inserita nell’Albo dell’Agenzia delle Entrate tra i possibili beneficiari del gettito IRPEF per una quota pari al 5 PER MILLE. Destinare la quota del 5 PER MILLE all’Associazione Le Onde Onlus è facile, troverai nel tuo modello di dichiarazione (modello 730, CUD, UNICO persone fisiche) uno spazio dedicato alla scelta del 5 PER MILLE: metti la tua firma nel primo riquadro, “Sostegno del volontariato, delle organizzazioni non lucrative di utilità sociale, delle associazioni di promozione sociale, delle associazioni e fondazioni” indica il codice fiscale dell’Associazione Le Onde ONLUS 97140990827
Ti ricordiamo inoltre che:
se non presenti la dichiarazione puoi comunque destinare il 5 PER MILLE, è sufficiente richiedere al datore di lavoro la scheda integrativa, allegata al CUD, e consegnarla in busta chiusa gratuitamente presso gli uffici postali, sportelli bancari o uffici convenzionati. La scelta di destinazione del 5 PER MILLE dell’IRPEF non è alternativa alla destinazione dell’8 per mille, sono due diverse possibilità per destinare parte delle proprie imposte a fini diversi, puoi decidere di firmare entrambi. Se non firmi, il 5 PER MILLE viene comunque prelevato dallo Stato che lo inserisce nel proprio bilancio. Le donazioni alle Onlus, come la nostra, sono detraibili dalle imposte.
Per qualsiasi informazione sul 5 PER MILLE o sulle nostre attività, scrivi alla mail dell’Associazione Le Onde – Onlus, leonde@tin.it, o visita il nostro sito, www.leonde.org.
pubblicato il 11 maggio 2012
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