In questo periodo di denuncia dei redditi, è possibile aiutare direttamente i centri antiviolenza, come? nel modello di dichiarazione (modello 730, CUD, UNICO persone fisiche) c’è uno spazio dedicato alla scelta del 5 PER MILLE, qui basta mettere la firma nel primo riquadro in cui è scritto: “Sostegno del volontariato, delle organizzazioni non lucrative di utilità sociale, delle associazioni di promozione sociale, delle associazioni e fondazioni”.IN QUESTO MOMENTO DI EMERGENZA NAZIONALE QUESTO BLOG CHE SI CHIAMA “ANTIVIOLENZA”, OSPITA E PUBBLICA APPELLI, LETTERE, PROPOSTE E INZIATIVE DELLE ASSOCIAZIONI E ORGANIZZAZIONI DI DONNE CHE SI MOBILITANO CONTRO LA VIOLENZA DI GENERE E IL FEMMICIDIO.
DESTINA IL 5 PER MILLE DELLE TUE IMPOSTE
ALL’ASSOCIAZIONE LE ONDE – ONLUS
NON TI COSTA NULLA!
Cara amica e caro amico, attraverso la prossima dichiarazione dei redditi, puoi dare un sostegno concreto alle attività a favore delle donne che subiscono violenza. Il nostro Centro antiviolenza segue circa 400 donne l’anno e offre, oltre all’ospitalità, la presa in carico di donne e minori e l’attivazione di tutte le attività utili (consulenze legali, terapie individuali e di gruppo per donne e bambini/e, definizione ed accompagnamento nei progetti di vita individuali, attivazione dei servizi di rete, messa in protezione del nucleo o della donna, ecc.). Non è una tassa, non influisce su quanto versato o da versare, è solo un’opportunità! Le Onde Onlus è regolarmente inserita nell’Albo dell’Agenzia delle Entrate tra i possibili beneficiari del gettito IRPEF per una quota pari al 5 PER MILLE. Destinare la quota del 5 PER MILLE all’Associazione Le Onde Onlus è facile, troverai nel tuo modello di dichiarazione (modello 730, CUD, UNICO persone fisiche) uno spazio dedicato alla scelta del 5 PER MILLE: metti la tua firma nel primo riquadro, “Sostegno del volontariato, delle organizzazioni non lucrative di utilità sociale, delle associazioni di promozione sociale, delle associazioni e fondazioni” indica il codice fiscale dell’Associazione Le Onde ONLUS 97140990827
Ti ricordiamo inoltre che:
se non presenti la dichiarazione puoi comunque destinare il 5 PER MILLE, è sufficiente richiedere al datore di lavoro la scheda integrativa, allegata al CUD, e consegnarla in busta chiusa gratuitamente presso gli uffici postali, sportelli bancari o uffici convenzionati. La scelta di destinazione del 5 PER MILLE dell’IRPEF non è alternativa alla destinazione dell’8 per mille, sono due diverse possibilità per destinare parte delle proprie imposte a fini diversi, puoi decidere di firmare entrambi. Se non firmi, il 5 PER MILLE viene comunque prelevato dallo Stato che lo inserisce nel proprio bilancio. Le donazioni alle Onlus, come la nostra, sono detraibili dalle imposte.
Per qualsiasi informazione sul 5 PER MILLE o sulle nostre attività, scrivi alla mail dell’Associazione Le Onde – Onlus, leonde@tin.it, o visita il nostro sito, www.leonde.org.
pubblicato il 11 maggio 2012
Tag: 5 per mille, centri antiviolenza, le onde onlus
| 1 Commento »
-
Una delle prime violenze sulla donna, è la violenza economica: fatta dall’uomo che ti mantiene a casa affinché tu cresca i suoi figli, fatta dallo Stato che ti discrimina sul lavoro e che non alza un dito per finanziare i centri antiviolenza che sono lo strumento principale per fermare la violenza. Fermare il femmicidio quindi si può, basta investire su questo i fondi adatti a sostenere un lavoro che già si fa in tutta Italia.
IN QUESTO MOMENTO DI EMERGENZA NAZIONALE QUESTO BLOG CHE SI CHIAMA “ANTIVIOLENZA”, OSPITA E PUBBLICA APPELLI, LETTERE, PROPOSTE E INZIATIVE DELLE ASSOCIAZIONI E ORGANIZZAZIONI DI DONNE CHE SI MOBILITANO CONTRO LA VIOLENZA DI GENERE E IL FEMMICIDIO.
Appello di Pineda Bruna Giovanna, PRC-FDS, fondatrice del centro anti-violenza della città di Rovigo
Femminicidio: bene gli appelli, ma andiamo oltre per favore!
In questi giorni sta finalmente crescendo la protesta nazionale e trasversale che denuncia la situazione drammatica del femminicidio, cioè della violenza che le donne nel nostro paese subiscono da parte dell’uomo, spesso conosciuto, troppo spesso addirittura il proprio compagno o ex. Per tanto tempo molti partiti politici hanno enfatizzato sul problema sicurezza denunciando il fenomeno come se si trattasse di una questione meramente legata al problema immigrazione, ma i dati, o meglio le cronache parlano chiaro… il nostro violentatore o assassino non è lo straniero, lo sconosciuto, anzi di solito ha le chiavi di casa. Eppure quante campagne xenofobe e razziste abbiamo dovuto subire su questi temi: lega nord, forza nuova e altri movimenti di estrema destra, ma non solo, hanno sempre cavalcato questa idea populista del pericolo legato al fenomeno dell’immigrazione, in modo come un altro per incolpare a qualcun altro, senza mai guardare in casa nostra… meglio nascondere, meglio tacere questa vergogna tutta italiana. Ormai è impossibile tacere, troppe donne uccise ammazzate quasi ogni giorno e dopo le denunce delle associazioni nazionali e internazionali come l’ONU, l’Italia non può nascondere che il femminicidio è nel nostro paese un’emergenza. Ed ecco l’ennesimo appello con tanto di grandi firme, che va benissimo, ma non basta. Noi donne siamo stanche delle tantissime parole che ogni volta si spendono ogni qualvolta vi sia un’emergenza che ci riguarda e spesso firmare questi appelli serve a molti e molte responsabili solo a lavarsi la coscienza, come la presidente della Regione Lazio, che ha appena tagliato i fondi per i centri antiviolenza e sta eliminando i consultori, ma ha firmato subito l’appello. Come lei quanti ce ne sono in tutta Italia? Una vera infinità! Firmare un appello, per quanto giusto e condivisibile, per molti amministratori e amministratrici è il modo più semplice per lavarsi la coscienza. Ecco perché oltre all’appello vogliamo azioni concrete che vadano a contrastare questa disparità di genere che da troppo tempo subiamo in Italia. La violenza e il femmicidio sono solo gli effetti più dolorosi e pesanti di una cultura e di un sistema che ci ha sempre voluto troppo deboli e succubi. Se andiamo vedere i diversi ruoli e il livello occupazionale delle donne, la disparità salariale, le dimissioni in bianco, i servizi sempre più scarsi, la pochissima rappresentatività politica, sembra il nostro un paese proprio pensato perché la nostra situazione di cittadine deboli e sottomesse non cambi affatto. Non dimentichiamo che il primo ostacolo che trova una donna nell’abbandonare il proprio compagno, anche se violento, è proprio la mancanza di servizi di supporto e l’insufficiente autonomia economica. Questi drammi sono arcinoti ai servizi antiviolenza territoriali, che ad oggi sono le uniche strutture che cercano di dare un aiuto e un appoggio alle donne vittime di violenza. Ma cosa sta succedendo oggi, mentre in Italia finalmente cresce lo sdegno e la voglia di denunciare questa ingiustizia che si perpetra tra le mura domestiche? Molti centri antiviolenza e case-rifugio per mamme e bambino stanno chiudendo i battenti per mancanza di fondi. Non esistendo un efficace Piano Nazionale contro la violenza di genere che vincoli le amministrazioni locali a istituire e a sostenere tali strutture, questi servizi salva vita di molte donne sono ormai in balia degli umori e della sensibilità dei loro amministratori locali e dei loro tagli. Ad esempio non in tutte le regioni esiste una legge contro la violenza di genere, ad esempio in Veneto, come sono diversi i contributi e i finanziamenti che queste danno alle strutture o associazioni che se ne occupano. Potenziando e regolando i centri antiviolenza in tutta Italia, magari dando delle direttive ai comuni e alle regioni nazionali che siano uguali per tutti, si garantirebbe un servizio continuo e omogeneo sul territorio. Sarebbe inoltre utile definire, una volte per tutte, cosa è un centro antiviolenza, cosa fa e come si organizza: vi sono regioni, infatti, che finanziano, e non poco, qualsiasi struttura faccia attività di accoglienza e aggregazione femminile (che potrebbe essere anche tipo l’uncinetto) giustificando tale finanziamento per il contrasto alla violenza di genere, e quindi fioccano i milioni di euro per strutture fantasma di accoglienza per donne che in realtà hanno tutt’altre finalità. Gravissimo è che siano usati soldi destinati a contrastare la violenza per attività di tutt’altro genere e speculino con i finanziamenti nati per proteggerci. Iniziamo quindi ad andare oltre agli appelli, ma facciamo proposte concrete ed efficaci controllando, potenziando e regolando l’attività dei centri antiviolenza e i servizi per le donne nel nostro paese, perché l’essere donna, libera cittadina non sia più un privilegio di poche fortunate ma un sacrosanto diritto di tutte noi: lasciateci vivere!
pubblicato il 9 maggio 2012
Tag: centri antiviolenza, femmicidio, femminicidio, Rovigo
| 1 Commento »
-
- Domani mercoledì 9 maggio alle ore 11 a Roma, presso La Casa internazionale delle donne – via della Lungara 19 – l’Udi (Unione donne in Italia) promuove un incontro con tutte le organizzazioni che in Italia lavorano sulla violenza di genere e sulla discriminazione delle donne, per la costituzione di una CONVENZIONE “che contrasti la violenza la violenza maschile in ogni sua forma e declinazione”. Hanno già dato disponibilità a partecipare all’incontro: Casa Internazionale delle donne, SNOQ, D.i.Re (Donne in rete contro la violenza), Pangea Cedaw, Zeroviolenza donne, Donne Da Sud, Telefono Rosa, Solidea.
IN QUESTO MOMENTO DI EMERGENZA NAZIONALE QUESTO BLOG CHE SI CHIAMA “ANTIVIOLENZA”, OSPITA E PUBBLICA APPELLI, LETTERE, PROPOSTE E INZIATIVE DELLE ASSOCIAZIONI E ORGANIZZAZIONI DI DONNE CHE SI MOBILITANO CONTRO LA VIOLENZA DI GENERE E IL FEMMICIDIO.
UDI: STOP FEMMINICIDIO
Una Convenzione che contrasti la violenza maschile
Nessuna sottomissione politica, nessun ruolo marginale
Un patto per azioni comuni, reciproca consultazione, scambio
Siamo stanche, in tante, di accompagnare il tragico elenco delle donne ammazzate con l’elenco delle firme sotto appelli accorati. Abbiamo bisogno di una azione politica comune più incisiva, non basta denunciare la profondità dell’offesa alla dignità e al diritto alla vita del nostro genere, non basta individuare le sedimentazioni patriarcali del mondo maschile e le ambivalenze persino delle donne. Non c’è alibi alla sottomissione culturale, allo stato di immobilità, non c’è alibi per le affermazioni minimizzanti, perché il femminicidio assume le dimensioni e l’orrore di cancro della nostra società e dei nostri tempi. Vogliamo capire se e fino a che punto certe timide proteste maschili, siano solo propaganda rivendicativa non rilevante, appena sovrapposta a una sedimentazione culturale che ha costruito tolleranza alla violenza maschile, allo stupro, al femminicidio oppure la nascita di una nuova coscienza di molti. Allora bisogna non venir meno alla responsabilità politica e ribadire la PRIORITA’ del contrasto al femminicidio, con azioni che prendano in considerazione tutti gli effetti del dominio maschile attuato attraverso le vie simboliche della comunicazione e della conoscenza, azioni che possano contrastare progressivamente le forme di violenza che attanagliano la vita, la libertà, la dignità del nostro genere. L’UDI propone alle associazioni, ai collettivi e alle singole, di avviare un processo comune per dare vita a un patto di reciproco confronto, scambio e azione comune a contrasto della violenza maschile, in ogni sua forma e declinazione. Nessuna sottomissione politica, nessun ruolo marginale. In nome di ogni femminicidio avvenuto proponiamo la costituzione di una Convenzione che contrasti la violenza maschile. Questo è il passaggio politico che oggi vogliamo promuovere nella convinzione che non si possa più rimandare un’azione comune, concordata e diffusa. Se davvero condividiamo il dolore, l’indignazione, la protesta, possiamo condividere azioni concrete, misurando la nostra forza con la realtà, che oggi riguarda le necessità espresse dalle donne che subiscono violenza e insieme il riconoscimento del diritto di tutte all’integrità fisica. Noi donne dell’UDI, consapevoli che il femminicidio è solo uno degli aspetti, anche se certo il più grave, di una società che infierisce quotidianamente in mille forme sull’esistenza delle donne, consideriamo impellente una profonda riforma della politica. Non ci basta firmare l’ennesimo appello, di cui pure riconosciamo il valore di urgenza emotiva e politica, se non riusciamo, insieme, a sfondare il muro di omertà dell’informazione pubblica, che tace la lunga storia politica delle donne italiane riservando magari attenzione, comunque sempre scarsa, all’ultima parola d’ordine con cui siamo andate in piazza, solo per ignorarla appena la piazza non fa più notizia. La nostra esperienza è ricca delle tante stagioni di lotta che hanno legato, negli anni, nuove e diverse generazioni di donne, da quella della Resistenza al nazifascismo a quella del neofemminismo, dalle campagne per la piena cittadinanza e il valore sociale della maternità, fino alle ultime per la proposta di legge di iniziativa popolare del 50E50, quella di Stop femminicidio e della Staffetta contro la violenza sulle donne. Dalla nostra esperienza sappiamo che non bastano una sola sigla e una sola storia, ci sono momenti nei quali solo la visibilità di tante associazioni, gruppi, singole donne, può costruire un patto che sfondi davvero il muro di gomma con cui la politica ci soffoca e con noi l’intero Paese. E’ nostro desiderio, come da sempre espresso dal nostro statuto, che il riconoscimento tra donne diventi la forma del nostro agire politico, il modo di assumere il protagonismo delle nostre azioni, potenziato dalla lunga storia femminile che l’ha reso possibile. Misuriamo su questo l’autenticità di ogni proposta. Noi abbiamo risposto alla sfida della complessità assumendo come forma del nostro agire politico la scelta di praticare la “gestione politica delle differenze, anche quelle teoricamente non componibili”. Non lo ricordiamo per avanzare un primato, ma perché riconoscendo il valore del nostro agire politico siamo in grado di riconoscere quello di altre. Questo pare a noi ancora oggi un punto importante della riflessione femminista pienamente politica: infatti gestire politicamente le differenze è il metodo/contenuto che consente di affrontare la complessità tra noi donne, le differenze che non vogliamo certo “omogeneizzare”, né governare unitariamente, alla maniera della vecchia politica delle coalizioni o delle egemonie. Questa pratica inoltre si rivela utile a tutte le forme politiche, se non si vuole invece imboccare la strada pericolosissima della “riduzione della complessità” che porta sempre alla riduzione della libertà e della democrazia. Nonostante i tempi difficili persiste un impegno politico diffuso delle donne, che operano in gruppi, associazioni, riviste, reti, locali e nazionali, materiali e virtuali, sulle tante questioni di cui una continua emergenza economica, democratica, culturale investe le nostre vite. Il contrasto al femminicidio rappresenta una urgenza sulla quale possiamo tutte convenire. Possiamo far tesoro della parte migliore della storia del femminismo italiano, che sulle lotte per i diritti seppe costruire convergenze vincenti. Per questo proponiamo una Convenzione, che ci consenta di esprimere la piena autonomia di una multiforme soggettività politica senza assoggettarla a deleghe o cooptazioni che vanifichino il comune impegno. La parola Convenzione indica un movimento (con-venire) verso un luogo comune in cui si esprime la parità dei soggetti, che non rinunciano alla propria storia e casa, ma ne rendono visibili le specificità e risorse impegnandosi nella costruzione di un patto che esprime un’utilità condivisa, un progetto comune dentro il quale definire azioni e verifiche, tempi, modi, funzioni e soprattutto responsabilità. Il 13 febbraio dell’anno scorso siamo scese in piazza, rispondendo all’appello di alcune donne che avevano in quel momento colto il bisogno profondo di tutte portando in quelle piazze la concezione della politica e le richieste di una lunga storia che si era tentato di cancellare. Ci siamo sentite uguali, nonostante le differenze e ora è tempo che ognuna assuma la responsabilità del posto che occupa nel mondo e ne utilizzi la forza a favore di tutte, dichiarando il proprio impegno. Sappiamo che esistono, accanto alle azioni scellerate, molti silenzi, diffuse omertà e profonde complicità, di uomini, ma anche di donne. Sappiamo che ognuna di noi può essere colpita, ma di fronte alle aggressioni di ogni tipo, abbiamo risorse differenti, appartenenze familiari, sociali, politiche che ci collocano in diverse posizioni di potere. Ognuna di noi è continuamente collocata all’incrocio tra i dati materiali della sua storia e la capacità di scegliere. Gli anni del femminismo, tornato a più riprese nella storia con diversi nomi e medesime istanze, non possono essere passati invano, deve esistere tra noi una coscienza diffusa dei diritti di cui siamo titolari e delle possibilità che vogliamo agire. Gli anni che abbiamo alle spalle hanno mortificato la capacità politica delle donne proprio privandole della storia, assente a scuola e nella politica e deformata dai media. La cancellazione della memoria lontana e recente rende inefficace qualsiasi azione volta a debellare la violenza stessa, questa sì sedimentata nella storia con radici ben salde e ramificazioni presenti in tutte le istanze sociali: il femminicidio è fatto politico troppo grave perché se ne possa fare oggetto di rappresentazione a scopo privato e individuale. Proprio per questo la Convenzione si fonda su una parità dei soggetti che dichiarano i propri intenti, la propria visione di un mondo nel quale si agisce quotidianamente. Donne e uomini che hanno responsabilità politiche nelle istituzioni, che occupano posti socialmente prestigiosi nelle università, nell’informazione, nelle imprese, che rivestono ruoli dirigenti nel pubblico e nel privato, devono confrontarsi con noi, accogliere le nostre richieste, tradurle in fatti. Non ha senso che sottoscrivano appelli a se stesse o a se stessi. Possiamo essere unite negli intenti, dove ognuna deve fare la sua parte, altrimenti la parola donna, che abbiamo tenacemente declinato al plurale per segnalare la feconda molteplicità delle nostre esistenze, ridiventa il marchio di una mistificazione che ci riduce al silenzio. Proponiamo una Convenzione che abbia chiarezza d’intenti e forza contrattuale con le Istituzioni e ci auguriamo di trovare un’alleanza limpida con le donne e gli uomini che ne fanno parte. Dentro un presente immeschinito dalla volgarità delle semplificazioni vogliamo tornare a parlare la lingua della politica come dimensione della convivenza civile. È un esperimento nuovo nella politica delle donne, ma non siamo all’anno zero della nostra storia e riconoscendo noi stesse e quelle che ci hanno precedute possiamo camminare con più fiducia verso il futuro.
Proponiamo a tutte le associazioni, i collettivi, le donne singole interessate a questo progetto politico di incontrarci il giorno mercoledì 9 maggio alle ore 11 alla Casa Internazionale delle donne.
UDI – Unione Donne in Italia
pubblicato il 8 maggio 2012
Tag: Casa Internazionale delle donne, Convenzione contro la violenza sulle donne, D.i.Re (Donne in rete contro la violenza), Donne Da Sud, femmicidio, femminicidio, Pangea Cedaw, Snoq, Solidea, Telefono Rosa, Udi, Unione donne in Italia, Zeroviolenza donne
| 5 Commenti »
-
Il movimento delle “Slutwalk” (donne da marciapiede) è nato un anno fa in Canada quando l’agente Michael Sanguinetti, un ufficiale della polizia di Toronto, durante un incontro sulla sicurezza nell’Università di York, aveva suggerito che le donne, per essere al sicuro contro la violenza, “dovrebbero evitare di vestirsi come troie”, quindi come “slut”. Le professoresse Gail Dines e Melinda Tankard Reist, suggerendo che la parola “troia” è intrinsecamente indivisibile dall’opposizione ”madonna/puttana”, e quindi “senza possibilità di redenzione”, avevano dato il “la” alle manifestazioni delle “SlutWalk” iniziate il 13 aprile 2011 a Toronto. Un passaparola che ha dato vita a un movimento di protesta che si è esteso in tutto il mondo fino ad arrivare a Gerusalemme lo scorso venerdì, dove le ragazze a petto semi-nudo hanno sfilato gridando lo slogan: “No significa no. Quale parte della parola non hai capito?”. Una vera e propria provocazione per il gruppo conservatore degli ultra-ortodossi, gli haredim, che vogliono le donne “ben vestite”, e nelle cui scuole la parola d’ordine è: “No inglese, niente matematica, e soprattutto nessuna discussione sui diritti delle donne”. Levy, 22 anni, organizzatrice della marcia a Gerusalemme, ha raccontato di un incidente avvenuto tre mesi fa quando nella città santa, camminando in abiti forse troppo “succinti” per gli abitanto del posto, si è trovata di fronte a una donna ultra-ortodossa, che si è rivolta a Levy con parole “fortemente offensive”. Levi ha spiegato al giornale “Haaretz”: “Questo fatto mi ha fatto capire che dobbiamo fare qualcosa su questo problema. Io vivo a Gerusalemme e vengo molestata su base giornaliera, e alcuni direbbero che la ragione sta nel fatto che mi vesto in maniera provocante, mentre io credo che non possa essere una ragione sufficiente per essere molestata e offesa anche per strada mentre cammmino”. Levy ha anche detto che, “nonostante le marce che si sono già svolte in diverse città in Israele (la manifestazione si è già svolta anche a Tel Aviv due mesi fa, ndr), Gerusalemme è un luogo speciale in cui a tenere una marcia di questo tipo”.
pubblicato il 7 maggio 2012
Tag: ebrei ultra-ortodossi, Gerusalemme, Haaretz, Levi, SlutWalk
| 1 Commento »
Le donne che hanno sfilato giorni fa alla Fashion Week Australia, per la stagione primavera/estate 2013, vestite dallo stilista malese Winson Tan sulla passerella di Sydney, avevano vestiti che comprendevano una mascherina che faceva tenere loro la bocca chiusa. Una “collezione” che avrebbe dovuto ricordare al pubblico le donne che combattono per i diritti e per la libertà e che in realtà la società e la cultura tende a imbavagliare. Le donne con la bocca tappata da Tan hanno però creato una certa perplessità e lo stilista si è giustificato dicendo che la collezione era ispirata ai Dicotelidoni (classe di piante).
pubblicato il 6 maggio 2012
Tag: Fashion Week Australia, Sydney, Winson Tan
| Nessun commento »
-
Oggi a Enna si svolgerà la fiaccolata contro il femmicidio in Italia organizzata dalle associazioni di donne per ricordare Vanessa Scialfa, la ragazza siciliana di vent’anni uccisa dal fidanzato che dopo averla strangolata ha gettato il corpo da un cavalcavia. La fiaccolata si muoverà alle 18.30 da Piazza Europa per giungere a Piazza Vittorio Emanuele dove è installata la mostra delle 360 scarpe che rappresenta il numero delle donne uccise dal 2008 al 2011. La mostra è allestita dallo sportello antiviolenza DonneInsieme Sandra Crescimanno di Piazza Armerina.
IN QUESTO MOMENTO DI EMERGENZA NAZIONALE QUESTO BLOG CHE SI CHIAMA “ANTIVIOLENZA”, OSPITA E PUBBLICA APPELLI, LETTERE, PROPOSTE E INZIATIVE DELLE ASSOCIAZIONI E ORGANIZZAZIONI DI DONNE CHE SI MOBILITANO CONTRO LA VIOLENZA DI GENERE E IL FEMMICIDIO.
Appello dell’Associazione Nazionale D.i.Re – Donne in Rete contro la violenza – a cui aderiscono 60 Centri Antiviolenza e Case delle Donne sul territorio italiano
La violenza dei numeri, la responsabilità di tutti
Dall’inizio dell’anno sono 54 (oggi sono già aumentati a 57 ndr) le donne uccise solo perché donne. Non si tratta di omicidi passionali o di raptus. L’uccisione della donna non è che l’ultimo atto di una serie di episodi di violenza fisica, psicologica, sessuale, economica. Noi li chiamiamo “femminicidi”. L’Associazione Nazionale D.i.Re – Donne in Rete contro la violenza, a cui aderiscono 60 Centri Antiviolenza e Case delle Donne su tutto il territorio italiano, richiama le istituzioni ad un atto di responsabilità politica nei confronti del fenomeno della violenza maschile sulle donne nel nostro Paese e chiede ancora una volta che la lotta alla violenza sulle donne sia una priorità strategica nell’agenda politica italiana. Il tema della violenza maschile sulle donne va affrontato secondo l’ottica della differenza di genere per superare la storica ma sempre attuale disparità di potere tra uomini e donne negli ambiti, politici, sociali, economici e culturali. Si continua oggi ad assistere alla mercificazione del corpo della donna considerato oggetto di scambio, privo di libertà e di diritti. Comportamenti e linguaggio sessista minano la posizione sociale della donna e peggiorano la sua immagine, rendendola ancora più vulnerabile. Anche le Nazioni Unite, attraverso il Comitato Cedaw, nel rapporto finale al Governo hanno evidenziato la propria preoccupazione per il fatto che in Italia persistono “attitudini socio- culturali che condonano la violenza domestica” e hanno chiesto al governo italiano di “assicurare che le donne vittime di violenza abbiano immediata protezione e la garanzia che possano stare in rifugi sicuri e ben finanziati su tutto il territorio nazionale” infine, hanno espresso preoccupazione per l’immagine della donna in Italia quale oggetto sessuale. E’ proprio negli stereotipi che trova terreno e spazio la violenza contro le donne. A fine aprile del 2007 erano ventinove le donne uccise, oggi sono cinquantaquattro. Una cifra ancor più grave perché lascia fuori il dato del sommerso: donne che per mancanza di reti e progetti non riescono a ricevere alcun aiuto. Sono quasi 14.000 le donne che ogni anno si rivolgono ai Centri Antiviolenza e alle Case aderenti a D.i.Re. Il 78% sono stati “nuovi casi”, il 71% di nazionalità italiana. Gli autori di questi reati sono stati per il 64 % partner il 20% ex, l’8% familiare, 6% conoscente, e solo il 2% estraneo. Questo mentre secondo i dati Istat, quasi sette milioni di donne tra i 16 e i 70 anni (31,9%) ha subito nella vita almeno un tipo di violenza e tra queste quasi 700 mila avevano figli al momento del fatto. Questo particolare momento di crisi economica, sociale, politica e culturale coinvolge direttamente anche i centri che svolgono un ruolo fondamentale nella prevenzione e nella lotta alla violenza contro le donne. Non possiamo, però, accettare che ciò si traduca in un indebolimento dei diritti delle donne vittime di violenza. D.i.Re, i Centri Antiviolenza e le Case delle Donne, che in oltre vent’anni di attività hanno supportato migliaia di donne, aiutandole ad uscire dalla violenza e a conquistare la libertà, chiedono perciò con forza alle istituzioni nazionali e a quelle locali di rafforzare e sostenere con ogni mezzo le politiche necessarie alla prevenzione e alla lotta della violenza contro le donne. Rafforzare si traduce nel non tagliare i fondi, non chiudere i Centri antiviolenza o cosa ancora peggiore lasciare che queste realtà – in molte città unici luoghi di rifugio e aiuto per le donne - vengano meno nel silenzio e nel disinteresse delle istituzioni. E firmare la Convenzione Europea per la prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne passaggio nodale del percorso di armonizzazione delle leggi, delle politiche e delle strategie di intervento, sottoscritta da numerosi paesi europei con l’impegno di combattere la violenza di genere. Solo così sarà possibile dare una risposta concreta all’orrore dei numeri, che ci raccontano una realtà dove la soppressione anche fisica della donna diventa mezzo abituale per chi non è in grado di affrontare la complessità della realtà.
D.i.Re è associata alla Rete Europea Wave (Women against Violence Europe) e alla Rete Mondiale GNWS (Global Network of Women’s Shelters).
pubblicato il 5 maggio 2012
Tag: centri antiviolenza, Enna, femmicidio, fiaccolata Vanessa Scialfa
| 3 Commenti »
-
IN QUESTO MOMENTO DI EMERGENZA NAZIONALE QUESTO BLOG CHE SI CHIAMA “ANTIVIOLENZA”, OSPITA E PUBBLICA APPELLI, LETTERE, PROPOSTE E INZIATIVE DELLE ASSOCIAZIONI E ORGANIZZAZIONI DI DONNE CHE SI MOBILITANO CONTRO LA VIOLENZA DI GENERE E IL FEMMICIDIO.
Mentre sui giornali si disquisisce se è meglio femmicidio o donnicidio, le donne continuano a morire: grandi, piccole, giovani, anziane, chiunque di noi può essere la prossima. Come Pierina Baudino, 83 anni, originaria di Chiusa Pesio, che è stata strangolata a Cuneo l’altra sera dal convivente Vittorio Ninotto, 76 anni. L’anziana sapeva che lui, dopo 27 anni di convivenza, la tradiva con un’altra donna. Tanti litigi, finché lui era stato messo fuori casa, ma poi era tornato a vivere da lei. L’altra sera, l’ennesima lite. Ninotto l’ha aggredita e strangolata a mani nude. Dall’autopsia oggi risulta che la povera donna sia morta per infarto mentre l’uomo cercava di ucciderla, in questo modo l’accusa, da omicidio volontario, potrebbe essere derubricatra in omicidio preterintenzionale: ovvero oltre le intenzioni del Ninotto.
Lettera aperta di Vittoria Tola, responsabile nazionale dell’Udi (Unione donne in Italia) - Femmicidio in Italia: 57 donne assassinate da uomini e zero risposte politiche
Cinquantasette donne uccise da uomini violenti dall’inizio dell’anno: 57 che forse domani saranno 58, e non succede niente. Il governo e le istituzioni tacciono, tace il parlamento, tacciono i partiti e tace l’antipolitica. I giornali e i mass media, sempre tra cronaca e scandalismo, almeno da alcuni giorni non imperversano con la favoletta del delitto passionale e della gelosia. Tesi sempre molto cara non sappiamo se in nome di un depistaggio puro o di una mentalità degna di mezzo secolo fa. Di giornali di tutte le tendenze. Raramente nel quadro delineato ci sono i responsabili di complicità e omissioni che portano alla tragedia. Forse perché il fenomeno non è politicamente elegante a cominciare dal nome stesso. Femminicidio. Immaginiamo per un attimo se la ‘ndrangheta o la mafia avessero seminato 57 morti in giro per l’Italia. Immaginiamo se 57 militari italiani fossero stati uccisi dai talebani in Afghanistan. Immaginate cosa sarebbe successo sui mass media, in parlamento e tra le forze politiche. Come minimo, oltre il rafforzamento di polizia, carabinieri e magistratura contro la criminalità organizzata si sarebbero invocate misure speciali e l’intervento dell’esercito chiedendo a regioni ed enti locali di essere in prima fila. Chiedendo allo Stato di esserci e assumersi le sue responsabilità. Per reprimere e prevenire affrontando le cause di tanta violenza. Nell’ipotesi afghana lo stato italiano avrebbe sfiorato l’incidente diplomatico internazionale. Non succede niente per le donne ammazzate da uomini. Qualcuno ha imparato a chiamarlo femminicidio, è un passo avanti, noi lo facciamo da anni. Ma quel tipo di assassinio non è “un fatto politico grave”, visto che da anni li contiamo a centinaia e centinaia. Non è paragonabile a niente, neanche all’enorme tragedia dei morti sul lavoro, giustamente considerato problema sociale gravissimo. I femminicidi sono solo drammi della gelosia, cronaca nera un po’ troppo reiterata. Le donne, le associazioni i collettivi che da oltre 35 anni, sulle loro forze, hanno denunciato la pericolosità sociale, culturale ed economica e la radice politica della violenza non ottengono ascolto. Le emergenze sono sempre ben altre. Se agli assassini di donne aggiungiamo lo stillicidio degli stupri più efferati da parte di gruppi e di singoli, la violenza sessuale, fisica, psicologica e ed economica nei rapporti di coppia, lo stalking e le molestie anche nei posti di lavoro, si definisce un quadro di centinaia di migliaia di casi, milioni dice l’Istat, che sono evidenti ma rimangono invisibili ai più. Eventualmente, sull’onda dell’emozione, si invoca l’aggravio delle pene fino al prossimo caso, purché sia eclatante, molti giocano a fare gli indignati: fino alla prossima volta che è subito dietro l’angolo. Siamo in realtà di fronte a un quadro di guerra che lascia le donne, tante, uccise, e insieme danni umani, familiari, personali, medici e sociali infiniti. E’ il risultato “dell’amore criminale”, come non intenerirsi davanti all’amore anche se criminale? Oppure è colpa delle donne, che stanno con balordi e che non se ne vanno davanti alla violenza dell’uomo. Vanessa se ne stava andando, finalmente consapevole di quella carica distruttiva nel suo rapporto. Prima di lei, Stefania Noce e tante altre che avevano detto: No. Lui l’ha uccisa per questo. Non è il primo e non sarà l’ultimo perché anche altre donne che erano riuscite ad andarsene e avevano chiesto aiuto, non lo hanno trovato. Perché quelle strutture specializzate che le donne hanno inventato e organizzato e che si chiamano centri antiviolenza sono pochi su tutto il territorio nazionale e collocati in modo spesso irraggiungibile per troppe donne. Servizi sistematicamente in affanno perché i finanziamenti non arrivano. Gli enti locali che sono stati i principali finanziatori non hanno risorse economiche. Quella è “roba per tempi migliori”. Molte regioni hanno de-finanziato le leggi ad hoc e spesso non per mancanza di soldi. Magari è più facile, per qualche presidente di regione, aderire ad appelli contro il femminicidio e dire tutta la sua indignazione per i nostri diritti, perché le “stiamo a cuore”. Per questo sottrae alle donne diritti e fondi a loro destinati. A cominciare dalle decurtazioni alla legge regionale sui centri antiviolenza e finire ai consultori. Inoltre per chi chiede aiuto non ci sono abbastanza agenti di polizia o carabinieri formati nel modo giusto che spesso consigliano alla donna di tornarsene a casa, di riconciliarsi con il partner violento, soprattutto se è il marito. Questione culturale o il dovere degli agenti di tentare la conciliazione per piccole controversia come dice il T.U del 1931 ancora in vigore? Cosi spesso un uomo molesto o violento non è considerato niente di più di una persona nervosa con cui devi fare la pace. Le donne di Napoli hanno da settimane lanciato per questo un appello alla ministra Cancellieri e alla ministra Severino sottoscritto da donne e uomini anche nel resto d’Italia. Poi c’è la sottovalutazione degli operatori di pronto soccorso che non chiedono e non refertano nel modo adeguato le vittime di violenza. Gli sportelli antiviolenza, come quello del San Camillo a Roma, vengono chiusi perché non ci sono soldi. Lo stesso problema investe gli operatori di tanti altri servizi sociosanitari sempre più in difficoltà. Un femminicidio non è mai il raptus di un momento e ci sono prima molti episodi e tanti testimoni che potrebbero fermare quell’uomo e non lo fanno o sono indotti a non farlo. Per questo, le donne sperimentano quasi subito che se anche parlano, come sempre più spesso succede, anche se denunciano, non trovano sostegno adeguato e se arrivano in tribunale i tempi sono biblici e i risarcimenti, non solo economici, rari, rarissimi. Abbiamo visto che la prima udienza comincia dopo anni, che i costi sono proibitivi e che la percezione soggettiva di molti giudici è assurda. Di che meravigliarsi se non c’è un vero impegno formativo del Ministero della giustizia e dell’ANM, e se manca una legislazione chiara su questi temi? Sarebbero necessari la sensibilizzazione e la prevenzione. Ma servono risorse e cultura adeguata anche per la sensibilizzazione e la prevenzione. La campagne che abbiamo visto contro la violenza maschile sono piene di stereotipi sulle vittime e per la prevenzione la scuola non ha, a sua volta, né risorse né formazione degli educatori. La differenza sessuale e la cultura di genere sono poco presenti più come atti di buona volontà di singole docenti e di singoli istituti che come dimensione organica di rilettura delle varie discipline ed educazione a un mondo fatto di uomini e di donne consapevoli di sé e dell’altro. In altre parole tutto converge a dirci che non solo mancano politiche capaci di capire la gravità del femminicidio e della violenza maschile, ma che la situazione italiana, a troppi livelli, dimostra acquiescenza e complicità con i violenti ed è questo che impedisce di affrontare la tragedia che si comsuma in tempo reale sotto i nostri occhi. Ma ora la situazione, complice la crisi economica, sta peggiorando. Si punta anche a smantellare quanto in questi anni era stato fatto. D’altra parte quando, nel 1975, l’Onu dichiarò la violenza contro le donne il reato più diffuso al mondo in Italia, pochi se ne accorsero e solo dopo la tragedia della strage del Circeo e la massiccia mobilitazione del movimento delle donne, che propose una legge di iniziativa popolare, si aprì la discussione sul tema. Come dimenticare che ci sono voluti ben 20 anni per cambiare il codice Rocco che nominava lo stupro come “delitto contro la moralità pubblica e il buon costume” . Poi si è proceduto per pezzi successivi e, ancora oggi, non abbiamo una legge organica contro tutte le forme di violenza sessuata, femminicidio compreso, e una definizione degli strumenti di rilevazione, conoscenza, di indirizzo politico e istituzionale, delle competenze amministrative, delle risorse economiche e istituzionali all’altezza di questa sfida. Non a caso quella pallida imitazione di “Piano d’azione contro la violenza alle donne” del Dipartimento pari opportunità approvata l’anno scorso, non è chiaro che cosa sia e a che cosa serva, soprattutto se i finanziamenti, dopo che i bandi si sono conlcusi a novembre, sono ancora bloccati e fermi al vaglio invece di essere erogati ai centri antiviolenza. D’altra parte quando Monti ha deciso di dare ad interim il Dipartimento per le pari opportunità (in Parlamento tutti d’accordo) a una ministra già gravata da altri fardelli, ha dimostrato, se ancora ce ne fosse bisogno, che la politica delle donne e le politiche che dovrebbero tener conto delle donne non sono in cima agli interessi di questo governo, come non lo erano per quello precedente. E’ degno di nota il fatto che le uniche tre ministre siano anche le titolari principali delle scelte che dovrebbero riguardare le politiche contro la violenza e il femminicidio, certo non da sole se pensiamo alle funzioni del ministro della scuola, università e salute, famiglia e coesione sociale, ma è certo che sono in una posizione privilegiata per dare un segnale diverso. Ancora una volta inutilmente. Non si vede alcuna disponibilità a raccogliere le parole e le proposte politiche per contrastare la violenza maschile che vengono dall’esperienza di associazioni e di donne che da sempre se ne sono occupate. Sappiamo da tempo che a troppe donne, forti e fortunate, le vittime di violenza appaiono come miseria femminile, inconsapevoli che se tutto il mondo sta affrontando questo terribile problema è perché le donne lo hanno fatto emergere come una sfida culturale, sociale e politica. Persino economica. Le donne stesse hanno messo in discussione il concetto di proprietà sul loro corpo e quell’obbedienza femminile che contribuiva a rendere la violenza “naturale”. Molte donne e associazioni di donne, come l’UDI, da quando hanno preso consapevolezza di questa violenza non hanno mai taciuto né mancato di fare proposte. Mai state complici. Basti pensare a campagne come Stop femminicidio, che è un filo conduttore della nostra politica o alla Staffetta (un anno intero di iniziative che hanno attraversato l’Italia) contro la violenza. All’inizio dell’anno noi abbiamo chiesto più volte un incontro con la ministra Fornero per presentare una proposta di politica integrata a contrasto della violenza e del femminicidio. Ci siamo rivolte a lei che, come ministra delle Pari opportunità, ha il difficile compito di coordinare le politiche contro la violenza alle donne per offrirle proposte e soluzioni, ma siamo ancora in attesa di una risposta che non è formale, ma politica. Questo è un paese dalla memoria corta e interessata. Delle donne in genere non si ricordano neanche la fondamentale presenza e il contributo alla guerra di liberazione dai nazifascisti. Guardiamo alle celebrazione dell’ultimo 25 aprile. Non si è ricordato il loro contributo alla nascita della Repubblica e della democrazia italiana, quindi che non si riconoscano i decenni del loro lavoro contro la violenza maschile, quali uniche alleate dell’ Onu e dell’Europa sul tema, non ci meraviglia. E’ una costante che riscontriamo perfino in molte donne che finalmente hanno preso coscienza del fenomeno. Da qui nascono le molte scelte che ci danno la palma negativa riguardo alla rappresentanza, al lavoro, al welfare, alla denatalità, nell’economia e, non a caso, nei femminicidi, nella violenza maschile e nella rappresentazione della nostra immagine come donne. I violenti esistono in tutto il mondo, se in Italia sono così aggressivi e pervasivi è perché pensano di poter contare su complicità culturali potenti in un paese prevalentemente governato da uomini e da élite che continuano a vedere il mondo su base monosessuata del profitto e del potere.Siamo anche il paese che vanta, complessivamente, uno dei più importanti movimenti delle donne, senza cui non avremmo potuto, tutte, contribuire a portare in piazza il 13 febbraio di un anno fa oltre un milione di persone in nome della dignità delle donne e della politica. Perché, allora, noi donne continuiamo a procedere il ordine sparso e a non porre la violenza maschile al primo posto della nostra agenda politica come se ripartissimo dall’anno zero? Dobbiamo individuare tutti i veri responsabili che ci hanno portato a questo punto e non limitarci a dichiarazioni di principio contro il femminicidio. Gli appelli, come quello di Snoq, sono sempre molto importanti e positivi se testimoniano un’altra visione delle relazioni tra uomini e donne, se raccolgono un sentire comune e lo rilanciano sulla scena pubblica, ma non bastano. Abbiamo tutte bisogno di confrontarci su proposte concrete, chiedere risposte e politiche coerenti al Governo prima di tutto e al Parlamento, alle istituzioni, ai poteri che decidono e ai cui membri non è concesso presentarsi come comuni cittadini senza responsabilità.Noi donne dobbiamo e vogliamo essere più esigenti. Possiamo pensare di contribuire a governare il paese, dove esiste uno straordinario numero di associazioni, collettivi e imprese di donne, solo se sapremo, tutte insieme, ognuna con la sua storia ma insieme, costruire e sostenere le proposte necessarie per fermare quest’eccidio, questa guerra dentro casa, questa barbarie che caratterizza l’Italia e poi costringere tutti a tenerne conto. Subito.
pubblicato il 4 maggio 2012
Tag: femmicidio, lettera aperta Udi, Pierina Baudino, Udi, Vittoria Tola
| 4 Commenti »
Sono già più di 20mila le firme che stanno giustamente sostenendo l’appello “Mai più complici” (Zanardo-Lipperini-Snoq) per fermare il femmicidio in Italia chiedendo un rapido intervento del governo: ma a che serve accettare il sostegno nominale da chi si è preso la responsabilità pratica di tagliare i fondi ai centri antiviolenza che sono il fulcro della questione soprattutto in questo momento di emergenza? A cosa serve avere la firma di chi ha controfirmato tagli drastici per gli interventi territoriali contro la violenza di genere e ha sostenuto normative nefande come la legge “Tarzia” che vuole far sparire i consultori da tutto il Lazio portando questa regione indietro di 50 anni con i centri per la famiglia? A cosa serve che la presidente della Regione Lazio, Renata Polverini, reciti testualmente che “in Italia è in atto un attacco al cuore dei diritti delle ragazze, delle bambine, delle donne, che sono le prime vittime della crisi, le prime vittime delle violenze domestiche”, quando lei stessa ha portato quest’anno i finanziamenti per contrastare questa violenza da 700mila a 400mila euro? A dirlo non sono io ma chi l’ha vista. Il Consigliere Pd, Tonino D’annibale, ha dichiarato sul suo sito (quindi è pubblico) testuale commento: “Il sostegno alla donne vittime di violenza è un problema di sanità pubblica. Lo dice anche l’Organizzazione mondiale della sanità ma, evidentemente non la pensa cosi questa Giunta regionale anche se presieduta da una donna. Sportello donna funzionante al S. Camillo dal 2009 e che ha prestato assistenza in due anni a oltre 700 donne , infatti sta per chiudere. La Regione non ha fondi e di certo non è spesa di cui si può far carico in modo autonomo l’azienda ospedaliera S. Camillo, che non ha per niente i conti a posto. Le lavoratrici del centro non percepiscono lo stipendio dallo scorso novembre ma lavorano comunque. Sono un esempio di solidarietà di donne verso le donne. Lo stesso non si può dire della Polverini. Perdere altro tempo vuol dire assumersi la responsabilità di chiudere un esperienza all’avanguardia in tutta Italia , ma soprattutto lasciare mano libera ai violenti”. L’Associazione nazionale dei centri antiviolenza Dire, in occasione della presentazione del primo piano triennale contro la violenza di genere e lo stalking alla conferenza organizzata al Villaggio So.Spe – il centro romano guidato da suor Paola che accoglie ragazze madri e i loro bambini – ha chiesto il perché una così degna attenzione non fosse dedicata anche alle strutture già esistenti che operano da anni e con esperienza contro la violenza, dato che esistono solo 67 posti letto in tutta la regione Lazio e le difficoltà pratiche che i centri antiviolenza del territorio hanno nel garantire il servizio di accoglienza e di sostegno necessari alle donne che chiedono aiuto sono costantemente in bilico. In partica la presidente, che ha firmato l’appello “Mai più complici” con tanto di dichiarazione, nella realtà ha messo in discussione l’esistenza e il sostegno a due nodi fondamentali per combattere la violenza: gli sportelli antiviolenza del pronto soccorso dove la donna può accedere direttamente 24 ore su 24 per poi venire indirizzata ai centri e alla procura per eventuale denuncia (e quello del San Camillo posso garantire che era di una stanzetta che le operatrici della onlus BeFree avevano messo a posto per accogliere le donne), e i centri antiviolenza provvisti di avvocate, psicologhe e operatrici specializzate (laiche) che, in alcuni casi, sono anche provvisti di rifugio per donne e bambini che ne hanno bisogno (qui le donne vengono nascoste quando in pericolo di vita). La Regione Lazio della Presidente Polverini ha inoltre appoggiato e sostenuto la legge Tarzia (proposta dall’on. Olimpia Tarzia) che prevede di abrogare la L.15/76 istituente i consultori nati come servizi socio sanitari integrati di base, volti alla promozione e alla prevenzione della salute della donna e aperti alle famiglie di ogni genere, alle coppie, alle donne, agli uomini e agli adolescenti anche non accompagnati, a persone con diverse identità etiche, religiose, culturali, introducendo invece una impostazione ideologica e confessionale finalizzati a servizi consultoriali per la tutela “della famiglia fondata sul matrimonio” promuovendo la partecipazione e la gestione dei servizi di tutte le associazioni confessionali pro-life ed escludendo le associazioni/assemblee delle donne. La Tarzia prevede di duplicare obbligatoriamente i percorsi di applicazione della Legge 194/78 (il diritto all’interruzione di gravidanza) considerando implicitamente l’inadeguatezza e l’incapacità delle donne di assumere con senso di responsabilità decisioni relative alla propria vita, e contempla i consultori organizzati da strutture private non a scopo di lucro e da strutture private lucrative – in questo ultimo caso in contrasto con l’art. 2 della L. 405/75 – prevedendo la possibilità di accreditarli, di finanziarli con risorse pubbliche e di delegare loro la gestione di servizi consultoriali pubblici. Ovvero prevede un attacco diretto alla salute e al diritto delle donne italiane, ricreando così un terreno fertile dove la violenza e il femmicidio sono solo un triste e vergognoso epilogo.
pubblicato il 4 maggio 2012
Tag: centri antiviolenza, femmicidio, Mai più complici, Polverini, regione Lazio, Snoq
| 3 Commenti »
Riprendo integralmente e senza commento (perché non ce n’è bisogno) dal blog di Gad Lerner, lo splendido monologo di Lella Costa all’Infedele del 30/04/2012 su La7 per aumentare la visibilità e una informazione corretta su violenza di genere, femmicidio e femminicidio. Mi preme solo di aggiungere che a differenza di tanta televisione che continua a proporre salotti dove il sostegno a stereotipi femminili è pericolosamente attivo e in cui chiunque, anche senza preparazione, viene interpellato/a su violenza di genere e femmicidi, questa volta l’invito a Lella Costa con il suo monologo all’Infedele su La7 è stato uno dei migliori esempi di televisione e di informazione. Alle volte l’arte, fatta da chi sa farla, parla più e meglio di tanti articoli e tanti servizi. (clicca sui titoli)
pubblicato il 1 maggio 2012
Tag: femmicidio, femminicidio, Gad Lerner, L'Infedele, La7, Lella Costa
| 2 Commenti »

Corriere della Sera - 30/04/2012 - DONNE UCCISE, VIOLENZA IN AUMENTO MA NON CHIAMATELO PIU' "FEMMINICIDIO" di Isabella Bossi Fedrigotti
Con medio stupore leggo oggi l’articolo di Isabella Bossi Fedrigotti sul “Corriere della sera” titolato “Donne uccise, violenza in aumento, ma non chiamatelo più femminicidio”. Medio stupore perché è da tempo che da queste pagine viene sollecitato un approfondimento su quello che riguarda violenza di genere e femmicidi da parte dei media, e quindi diciamo che ci sono abituata. Tralasciando il fatto che l’Italia è un paese dove chiunque parla di violenza di genere senza saperne molto, senza informarsi in maniera adeguata del perché e come succedano “certe cose”, andando in tv o mettendo nero su bianco su un giornale con tanto di tesserino dell’ordine in tasca, mi preme spiegare la ragione per cui uso femmicidio e femminicidio che non sono due termini che le donne – che lavorano in questo ambito – si sono inventate una mattina alzandosi un po’ così e dicendo: ma sì, dai, in fondo noi siamo femmine quindi chiamiamo questi delitti.. femmicidi! Ma perché se le parole sono importanti ed esistono per dare un’idea della sostanza che esprimono, non ci vuole una laurea per capire che i termini femmicidio e femminicidio siano appropriati in quanto dannno forma “coerente” a una sostanza, cogliendo in maniera adeguata e congrua il significato di questa realtà. Femmicidio e femminicidio infatti non vengono usati sempre più spesso (come forse intende Fedrigotti) per una deviazione personale e soggettiva dato che le donne sono “femmine”, ma perché chi analizza e lavora con le donne morte ammazzate, usa questo “strumento linguistico” per distinguere questi reati dagli altri omicidi. In maniera sintetica vengono nominati come femmicidi le uccisioni compiute da uomini con movente di genere (che è riduttivo e fuorviante chiamare “raptus di gelosia”, “delitto passionale”, o anche “uccisa per troppo amore”), ovvero gli omicidi compiuti da parte di uomini che uccidono la donna in quanto tale (da cui sono esclusi le uccisioni di donne che si verificano invece con moventi diversi dal quelli di genere). Questo è fondamentale non solo per capire quante sono (e se le conti sono davvero tante nel mondo), ma anche per individuare e intervenire su un fenomeno molto grave – perché arriva addirittura all’assissinio della vittima – che si pone all’interno di un fenomeno più ampio che ha una precisa matrice culturale nella discriminazione delle donne. L’uomo che compie un femmicidio non è tanto e solo il marito o il fidanzato, ma è un uomo che vede la “sua” donna come “un corpo che gli appartiene”, come un “oggetto” su cui esercita un controllo diretto e un possesso assoluto, espresso nei fatti con una violenza – fisica, psicologica, economica – che può arrivare fino al femmicidio ovvero alla annientazione fisica totale (“sei mia quindi anche la tua vita mi appartiene”, più che “sono geloso”, “ora mi vendico”, ecc). E la cosa è tanto più importante perché se femmicidio può apparire forse non troppo “elegante”, in un paese come il nostro – in cui il numero delle donne uccise con movente di genere dall’inizio dell’anno è 54 – è però necessario in quanto racchiude tutto il significato di un fenomeno che è diventato emergenza nazionale. Non capire, o comunque sottovalutare, la cultura che c’è dietro le parole femmicidio e femminicidio equivale, secondo me, a distorcere la realtà ed essere quindi inefficaci nell’intervento. Soprattutto se si considera che nel chiamarli femmicidi questi delitti non appaiono “meno gravi” – come sembra a Fedrigotti – perché oggi i femmicidi nei tribunali continuano a essere reati di serie B proprio perché valutati culturalmente all’interno di una normale conflittualità di coppia in cui “può scappare” che uno arrabbiato, geloso, ubriaco, ammazzi la moglie, la fidanzata, la ex. Se in Italia fosse stato dato più peso e ascolto all’allarme che da anni danno i centri antiviolenza sulla criticità italiana riguardo la violenza domestica, e quindi anche i femmicidi, e se il ministero degli Interni avesse autorizzato, come in altri paesi, un osservatorio sugli omicidi di genere che conti ufficialmente le donne uccise con questo movente, forse la parola femmicidio non sarebbe così estranea e non apparirebbe un “capriccio” linguistico. Per correttezza e maggior informazione, riporto di seguito una parte, che riguarda appunto il femmicidio e il femminicidio, del “Rapporto ombra” realizzato dalle esperte della piattaforma italiana “Lavori in Corsa: 30 anni CEDAW”, presentata a luglio a New York presso le Nazioni Unite, in soccorso a chiunque voglia chiarire i suoi dubbi sulla questione.
Tratto dal RAPPORTO OMBRA – Elaborato dalla piattaforma italiana “Lavori in Corsa: 30 anni CEDAW” in merito allo stato di attuazione da parte dell’Italia della Convenzione ONU per l’Eliminazione di Ogni Forma di Discriminazione nei Confronti della Donna (CEDAW)
RACCOMANDAZIONE GENERALE 19 – FEMMICIDIO IN ITALIA - F.19.1 DEFINIZIONE DI FEMMICIDIO E FEMMINICIDIO
Sempre più sociologhe, criminologhe e antropologhe564, stanno adottando il neologismo “femminicidio” (feminicide) come categoria di analisi per indicare ogni forma di discriminazione e di violenza (sia fisica, psicologica, economica, culturale, politica, normativa, istituzionale) commessa ai danni di una donna in quanto tale, per nominare la lesività di questi atti e significare l’annientamento della donna nella sua sfera di integrità psicofisica e di libertà di autodeterminazione o come limitazione della sua soggettività politica e della sua partecipazione pubblica; dunque femminicidio non solo riferito alle uccisioni delle donne in quanto donne ma riferita a qualsiasi violenza loro inferta per il genere di appartenenza. In Italia è stato adottato il termine Femmicidio (femicide) facendo riferimento alla categoria di analisi proposta da Diana Russell nel 1992, nel libro Femicide: The Politics of woman killing, che “nomina” la causa principale degli omicidi nei confronti delle donne: una violenza estrema da parte dell’uomo contro la donna «in quanto donna». “Il concetto di femmicidio si estende aldila’ della definizione giuridica di assassinio ed include quelle situazioni in cui la morte della donna rappresenta l’esito/la conseguenza di atteggiamenti o pratiche sociali misogine.” In Italia viene utilizzato anche il termine Femminicidio (feminicidio), nel senso sopra indicato, per indicare la matrice comune di ogni forma di violenza di genere, che annulla la donna non solo nella sua dimensione fisica, ma anche in quella psicologica e sociale. Il riferimento è la definizione di femminicidio fornita da Marcela Lagarde, inteso come «La forma estrema di violenza di genere contro le donne, prodotto della violazione dei suoi diritti umani in ambito pubblico e privato, attraverso varie condotte misogine – maltrattamenti, violenza fisica, psicologica, sessuale, educativa, sul lavoro, economica, patrimoniale, familiare, comunitaria, istituzionale- che comportano l’impunità delle condotte poste in essere tanto a livello sociale quanto dallo Stato e che, ponendo la donna in una posizione indifesa e di rischio, possono culminare con l’uccisione o il tentativo di uccisione della donna stessa, o in altre forme di morte violenta di donne e bambine: suicidi, incidenti, morti o sofferenze fisiche e psichiche comunque evitabili, dovute all’insicurezza, al disinteresse delle Istituzioni e alla esclusione dallo sviluppo e dalla democrazia».
pubblicato il 30 aprile 2012
Tag: Corriere della sera, discriminazione di genere, femmicidi, femminicicdi, Isabella Bossi Fedrigotti
| 7 Commenti »
- Antiviolenza
- AutoCritica
- Babel
- Chips&Salsa
- Compagni di squadra
- Dal Giappone con Furore
- EstEstEst
- FranciaEuropa
- Game Odissey
- Horror Vacuo
- Islamismo
- La finanza spiegata ai gatti
- La Rete nel cappio
- Losangelista
- Napoli centrale
- Nuvoletta Rossa
- Paci Possibili
- Popocatépetl
- Poltergeist
- Quinto Stato
- Rovesci d'Arte












