
Giornata internazionale contro la violenza sulle donne – Pubblicato da Giulia R_MiM il 27 aprile 2012 su milanoinmovimento.com
Oggi la ministra delle pari opportunità, Josefa Idem, ha dato avvio ufficiale alla task force annunciata dopo la sua nomina e in realtà già avviata da giorni in via informale. Stamattina si sono incontrati i capi di gabinetto dei ministeri dell’Interno, Istruzione, Giustizia, Economia, Lavoro, Difesa, Integrazione, Salute, coordinati dalla Capo di gabinetto, consigliera Germana Panzironi della Presidenza del Consiglio dei Ministri Dipartimento Pari Opportunità, che – come si legge sul comunicato – “hanno condiviso la necessità di avviare relazioni di confronto al fine di adottare, a breve termine, misure di contrasto in particolare contro il femminicidio e la violenza contro le donne”. Si legge, sempre sul comunicato, che “Il prefetto Giuseppe Procaccini, accompagnato dalla consigliera Isabella Rauti, ha assicurato concreto sostegno da parte del Ministero dell’Interno e dei prefetti nel contrasto sul territorio dei fenomeni di violenza. Il consigliere Luigi Fiorentino ha fornito utili indicazioni per diffondere i principi del rispetto verso le donne già a partire dal sistema scolastico. I gabinetti di Giustizia, Lavoro, Salute, Integrazione, Difesa ed Economia hanno esposto le proprie proposte nell’ambito delle rispettive competenze: rafforzare l’impianto sanzionatorio e accelerare il processo penale; adottare misure antidiscriminazione negli ambienti di lavoro; contrastare la violenza sulle donne immigrate; coordinare le strutture sanitarie che si occupano di violenza sulle donne”. Idem ha anche costituito tre gruppi di lavoro coordinati dalle pari opportunità: il primo, diretto da Linda Laura Sabbadini (Istat), dovrà disegnare l’Osservatorio sulla violenza di genere per il monitoraggio del fenomeno, individuando i gap informativi esistenti e le azioni da mettere in atto; il secondo provvederà a ricavare elementi utili all’emissione di un bando per l’istituzione di un numero verde per gli uomini maltrattanti; e un terzo, coordinato dalla giornalista Natascha Lusenti, avrà il compito di studiare azioni di comunicazione e informazione che verranno lanciate nei successivi sei mesi.
Tutte premesse ad azioni ancora da svolgere, e che vedremo, ma di sicuro precedute, qualche giorno fa, da un passo assolutamente inadeguato della guardasigilli e su cui sarà opportuno chiarire alcuni punti fondamentali per non commettere altri errori, soprattutto così gravi. E mi riferisco al decreto-legge della ministra Cancellieri, dal titolo “Disposizioni urgenti per contrastare il sovraffollamento delle carceri e in materia di sicurezza” (26 articoli divisi in cinque capitoli), in cui al capitolo IV si leggono norme per la “Prevenzione e contrasto di fenomeni di particolare allarme sociale”. Un pacchetto che ha trovato in disaccordo il ministro Alfano, tanto da posticiparne la discussione a venerdì (forse) e su cui, come scrive Grignetti sulla Stampa, “C’è la forte possibilità che del decreto originario resti la parte sulla violenza domestica, il furto d’identità e l’assunzione di 1.000 nuovi vigili del fuoco, e che venga stralciata la parte dedicata alle carceri”. Ebbene, diciamo subito che anche il capitolo sulla violenza domestica non va, perché inadeguato e inefficace anche come misura a breve termine, nonché pericoloso. Misure che, se vediamo attentamente, passano sulla testa delle donne che non decideranno ma saranno “decise” da eventuali segnalazioni di terzi (per esempio il medico del pronto soccorso dato che qui si riduce la violenza domestica a lesioni personali “non episodiche”), a prescindere dalla volontà dei soggetti interessati, con tutto quello che comporta – per la donna – intraprendere un percorso del genere. Contraddicendo la Convenzione di Istanbul (che al senato verrà ratificata domani), che dice chiaramente che “la violenza contro le donne è uno dei meccanismi sociali cruciali per mezzo dei quali le donne sono costrette in una posizione subordinata rispetto agli uomini”, l’assunto del provvedimento che cancella l’autodeterminazione della donna a decidere con la scusa di proteggerla, impone chiarimenti in proposito: perché un conto è indicare all’interessata il percorso informandola degli strumenti che ha a disposizione per uscire dalla violenza, e un conto è costringerla a rischiare sul suo corpo. In più, per il contrasto al femmminicidio (parola che comprende l’intera gamma delle violenze che una donna può subire e non solo la morte della donna in quanto donna), questi provvedimenti schiaffati in un pacchetto che parla di altro, e che non sono stati ragionati sulla base di una seria verifica delle mancanze istituzionali e di applicazione di norme già esistenti – come richiesto più volte dall’Onu – risultano un’azione di facciata. La Special rapporteur dell’Onu sulla violenza contro le donne, Rashida Manjoo, ha detto chiaramente e senza indugio, quando è venuta in Italia, che la violenza coinvolge una responsabilità dello Stato italiano e che le donne “non denunciano e non segnalano” sia perché sono all’interno di un “contesto culturale patriarcale incentrato sulla famiglia”, con forte dipendenza economica della donna, sia perché la percezione riguardo alle istituzioni non è quella di uno Stato che protegge le donne, ma al contrario le espone in “un quadro giuridico frammentario con inadeguatezza delle indagini, delle sanzioni e del risarcimento alle vittime, fattori che contribuiscono al muro di silenzio e di invisibilità che circonda questo tema”. Una esposizione che con questo “pacchetto” sarà aumentata.
A cosa è servito allora la ratifica della Convenzione sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica? Forse non ci siamo capite.
Adottare misure efficaci sul femminicidio non è in nessun modo l’adozione di misure “urgenti” buttate lì per far vedere che si fa qualcosa, perché se la violenza domestica si rivela come “la forma di violenza più pervasiva che continua a colpire le donne italiane”, cioè la più diffusa e la più capillare, forse va presa da un’altra parte.
Ma vediamo alcuni provvedimenti.Il primo articolo dice che nei “casi in cui alle forze dell’ordine sia segnalato un fatto che debba ritenersi riconducibile al reato di cui all’articolo 582 (lesioni personali, ndr), secondo comma, del codice penale, consumato o tentato, nell’ambito di violenza domestica, il questore, anche in assenza di querela, può procedere, assunte le informazioni necessarie da parte degli organi investigativi e sentite le persone informate dei fatti, all’ammonimento dell’autore del fatto. Ai fini del presente articolo si intendono per violenza domestica tutti gli atti, non episodici, di violenza fisica, sessuale, psicologica o economica che si verificano all’interno della famiglia o del nucleo familiare o tra attuali o precedenti coniugi o partner, indipendentemente dal fatto che l’autore di tali atti condivida o abbia condiviso la stessa residenza con la vittima”.
Per prima cosa è un po’ ridicolo che vengano citate le parole della Convenzione di Istanbul (riportate qui in corsivo) in maniera riduttiva sia perché ci si riferisce a lesioni personali (quindi fisiche) sia per l’aggiunta della frase “non episodici“, che snatura tutta la portata della Convenzione che invece recita sulla violenza domestica: “tutti gli atti di violenza fisica, sessuale, psicologica o economica che si verificano all’interno della famiglia o del nucleo familiare o tra attuali o precedenti coniugi o partner, indipendentemente dal fatto che l’autore di tali atti condivida o abbia condiviso la stessa residenza con la vittima”. Per caso significa che la violenza nei rapporti intimi è solo quando il partner ti mena più volte e ti lascia i segni? (che è già una sottovalutazione intrinseca della violenza). Ma cosa dice l’articolo 582, secondo comma, del codice penale? tratta di lesioni personali per cui qualora il danno procurato abbia ”una durata non superiore ai venti giorni (…) il delitto è punibile a querela della persona offesa”. Quindi se ti menano e vai al pronto soccorso più volte (“non episodici”), il medico stesso segnalerà il fatto, così poi il questore chiamerà tuo marito e gli dirà di non farlo più. E poi tu come ci torni a casa, armata? ma soprattuto: a che serve?
Un ammonimento “d’ufficio” che non solo è riduttivo ma è ridicolo se pensiamo che ancora oggi spesso le forze dell’ordine rimandano a casa, o al massimo dal giudice di pace, le donne che con grande coraggio invece denunciano consapevoli di quello a cui vanno incontro. A cosa serve questo “pacchetto” se una donna che arriva faticosamente davanti a un giudice dopo aver denunciato con cognizione di causa e convinta di farlo, fatica poi a dimostrare la violenza subita, e soprattutto viene esposta senza tutela al suo offender nel lasso di tempo che passa dalla querela al giudizio, fino a rischiare la vita? e a che serve, se una donna che fa per sua volontà una, due, tre, quattro, anche dieci denunce si vede poi scivolare tutto nei meandri della “giustizia” senza nulla di fatto? se vede le sue denunce di stalking archiviate, procedimenti di affido condiviso coatto anche con procedimenti penali per maltrattamenti in famiglia in corso? perché non cercare di porre fine a questa infinita cultura di “sottovalutazione” della violenza cercando di far applicare le leggi che già ci sono, evitando magari di mettere a rischio la donna che affronta un iter lungo e complesso? e perché non porsi il problema che l’ammonimento senza volontà dell’interessata significa far sapere al coniuge violento che è stato segnalato, così quando torna a casa la massacra o l’ammazza direttamente? Provvedimenti che potrebbero portare le donne, che già non denunciano, a non ricorrere neanche più al pronto soccorso, perché se il medico segnala il partner senza il suo consenso lei avrà il terrore di tornare a casa. E poi al secondo articolo: “Il questore può richiedere al prefetto del luogo di residenza del destinatario dell’ammonimento l’applicazione della misura della sospensione della patente di guida per un periodo da uno a tre mesi”. Sospensione della patente? ma cosa cambia? che l’offender sta a casa per accanirsi ancora di più sulla partner?
La verità è che con questi provvedimenti si spoglia la donna di ogni decisionalità e consapevolezza del percorso che dovrà fare, e che invece di sostenerla, informarla dei suoi diritti, proteggerla, allontanando immediatamente l’offender, la donna viene ulteriormente esposta: un fatto che può anche produrre risultati contrari. Perché è vero che spesso le donne ritirano la denuncia o hanno paura di denunciare ma non è forzandole che si risolve il problema, bensì avviandole a un percorso, come già oggi fanno nei centri antiviolenza avvocate, psicologhe, operatrici, specializzate sulla violenza.
In più l’ammonimento esiste già ed è per gli atti persecutori (stalking) che avvengono per lo più in fase di separazione (mentre le lesioni alla persona avvengono maggiormente quando i due convivono o stanno insieme), e può essere richiesto dalla donna che non vuole fare subito denuncia (Decreto-legge 23 febbraio 2009, n. 11 - “Misure urgenti in materia di sicurezza pubblica e di contrasto alla violenza sessuale, nonché in tema di atti persecutori” – Art. 8. - Ammonimento). Ammonimento che può essere efficace quando l’uomo non vive con te, perché magari in fase di separazione, mentre quando ci vivi insieme è necessario l’allontanamento e non l’ammonimento che invece ti espone, tanto più se viene fatto senza il consenso dell’interessata.
Secondo Teresa Manente – avvocata responsabile Ufficio legale Differenza Donna ONG e referente nazionale rete avvocate dei Centri antiviolenza Ass. Di.Re – “Premesso che la violenza di genere non è un problema di emergenza sociale ma culturale, come ormai ribadito da tutti gli organismi internazionali, l’esperienza ventennale nella difesa dei diritti delle donne vittime di violenza di genere, e in particolare della violenza domestica, maturata nei Centri antiviolenza mi insegna che, quasi sempre, quando la donna chiede l’intervento delle forze dell’ordine aumenta l’escalation di violenza perché l’uomo violento punisce la donna che si è ribellata al suo controllo. Disporre l’ammonimento per l’uomo violento senza predisporre contestualmente una protezione per la vittima, di fatto, significa aumentare il rischio per l’incolumità della stessa. La Convenzione di Istanbul e la Direttiva 2012 del Parlamento Europeo e del Consiglio l’Unione Europea in materia di diritti delle vittime di reato, non a caso, parlano di diritto all’informazione, sostegno e protezione della vittima. A mio parere queste misure servono a poco se non sono inserite in un sistema articolato che dispone di una politica integrata”, (come spiega ulteriormente l’avvocata nel testo riportato sotto riguardo i diritti della persona offesa e la protezione delle donne che subiscono violenza).
Per Barbara Spinelli, avvocata esperta di femminicidio, “se siamo in un contesto di maltrattamenti, questo reato già prevederebbe l’adozione di misure maggiormente tutelanti della persona offesa rispetto all’ammonimento, come per esempio l’allontanamento. In casi di violenza in famiglia nell’ambito di un maltrattamento, in assenza della denuncia, iniziare il procedimento penale d’ufficio, o anche ai soli fini dell’ammonimento avviare un contatto con il maltrattante, potrebbe determinarne l’esposizione ad una escalation di violenza, perchè, a differenza dello stalking,che riguarda fatti tra persone nella maggior parte dei casi non conviventi, nel caso dei maltrattamenti l’aggressore si ritrova a continuare a convivere con la donna su cui esercita violenza, sapendo di non avere più il pieno controllo della situazione, e di essere esposto a conseguenze per le sue azioni.La definizione di violenza domestica contenuta nel decreto legge riduce la portata del concetto di violenza domestica così come definito dalla Convenzione di Istanbul, e questo è grave perché determinerebbe una applicazione ristretta di tutte le altre norme della convenzione. Allora dobbiamo pensare che c’è proprio una volontà politica di continuare a minimizzare la violenza in famiglia, a negare la realtà delle violenze psicologiche ed economiche, e la necessità di protezione anche per le donne che subiscono situazioni di questo tipo. Va ribadita la necessità di raccogliere i dati, di capire quali sono i nodi da sciogliere attraverso i lavori di una commissione parlamentare di inchesta, prima di agire: altrimenti si continueranno a fare errori. Se tu ratifichi la Convenzione di Istanbul – continua Spinelli – e riconosci quella definizione di violenza domestica, non puoi dopo decidere di intervenire a protezione della donna solo nei casi di maltrattamento in cui vi sono episodi di violenza fisica. Cosa significa aggiungere non episodica alla definizione di violenza domestica offerta dalla Convenzione? Significa affermare che tutte le misure contenute nella Convenzioni di Istanbul sono valide solo per le donne maltrattate, e non anche per le altre donne che comunque subiscono violenza nelle relazioni di intimità. E’ questo il meccanismo che porta in Italia ancora a confondere la violenza domestica con la conflittualità coniugale, a riconfermare l’idea che insomma, lo isu corrigendi della moglie, anche se la legge da 40 anni lo ha eliminato, tutto sommato a noi piace. Due schiaffetti si possono perdonare. Questa logica di intervento legislativo, esprime il profondo radicamento di una cultura sessista, ed è veramente intollerabile, tanto vale allora non ratificare la Convenzione, se culturalmente non si è ancora pronti ad accettarne le conseguenze”.
Il problema della violenza maschile sulle donne, lo abbiamo detto fino all’esaurimento, va affrontato in maniera strutturale e non emergenziale. Prima della repressione e inasprimento delle pene, lo abbiamo ripetuto, servono strumenti di prevenzione e protezione, e questa consapevolezza, che non appare in questo decreto in cui s’infila la violenza domestica in una contesto “altro”, deve partire dalla piena consapevolezza di cosa sia la violenza: un passo fondamentale per le istituzioni che non possono pretendere questa consapevolezza sulla violenza da parte delle donne, se prima di tutto non la maturano loro. Un Governo che si è impegnato su un lavoro interministeriale guidato dalle pari opportunità, ascoltando la società civile, non presentare provvedimenti di questo tipo, perché fa tornare indietro tutti. Come dice Spinelli il profondo radicamento di pregiudizi sessisti ha impedito una buona applicazione delle leggi esistenti, e anche per questo “urge un cambio di approccio delle istituzioni alla vittimizzazione femminile determinata da violenza di genere, in particolare nelle relazioni di intimità”.
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(di seguito l’esplicativo intervento di Teresa Manente, avvocata responsabile Ufficio legale Differenza Donna ONG e referente nazionale rete avvocate dei Centri antiviolenza Ass. Di.Re, che al Convegno “Violenza di genere: nuove forme di tutela dei diritti fondamentali – Il femminicidio e la Convenzione di Istanbul”, organizzato da ADMI (Associazione Magistrate Democratiche Italiane, ha spiegato cosa andrebbe fatto per la protezione delle donne che iniziano un percorso di denuncia della violenza subita, sulla base di un’esperienza ventennale in proposito e in un quadro di implementazione della Convenzione di Istanbul).
DIRITTI DELLA PERSONA OFFESA E FUNZIONE DEI CENTRI ANTIVIOLENZA
“Buon pomeriggio a tutte e a tutti ringrazio l’associazione Donne Magistrate e vi porto i saluti della mia Associazione, Differenza Donna che è una ONG , fondata nel 1989 e che dal 1992 gestisce i centri antiviolenza del comune e della provincia di Roma per donne e figli minorenni vittime di violenza. In questi venti anni Differenza Donna ha accolto presso i suoi centri oltre 25 mila donne, elaborando buone pratiche di assistenza multidisciplinare per le vittime. Ha contribuito alla creazione e al rafforzamento di una estesa rete tra tutte le istituzioni sul territorio. Ricordo il protocollo di interazione del dicembre 2010 promosso da Differenza Donna tra Tribunale, Procura, Forze dell’ordine, Asl, e ospedali in tema di tutela alle vittime di maltrattamenti stalking e violenza sessuale. Nell’ambito della Rete nazionale delle avvocate dei centri antiviolenza, Ass. Di.Re, abbiamo condotto una ricerca nazionale che ha dato luogo alla prima direttiva del C.S.M. in tema di violenza domestica, relative all’intervento giudiziario e alla posizione della vittima di questi specifici reati. Segnalo inoltre che il mese scorso , il CSM su nostra richiesta, ha avviato un nuovo monitoraggio per verificare lo stato di attuazione delle direttive emanate in materia. In Italia i centri antiviolenza gestiti da associazioni di donne, oggi sono 64, e sono riuniti in un’associazione nazionale: DiRe, donne in rete contro la violenza alle donne. La Convenzione di Istanbul all’articolo 9, riconosce i centri antiviolenza, quali soggetto fondamentale della strategia di prevenzione del fenomeno e di protezione delle vittime perché concorrono a realizzare la tutela dei diritti delle persone offese prima, durante e dopo il procedimento penale.
Profili operativi
Sul piano operativo le mie considerazioni in tema di intervento e assistenza alle donne vittime di violenza di genere e violenza domestica si basano sull’esperienza, ormai ventennale, nella difesa dei diritti delle donne, persone offese e sulla normativa europea ed internazionale in materia. Di certo venti anni fa parlare dei diritti della vittima non era cosa pacifica, ricordo i colleghi della difesa degli imputati, infastiditi dalla presenza della parte civile, perché, a loro dire, intralciava la speditezza del processo. Sono testimone di un cambiamento culturale del sistema giudiziario non solo rispetto alla violenza alle donne, ma in generale sul ruolo della vittima nel procedimento penale. Oggi, il quadro di riferimento dell’azione giudiziaria è completamente mutato sia a livello di normativa europea che di normativa internazionale
Sugli Stati, infatti, oggi incombe l’obbligo
1) di assicurare non solo i diritti dell’imputato/indagato ma anche la piena tutela dei diritti della vittima di reato così come ribadito dalla Direttiva n.29 del 2012 del Parlamento europeo e del Consiglio dell’Unione europea che introduce norme minime in materia di diritti, assistenza e protezione delle vittime di reato.
2) la Direttiva del 2012 riprende e rafforza la prospettiva innovativa della decisione quadro del 2001/220/GAI sulla posizione della vittima nel procedimento penale.
A differenza però della decisione quadro, mai attuata dall’Italia, la Direttiva del 2012, impone nell’immediato un obbligo di conformità. Ciò significa che nel periodo antecedente il termine di attuazione della Direttiva e cioè novembre 2015, lo Stato non può adottare atti in contrasto con gli obiettivi della direttiva.
Inoltre, in caso di mancato recepimento nel termine, poiché la Direttiva contiene disposizioni di precettività immediata e sufficientemente precise, produce effetti diretti in capo ai singoli che possono rivendicare diritti sulla base della direttiva, e in capo ai giudici nazionali che hanno l’obbligo di interpretazione conforme.
Premesso ciò, i diritti riconosciuti alle vittime di violenza di genere e di violenza domestica dalla Convenzione di Istanbul e dalla Direttiva dell’Unione europea riguardano tre aspetti:
1) Diritto all’informazione e sostegno;
2) Diritto alla Partecipazione al processo penale;
3) Diritto alla Protezione;
il sistema che deve essere assicurato, pertanto, sia in vista di riforme legislativa, ma anche nella quotidiana applicazione delle norme attualmente vigenti, deve assicurare che le vittime siano riconosciute e trattate in maniera rispettosa, sensibile, personalizzata, professionale e non discriminatoria.
1) DIRITTO ALL’INFORMAZIONE E SOSTEGNO
E’ opportuno che la vittima di tali reati, sin dall’inizio del procedimento penale,
a) sia accolta da personale specializzato in sede di denuncia, ma anche in caso di accesso al pronto soccorso o ai servizi sociali, (rafforzare sportelli presso i pronto soccorsi, l’istituzione dei cd codice rosa);
b) sia informata dalle forze dell’ordine e dagli operatori tutti dell’esistenza di servizi di sostegno e di ospitalità, come i centri antiviolenza;
c) è necessario che sia informata del diritto di nominare un difensore, anche a spese dello stato (articolo 13 ) sin dall’inizio del procedimento penale, cosa che spesso le vittime ignorano stante l’obbligo attuale di informazione solo per l’indagato;
d) la vittima ha diritto a ricevere informazioni sul proprio caso (articolo 6 direttiva).
Spesso le donne che si rivolgono a noi hanno presentato più querele per singoli episodi e non ne conoscono l’esito perché non hanno indicato ex art. 408 c.p.p. di voler ricevere informazioni sulla richiesta di archiviazioni il diritto di ricevere notifica ex art.408 c.p.p dovrebbe invece prescindere dall’inserimento specifico nella querela di tale richiesta.
415 bis
Il diritto all’informazione della vittima, inoltre, nel nostro ordinamento è compromessa dalla mancata notifica alla stessa dell’avviso del 415 bis, notificato solo all’indagato, precludendo così alla stessa la possibilità di apportare ulteriori elementi di prova. Tale disciplina rappresenta un considerevole vulnus ai diritti della persona offesa, a maggior ragione allorché l’imputato in udienza preliminare esprima la volontà di essere giudicato allo stato degli atti ex art. 438 c.p.p comma 1. L’attività integrativa, infatti, è riservata esclusivamente all’imputato o al giudice.
2. DIRITTO ALLA PIENA PARTECIPAZIONE AL PROCEDIMENTO PENALE
Esso implica innanzitutto il diritto alla comprensione degli atti cui si procede e ciò spesso non è assicurato soprattutto al momento della querela: la Direttiva e la Convenzione di Istanbul stabiliscono l’obbligo di assicurare interpreti con una specifica formazione in materia di violenza di genere e violenza domestica.
a) L’articolo 11 della Direttiva si sofferma sui diritti della vittima in caso di decisione di non esercitare l’azione penale: sul punto di certo è limitativo il termine di 10 giorni per presentare opposizione alla richiesta di archiviazione. L’Articolo 10 si concentra sul diritto a fornire elementi di prova e sul diritto di essere sentiti, anche durante le indagini preliminari.
Allo stesso modo, utile sarebbe assicurare alla vittima l’audizione anticipata in sede di incidente probatorio ex art. 392 comma 1 bis c.p.p. considerato che quasi sempre l’esame testimoniale avviene dopo 2 0 3 anni dai fatti denunciati e nella stragrande maggioranza dei casi l’imputato è il padre dei propri figli , con cui la donna deve continuare ad avere rapporti. E quasi sempre l’uomo violento continua a intimidire la donna, condotta questa che cessa, abbiamo verificato, dopo la testimonianza della donna. Di fatto, è questo il momento in cui l’ uomo violento prende consapevolezza di non aver più controllo sulla vittima e la lascia andare. A riguardo si evidenzia che, nonostante l’ampliamento delle possibilità di richiesta, l’istituto dell’incidente probatorio è poco utilizzato, poiché presuppone la discovery integrale degli atti di indagine, non sempre ritenuta opportuna per la completezza delle attività investigative. Forse disporre la testimonianza della vittima ex art.392 c.p.p. in udienza preliminare risolverebbe tale problematica e risponderebbe contestualmente alle esigenze di protezione della vittima.
Criticabile risulta la mancanza di coordinamento tra l’art. 392 comma 1 bis, e l’art. 398 comma 5 bis. L’art 392 comma 1 bis prevede l’incidente probatorio per le vittime maggiorenni e minorenni nei casi di indagini per i reati ivi indicati, tra cui anche i maltrattamenti, e l’art. 398 comma 5 bis, che permette l’applicazione di misure di protezione durante l’audizione escludendo, del tutto inspiegabilmente, le ipotesi di maltrattamenti. Ciò comporta che un minorenne, in caso di procedimenti per maltrattamenti, potrà essere sentito in incidente probatorio, ma senza modalità protette con grave pregiudizio per i minorenni vittime di maltrattamenti diretti o assistiti.
3. PROTEZIONE DELLE VITTIME
Sia nell’ottica della Convenzione di Istanbul che nella prospettiva della Direttiva , si intende in due accezioni:
a) quella della tutela dell’incolumità psicofisica della persona offesa in caso di pericolo di reiterazione del reato, e quindi si fa riferimento alle misure cautelari specifiche;
b) e quella della tutela dei diritti fondamentali della persona che possono essere lesi dalla partecipazione al procedimento penale (vittimizzazione secondaria).
a – Sotto il primo profilo evidenzio che dall’attuale rilevamento dati da noi condotto in Italia come avvocate dei centri antiviolenza risulta che le misure cautelari ex art. 282 bis e ter, sono ancora poco applicate, benché esse risultino invece efficaci nella stragrande maggioranza dei casi secondo la nostra esperienza, l’uomo interrompe la condotta criminosa. Infatti pochi i casi in cui si è dovuto procedere ex articolo 276 c.p.p. all’aggravio della misura cautelare. Paradossalmente vi è un maggiore utilizzo di custodie cautelare in carcere: ciò a dimostrare che si interviene quando ormai l’escalation di violenza, caratteristica di tali reati , è esplosa in maniera talmente grave da richiedere necessariamente la misura custodiale. Segnalo inoltre la quasi totale disapplicazione dell’art. 282 bis, comma 3 relativo alle misure patrimoniali anche se richiesta dal difensore perché il ricatto economico è molto frequente.
b - Per ciò che riguarda il profilo della protezione avente ad oggetto la prevenzione della seconda vittimizzazione, la Direttiva e la Convenzione impongono:
- una valutazione individuale delle vittime per definire specifiche esigenze di protezione in considerazione, della particolare natura del reato;
- la direttiva si riferisce all’esigenza di assicurare che non vi sia contatto tra vittima e imputato in termini di diritto soggettivo della vittima di reato.
Sarebbe auspicabile predisporre anche qui a Roma una stanza per i testimoni. Mi è capitato proprio ieri che la mia assistita prima di essere esaminata è stata minacciata e intimorita dall’imputato e dai suoi familiari nel corridoio del Tribunale. Protezione anche durante la sua testimonianza, momento molto difficile per la vittima di questi reati: la donna deve ricordare e ripetere umiliazioni profonde che hanno offeso la propria dignità, schiacciato la propria libertà, offese che ha voluto dimenticare per riprendere la sua vita.
Non è un caso che ormai anche gli organismi internazionali si riferiscono alle donne vittime della violenza di genere nei termini di “sopravvissute”, non solo per evidenziare la gravità di quanto patito, del rapporto di soggezione determinato dalla condotta subita, ma anche per valorizzare le risorse impiegate dalle donne per uscire dalla situazione di violenza. Per alcune donne il momento della testimonianza è vissuto come un momento di liberazione, per altre invece rappresenta un vero e proprio calvario così come definito anche dalla Corte EDU ( S.N contro Svezia del 2 luglio 2007). Ricordo, ad esempio, il caso di una donna agente di polizia, vittima di maltrattamenti e violenze sessuali da parte del marito: la quale ha presentato nei giorni prima dell’esame testimoniale addirittura problemi di enuresi notturna, causati dal terrore di dover rivivere con la testimonianza i fatti subiti. In tali situazioni, è stato utile richiedere l’uso di un paravento che ha consentito alla donna di non sentirsi addosso lo sguardo dell’imputato. Ciò ha consentito sia di salvaguardare il principio della genuinità della prova, e allo stesso tempo di salvaguardare l’integrità psico fisica della vittima. Tale prassi NON lede il principio del contraddittorio nella formazione della prova, né mina i diritti di difesa, e rientra in quei trattamenti specifici che la ”particolare vulnerabilità della vittima” impone di adottare in base ai principi della Convenzione di Istanbul e della direttiva 2012.
Quanto al diritto al risarcimento del danno
L’O.M.S considera la violenza domestica come uno dei più gravi problemi di salute pubblica. Si tratta di lesione di diritti inviolabili della persona, (art. 3, art. 2, art. 29 e 32 della cost.), che causa un danno che può essere liquidato, già in sede penale, in via equitativa e definitiva (art. 538, 539 c.p.p e art. 9, decisione quadro) come avviene già in materia di violenza sessuale da parte di alcuni collegi.
E vengo alle conclusioni dicendo che incontri come questi, di denuncia del disvalore sociale e criminale di fenomeni come il femminicidio, simbolo brutale della discriminazione di genere, contribuiscono ad innovare la cultura giudiziaria e a rendere veramente democratico il nostro Paese in quanto solo il pieno riconoscimento e la concreta affermazione dei diritti umani delle donne segnano il grado di avanzamento democratico di una società”.
pubblicato il 18 giugno 2013
Tag: Cancellieri, femmicidio, femmincidio, Idem, pacchetto svuotacarceri, task force
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Educazione è stata parola che si è ripetuta più volte durante il seminario parlamentare alla Sala del Mappamondo di Montecitorio voluto dalla presidente della camera Laura Boldrini lunedì scorso. “Parole libere o parole d’odio? Prevenzione della violenza on-line”, era il titolo, e anche se non tutti sono stati proprio educati (uno degli invitati ha preso la porta molto prima che l’incontro finisse per poi scriverne senza completa cognizione del risultato), il concetto chiave di quel seminario è stato, in realtà, il desiderio di un cambiamento culturale molto più ampio che non qualche regoletta per il web. Perché al di là di quello che succede online, la capacità di un confronto senza scontro, la possibilità di dialogo anche su posizioni diametralmente opposte, la volontà di gestire la collera e l’accettazione della diversità, fanno parte di una scommessa ampia che coinvolge la comunità intera, soprattutto se questa comunità vuole sentirsi chiamare civiltà. Al #nohatespeech c’erano la presidente della camera, Laura Boldrini, la ministra delle pari opportunità, Josefa Idem, il professor Stefano Rodotà, la Vice-Segretaria del Consiglio d’Europa, Gabriella Battaini-Dragoni, e tra gli inetrventi: la mamma della ragazza suicida dopo le violenze subite pochi mesi fa, il padre di una ragazza sottoposta a cyberbullismo, Raffaella Milano (Save the Children Italia), Elisabeth Linder (Facebook), Giorgia Abeltino (Google Italia), ma anche giornalisti e blogger, tra cui me medesima, Loredana Lipperini, Lorella Zanardo, Massimo Melica, Stefano Andreoli, Alessandro Bonino, Arturo Di Corinto, Giulia Innocenzi, Clarissa Gigante, Guido Scorza. Moderava Luca Sofri, direttore del “Post”. Non entro qui nel merito di tutto quello che si è detto, perché è stato già fatto altrove, perché è tardi e perché questa non è una cronaca, e quindi dirò solo cosa mi è piaciuto e cosa meno.
Mi è piaciuto che se ne sia parlato, che sia iniziato un dialogo tra istituzioni e diverse realtà che ogni giorno sono a contatto con la rete, e soprattutto sono contenta di aver parlato lì, dove si analizzavano aspetti della violenza in rete, delle conseguenze di quest’odio sulle parti più esposte, cioè le donne e i minori, e in maniera particolare le ragazze. Mi è piaciuto come tra me, Loredana Lipperini e Lorella Zanardo, si sia attivato un solido cerchio “magico”, come solo le donne riescono a fare (e non sempre), mettendo in campo in maniera armonica e straordinaria i vari aspetti del problema, senza alcuna preparazione ma solo con uno scambio rapido di idee iniziali. E mi è piaciuto sentire tante volte ripetere in quella sala che non ci vogliono leggi restrittive sul web o bavagli, che chi fa un reato in rete è già rintracciabilissimo, che la rete è un luogo proficuo di scambio e di libertà delle idee, e che quello che ci vuole è invece una seria educazione alla differenza, ovvero un ben più difficile e complesso cambiamento culturale, che definirei come un’apertura dell’orizzonte di molte teste fuori e dentro la rete, e quindi nella società. Un cambiamento di testa che Idem e Boldrini dimostrano già in atto con quello che fanno: l’ascolto della società civile per affrontare insieme la violenza contro le donne, l’andare pubblicamente al gay pride di Palermo affrontando ogni critica e meraviglia, l’aver combattuto per mettere subito in agenda la ratifica della Convenzione di Istanbul.
Quello che invece non mi è piaciuto è che questo non si sia capito fino in fondo, e non mi sono piaciuti alcuni commenti a posteriori come “il seminario è fallito”. Soprattutto non mi è piaciuto che si sia gridata alla strumentalizzazione del dolore in quella sede dove la madre della ragazza che si è tolta la vita, ha voluto parlare per libera scelta e senza forzature, niente a che vedere coi luoghi della speculazione del dolore, come tanta televisione italiana, in cui la storia serve solo per rizzare lo share e non per rendere conto della realtà. Il dolore va detto, narrato, raccontato, con i dovuti metodi e le dovute cautele. Io ci sto dentro tutti i giorni, tantissime donne mi cercano disperatamente per raccontare le loro storie affinché le istituzioni facciano qualcosa. Non le espongo mai, ma faccio raccontare quello che vogliono, contestualizzando quel dolore e quella sofferenza affinché arrivi il senso ultimo di quella storia: e cioè che la realtà va cambiata, che quella sofferenza deve cessare, e che chi racconta, come tutt*, ha il diritto di vivere una vita libera dalla violenza e da quel dolore. Chi dà voce a chi non ce l’ha, non strumentalizzando ma offrendo il testimone e senza esporre gratuitamente quel dolore, lavora per il bene comune affinché questo arrivi a poter cambiare le cose. E quale palco migliore se non quello che direttamente parla a una ministra e una presidente della camera, dove un cittadino o una cittadina possono dire apertamente: questo deve cambiare perché voi, nel vostro ruolo istituzionale rappresentate tutt* noi e quindi dovete usare quel potere per migliorare la condizione di tutt*? Il principio base della democrazia, direi.
Mi è piaciuto invece il commento di Luca Sofri che moderava e che alla fine dell’intervento Lipperini-Betti-Zanardo, ha voluto sottolineare, a una fitta platea di uomini, che i commenti che possiamo avere nei nostri blog (noi donne) rispetto a loro (uomini) sono certamente diversi. A questo aggiungo che sia io che Loredana abbiamo parlato delle minacce e dei commenti sessiti, discriminatori e violenti che abbiamo ricevuto, compresi la distorsione “violenta” delle nostre immagine ritoccate. A me hanno fatto le zanne e gli occhi rossi, a lei l’hanno messa nuda. Per non parlare di epiteti, calunnie, minacce varie, una palma che ci contendiamo con la presidente Boldrini che è stata mediaticamente lapidata, e che pur non essendo la sola a subire la violenza del web ha finalmente affrontato questa violenza nella sua giusta dimensione: cioè non uno “scherzetto”, come alcuni hanno definito, ma una violenza. Lì, ieri, pochi hanno capito la connessione tra la violenza psicologica, presente in tutte le convenzioni internazionali che riguardano le donne (dalla Cedaw alla Convenzione di Istanbul) e i suicidi delle ragazze che hanno subito assalti mediatici. Non si capisce, e allora lo rispieghiamo: non accettare la violenza in tutte le sue forme, compresa quella psicologica anche mediata dalla nuova tecnologia, non significa censurare perché quella non è libertà. Se tu mi minacci per sms o mi minacci per chat, sempre stalking rimane. Se mi ritrovo il video di una violenza che ho subito che va in giro su youtube o su facebook, è una seconda violenza, e se le autorità non fanno nulla per fermare tutto questo, la violenza si triplica, e se quella ragazza si suicida, diventa complicità alla sua morte, anzi istigazione. Se scrivo una frase o un pezzo, o dico una cosa che non va a genio a qualcuno, o se semplicemente sto antipatica e questo qualcuno mi minaccia e mi ricopre di insulti, e poi istiga altri tanto che gli insulti si moltiplicano, questa non è libertà di espressione ma è violenza. Ed è la stessa dinamica della violenza domestica: se tu non accetti la “libertà” di tuo marito a trattarti come uno straccio da terra e ti ribelli, se non accetti che ti picchi e ti riduca come una zampogna, se non accetti di farti stuprare ogni volta che lui ha voglia di fare sesso, e quindi lo denunci: quello che stai facendo non è non riconoscere il suo amore che si dimostra in “mille modi” nella sua libertà di espressione, ma ti stai difendendo da una violenza.
Una violenza che raggiunge i massimi livelli quando viene narrata, oltre che dalla rete, dai media con una sottovalutazione spropositata. Un’esempio per tutti: lo stupro della ragazza minorenne avvenuta in Ohio (Usa) raccontato dagli offender su youtube come una “bravata”. Ragazzi che, una volta rintracciati, hanno subito regolare processo e che, condannati, sono stati presentati dai principali media nazionali come due poveri ragazzi, studenti modello, ai quali era stata stroncata la carriera da giocatori da questa brutta storia, di cui si è anche nominato il nome della famiglia della vittima dando la possibilità a chiunque di rintracciarne l’identità. Ma non basta, perché poi sulla ragazza molti giovani del luogo hanno infierito attraverso twitter, mettendo in dubbio il fatto che non era stata una violenza perché lei “ci stava”. Un’aggressione, quello della rivittimizzazione e del misconoscimento della violenza attraverso la tesi del rapporto consensuale, non diversa da quella che ha subito e continua a subire la ragazza stuprata qui, a Montalto di Castro, che ha visto i suoi otto stupratori riconosciuti colpevoli dal tribunale dei minori che però ha concesso loro una seconda “messa alla prova”. Esempi che dimostrano come, al di là dei mezzi con cui si comunica e si veicola la violenza, il concetto rimane lo stesso, perché è l’impianto culturale che deve essere cambiato. Riconoscere la violenza è il primo passo per tutti, donne e uomini: altrimenti che senso ha ratificare una Convenzione come quella di Istanbul.
Per quanto riguarda gli adolescenti la cosa è ancora più delicata: perché se cresciuti in un contesto che non riconosce tutto questo, possono anche non rendersi conto di compiere reati, sia che vengano messi in opera attraverso il web che fisicamente, ma con una differenza: il bullismo diretto finisce quando torni a casa mentre quello veicolato dalla rete, entra in casa tua e sta con te 24 ore su 24, con l’optional dell’anonimato di chi ne è responsabile. Come ho già scritto un anno fa su questo argomento, nella rete possono essere veicolate ingiurie, minacce, offese gravi, forme di reato come il furto di identità per diffamare compagn* senza essere riconosciuti, rendere pubbliche informazioni private, postare fotografie o video delle amiche e degli amici senza permesso, rubare il cellulare per carpire informazioni e usarle contro compagn* diffamando pubblicamente, costruire gruppi da cui escludere intenzionalmente amici o fare dei gruppi contro alcuni amici: tutte forme di alienazione sociale dannosa che possono provocare nelle vittime ansia, timore, vergogna, rabbia, frustrazione, fino a depressione e alienazione vera e propria, e anche pulsioni suicide. In alcuni casi si tratta di reati veri e propri che, trattandosi di un minore, non sono perseguibili, ma che non possono essere lasciati senza un controllo dai genitori, i quali per il 56% in Europa non è a conoscenza di quello che i figli fanno sul web, una cifra che in Italia sale all’81%. Eppure una cosa che ho sperimentato io stessa, è che quando spieghi bene agli adolescenti che questi sono reati, alcuni gravi, molti capiscono e si mettono anche paura, mentre più difficile è rendere consapevoli i “grandi” che stanno con loro. Un caso banale che mi ha colpito è stato quello di una ragazza a cui era stato sottratto un cellulare all’interno del liceo che frequentava, un evento subito comunicato dalla studentessa ai genitori, i quali tempestivamente si sono preoccupati di parlare con la dirigente scolastica, che ha semplicemente detto che le dispiaceva e che se fosse ritornato il cellulare indietro, avrebbe restituito l’apparecchio alla ragazza. Alle rimostranze dei genitori che hanno sottolineato il pericolo di appropriazione di immagini e materiale personale della minorenne che si sarebbe potuto divulgare, la dirigente è rimasta basita, e data la sottovalutazione del fatto, i genitori hanno ritenuto opportuno avvertire che avrebbero comunque fatto una denuncia. A quel punto l’intero staff della scuola si è dato da fare per ritrovare l’apparecchio e il cellulare è saltato magicamente fuori.
pubblicato il 12 giugno 2013
Tag: #nohatespeech, Boldrini, Camera, cyberbullismo, Idem, Lipperini, odio in rete, violenza di genere, Zanardo
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L’anno scorso, a dicembre, ho messo in piedi con Magistratura Democratica, l’incontro “Femminicidio: analisi, metodologia e intervento in ambito giudiziario. Per una strategia concreta di lavoro interdisciplinare”, uno dei tavoli più interessanti sul femminicidio che siano mai stati fatti nell’arco dell’anno: sia perché interdisciplinare, e quindi con competenze diverse tra loro (dalla magistratura al giornalismo e alla psicologia, ecc), sia perché di altissimo livello professionale, e con un intreccio di riflessioni che, una volta uscite da quel tavolo, hanno caratterizzato la campagna di informazione e di mobilitazione sul femminicidio in Italia. Oggi, grazie anche a quell’incontro, la sensibilità è cresciuta enormemente, e con la ratifica della Convenzione di Istanbul possiamo anche immaginare l’avvio di un nuovo percorso. Una svolta. Per questo sono onorata di partecipare oggi al convegno di ADMI, “Violenza di genere: nuove forme di tutela dei diritti fondamentali – Il femminicidio e la Convenzione di Istanbul”. Perché ci sono incontri che fanno la storia e costruiscono cambiamenti di realtà.
Un’emergenza sociale ed un fondamentale banco di prova per le istituzioni: il tema della violenza contro le donne ha solo come punta emergente la tragica statistica delle uccisioni (statistica che registra un inesorabile incremento - da 84 a 124 – del numero delle vittime fra il 2005 e il 2012, con 25 donne già uccise nei primi mesi del 2013, soltanto in Italia). Non meno importante, tuttavia, è il substrato sociale e culturale in cui la violenza matura, devastando sia la persona contro cui direttamente si rivolge, sia l’ambito familiare della stessa, anche in assenza di immediato pericolo per la vita e l’integrità fisica. Si avverte quindi l’urgente necessità di un diverso approccio culturale, prima ancora di un’efficace e rapida repressione dei reati commessi, ad opera di personale specializzato nell’ambito sia delle forze dell’ordine che della magistratura. Quando si parla di “femminicidio” si fa riferimento ad una realtà complessa, che investe il modo di essere delle relazioni fra uomini e donne nella società contemporanea, la struttura della famiglia e le relazioni di coppia in una dimensione chiusa, in cui spesso non c’è denuncia ed in cui le denunce, quando pure vengono presentate, sono ancora più spesso travisate o sottovalutate. Tagli ai servizi per mancanza di fondi, malfunzionamento della giustizia e cecità burocratica sono gli ingredienti di una miscela esplosiva, che sta producendo effetti laceranti in una società in crisi economica e di valori. L’incontro che si propone ha come base di partenza la Convenzione di Istanbul, che prevede forme avanzate di comprensione di un fenomeno – quello della violenza di genere – in crescita e da arginare con urgenza, rilevandone le radici profonde e dettando linee risolutive concrete ed efficaci. L’Associazione Donne Magistrato Italiane, di cui fanno parte colleghe di ogni ordine, vuole farsi promotrice di un dialogo allargato fra operatori - appartenenti alla magistratura, all’avvocatura, alle forze dell’ordine, ai servizi sociali – in grado di dare il proprio apporto per l’individuazione e la soluzione dei problemi esistenti. Si cercherà quindi di fornire spunti per una proposta normativa che, in attuazione della Convenzione, affronti il tema della violenza di genere in modo articolato e completo:promuovendo anche nelle scuole nuovi modelli culturali, potenziando i centri antiviolenza, assicurando forme di tutela che tengano conto della solitudine delle vittime, dell’insostenibilità dei tempi ordinari della giustizia e delle difficoltà di formazione della prova. Ogni passo avanti, su questo difficile fronte, non può che essere un traguardo di civiltà giuridica per il Paese.
pubblicato il 12 giugno 2013
Tag: "Violenza di genere: nuove forme di tutela dei diritti fondamentali - Il femminicidio e la Convenzione di Istanbul", ADMI, Convenzione contro la violenza sulle donne, Convenzione di istanbul, femminicidio
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Sono 112 i Paesi che nel 2012 hanno praticato torture sui loro cittadini, 80 hanno avuto processi iniqui e in 101 paesi è stata documentata repressione della libertà di espressione. Un mondo pericoloso soprattutto per chi fugge dalle guerre o dalla tortura, i cui diritti non vengono protetti “in nome del controllo dell’immigrazione”: un dictat che non tiene conto dei 214 milioni di migranti che girano il mondo alla ricerca di un posto dove vivere. “Milioni e milioni di persone – dice Carlotta Sami di Amnesty International Italia – che si trovano in pericolo, esposte a qualsiasi tipo di abuso: stupri per le donne, vittime di tratta per donne e bambini, lavoro forzato, schiavitù”. Milioni di esseri umani che cercano una possibilità di sopravvivenza che il vicino di casa ti nega. Milioni di donne e bambini che subiscono violenza, a cui si aggiungono le aggressioni e le uccisioni di giornalisti che cercano di testimoniare la verità e dei difensori dei diritti umani che cercano di aiutare chi non ce la fa: violazioni che attraversano tutti le regioni esaminate da Amnesty, con una situazione globale di diseguaglianza e di povertà in costante aumento. Europa compresa. Sull’Italia non manca la progressiva erosione dei diritti umani, dimostrata dai ritardi e dai vuoti legislativi non colmati, non solo per contrastare seriamente la violenza contro le donne – femminicidio, ma anche da tutti gli ostacoli che incontra chi chiede giustizia per coloro che sono morti mentre si trovavano nelle mani di agenti dello Stato: un caso su tutti, quello della morte di Stefano Cucchi, il cui processo si è concluso ieri con la condanna dei soli medici dell’ospedale, colpevoli di non aver provveduto alle cure, senza neanche una parola contro l’evidenza del massacro, delle botte e della tortura disumana testimoniati delle stesse foto scattate al corpo senza vita del ragazzo. Eppure, tutti i danni delle violazioni, delle ingiustizie, delle violenze di esseri umani contro altri esseri umani, non sono casi isolati da cui qualcuno si possa sottrarre, perché come recita Martin Luter King nella frase che Amnesty ha messo in apertura al suo rapporto: “L’ingiustizia che si verifica in un luogo minaccia la giustizia ovunque. Siamo tutti presi in una rete di reciprocità alla quale non si può sfuggire, legati a un unico destino. Qualsiasi cosa colpisca direttamente uno, colpisce indirettamente tutti”.
(Martin Luther King Jr, Lettera dal carcere di Birmingham, Usa, 16 aprile 1963)
INTRODUZIONE AL RAPPORTO DI AMNESTY INTERNATIONAL 2013
(sul sito l’intero rapporto)
I DIRITTI UMANI NON CONOSCONO CONFINI
di Salil Shetty, Segretario generale di Amnesty International
Il 9 ottobre 2012, in Pakistan, talebani armati hanno sparato un colpo alla testa della quindicenne Malala Yousafzai. La sua colpa era di aver invocato il diritto all’istruzione per le ragazze. Il suo mezzo di comunicazione, un blog. Come Mohamed Bouazizi, il cui atto estremo nel 2010 aveva innescato un effetto a cascata di proteste nell’intera regione del Medio Oriente e Africa del Nord, la determinazione di Malala è andata ben oltre i confini del Pakistan. Il coraggio e la sofferenza delle persone, insieme alla potenza senza confini dei social network, hanno cambiato la nostra visione della lotta per l’affermazione dei diritti umani, dell’uguaglianza e della giustizia e hanno determinato un sensibile cambiamento del dibattito che circonda il concetto di sovranità e diritti umani.
In ogni parte del mondo la gente è scesa per le strade, correndo un grande rischio personale, si è esposta nella sfera digitale, per mettere in luce la repressione e la violenza esercitate dai governi e dagli altri potenti attori. Attraverso i blog, i vari mezzi di comunicazione sociale e la stampa tradizionale, la gente ha creato un sentimento di solidarietà internazionale in grado di far rivivere il ricordo di Mohamed e i sogni di Malala.
Tale coraggio, insieme alla capacità di comunicare la nostra profonda fame di libertà, giustizia e diritti, ha messo in allarme i potenti. Le espressioni di sostegno a coloro che manifestano contro l’oppressione e la discriminazione sono in aperto contrasto con le azioni di molti governi che reprimono proteste pacifiche e tentano disperatamente di co trollare la sfera della comunicazione digitale, ristabilendo anche qui i loro confini nazionali.
Pertanto, che cosa potrà significare per i potenti, che si aggrappano al concetto di “sovranità”, e abusano del suo significato, rendersi conto della forza potenziale che ha la gente di smantellare le strutture di governo e di puntare i riflettori sugli strumenti della repressione e della disinformazione che loro usano per restare al potere? Il sistema economico, politico e commerciale creato da coloro che detengono il potere spesso è stato la causa di violazioni dei diritti umani. Ad esempio, il commercio delle armi annienta vite umane eppure viene difeso dai governi, che o impiegano le armi per reprimere il proprio popolo o traggono profitto dal loro commercio. Il tutto è giustificato in nome della “sovranità”.
SOVRANITÀ E SOLIDARIETÀ
In questa ricerca di libertà, diritti e uguaglianza, dobbiamo ripensare il concetto di sovranità. La forza della sovranità dovrebbe – e di certo può – derivare dalla conquista del proprio destino, come è accaduto per gli stati emersi dal colonialismo o dalla sottomissione di paesi vicini o che sono sorti dalle ceneri di movimenti che hanno rovesciato regimi repressivi e corrotti. Di certo, questo è il potere della sovranità. Per mantenerlo vivo e per limitare la sua strumentalizzazione, dobbiamo ridefinire il concetto e riconoscere sia la solidarietà globale sia la responsabilità globale. Siamo cittadini del mondo. Possiamo interessarci a ciò che avviene altrove, perché abbiamo accesso alle informazioni e possiamo scegliere di non rimanere chiusi nei confini.Gli stati si richiamano regolarmente alla sovranità, facendola corrispondere al controllo sugli affari interni senza interferenze esterne, per poter fare quello che vogliono. Si richiamano alla sovranità, comunque in modo pretestuoso, per nascondere o negare uccisioni di massa, genocidi, oppressione, corruzione, morte per fame o persecuzione di genere.
Ma chi abusa del potere e dei propri privilegi non può più nascondere facilmente tali abusi. Le persone registrano con i telefoni cellulari e caricano in rete filmati che rivelano la realtà delle violazioni dei diritti umani in tempo reale e fanno luce sulla verità al di là della retorica ipocrita e delle giustificazioni autoreferenziali. Analogamente, le multinazionali e altri potenti attori privati sono più facilmente soggetti a controllo in quanto le conseguenze delle loro azioni, per quanto subdole o criminali, sono ormai difficili da nascondere.
Operiamo in un sistema dei diritti umani che dà per scontato il concetto di sovranità ma che di fatto non lo difende, neppure dopo la formulazione della dottrina della Responsabilità di proteggere, concordata nel corso di un summit mondiale delle Nazioni Unite nel 2005, e ripetutamente riaffermata da allora. È facile vedere perché; anche solo nel 2012 ci sono stati molti esempi di governi che hanno violato i diritti delle persone che governano.
Un elemento chiave della protezione dei diritti umani è il diritto di tutte le persone di e sere libere dalla violenza. Un altro elemento fondamentale è dato dai forti limiti imposti alla possibilità dello stato d’interferire nella nostra vita e in quella dei nostri familiari. Ciò comprende la protezione della nostra libertà d’espressione, associazione e coscienza. Significa anche non interferire con il nostro corpo e con i modi in cui lo impieghiamo, ovvero con le decisioni che prendiamo in termini di riproduzione, d’identità sessuale e di genere e con il modo in cui scegliamo di vestirci.
Nei primi giorni del 2012, 300 famiglie sono rimaste senza tetto nella capitale della Cambogia, Phonm Penh, dopo essere state sgomberate con la violenza dal loro quartiere. Soltanto qualche settimana dopo, 600 brasiliani sono andati incontro allo stesso destino nella baraccopoli di Pinheirinho, nello stato di San Paolo. A marzo, in Giamaica 21 persone sono state uccise in una serie di sparatorie dalla polizia, in Azerbaigian musicisti sono stati percossi, arrestati e torturati in detenzione e il Mali è sprofondato in una crisi in seguito a un colpo di stato nella capitale Bamako.
E così via: altri sgomberi forzati sono stati attuati in Nigeria; giornalisti sono stati assassinati in Somalia, in Messico e altrove; donne sono state stuprate o sessualmente aggredite tra le mura domestiche, per strada o mentre esercitavano il loro diritto di manifestare; persone Lgbti sono state duramente picchiate mentre alle loro comunità è stato impedito di partecipare agli eventi del Pride; attivisti dei diritti umani sono stati uccisi o mandati in carcere per accuse false. A settembre, per la prima volta dopo 15 anni, il Giappone ha messo a morte una donna. A novembre c’è stata una nuova escalation del conflitto tra Israele e Gaza, mentre nella Repubblica Democratica del Congo decine di migliaia di civili sono fuggiti dalle loro abitazioni quando il gruppo armato Movimento 23 marzo (M23), sostenuto dal Ruanda, ha marciato sulla capitale della provincia del Nord Kivu.
E poi c’è stata la Siria. A fine anno, secondo le Nazioni Unite i morti ammontavano a 60.000 e il loro numero purtroppo era in continua crescita.
MANCANZA DI PROTEZIONE
Troppo spesso negli ultimi decenni, la sovranità degli stati, sempre più strettamente legata al concetto di sicurezza nazionale, è stata impiegata per giustificare azioni contrarie ai diritti umani. A livello interno, i detentori del potere sostengono di essere gli unici a poter prendere delle decisioni riguardo alla vita delle persone che governano.Come aveva fatto suo padre prima di lui, il presidente Bashar al-Assad si è mantenuto al potere mettendo l’esercito e le forze di sicurezza siriane contro il popolo che gli chiedeva di andarsene. Ma c’è una fondamentale differenza. All’epoca del massacro di Hama, nel 1982, nonostante Amnesty International e altri avessero messo in luce ciò che stava accadendo e lavorato instancabilmente per cercare di porvi fine, le uccisioni di massa erano avvenute in larga parte lontano dagli occhi del resto del mondo. Al contrario, negli ultimi due anni, coraggiosi blogger e attivisti siriani sono riusciti a raccontare direttamente al mondo ciò che stava succedendo nel loro paese, persino nel momento stesso in cui accadeva.
Nonostante il crescente numero di vittime, e malgrado le numerose prove dei crimini commessi, ancora una volta in Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite non ha provveduto a proteggere i civili. Per quasi due anni i militari e le forze di sicurezza siriani hanno lanciato attacchi indiscriminati e detenuto, torturato e ucciso persone perché sospettate di sostenere i ribelli. Un rapporto di Amnesty International ha documentato 31 differenti forme di tortura e altri maltrattamenti. Gruppi armati d’opposizione hanno inoltre perpetrato uccisioni sommarie e torture, benché di portata più limitata. Il mancato intervento del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite viene difeso, in particolare da Russia e Cina, in nome del rispetto alla sovranità dello stato siriano.
L’idea che né i singoli stati né la comunità internazionale debbano intervenire in maniera decisa per proteggere i civili quando i governi e le loro forze di sicurezza prendono di mira il loro stesso popolo, a meno che non esista un loro tornaconto, è del tutto inaccettabile. Sia che si tratti del genocidio in Ruanda del 1994, della letale “no fire zone” in cui circoscrivere i tamil nel nord dello Sri Lanka, dove migliaia di civili sono stati uccisi nel 2009, della morte per fame che affligge il popolo nordcoreano o del conflitto siriano, l’inerzia in nome del rispetto per la sovranità di uno stato non ha scusanti.
In definitiva, gli stati sono responsabili dell’affermazione dei diritti delle persone presenti sul loro territorio. Chi ha a cuore la giustizia e i diritti umani non può sostenere che la sovranità al momento sia in alcun modo al servizio di questi principi ma anzi è un ostacolo alla loro realizzazione.
Davvero è arrivato il momento di contestare questo mix deleterio di richiami degli stati alla loro sovranità assoluta e all’interesse per la sicurezza nazionale, più che ai diritti umani e alla sicurezza della popolazione. Non abbiamo più scuse. È ormai ora che la comunità internazionale si faccia avanti e torni a farsi carico del suo dovere di proteggere tutti i cittadini di questo pianeta.
I nostri paesi hanno l’obbligo di rispettare, proteggere e realizzare i nostri diritti. Molti non lo fanno o al massimo lo fanno in maniera incoerente. Nonostante tutti i successi raccolti negli ultimi decenni dal movimento per i diritti umani, dal rilascio di prigionieri di coscienza alla proibizione a livello globale della tortura e alla creazione della Corte penale internazionale, questa distorsione del concetto di sovranità significa continuare a lasciare indietro milioni di persone.
CUSTODI O SFRUTTATORI
Uno degli esempi più emblematici di questa situazione creatasi negli ultimi decenni è il trattamento riservato alle popolazioni native nel mondo. Un valore fondamentale che accomuna le comunità native in tutto il mondo è il loro rifiuto del concetto di “proprietà” della terra. Al contrario, tradizionalmente s’identificano come custodi del territorio sul quale vivono. Questo rifiuto del concetto di possedere un terreno è stato pagato a caro prezzo. Molte terre abitate dalle popolazioni native si sono rivelate ricche di giacimenti e risorse. Così il governo, che dovrebbe tutelare i loro diritti, si appropria delle loro terre in nome dello “stato sovrano”, poi le vende, le dà in concessione o consente il loro sfruttamento da parte di terzi.Invece di rispettare il valore delle comunità che sono custodi della terra e delle sue risorse, gli stati e le multinazionali arrivano in queste zone, cacciano con la forza le comunità native e requisiscono la proprietà della terra o i diritti minerari associati a essa.
In Paraguay, i sawhoyamaxa hanno trascorso il 2012 così come hanno trascorso gli ultimi 20 anni: sfollati dalle loro terre ancestrali, malgrado una sentenza della Corte interamericana dei diritti umani del 2006, che aveva riconosciuto il loro diritto a quelle terre. Più a nord, decine di comunità delle Prime nazioni in Canada hanno continuato a opporsi alla proposta di costruire un oleodotto che collega le sabbie bituminose dell’Alberta alle coste della Columbia Britannica, attraversando le loro terre ancestrali.
In un’epoca in cui i governi dovrebbero imparare dalle comunità native a ripensare il proprio rapporto con le risorse naturali, le popolazioni native di tutto mondo sono sotto assedio.
Ciò che rende tale devastazione particolarmente allarmante è fino a che punto gli stati e le multinazionali ignorano la Dichiarazione universale delle Nazioni Unite sui diritti delle popolazioni native, che stabilisce esplicitamente che gli stati debbano assicurare la piena e concreta partecipazione delle popolazioni native in tutte le questioni che le riguardano. Attivisti dei diritti delle popolazioni native rischiano di essere vittime di violenza o persino uccisi, quando cercano di difendere le loro comunità e le loro terre.
Discriminazione, emarginazione e violenza non sono fenomeni limitati alla regione delle Americhe ma riguardano ogni parte del pianeta, dalle Filippine alla Namibia, dove nel 2012 i bambini del popolo san, ovahimba e di altre minoranze etniche hanno incontrato numerosi ostacoli che hanno impedito loro l’accesso all’istruzione. Ciò si è verificato in modo particolare a Opuwo, tra i bambini ovahimba, costretti a tagliarsi i capelli e a non indossare il loro abito tradizionale per poter frequentare la scuola pubblica.
IL FLUSSO DI DENARO E DI PERSONE
La corsa alle risorse è soltanto uno degli aspetti del nostro mondo globalizzato. Un altro è il flusso di capitali attraverso i confini, al di là degli oceani, fino a entrare nelle tasche dei potenti. Certo, la globalizzazione ha portato crescita economica e prosperità per alcuni ma l’esperienza dei nativi resta fuori da questa crescita in quelle comunità, che osservano governi e multinazionali trarre profitto dalla terra su cui vivono e sulla quale muoiono di stenti.Nell’Africa Subsahariana, ad esempio, nonostante la significativa crescita in molti paesi, milioni e milioni di persone continuano a vivere in condizioni di povertà al limite della sopravvivenza. La corruzione e il flusso di capitali nei paradisi fiscali al di fuori dell’Africa continuano a essere due delle principali motivazioni. La ricchezza mineraria della regione continua ad alimentare affari tra le multinazionali e i politici, da cui entrambi traggono profitto; ma a quale prezzo? La mancanza di trasparenza sugli accordi di concessione e la totale assenza di accertamento delle responsabilità si traducono nell’indebito arricchimento degli azionisti delle multinazionali e dei politici da un lato e dall’altro nella sofferenza di quanti sperimentano lo sfruttamento del loro lavoro, il degrado della loro terra e la violazione dei loro diritti. La giustizia è decisamente fuori dalla loro portata.
Un altro esempio del libero flusso dei capitali è il denaro che i lavoratori migranti in tutto il mondo inviano a casa. Secondo la Banca mondiale, le rimesse dei lavoratori migranti provenienti dai paesi in via di sviluppo corrispondono al triplo dei fondi internazionali d’assistenza allo sviluppo. E tuttavia, durante l’anno questi stessi lavoratori migranti sono stati spesso lasciati senza una casa e privi di un’adeguata protezione dei loro diritti da parte degli stati ospitanti.
Le agenzie di collocamento per il lavoro in Nepal, ad esempio, nel 2012 hanno continuato a trafficare lavoratori migranti a scopo di sfruttamento e lavoro forzato e hanno addebitato costi superiori ai limiti tariffari imposti dal governo, costringendo i lavoratori a ricorrere a onerosi prestiti a tassi d’interesse elevati. I proprietari delle agenzie hanno ingannato molti migranti circa i termini e le condizioni di lavoro ma queste strutture, che hanno violato la legislazione nepalese, raramente sono state sanzionate. Per fare un esempio, con una legge che difende solo a parole i diritti delle donne, ad agosto il governo ha vietato alle donne al sotto dei 30 anni di migrare per lavorare come domestiche in Kuwait, Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, a causa delle denunce di abusi sessuali ed altri abusi fisici nei suddetti paesi. Ma il divieto ha potenzialmente aumentato il rischio per le donne, costrette a cercare un lavoro attraverso i canali non ufficiali. Ciò che avrebbe dovuto fare il governo era preoccuparsi di garantire loro ambienti di lavoro sicuri.
Una volta che sono partite, gli stati da cui provengono queste persone sostengono di non avere più obblighi nei loro confronti, dal momento che i lavoratori migranti non si trovano più all’interno del loro territorio, mentre gli stati ospitanti sostengono che, poiché non sono loro cittadini, non hanno diritti. Intanto, la Convenzione internazionale delle Nazioni Unite sui diritti dei lavoratori migranti e loro familiari, la cui adesione è stata aperta nel 1990, resta uno dei trattati sui diritti umani che ha raccolto meno ratifiche. Nessuno stato ricevente dell’Europa Occidentale ha ratificato la Convenzione. Né lo hanno fatto altri che ospitano moltissimi migranti come Usa, Australia, Canada, India, Sudafrica e gli stati del Golfo.
Questa vulnerabilità assume proporzioni ancor più rilevanti per i rifugiati. I più esposti restano i 12 milioni di apolidi sparsi nel mondo, un numero che equivale alla popolazione di alcune delle maggiori metropoli come Londra, Lagos o Rio. Per circa l’80 per cento si tratta di donne. In assenza della protezione del loro stato “sovrano” queste persone sono veri e propri cittadini del mondo. La loro protezione riguarda tutti noi. Rappresentano la quintessenza della realizzazione del dovere di proteggere. Poiché la protezione dei diritti umani deve essere applicata a tutti gli esseri umani, che si trovino a casa loro o no.
Ora come ora, questa protezione è percepita come subordinata alla sovranità dello stato. Nei campi profughi del Sud Sudan le donne sono stuprate, dall’Australia al Kenya richiedenti asilo sono rinchiusi in centri di detenzione o container metallici, a centinaia muoiono mentre a bordo di barconi fatiscenti cercano disperatamente di raggiungere un porto sicuro.
Durante l’anno, ancora una volta imbarcazioni di africani in difficoltà al largo delle coste italiane sono state allontanate dalla salvezza delle spiagge europee, perché gli stati sostenevano che il controllo dei loro confini era sacrosanto. Il governo australiano ha continuato a interdire in mare le imbarcazioni di rifugiati e migranti. La guardia costiera statunitense ha difeso così la propria prassi: “interdire i migranti in mare significa poterli rimandare rapidamente indietro nei loro paesi d’origine, senza le costose procedure che si rendono invece necessarie quando riescono a entrare negli Stati Uniti”. In ciascuno di questi casi, la sovranità ha avuto la meglio sul diritto degli individui di chiedere asilo.
Ogni anno circa 200 persone muoiono nel tentativo di attraversare il deserto per raggiungere gli Usa, una diretta conseguenza delle misure adottate dal governo statunitense per far sì che i passaggi più sicuri siano del tutto impraticabili per i migranti. Il loro numero è rimasto stabile nonostante una flessione del fenomeno dell’immigrazione.
Questi esempi rappresentano la più atroce rinuncia alla responsabilità di promuovere i diritti umani, compreso il diritto alla vita, e sono in netto contrasto con il libero flusso dei capitali citato in precedenza.
I controlli sull’immigrazione sono in netto contrasto anche con il flusso per lo più indisturbato di armi convenzionali attraverso le frontiere, comprese armi di piccolo calibro e armi leggere. Centinaia di migliaia di persone sono uccise, ferite, stuprate e costrette a fuggire dalle loro abitazioni a causa di questo commercio. Il traffico di armi è inoltre strettamente legato alla discriminazione e alla violenza di genere, che colpisce in maniera sproporzionata le donne. Ciò ha implicazioni di ampia portata sugli sforzi per consolidare la pace, la sicurezza, l’uguaglianza di genere e uno sviluppo sicuro. Gli abusi sono alimentati in parte dalla facilità con cui le armi vengono comprate e vendute, barattate e spedite in giro per il mondo, finendo troppo spesso nelle mani di governi responsabili di abusi e delle loro forze di sicurezza, dei signori della guerra e di bande criminali. Si tratta di un affare redditizio, pari a 70 miliardi di dollari Usa all’anno, e pertanto coloro che hanno interessi consolidati cercano di evitare ogni regolamentazione. Mentre scriviamo questo testo, i governi principali intermediari di armi si apprestano ad avviare colloqui per un trattato sul commercio di armi [poco prima di andare in stampa, il trattato è stato approvato, N.d.C.]. La nostra richiesta è che in presenza di un sostanziale rischio che queste armi saranno impiegate per commettere violazioni del diritto internazionale umanitario o gravi violazioni delle norme sui diritti umani, il loro trasferimento debba essere proibito.
IL FLUSSO D’INFORMAZIONI
L’aspetto decisamente positivo che si può trarre da questi esempi, tuttavia, è che noi siamo a conoscenza della loro esistenza. Da mezzo secolo, Amnesty International documenta le violazioni dei diritti umani nel mondo e impiega ogni risorsa a disposizione per cercare di fermare e impedire gli abusi e tutelare i nostri diritti. La comunicazione globalizzata sta creando opportunità un tempo inimmaginabili per i fondatori del moderno movimento per i diritti umani. Ormai governi e multinazionali possono fare ben poco per nascondersi dietro i loro confini “sovrani”.La velocità con cui le nuove forme di comunicazione prendono piede nella nostra vita lascia senza fiato. Dal 1985, anno in cui fu creato il primo dominio .com, fino a oggi, con due miliardi e mezzo di persone che hanno accesso a Internet, le ruote del cambiamento hanno girato con una velocità straordinaria. Nel 1989, Tim Berners-Lee propose il sistema di ricerca documentale di Internet, nel 1996 nacque Hotmail, i blog comparvero nel 1999 e Wikipedia fu lanciata nel 2001. Nel 2004 arrivò Facebook, seguito da YouTube un anno dopo, quando Internet toccò il suo miliardesimo utente, individuato “statisticamente in una donna di 24 anni di Shanghai”. Il 2006 fu la volta di Twitter e della versione censurata cinese di Google, Gu Ge. Nel 2008 la Cina aveva più persone online degli Usa. E nello stesso anno, alcuni attivisti svilupparono in collaborazione con giornalisti keniani un sito web chiamato Ushahidi, un termine swahili che significa “testimonianza”, inizialmente per tracciare una mappatura della violenza in Kenya dopo le elezioni, e che da allora si è evoluto in una piattaforma utilizzata in tutto il mondo con la missione di “democratizzare l’informazione”.
Viviamo in un mondo in cui le notizie abbondano. Gli attivisti hanno gli strumenti per far sì che le violazioni non siano nascoste. L’informazione crea l’obbligo di agire. Affrontiamo un’epoca cruciale: continueremo ad avere accesso a queste informazioni oppure gli stati in collusione con altri potenti attori le bloccheranno? Amnesty International vuole assicurarsi che tutti abbiano gli strumenti per poter accedere e condividere le informazioni e per contestare il potere e la sovranità, qualora si verifichino abusi. Con Internet, possiamo costruire un modello di cittadinanza globale. Internet fa da contrappunto all’intero concetto di sovranità e di cittadinanza fondata sui diritti.
Il concetto che Martin Luther King Jr espresse con tanta efficacia con le frasi “rete di reciprocità alla quale non si può sfuggire” e “legati a un unico destino”, è stato abbracciato e promosso da molti grandi pensatori e difensori dei diritti prima e dopo di lui. Ma ora è il momento d’instillarlo nel vero “tessuto” del nostro modello internazionale di cittadinanza. Il concetto africano del “Ubuntu” lo esplicita con estrema chiarezza: “Io sono perché noi siamo”.
Si tratta di essere connessi gli uni agli altri, non consentendo che i confini, i muri, i mari, le rappresentazioni dei nemici identificati con “l’altro” inquinino il nostro naturale senso di giustizia e umanità. È così che il mondo digitale ci connette realmente tramite l’informazione.
RAPPRESENTANZA E PARTECIPAZIONE
È semplice. L’apertura del mondo digitale spiana il campo da gioco e consente a molte più persone di accedere alle informazioni di cui hanno bisogno per sfidare i governi e le multinazionali. È uno strumento che incoraggia la trasparenza e l’accertamento delle responsabilità. L’informazione è potere. Internet ha il potenziale di offrire in maniera significativa questo potere ai sette miliardi di persone che popolano il mondo oggi. È uno strumento che ci permette di vedere e documentare e contrastare le violazioni dei diritti umani ovunque stiano accadendo. Ci permette anche di condividere informazioni in modo tale da poter lavorare assieme per risolvere i problemi, promuovere la sicurezza umana e lo sviluppo di ciascun individuo e realizzare così la promessa dei diritti umani.L’abuso della sovranità dello stato è l’opposto di tutto questo. Riguarda i muri, il controllo delle informazioni e della comunicazione e il nascondersi dietro oscure leggi dello stato e altre rivendicazioni di privilegi. L’argomentazione addotta per sostenere il richiamo alla sovranità è che quello che fa un governo non è interesse di nessuno se non di quel governo e, fintanto che questo agisce all’interno dei propri confini, non può essere contestato. Sono le azioni dei potenti contro chi non ha potere.
La forza e le potenzialità del mondo digitale sono immense. E poiché la tecnologia ha valore neutro, queste potenzialità possono portare sia ad azioni coerenti con la costruzione di società che rispettano i diritti umani sia ad azioni del tutto antitetiche ai diritti umani.
È interessante per Amnesty International, la cui storia nasce dalla difesa della libertà d’espressione, vedere ancora una volta come si comportano i governi quando non sono in grado di controllarla e decidono di manipolare l’accesso all’informazione. Mai questo è stato più evidente che nella persecuzione o vessazione di blogger, dall’Azerbaigian alla Tunisia, da Cuba all’Autorità Palestinese. In Vietnam, ad esempio, i popolari blogger Nguyen Van Hai, conosciuto come Dieu Cay, la blogger di “Giustizia e verità” Ta Phong Tan e Phan Thanh Hai, conosciuto come AnhBaSaiGo, sono stati processati a settembre per aver “fatto propaganda” contro lo stato. Sono stati condannati rispettivamente a 12, 10 e quattro anni di carcere e, una volta rilasciati, dai tre ai cinque anni di arresti domiciliari. Il processo è durato appena poche ore e i loro familiari sono stati vessati e detenuti per impedire loro di parteciparvi. Il procedimento giudiziario a loro carico è stato rinviato per tre volte, l’ultima delle quali perché la madre di Ta Phong Tan era morta dopo essersi data fuoco davanti agli uffici governativi, per protestare contro il trattamento riservato alla figlia.
Ma mandare in carcere persone per aver esercitato la loro libertà d’espressione e aver contestato i detentori del potere utilizzando la tecnologia digitale è soltanto la prima linea di difesa dei governi. Sempre più spesso vediamo stati che cercano di costruire programmi di protezione attorno a qualsiasi sistema di comunicazione o d’informazione. Iran, Cina e Vietnam hanno tutti cercato di costruire un sistema che consentisse loro di riottenere il controllo sia sulle comunicazioni sia sull’accesso alle informazioni disponibili nella sfera digitale.
Ma ciò che potrebbe diventare ancor più preoccupante è il numero di paesi che stanno esplorando mezzi meno ovvi di controllo in quest’area, tramite una massiccia sorveglianza e sempre più sofisticati mezzi di manipolazione dell’accesso alle informazioni. Gli Usa, che continuano a dimostrare una notevole mancanza di rispetto dei parametri di riconoscimento, come evidenziato dagli attacchi con droni effettuati in varie parti del mondo, hanno recentemente proclamato il diritto d’esercitare una sorveglianza su qualsiasi informazione trattenuta nei sistemi cloud di conservazione dei dati, luoghi d’archiviazione digitale non legati a domini territoriali. In pratica, si tratta di controllare informazioni di proprietà di singole persone e di aziende che non hanno sede negli Usa o che non sono cittadini statunitensi.
Questa battaglia sull’accesso all’informazione e sul controllo dei mezzi di comunicazione è soltanto all’inizio. Che cosa può fare la comunità internazionale per dimostrare il suo rispetto per coloro che hanno così coraggiosamente rischiato la loro vita e la loro libertà, mobilitandosi durante le rivolte nella regione del Medio Oriente e dell’Africa del Nord? Che cosa possiamo fare tutti noi per dimostrare la nostra solidarietà a Malala Yousafzai e a tutti gli altri che hanno osato alzarsi in piedi e dire “Basta”?
Possiamo chiedere che gli stati garantiscano a tutte le persone nel loro territorio un significativo accesso al mondo digitale, preferibilmente attraverso un collegamento a Internet ad alta velocità e realmente affidabile, sia che si tratti di un dispositivo portatile, come un cellulare, che di un computer fisso. In tal modo, realizzerebbero uno dei principi dei diritti umani sancito all’art. 15 dell’Icescr: “godere dei benefici del progresso scientifico e delle sue applicazioni”. E all’art. 27 della Dichiarazione universale dei diritti umani che afferma: “ognuno ha il diritto di prendere parte liberamente alla vita culturale della comunità, di godere delle arti e di partecipare al progresso scientifico e ai suoi benefici”.
Un significativo accesso a Internet certamente si qualifica come partecipazione ai benefici del progresso scientifico.
Molti anni fa, gli stati crearono un servizio postale internazionale, partendo ciascuno da un proprio sistema nazionale ma interconnesso con tutti gli altri servizi postali, realizzando così un sistema postale planetario. Chiunque poteva scrivere una lettera, acquistare un francobollo e spedire questa lettera a qualcun altro, pressoché in qualunque parte del mondo. Dove non esisteva un servizio di consegna porta a porta, c’era un sistema di cassette o di consegna generale che indicava un luogo dove far recapitare la posta.
E quella posta era considerata qualcosa di privato, indipendentemente dai confini che avrebbe attraversato per giungere a destinazione. Questa forma di comunicazione e di condivisione delle informazioni, che può sembrare piuttosto bizzarra nel mondo odierno, cambiò il modo in cui comunicavamo e fu costruita sulla presunzione del diritto alla riservatezza. Ma ancor di più, gli stati s’impegnarono a garantire che tutte le persone avessero accesso a tale servizio. E anche se molti governi indubbiamente utilizzarono il loro accesso alla posta per leggere ciò che era privato, non contestarono il principio del diritto alla riservatezza di queste comunicazioni. In innumerevoli paesi del mondo ciò spalancò la porta alla condivisione delle informazioni e della vita familiare e comunitaria tra le persone.
Oggi, l’accesso a Internet è decisivo per garantire la possibilità di comunicare e anche per assicurare l’accesso alle informazioni. Trasparenza, accesso alle informazioni e possibilità di prendere parte ai dibattiti politici e alle decisioni sono determinanti per costruire una società rispettosa dei diritti.
Poche azioni dei governi possono avere conseguenze tanto positive, immediate, potenti e di ampia portata per i diritti umani.
Ogni governo del mondo deve fare una scelta: considerare questa come una tecnologia dal valore neutro e servirsene per rivendicare il proprio potere sugli altri o utilizzarla per concretizzare e promuovere la libertà degli individui. L’avvento di Internet e la sua diffusione planetaria, attraverso i telefoni cellulari, gli Internet café, i computer accessibili nelle scuole, nelle biblioteche pubbliche, sui luoghi di lavoro e nelle case, hanno creato un’enorme opportunità di dare alle persone gli strumenti per rivendicare i loro diritti.
LA SCELTA PER IL FUTURO
Gli stati hanno la possibilità di cogliere questo momento per assicurare che tutta la loro popolazione abbia un reale accesso a Internet. Possono garantire che le persone siano in grado di connettersi alla rete a costi accessibili. Possono inoltre sostenere la creazione di molti altri luoghi d’incontro, come biblioteche e café, dove le persone possano accedere a Internet in maniera gratuita o a tariffe convenienti.Di certo, gli stati possono garantire che le donne, soltanto il 37 per cento delle quali ha attualmente accesso alla rete, possano partecipare attivamente a questo sistema d’informazione e pertanto alle azioni e alle decisioni che vengono prese nel mondo in cui vivono. Come precisa un nuovo rapporto pubblicato dall’agenzia Un Women, da Intel e dal Dipartimento di stato americano, esiste un enorme divario di genere che riguarda Internet, in paesi come India, Messico e Uganda.
Il che significa che gli stati devono creare dei sistemi che permettano di connettersi alla rete in casa, a scuola e sul luogo di lavoro, in quanto punti d’accesso come gli Internet café sono impraticabili per quelle donne che non possono uscire di casa per motivi religiosi e culturali.
Gli stati possono inoltre lavorare per sradicare la discriminazione sociale contro le donne e gli stereotipi negativi che le riguardano. Una donna indiana con una laurea in ingegneria ha raccontato agli autori del rapporto che le era stato vietato l’uso del computer “per paura che se lo avesse toccato, qualcosa avrebbe potuto non funzionare più”. Un altro resoconto ha evidenziato come alcuni mariti vietino alle loro mogli di utilizzare il computer della famiglia, per timore che vedano contenuti sessuali inappropriati. È proprio questa la motivazione addotta in Azerbaigian, per cui soltanto il 14 per cento delle donne possono connettersi alla rete, a fronte del 70 per cento degli uomini.
Riconoscendo il diritto delle persone di accedere a Internet, gli stati possono adempiere ai loro doveri riguardo alla libertà d’espressione e al diritto all’informazione. Ma devono farlo rispettando il diritto alla riservatezza.
Fallire in questo significa creare due categorie di persone, sia a livello nazionale che globale: quelle che hanno accesso agli strumenti di cui necessitano per far valere i loro diritti e quelle che rimangono indietro.
Ciò che ci dà speranza è il sostegno e la solidarietà della gente comune. La gente rappresenta l’unico slancio per il cambiamento. I governi non faranno nulla se non sono pressati dalla gente… la quantità di messaggi che ho ricevuto (dagli attivisti di Amnesty International) mi ha dato davvero tanta speranza, malgrado tutte le difficoltà.
Azza Hilal Ahmad Suleiman, egiziana aggredita vicino a piazza Tahrir
Conoscenza, informazione e possibilità di parlare significano potere. Gli stati che rispettano i diritti non temono questo potere. Gli stati che rispettano i diritti promuovono la capacità di agire. E la natura priva di confini della sfera digitale comporta che tutti noi possiamo provare a esercitare la nostra cittadinanza globale, utilizzando questi strumenti per promuovere il rispetto dei diritti umani nei piccoli luoghi vicino a casa, come in solidarietà con le persone che vivono lontano da noi.
Le forme tradizionali di solidarietà possono avere un impatto ancor più forte quando diventano “virali”. Prendiamo ad esempio le 12 persone per le quali si sono impegnati migliaia di attivisti in occasione della 10ª maratona mondiale “Write for Rights”, una campagna di Amnesty International svoltasi a dicembre. Si tratta del più grande evento mondiale a favore dei diritti umani degli ultimi anni, che ha raccolto due milioni di adesioni tramite l’invio di email, petizioni online, messaggi sms, fax e tweet, per esprimere solidarietà, fornire sostegno e contribuire al rilascio di persone che erano state incarcerate a causa delle loro convinzioni.
Come Amnesty International, vediamo in Internet quella radicale promessa e quelle possibilità che il nostro fondatore Peter Benenson intravide più di 50 anni fa, ovvero che persone diverse al di là dei confini, possano lavorare assieme per chiedere libertà e diritti per tutti. Il suo sogno fu liquidato come una delle più grandi follie della nostra epoca. Molti ex prigionieri di coscienza devono la loro libertà e la loro vita a quel sogno. Ci troviamo ora a un punto cruciale per creare e realizzare un altro sogno, che alcuni liquideranno come una pazzia. Ma oggi, Amnesty International abbraccia questa sfida e chiede agli stati di riconoscere che il nostro mondo è cambiato e di creare quegli strumenti in grado dare nuove possibilità a tutte le persone.
http://rapportoannuale.amnesty.it/sites/default/files/Introduzione_1.pdf
pubblicato il 7 giugno 2013
Tag: Amnesty International, diritti umani violati, Stefano Cucchi
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“Oltre l’80% dei ginecologi è obiettore di coscienza e le donne respinte dalle istituzioni tornano al segreto: ventimila le interruzioni di gravidanza illegali calcolate dal ministero della Sanità, ma secondo alcune stime sono almeno il doppio. Ambulatori fuorilegge e farmaci di contrabbando”. Con questo input si apre “194, così sta morendo una legge. In Italia torna l’aborto clandestino”, l’inchiesta di Maria Novella De Luca, giornalista di Repubblica, pubblicata 10 giorni fa sul sito del giornale. Qui si legge che “da Nord a Sud in intere regioni l’aborto legale è stato cancellato” e che “oltre l’80% dei ginecologi, e oltre il 50% di anestesisti e infermieri, non applica più la legge 194″. In Italia ci sarebbero quindi “Ventimila gli aborti illegali calcolati dal ministero della Sanità con stime mai più aggiornate dal 2008: quarantamila, forse cinquantamila quelli reali”. Una realtà agghiacciante se a questi si aggiungono anche i “Settantacinquemila aborti spontanei nel 2011 dichiarati dall’Istat”, di cui un terzo potrebbe essere il “frutto probabilmente di interventi casalinghi finiti male“.Come nella migliore tradizione di un potere solido e millenario, se una cosa non si riesce a combattere da fuori, basta infiltrarsi bene dentro, come un cancro che mangia e prosciuga un copro vivo, dimorandoci. Questo è quello che è successo a una legge come quella italiana sulla interruzione volontaria di gravidanza, voluta da un referendum popolare, ribadita con la stessa forza quando fu messa in discussione, e oggi quasi impraticabile qui da noi. Un effetto dell’imbarbarimento, civile e politico, di un Paese, il nostro.
Ma cosa succede altrove? Secondo l’Oms (Organizzazione mondiale della sanità) circa 16 milioni di adolescenti, di cui 2 milioni sotto i 15 anni, partoriscono ogni anno nel mondo, ma altre 3 milioni rischiano la vita con aborti illegali. In uno studio su Lancet si legge che la metà degli aborti nel mondo non avvengono in condizioni di sicurezza e di questi il 98% avviene in paesi dove le leggi sull’aborto sono restrittive. Come ha sottolineato Richard Horton, direttore di Lancet, “Condannare, stigmatizzare e criminalizzare l’aborto, non serve: si tratta di strategie crudeli e fallimentari”, perché dove l’aborto è consentito, la salute della donne è tutelata, mentre dove le leggi lo vietano, la donna mette in pericolo la sua vita affrontando un aborto clandestino. L’82% delle gravidanze indesiderate si verifica in donne che non riescono ad accedere a servizi di pianificazione familiare, e vietare l’aborto non è la soluzione, anzi quando una donna interrompe una gravidanza la struttura in cui ha fatto l’intervento propone subito un percorso di contraccezione, cosa che senza dubbio non avviene se l’aborto è clandestino. Ecco allora che in Italia, dove la legge c’è, impedire la sua corretta applicazione equivale realisticamente non a far diminuire gli aborti, ma a mettere in pericolo la vita delle donne.
Per l’Onu chi impedisce o si rifiuta di praticare una interruzione volontaria di gravidanza, infligge una forma di tortura alla donna e quindi gli Stati devono assicurare alle donne l’accesso alle cure mediche, comprese quelle connesse all’interruzione di gravidanza. Il report sulla tortura e altri trattamenti o punizioni crudeli, inumani o degradanti, presentato a Ginevra a marzo, di Juan E. Méndez (relatore speciale delle Nazioni Unite), “si concentra su alcune forme di abusi in strutture sanitarie che possono attraversare la soglia di maltrattamenti che equivale a tortura o a trattamento o a punizione crudeli, inumani o degradanti”, tra cui Méndez cita specificamente la mancanza di accesso all’aborto. Méndez , da tempo attivista dei diritti umani e professore di Diritto presso l’American University, dichiara che “la negazione di servizi legali e disponibili come l’aborto e l’assistenza post-aborto”, equivalgono a “maltrattamenti e umiliazioni in contesti istituzionali”.
Ma il punto è anche un altro perché, come osserva la giornalista britannica Laurie Penny (New Statesman) se “possiamo scegliere se e quanti figli vogliamo avere e quando averli, possiamo essere sessualmente attive senza timore di una gravidanza, e possiamo essere presenti, in teoria, in ogni ambito della vita pubblica e professionale. Possiamo avere, cioè, tutti i vantaggi di cui gli uomini hanno sempre goduto per puri motivi biologici”. Un attacco che non è semplice “guerra culturale” ma una vera “controrivoluzione sessuale” che si gioca sulle donne in Europa, in America e nel mondo, anche se con forme diverse e in maniera trasversale. Il recente caso di Beatriz – una ragazza di 22 anni affetta da lupus e insufficienza renale, incinta di una bambina affetta da anancefalia (malformazione che comporta la quasi totale assenza del cranio) – alla quale è stato negato l’aborto terapeutico nel Salvador dove l’aborto è illegale e che alla fine ha avuto un cesareo alla ventisettesima settima da cui è uscita una bimba morta, dimostra che il problema non è la vita del nascitur* ma il fatto di vietare tassativamente un’interruzione di gravidanza come libera scelta della donna, la cui vita in fondo vale meno che zero (come ha dimostrato il caso Beatriz in cui lei ha rischiato di morire). La cosa più grave però è stato il pressing della chiesa cattolica che, con metodi identici in tutto il Pianeta, ha fatto pressione affinché la donna non ottenesse il permesso di interrompere la gravidanza dalla Corte Suprema del paese, a cui Beatriz si era rivolta con un ricorso. E qui sono scesi a fianco delle organizzazioni no-choice per impedire l’aborto, anche i vescovi, ribadendo che la vita va difesa fin dal concepimento e dimostrando quindi di mettere in secondo piano la sopravvivenza della madre.
Oggi, a un anno dal lancio della Campagna “Il buon medico non obietta”, la Consulta di bioetica Onlus organizza un Convegno nazionale sull’obiezione di coscienza alla legge sull’interruzione di gravidanza a Roma, alla Sala Mercede di Palazzo Marini (via della Mercede 55), in quanto, si legge sul comunicato: “Una posizione che è emersa all’interno della Consulta di bioetica è quella secondo la quale l’operatore sanitario (medico, infermiere e ostetrica) che, per motivi morali o per altre ragioni, non è disposto a praticare aborti, non dovrebbe rivendicare un diritto all’obiezione di coscienza ma dovrebbe scegliere una professione o un contesto lavorativo che non lo metta in conflitto con le proprie convinzioni. Da questa prospettiva, la soluzione alle difficoltà che incontrano oggi le donne che vogliono interrompere la gravidanza non va cercata in strategie aziendali che disincentivino l’obiezione di coscienza dell’operazione sanitario o che permettano all’operatore sanitario di praticare l’obiezione senza compromette i diritti delle donne, ma contestando la legittimità morale, prima che giuridica, del diritto dell’operatore all’obiezione di coscienza”.
La difficoltà che le donne incontrano nell’applicazione di un loro diritto in Italia, come altrove, non può essere causata da “l’etica professionale del medico che non dovrebbe far valere i propri convincimenti morali quando sono in gioco la salute e i diritti delle persone”.
Il Convegno è organizzato in diverse sessioni ognuna delle quali intende affrontare il tema dell’obiezione di coscienza alla legge sull’interruzione di gravidanza dalla prospettiva di diverse aree di riflessione: una sessione darà spazio all’esperienza e all’elaborazione degli operatori sanitari (medici e ostetriche), un’altra sarà dedicata a una discussione filosofica e bioetica, un’altra ancora permetterà di analizzare il problema dal punto di vista giuridico e, infine, ci sarà spazio per un dialogo sul tema con i politici.
pubblicato il 6 giugno 2013
Tag: 194, Beatriz, Cnsulta bioetica, interruzione di gravianza, obiettori di coscienza
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Nel giorno del funerale della giovane F.L. (accoltellata dall’ex fidanzato e poi bruciata viva), il parlamento italiano ha ratificato alla camera la Convenzione sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, mentre dopo nenache 24 ore, italiani e italiane sono stati costrett* ad assistere attoniti al servizio di una testata nazionale su un servizio pubblico, come il Tg2, che parlava di Franca Rame, morta all’età di 84 anni, come una “pasionaria rossa che approfittava della propria bellezza fisica per imporre attenzione, finché il 9 marzo del 1973 fu sequestrata e stuprata”. Un fatto che fa “il paio” con l’affermazione di ieri del professor Paolo Becchi del M5S, che, alla Zanzara su Radio 24, ha detto spudoratamente: “In Italia non puoi guardare il culo a una ragazza che ti accusano di femminicidio”; e con l’affermazione del cardinal Bagnasco per il quale il femminicidio sarebbe un “comportamento inaccettabile e assolutamente deprecabile, frutto della diseducazione e di una cultura che sempre più esalta le emozioni, crea sensazioni forti che a un certo momento prendono il sopravvento sulla ragione”. Un contesto, quello italiano, in cui è difficile affrontare davvero la violenza contro le donne, sia perché in Italia si è ancora lontani dalla percezione reale di cosa sia questa violenza, sia perché la prepotenza culturale maschile sostiene che lo stupro può essere anche un castigo, una punizione, o comunque un evento, che una donna bella deve mettere in conto.
Ma cosa vuol dire ratificare una Convenzione come quella di Istanbul (ora al senato) in un Paese come questo, e cosa davvero significa affrontare la violenza contro le donne – femminicidio? Un “problema” di cui ormai chiunque parla anche senza sapere, fino a farne pura propaganda, con il rischio di far rimanere questa ratifica così importante come una pericolosa mossa di facciata. Una ratifica, ricordiamolo, che non arriva perché caduta dal cielo ma grazie al pressing della società civile e di una corretta informazione sul femminicidio da parte di alcuni media, che dura da quando la Convenzione di Istanbul è stata redatta (2011).
Al di là delle chiacchiere, è ormai chiaro che la violenza maschile contro le donne è un fenomeno che pervade il Pianeta e non da adesso, e che su questo ci si concentra a livello internazionale, sia con le Nazioni Unite, che quest’anno ha redatto un documento unanime contro la violenza su donne e bambine (CSW, 8/15 marzo), sia con il Consiglio d’Europa (Convenzione sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica), che hanno sentito il bisogno di dare disposizioni organiche in merito, previa consultazione delle Ong e delle associazioni che di questo si occupano. In più a novembre del 2012 a Vienna, l’Academic Councilon United Nations System (ACUNS), ha redatto un documento sul femmicidio (da non confondere femminicidio), in cui esperte internazionali come Diana EH Russell (criminologa statunitense che ha coniato il termine) insieme a Michelle Bachelet (ex UN Women), Rachida Manjoo (relatrice speciale dell’ONU sulla violenza contro le donne), hanno discusso in un simposio di studiose ed esperte, della radice di genere delle varie forme di violenza contro le donne che portano fino alla loro uccisione in quanto donne. Nel rapporto finale, si può leggere che “il femmicidio è l’ultima forma di violenza contro le donne e le ragazze, e assume molteplici forme. Le sue molte cause sono radicate nelle relazioni di potere storicamente ineguali tra uomini e donne, e nella discriminazione sistemica basata sul genere. Per considerare un caso come femmicidio, ci deve essere l’intenzione implicita di svolgere l’omicidio e un collegamento dimostrato tra il crimine e il genere femminile della vittima. Finora, i dati sulla femmicidio sono altamente inaffidabili e il numero stimato di donne che sono state vittime di femmicidi variano di conseguenza. I femmicidi avvengono in ogni paese del mondo. La più grande preoccupazione relative al femmicidio è che questi omicidi continuano ad essere accettati, tollerati o giustificati come fossero la norma”. La Special Rapporteur dell’Onu, Rashida Manjoo, ha inoltre redatto e presentato al Consiglio dei diritti umani, che si è svolto a Ginevra lo scorso giugno, il primo “Rapporto tematico sul femminicidio”. Il tutto a dimostrazione che la violenza maschile contro donne e bambine, che può portare alla morte “di genere”, è un problema di dimensioni planetarie, storicamente basato sulla discriminazione e sul pregiudizio culturale della superiorità del maschio rispetto alla femmina, nonché manifestazione dei rapporti di forza diseguale tra i sessi. E anche se non ce ne accorgiamo adesso, è un dato di fatto che in questo momento l’attenzione su questa violazione dei diritti umani, che è una conseguenza dei rapporti diciamo “sbilanciati” dei generi, non viene posta solo dai movimenti femministi ma da un panorama molto più ampio per una più ampia consapevolezza su fenomeno trasversale a culture e società diverse tra loro, ed esteso a ogni classe sociale e a ogni età. Dico questo come premessa perché per affrontare la violenza maschile sulle donne – femminicidio, bisogna prima di tutto avere chiara la sua radice che è nella discriminazione di genere, plateale nel radicamento degli stereotipi in tutti gli ambiti, da quello sociale, privato, politico, ovunque. Perché altrimenti un ragazzo “geloso” dovrebbe bruciare viva una ragazzina di 15 anni? O perché un uomo dovrebbe appoggiare la nuca a quella della moglie e sparare nel cervello di entrambi una pallottola, per il fatto che forse lei potrebbe avere un’altra relazione (come il caso del poliziotto di Cadoneghe, nel Padovano)?
La cultura maschile e maschilista non è un vezzo, un optional, ma fa parte di un sistema ben saldo sulla convinzione dell’inferiorità della donna e del controllo su di lei, ed è funzionale a un potere che gli uomini non vogliono assolutamente condividere (malgrado siano anche meno numericamente). Una donna che sta a casa, che cura i figli, che fa la spesa e cura gli anziani, una donna che si accontenta di un mezzo salario, che si adatta a fare un lavoro precario e mal pagato, che si ritrova a essere ricattata dal datore di lavoro e sta zitta perché non può perdere quei soldi, che ha paura a separarsi da un marito violento perché dipendente economicamente o perché ha paura di non vedere più i figli, e che infine rinuncia non solo al potere ma anche ai suoi diritti fondamentali, è un risparmio per lo Stato e un jolly per ogni uomo. Per questo educare ogni bambina attraverso l’oscurantismo delle sue simili nei libri di testo che è costretta a studiare a scuola, forgiare la sua personalità nutrendola a piene mani della cultura del “principe azzurro”, è un modo sicuro per l’introiezione totale di un modello maschilista. Così, inconsapevole dei propri diritti e del suo protagonismo in questo mondo che per più della metà è popolato da sue simili, la “femmina” diventerà innocua, soprattutto se poi nella sua vita continuerà a essere completamente immersa in una cultura che ogni giorno, ogni ora, ogni minuto, la farà apparire come “seconda” a un qualsiasi uomo. Naturalmente a tutto c’è un limite e le donne si sono organizzate scoperchiando questo enorme vaso di Pandora. Ma cos’è un secolo di rivendicazioni in confronto a millenni di “sottomissione”?
In Italia, che a livello di cultura machista potrebbe essere un modello, il pregiudizio verso l’inferiorità femminile è talmente radicato nella società che anche l’occhio più attento non si rende conto di quanto la discriminazione di genere sia una costante dal primo giorno in cui nasci femmina: in famiglia, nella scuola, a lavoro, nelle istituzioni, nei rapporti con gli amici, per strada, e non bisogna essere dei geni per dire che questa è già una forma di violenza. Perché la discriminazione di genere è già di per sé una violenza. E’ una violenza il fatto di camminare per strada e essere considerata un “culo” o delle “tette” che camminano, ricevere commenti pesanti, studiare e imparare a memoria libri di testo in cui il proprio genere è completamente cancellato, essere discriminate da parte dei propri genitori di fronte a fratelli maschi, sottostare alle avance di un datore di lavoro per non perdere il posto, essere educate alla remissione e ad autoconsiderarsi un oggetto da conquistare e possedere. Ma quant* sono consapevoli di questo?
Sicuramente delle 545 persone che hanno votato martedì 28 maggio la ratifica italiana della Convenzione di Istanbul alla camera, molto poche. Il dibattito sul femmicidio-femminicido che c’è stato in quell’aula nel giorno della ratifica, è stato a tratti imbarazzante. Tra tutti i convegni che ho seguito sul tema, la discussione di martedì, che si è svolto in un’aula che dovrebbe essere all’altezza per poter prendere decisioni così importanti per tutte le donne, è stato sorprendente. Al di là delle posizioni politiche, con una destra sbilanciata sull’inasprimento delle pene e della repressione, e una sinistra più concentrata sulla prevenzione e la tutela delle donne, in una parte degli interventi c’è stato un susseguirsi di errori, superficialità d’analisi, e soprattutto scarsa consapevolezza di quello che davvero succede nella realtà e scarsa conoscenza riguardo ciò di cui si stava parlando. Si capiva che non tutti quelli che intervenivano si erano davvero letti queste tredici pagine, e molti dimostravano di non aver ancora capito che il femminicidio non è solo l’uccisione della donne con movente di genere (il femmicidio è classificato come atto criminale in sé), ma tutte le violenze che una donna può subire in una vita. Una camera dove si parlava di violenza sulle donne e dove l’esponente della Lega, Nicola Molteni, continuava a pronunciare “violenza sessuale” dimostrando di non sapere l’abc: e cioè che quella sulle donne è stata classificata già da tempo come violenza fisica, economica e psicologica (e anche sessuale) e che per questo si declina come “violenza contro le donne”. Con mio sommo stupore ho sentito l’esponente del M5S, Giulia Di Vita, dire testualmente che “ troppo spesso la questione della violenza sulle donne viene affrontata generalmente con un approccio per così dire «femminista», che taglia fuori gli uomini proprio in quanto uomini, e si rivolge alle donne come unica parte in causa”, un’affermazione che ignora completamente non solo che le associazioni femministe lavorano con gli uomini ormai da tempo, ma che sulla violenza le associazioni (sempre femministe) lavorano con programmi specifici sugli offender. Ho sentito l’onorevole Roberto Capelli dire che “il Centro Democratico ha presentato una legge che commina la pena dell’ergastolo a chi si macchia del reato di femminicidio o di omicidio nei confronti dei bambini, ed aumenta inoltre le pene previste per lo stalking”, e aggiungere a questo che “è arrivato il momento di pagare un debito millenario, e ancora il percorso è lungo ed è appena iniziato”, come se l’affrontare la violenza sulle donne fosse una questione di vendetta.
In realtà la cosa più delicata sarà l’implementazione della Convezione di Istanbul, per la quale servono fondi specifici, dato che non può essere neanche immaginata a costo zero, ma anche una forte consapevolezza del fenomeno che si va ad affrontare. Sia la presidente della camera, Laura Boldrini, sia la ministra delle pari opportuntà, Josefa Idem, hanno dato indicazioni chiare (anche se di diversa natura) su questo: Boldrini, ricordando con un minuto di silenzio il femmicidio di F.L. in apertura del dibattito, ha detto che “la Convenzione che andiamo a ratificare (…), ricorda che «l’uguaglianza di genere de iure e de facto è un elemento chiave per prevenire la violenza contro le donne»” e che “nessuna violenza può essere debellata fino a quando il rapporto uomo-donna non si libererà di concetti come subalternità e possesso”. Mentre Idem, sempre lunedì, ha specificato che “L’approvazione del progetto di legge di ratifica della Convenzione di Istanbul sarà un utile strumento per introdurre nel nostro ordinamento adeguate misure di carattere amministrativo e misure di carattere normativo”, e che sta lavorando “per l’istituzione di una task force a livello governativo che riunisca tutti i ministeri interessati – interno, giustizia, salute, lavoro e politiche sociali, istruzione, università e ricerca ed economia e finanze – ma anche alla predisposizione di un decreto legge governativo sulla violenza contro le donne che affronti, in modo organico e sistemico, il problema sotto il profilo giuridico, culturale e sociale”: il tutto accompagnato da un “osservatorio nazionale sulla violenza di genere e sullo stalking”. Azioni in cui speriamo che la ministra coinvolga fattivamente le associazioni più accreditate e con più esperienza sulla violenza di genere, tra quelle pazientemente ascoltate per 7 ore di fila il 22 maggio.
Preme dire subito però, a chi nelle istituzioni si presta a mettere mano al problema, che questa Convenzione contiene alcuni punti che questo governo, se davvero vuole risolvere il problema italiano, ha l’obbligo assoluto di mettere in atto: punti che emergono già in un primo raffronto con la realtà della violenza sulle donne in Italia, e che riguardano specifiche mancanze dello Stato italiano nei confronti delle donne e dei minori. Indicazioni che in parte sono già contenute nelle raccomandazioni del Comitato CEDAW (Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione della donna), Convenzione Onu ratificata dal nostro Paese nel 1985 (con adesione al Protocollo opzionale nel 2002), e che l’Italia non ha mai applicato in maniera coerente, tanto da meritarsi, l’anno scorso, la “bacchettata” del Comitato Cedaw, a cui il nostro governo dovrà rendere conto a luglio di quest’anno. La Convenzione di Istanbul, come afferma Bianca Pomeranzi del Comitato Cedaw, “è molto avanti, e ha un linguaggio avanzato con un approccio olistico che connette la discriminazione con il femminicidio. Un approccio e un linguaggio – continua Pomeranzi – che è avanti anche rispetto alle Nazioni Unite dove questo tipo di trattazione potrebbe avere addirittura difficoltà, a partire dalla stessa definizione di femminicidio saldamente basata sul genere, e dalla tipizzazione della violenza sulle donne in tutte le sue forme” (dalla violenza domestica ai matrimoni forzati).
Una Convezione che parte da un assunto per cui oltre a condannare “ogni forma di violenza sulle donne e la violenza domestica”, ricononsce che “il raggiungimento dell’uguaglianza di genere de jure e de facto è un elemento chiave per prevenire la violenza contro le donne”, la quale si mostra come “una manifestazione dei rapporti di forza storicamente diseguali tra i sessi, che hanno portato alla dominazione sulle donne e alla discriminazione nei loro confronti da parte degli uomini e impedito la loro piena emancipazione”. Riconoscendo “la natura strutturale della violenza contro le donne, in quanto basata sul genere”, la Convenzione di Istanbul riconosce che “la violenza contro le donne è uno dei meccanismi sociali cruciali per mezzo dei quali le donne sono costrette in una posizione subordinata rispetto agli uomini”.
Non solo, perché qui c’è scritto nero su bianco, e “con profonda preoccupazione”, che “le donne e le ragazze sono spesso esposte a gravi forme di violenza, tra cui la violenza domestica, le molestie sessuali, lo stupro, il matrimonio forzato, i delitti commessi in nome del cosiddetto onore e le mutilazioni genitali femminili”, un pacchetto che costituisce “una grave violazione dei diritti umani delle donne e delle ragazze, e il principale ostacolo al raggiungimento della parità tra i sessi”. A ciò si aggiunga che “le donne e le ragazze sono maggiormente esposte al rischio di subire violenza di genere rispetto agli uomini” e che “i bambini sono vittime di violenza domestica anche in quanto testimoni di violenze all’interno della famiglia”. Un elenco di fronte al quale, già vedendo come stiamo messe, a occhio servirebbe una rivoluzione e non solo culturale.
“Con l’espressione violenza nei confronti delle donne – si legge nella Convenzione di Istanbul – si intende designare una violazione dei diritti umani e una forma di discriminazione contro le donne, comprendente tutti gli atti di violenza fondati sul genere che provocano, o sono suscettibili di provocare, danni o sofferenze di natura fisica, sessuale, psicologica o economica, comprese le minacce di compiere tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, sia nella vita pubblica, che nella vita privata”. Inoltre “La presente Convenzione si applica a tutte le forme di violenza contro le donne, compresa la violenza domestica, che colpisce le donne in modo sproporzionato”, e che comprende “tutti gli atti di violenza fisica, sessuale, psicologica o economica che si verificano all’interno della famiglia o del nucleo familiare o tra attuali o precedenti coniugi o partner, indipendentemente dal fatto che l’autore di tali atti condivida o abbia condiviso la stessa residenza con la vittima”. Una piattaforma molto complessa e articolata che, come già si può intuire, deve partire da un ristrutturazione dell’esistente che non può prescindere da un profondo cambiamento culturale e dall’annullamento del pregiudizio che porta, adesso, nella realtà dei fatti, a non avere chiara percezione della violenza e a sottovalutarne anche il rischio di vita: come dimostra il 70% dei femminicidi che in Italia potevano essere evitati, perché già segnalati come situazioni a rischio. A uno sguardo attento però, molte delle indicazioni della Convezione di Istanbul, o almeno il succo di queste, sono già state suggerite nelle Raccomandazioni Cedaw all’Italia, e anche in quelle della Special Rapporteur dell’Onu sulla violenza di genere, Rashida Manjoo: raccomandazioni che devono per la maggior parte essere ancora messe in atto dal nostro Paese e di cui dovremo rendere conto all’Onu tra un mese (tra tutte abbiamo esplicitato una nuova indagine Istat sulla violenza varata da Fornero e la ratifica di Istanbul che sta procedendo con questo governo). E qui sorge una domanda: come farà l’Italia a implementare una Convenzione complessa, avanzata e accurata, se non ha ancora riempito le voragini indicate dalla Cedaw e dalla Special Rapporteur, e quindi dall’Onu? Il fatto che questo Paese sia molto indietro sulla questione di genere, non è soltanto percepibile dai fatti di cronaca o dalla scarsa presenza femminile nei posti apicali, ma anche dal fatto che le istituzioni stesse non sanno a che punto sono. Non hanno cioè la percezione reale di quello che succede veramente sulla pelle delle donne e dei bambini, perché oltre ad aprirsi alle associazioni che si occupano in maniera professionale e politica di violenza sulle donne–femminicidio (come stanno cercando di fare Idem e Boldrini), occorre un impegno serio che dia il via a un’inchiesta accurata (una commissione d’inchiesta ad hoc come alcun* senator* hanno esplicitato al presidente Grasso), affinché questa ignoranza di fondo, che rende fertile il terreno a strumentalizzazioni partitiche e di schieramento, scompaia per sempre lasciando il posto a obiettivi chiari e concreti.
Rispetto all’eventualità di uno sgonfiamento della Convenzione, oltre alla reale difficoltà di applicazione in questo contesto, c’è già un campanello d’allarme: ovvero la Dichiarazione contenuta in una nota verbale della Rappresentanza permanente d’Italia - depositata al momento della firma dello strumento, il 27 settembre 2012 – in cui si recita che: “Italia dichiara che applicherà la Convenzione, in conformità con i principi e le disposizioni della Costituzione italiana”. Una nota che era scaturita dal dibattito che ci fu al senato il 22 settembre, prima della firma alla Convenzione di Istanbul, e in cui il centro destra aveva avanzato riserve sulla Convenzione, tra cui anche il fatto che potesse essere non in sintonia con la nostra Costituzione, in quanto all’articolo 29 si recita: “La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio”. (art.29 Cost. II comma), e “Il matrimonio è ordinato sull’uguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell’unità familiare” (art.29 Cost. II comma). Una discussione, quella di settembre, che chiese al Governo Monti di procedere ad un approfondimento al fine di verificare, in vista della firma della Convenzione, che l’interpretazione fosse conforme ai principi del diritto naturale e alle norme della Carta costituzionale. Gallone (PdL) aveva detto che “Ci sono valori irrinunciabili, quali il valore della famiglia, il valore etico e morale di alcuni comportamenti, che devono essere sanciti dalle norme contenute nella Convenzione”, mentre Bodega (Misto-SGCMT) aveva parlato di “rischi di delegittimazione che incombono sul focolare domestico quando viene statisticamente e grossolanamente dipinto come il luogo privilegiato della violenza sulle donne”, aggiungendo che “la nostra Costituzione proclama e difende l’essenziale funzione familiare della donna, e che negare o sminuire tale specificità consapevole costituirebbe di per sé un attentato alla realizzazione personale e dunque agli stessi diritti umani dei cittadini di sesso femminile”. Più o meno in linea con quanto detto da Bagnasco ieri sulla famiglia, esclusivamente composta da “un papà e una mamma”, i quali “davanti a un insuccesso affettivo, un tradimento, una difficoltà sul lavoro, tutte cose che fanno parte della vita”, sarebbero preda di una cultura (verebbe da chiedere quale) che “esaspera il mondo emozionale” per cui “tutto diventa possibile”.
La nota verbale “Italia dichiara che applicherà la Convenzione, in conformità con i principi e le disposizioni della Costituzione italiana”, contiene già ambiguità e riserve, sia perché nella applicazione della Convenzione si potrà ritirare fuori l’incostituzionalità di alcuni punti, per esempio quello sulla famiglia – che è invece il fulcro perché si affronta la violenza domestica – sia sulla parola “genere”, che è un altro fulcro della Convenzione. Come ha spiegato bene Pia Locatelli (Pd) martedì durante il dibattito in aula, l’articolo 3 della Convenzione di Istanbul dice infatti: “Con il termine di genere ci si riferisce a ruoli, comportamenti e attività socialmente socialmente costruiti, che una determinata società considera appropriati per uomini e donne”, e allora perché “il nostro Governo ha ritenuto che questa definizione fosse troppo ampia e incerta e presentasse profili di criticità con l’impianto costituzionale italiano”? Eppure con il termine “genere” ci si riferisce a ruoli, comportamenti, attività e attributi socialmente costruiti che una determinata società considera appropriati per donne e uomini, e l’espressione “violenza contro le donne basata sul genere” designa qualsiasi violenza diretta contro una donna in quanto tale, o che colpisce le donne in modo sproporzionato. Ma è la stessa Dorina Bianchi (Pdl) a spiegare che “la parola genere, che appare en passant nell’articolo 3, non esiste, in quanto le leggi italiane parlano di uomo e donna, di sesso femminile e maschile e l’articolo 3 è molto ambiguo”. Nel senso che per lei, espressioni come: “per violenza nei confronti delle donne si intende designare una violazione dei diritti umani e una forma di discriminazione contro le donne, comprendente tutti gli atti di violenza fondati sul genere“, non ha senso perché “non si capisce l’esigenza di introdurre questa parola in una Convenzione che deve tutelare le donne”. Forse perché ci sono dei problemi di tipo culturale, i cosidetti stereotipi di genere, da cui la stessa Convenzione di Istanbul parte (e come ampiamente dimostrato sopra)? Proprio il governo Monti aveva depositato al Consiglio d’Europa quella nota verbale, riproposta alla votazione di un ordine del giorno accolto alla camera martedì, per l’esistenza di “profili di criticità con l’impianto costituzionale italiano”. Fra i promotori l’onorevole di Scelta Civica, Paola Binetti, che ha dichiarato: “Non si sentiva alcun bisogno di introdurre il concetto di genere in un trattato in cui al centro dell’attenzione c’è la donna in evidente e chiara contrapposizione con il maschio, vittima e aggressore”.
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Stralci degli articoli della Convenzione sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, significativi per l’Italia, da comparare con stralci delle Raccomandazioni Cedaw e quelle della Special Rapporteur dell’Onu, Rashida Manjoo, all’Italia (a cura dell’avvocata Barbara Spinelli).
(dalla Convenzione di Istanbul):
Articolo 7 – Politiche globali e coordinate - Le Parti adottano le misure legislative e di altro tipo necessarie per predisporre e attuare politiche nazionali efficaci, globali e coordinate, comprendenti tutte le misure adeguate destinate a prevenire e combattere ogni forma di violenza che rientra nel campo di applicazione della presente Convenzione e fornire una risposta globale alla violenza contro le donne.
Articolo 9 – Organizzazioni non governative e società civile - Le Parti riconoscono, incoraggiano e sostengono a tutti i livelli il lavoro delle ONG pertinenti e delle associazioni della società civile attive nella lotta alla violenza contro le donne e instaurano un’efficace cooperazione con tali organizzazioni.
Articolo 10 – Organismo di coordinamento - Le Parti designano o istituiscono uno o più organismi ufficiali responsabili del coordinamento, dell’attuazione, del monitoraggio e della valutazione delle politiche e delle misure destinate a prevenire e contrastare ogni forma di violenza oggetto della presente Convenzione. Tali organismi hanno il compito di coordinare la raccolta dei dati di cui all’Articolo 11 e di analizzarne e diffonderne i risultati.
Articolo 11 – Raccolta dei dati e ricerca - Ai fini dell’applicazione della presente Convenzione, le Parti si impegnano a: raccogliere a intervalli regolari i dati statistici disaggregati pertinenti su questioni relative a qualsiasi forma di violenza che rientra nel campo di applicazione della presente Convenzione; sostenere la ricerca su tutte le forme di violenza che rientrano nel campo di applicazione della presente Convenzione, al fine di studiarne le cause profonde e gli effetti, la frequenza e le percentuali delle condanne, come pure l’efficacia delle misure adottate ai fini dell’applicazione della presente Convenzione.
Articolo 12 – Obblighi generali - Le Parti adottano le misure necessarie per promuovere i cambiamenti nei comportamenti socio-culturali delle donne e degli uomini, al fine di eliminare pregiudizi, costumi, tradizioni e qualsiasi altra pratica basata sull’idea dell’inferiorità della donna o su modelli stereotipati dei ruoli delle donne e degli uomini; vigilano affinché la cultura, gli usi e i costumi, la religione, la tradizione o il cosiddetto “onore” non possano essere in alcun modo utilizzati per giustificare nessuno degli atti di violenza che rientrano nel campo di applicazione della presente Convenzione; adottano le misure necessarie per promuovere programmi e attività destinati ad aumentare il livello di autonomia e di emancipazione delle donne.
Articolo 13 – Sensibilizzazione - Le Parti promuovono o mettono in atto, regolarmente e a ogni livello, delle campagne o dei programmi di sensibilizzazione, ivi compreso in cooperazione con le istituzioni nazionali per i diritti umani e gli organismi competenti in materia di uguaglianza, la società civile e le ONG, tra cui in particolare le organizzazioni femminili, se necessario, per aumentare la consapevolezza e la comprensione da parte del vasto pubblico delle varie manifestazioni di tutte le forme di violenza oggetto della presente Convenzione e delle loro conseguenze sui bambini, nonché della necessità di prevenirle; garantiscono un’ampia diffusione presso il vasto pubblico delle informazioni riguardanti le misure disponibili per prevenire gli atti di violenza che rientrano nel campo di applicazione della presente Convenzione.
Articolo 14 – Educazione - Le Parti intraprendono, se del caso, le azioni necessarie per includere nei programmi scolastici di ogni ordine e grado dei materiali didattici su temi quali la parità tra i sessi, i ruoli di genere non stereotipati, il reciproco rispetto, la soluzione non violenta dei conflitti nei rapporti interpersonali, la violenza contro le donne basata sul genere e il diritto all’integrità personale, appropriati al livello cognitivo degli allievi.
Articolo 15 – Formazione delle figure professionali - Le Parti forniscono o rafforzano un’adeguata formazione delle figure professionali che si occupano delle vittime o degli autori di tutti gli atti di violenza che rientrano nel campo di applicazione della presente Convenzione in materia di prevenzione e individuazione di tale violenza, uguaglianza tra le donne e gli uomini, bisogni e diritti delle vittime, e su come prevenire la vittimizzazione secondaria.
Articolo 17 – Partecipazione del settore privato e dei mass media - Le Parti incoraggiano il settore privato, il settore delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione e i mass media, nel rispetto della loro indipendenza e libertà di espressione, a partecipare all’elaborazione e all’attuazione di politiche e alla definizione di linee guida e di norme di autoregolazione per prevenire la violenza contro le donne e rafforzare il rispetto della loro dignità.
Articolo 18 – Obblighi generali - Le Parti adottano le necessarie misure legislative o di altro tipo per proteggere tutte le vittime da nuovi atti di violenza; adottano le misure legislative o di altro tipo necessarie, conformemente al loro diritto interno, per garantire che esistano adeguati meccanismi di cooperazione efficace tra tutti gli organismi statali competenti, comprese le autorità giudiziarie, i pubblici ministeri, le autorità incaricate dell’applicazione della legge, le autorità locali e regionali, le organizzazioni non governative e le altre organizzazioni o entità competenti, al fine di proteggere e sostenere le vittime e i testimoni di ogni forma di violenza rientrante nel campo di applicazione della presente Convenzione, ivi compreso riferendosi ai servizi di supporto generali e specializzati di cui agli articoli 20 e 22 della presente Convenzione. Con un approccio integrato che prenda in considerazione il rapporto tra vittime, autori, bambini e il loro più ampio contesto sociale;
– mirino ad evitare la vittimizzazione secondaria;
– mirino ad accrescere l’autonomia e l’indipendenza economica delle donne vittime di violenze;
– consentano di disporre negli stessi locali di una serie di servizi di protezione e di supporto;
– soddisfino i bisogni specifici delle persone vulnerabili, compresi i minori vittime di violenze e siano loro accessibili.
Articolo 26 – Protezione e supporto ai bambini testimoni di violenza - Le Parti adottano le misure legislative e di ogni altro tipo necessarie per garantire che siano debitamente presi in considerazione, nell’ambito dei servizi di protezione e di supporto alle vittime, i diritti e i bisogni dei bambini testimoni di ogni forma di violenza rientrante nel campo di applicazione della presente Convenzione. Le misure adottate conformemente al presente articolo comprendono le consulenze psicosociali adattate all’età dei bambini testimoni di ogni forma di violenza rientrante nel campo di applicazione della presente Convenzione e tengono debitamente conto dell’interesse superiore del minore
Articolo 31 – Custodia dei figli, diritti di visita e sicurezza - Le Parti adottano misure legislative o di altro tipo necessarie per garantire che, al moment di determinare i diritti di custodia e di visita dei figli, siano presi in considerazione gli episodi di violenza che rientrano nel campo di applicazione della presente Convenzione; adottano le misure legislative o di altro tipo necessarie per garantire che l’esercizio dei diritti di visita o di custodia dei figli non comprometta i diritti e la sicurezza della vittima o dei bambini.
Articolo 33 – Violenza psicologica - Le Parti adottano le misure legislative o di altro tipo necessarie per penalizzare un comportamento intenzionale mirante a compromettere seriamente l’integrità psicologica di una persona con la coercizione o le minacce.
Articolo 48 – Divieto di metodi alternativi di risoluzione dei conflitti o di misure alternative alle pene obbligatorie - Le Parti adottano le misure legislative o di altro tipo destinate a vietare i metodi alternativi di risoluzione dei conflitti, tra cui la mediazione e la conciliazione, per tutte le forme di violenza che rientrano nel campo di applicazione della presente Convenzione.
Articolo 50 – Risposta immediata, prevenzione e protezione - Le Parti adottano le misure legislative e di altro tipo necessarie per garantire che le autorità incaricate dell’applicazione della legge affrontino in modo tempestivo e appropriato tutte le forme di violenza che rientrano nel campo di applicazione della presente Convenzione, offrendo una protezione adeguata e immediata alle vittime.
Articolo 51 – Valutazione e gestione dei rischi - Le Parti adottano le misure legislative o di altro tipo necessarie per consentire alle autorità competenti di valutare il rischio di letalità, la gravità della situazione e il rischio di reiterazione dei comportamenti violenti, al fine di gestire i rischi e garantire, se necessario, un quadro coordinato di sicurezza e di sostegno.
Articolo 52 – Misure urgenti di allontanamento imposte dal giudice - Le Parti adottano le misure legislative o di altro tipo necessarie per garantire che le autorità competenti si vedano riconosciuta la facoltà di ordinare all’autore della violenza domestica, in situazioni di pericolo immediato, di lasciare la residenza della vittima o della persona in pericolo per un periodo di tempo sufficiente e di vietargli l’accesso al domicilio della vittima o della persona in pericolo o di impedirgli di avvicinarsi alla vittima. Le misure adottate in virtù del presente articolo devono dare priorità alla sicurezza delle vittime o delle persone in pericolo.
Articolo 54 – Indagini e prove - Le Parti adottano le misure legislative o di altro tipo necessarie per garantire che in qualsiasi procedimento civile o penale, le prove relative agli antecedenti sessuale e alla condotta della vittima siano ammissibili unicamente quando sono pertinenti e necessarie. Un bambino vittima e testimone di violenza contro le donne e di violenza domestica, deve, se necessario, usufruire di misure di protezione specifiche, che prendano in considerazione il suo interesse superiore.
E infine:
Messa a disposizione dei servizi non deve essere subordinata alla volontà della vittima di intentare un procedimento penale o di testimoniare contro ogni autore di tali reati. Misure legislative o di altro tipo necessarie, conformemente ai principi generali del diritto internazionale, per fornire alle vittime adeguati risarcimenti civili nei confronti delle autorità statali che abbiano mancato al loro dovere di adottare le necessarie misure di prevenzione o di protezione nell’ambito delle loro competenze.
AZIONI RICHIESTE ALLE ISTITUZIONI - introdurre la dimensione del genere nei modelli educativi, nell’istruzione e nella formazione professionale; istituire organismi indipendenti di monitoraggio; formazione degli operatori dei media e monitoraggio del funzionamento delle misure di autoregolamentazione; raccolta di dati relativi a tutte le forme di violenza sulle donne e alla risposta del sistema giudiziario; assicurare risorse sufficienti e sostenibili dal bilancio statale per il lavoro del Dipartimento per le Pari Opportunità, specificamente finalizzate al raggiungimento dell’uguaglianza di genere.
RACC. 22/2011 CEDAW - Pur accogliendo con favore gli sforzi intrapresi nel settore scolastico, quale la settimana contro la violenza, organizzata ogni anno nelle scuole su tutto il territorio nazionale, il Comitato esprime il proprio disappunto circa il fatto che lo Stato-membro non abbia sviluppato un programma completo e coordinato per combattere l’accettazione generalizzata di ruoli stereotipati tra uomo e donna, come raccomandato nelle precedenti Osservazioni Conclusive del Comitato;
RACC. 27E/2011 CEDAW - Predisporre ulteriormente, in collaborazione con un’ampia gamma di attori, comprese le organizzazioni femminili e le altre organizzazioni della società civile, delle campagne di sensibilizzazione attraverso i media e delle campagne di educazione pubblica, affinché la violenza nei confronti delle donne venga considerata socialmente inaccettabile, e divulgare informazioni al pubblico sulle misure esistenti al fine di prevenire gli atti di violenza nei confronti delle donne;
RACC. 22/2011 CEDAW - Il Comitato rimane profondamente preoccupato per la rappresentazione della donna quale oggetto sessuale e per gli stereotipi circa i ruoli e le responsabilità dell’uomo e della donna nella famiglia e nella società. Tali stereotipi, contenuti anche nelle dichiarazioni pubbliche rese dai politici, minano la condizione sociale della donna, come emerge dalla posizione svantaggiata delle donne in una serie di settori, incluso il mercato del lavoro e l’accesso alla vita politica e alle cariche decisionali, condizionano le scelte delle donne nei loro studi ed in ambito professionale e comportano che le politiche e le strategie adottate generino risultati ed impatti diseguali tra uomini e donne.
RACC. 24/2011 CEDAW - Nonostante lo Stato-membro abbia recentemente adottato delle misure per affrontare le attitudini stereotipate e sessiste nei media e nell’industria pubblicitaria, dove sono particolarmente diffuse, e dove uomini e donne sono spesso rappresentati in modo stereotipato, il Comitato è preoccupato circa la mancanza di informazioni sull’impatto di tali misure.
RACC.48/2011 CEDAW - Il Comitato nota che la mediazione obbligatoria nell’ambito dei procedimenti di divorzio non si applica nei casi di violenza intra-familiare, ma rimane comunque preoccupato per la durata delle procedure di divorzio, che può accrescere il rischio di violenza nei confronti delle donne.
50/2011 CEDAW - Il Comitato ha notato che la Legge n.54/2006 ha introdotto l’affido condiviso (fisico) come via preferita in caso di separazione o divorzio. Tuttavia il Comitato è preoccupato per la mancanza di studi sugli effetti di questo cambiamento legale, in particolare alla luce di ricerche comparative che indichino gli effetti negativi sui minori, specialmente sui bambini più piccoli, in caso di imposizione dell’affido condiviso. Il Comitato è, inoltre, preoccupato per il fatto che, nell’ambito dei procedimenti relativi all’affido condiviso, in caso di presunti episodi di abuso sui minori, possano essere prodotte consulenze basate sulla dubbia teoria della Sindrome da Alienazione Parentale (PAS).
RACC. 51 CEDAW - valutare le modifiche normative in materia di affido condiviso dei minori, attraverso studi scientifici, al fine di valutare gli effetti di lungo termine sulle donne e sui minori, tenendo in considerazione l’esperienza registrata;
94D/2012 - Affrontare il vuoto normativo in materia di affidamento dei minori, aggiungendo disposizioni significative per la protezione delle donne vittime di violenza domestica;
RACC. 26/2011 CEDAW - il Comitato rimane preoccupato per l’elevata prevalenza della violenza nei confronti di donne e bambine (…), preoccupato per l’elevato numero di donne uccise dai propri partner o ex-partner (femminicidi), che possono indicare il fallimento delle Autorità dello Stato-membro nel proteggere adeguatamente le donne, vittime dei loro partner o ex-partner.
RACC. 27B /2011 CEDAW - assicurare che le donne vittime di violenza abbiano immediata protezione, compreso l’allontanamento dell’aggressore dall’abitazione;
RACC. 27C /2011 CEDAW - assicurare che i pubblici ufficiali, specialmente i funzionari delle Forze dell’ordine ed i professionisti del settore giudiziario, medico, sociale e scolastico sistematico ricevano una sensibilizzazione sistematica e completa su tutte le forme di violenza nei confronti delle donne e delle bambine;
RACC. 27B /2011 CEDAW - assicurare che le donne vittime di violenza abbiano immediata protezione, compresa la garanzia che possano stare in rifugi sicuri e ben finanziati su tutto il territorio nazionale.
“Il Governo è tenuto a presentare le osservazioni del Comitato CEDAW ai competenti uffici governativi, al Parlamento ed alla Magistratura, così da assicurarne la piena attuazione (Raccomandazione n. 10/2011 del Comitato CEDAW all’Italia); Le Istituzioni sono tenute a consultazioni trasparenti e regolari, attraverso collegamenti formali ed informali con le ONG, in particolare con le associazioni femminili e le attiviste a difesa dei diritti delle donne, al fine di promuovere un dialogo costruttivo e partecipato nel raggiungimento dell’uguaglianza di genere. (Raccomandazione n. 19c/2011 del Comitato CEDAW all’Italia)”
Assicurare accoglienza adeguata alle donne che fuggono da situazioni di violenza; formazione professionale degli operatori; monitorare l’applicazione delle leggi esistenti e proteggere le donne che fuggono da situazioni di violenza; percezione di impunità per le condotte di violenza commesse dagli uomini in famiglia in danno delle donne; assicurare il risarcimento dei danni alle donne vittime di violenza di genere; istituire una singola struttura governativa dedicata a trattare esclusivamente in genere la questione del raggiungimento dell’uguaglianza sostanziale e in particolare la violenza contro le donne, per superare la duplicazione e la mancanza di coordinamento; assicurare che le case rifugio agiscano in conformità agli standard internazionali e nazionali in materia di diritti umani e che vengano creati meccanismi di accreditamento per monitorare il supporto fornito alle donne vittime di violenza.
pubblicato il 31 maggio 2013
Tag: Cedaw, Convenzione di istanbul, diritti umani, discriminazione, femmicidio, femminicidio, ONU, Rashida Manjoo, stupro, violenza contro le donne, violenza di genere, violenza domestica, violenza sessuale
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Intervista di “Oggi” a Franca Rame, sullo stupro da lei subito nel ’73,
dopo il brano “Lo stupro” da lei recitato a “Fantastico”, tratto da www.archivio.francarame.it
(clicca sull’immagine per vedere il monologo).Oggi se n’è andata una donna che ha lottato tenacemente per tutte le altre. Una donna che per denunciare la violenza contro le donne, ebbe il coraggio di raccontare pubblicamente - a teatro e in tv durante un “Fantastico” diretto da Celentano – lo stupro che subì come rappresaglia da un gruppo fascista che colpì lei per colpire tutto quello che, con il compagno Dario Fo, rappresentavano: un atto violento e cruento, nella migliore tradizione di discriminazione sessista e machista sulle donne intese come proprietà del nemico da “violare” e umiliare, né più né meno come si fa con lo stupro di guerra. Franca Rame se ne è andata a 84 anni proprio dopo la ratifica italiana della Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, quasi come un monito a far in modo che le cose, in questo Paese, cambino davvero da quel 9 marzo 1973 quando lei fu rapita, stuprata e torturata su un camioncino da un gruppo di uomini che non furono mai condannati. Sì, perché su quel reato, in cui furono coinvolte anche le forze dell’ordine, non ci fu alcuna condanna ma solo la prescrizione dopo 25 anni.
Un modo di trattare la violenza sulle donne non dissimile da adesso, se pensiamo che oggi, per commentare la morte di Franca Rame, donna coraggiosa, intelligente, imponente e autorevole, un telegiornale come il Tg2 ne ha parlato come di una “pasionaria rossa che approfittava della propria bellezza fisica per imporre attenzione. Finché il 9 marzo del 1973 fu sequestrata e stuprata”: quasi come se lei stessa si fosse cercata questo castigo, questa punizione, questo inevitabile evento per una donna militante bella e per questo “appetibile” oggetto di uno stupro.
Vergognoso e arrogante il modo di sostenere questa cultura discriminatoria che mette per forza le donne in quel posto reietto, come fossimo esseri umani di serie B, non dissimile dal maschilismo violento di quei fascisti che la stuprarono e la torturarono, e che propina a milioni di telespettatori una narrazione distorta che risuona come un leit motiv nei tribunali di ieri e di oggi, come il tormentone fatto di domande insistenti su particolari insignificanti e morbosi solo per dimostrare che in una violenza la complicità della donna è prassi: “Lei ha goduto?”, “Ha raggiunto l’orgasmo?”, “Se sì, quante volte?”, chiedono il poliziotto, il medico e l’avvocato in un interrogatorio durante un processo per stupro riportato da Franca Rame nel suo monologo a teatro (riportato qui sotto).
Insinuazioni, capovolgimenti, che hanno però un nome preciso, ovvero: “vittimizzazione secondaria”, citata anche nella Convenzione di Istanbul ratificata ieri. Tutti lo sanno che non si fa, se ne scrive, se ne parla, ma la realtà scalza ogni buona intenzione perché invece si fa eccome, si è fatto durante tutto processo della minorenne stuprata da 8 ragazzi a Montalto di Castro come in tanti altri processi italiani. Si fa oggi come ieri – e come raccontato in “Processo per stupro” – con un tacito consenso che permette ancora adesso ai media di continuare a narrare la violenza contro le donne in maniera sessista: se si fa in un tribunale davanti a un giudice, perché non si può fare in televisione o sui giornali? In molti tribunali italiani le donne continuano a non essere credute e a essere colpevolizzate, e per questo molte ancora non denunciano: donne che hanno paura di questo doppio stupro e quindi preferiscono lasciar stare pur di sottrarsi alla gogna pubblica, dato che in questo Paese può succedere di essere colpevolizzate della violenza subita anche dopo la morte fisica.
Che la voce di Franca Rame non rimanga inascoltata e continui a risuonare nelle nostre orecchie come un monito forte da non dimenticare. Continuiamo a vigilare e a lottare per tutte, e a far in modo che tutto questo abbia un senso.
(di seguito il monologo presentato da Franca Rame e ripreso dal sito www.francarame.it)
PRESENTAZIONE DEL MONOLOGO: “LO STUPRO” 1975
“Al centro dello spazio scenico vuoto, una sedia.
PROLOGO
FRANCA Ancora oggi, proprio per l’imbecille mentalità corrente, una donna convince veramente di aver subito violenza carnale contro la sua volontà, se ha la “fortuna” di presentarsi alle autorità competenti pestata e sanguinante, se si presenta morta è meglio! Un cadavere con segni di stupro e sevizie dà più garanzie. Nell’ultima settimana sono arrivate al tribunale di Roma sette denunce di violenza carnale.
Studentesse aggredite mentre andavano a scuola, un’ammalata aggredita in ospedale, mogli separate sopraffatte dai mariti, certi dei loro buoni diritti. Ma il fatto più osceno è il rito terroristico a cui poliziotti, medici, giudici, avvocati di parte avversa sottopongono una donna, vittima di stupro, quando questa si presenta nei luoghi competenti per chiedere giustizia, con l’illusione di poterla ottenere. Questa che vi leggo è la trascrizione del verbale di un interrogatorio durante un processo per stupro, è tutto un lurido e sghignazzante rito di dileggio.
MEDICO Dica, signorina, o signora, durante l’aggressione lei ha provato solo disgusto o anche un certo piacere… una inconscia soddisfazione?
POLIZIOTTO Non s’è sentita lusingata che tanti uomini, quattro mi pare, tutti insieme, la desiderassero tanto, con così dura passione?
GIUDICE È rimasta sempre passiva o ad un certo punto ha partecipato?
MEDICO Si è sentita eccitata? Coinvolta?
AVVOCATO DIFENSORE DEGLI STUPRATORI Si è sentita umida?
GIUDICE Non ha pensato che i suoi gemiti, dovuti certo alla sofferenza, potessero essere fraintesi come espressioni di godimento?
POLIZIOTTO Lei ha goduto?
MEDICO Ha raggiunto l’orgasmo?
AVVOCATO Se sì, quante volte?Il brano che ora reciterò è stato ricavato da una testimonianza apparsa sul “Quotidiano Donna”, testimonianza che vi riporto testualmente.
Si siede sull’unica sedia posta nel centro del palcoscenico.
FRANCA C’è una radio che suona… ma solo dopo un po’ la sento. Solo dopo un po’ mi rendo conto che c’è qualcuno che canta. Sì, è una radio. Musica leggera: cielo stelle cuore amore… amore…
Ho un ginocchio, uno solo, piantato nella schiena… come se chi mi sta dietro tenesse l’altro appoggiato per terra… con le mani tiene le mie, forte, girandomele all’incontrario. La sinistra in particolare.
Non so perché, mi ritrovo a pensare che forse è mancino. Non sto capendo niente di quello che mi sta capitando.
Ho lo sgomento addosso di chi sta per perdere il cervello, la voce… la parola. Prendo coscienza delle cose, con incredibile lentezza… Dio che confusione! Come sono salìta su questo camioncino? Ho alzato le gambe io, una dopo l’altra dietro la loro spinta o mi hanno caricata loro, sollevandomi di peso?
Non lo so.
È il cuore, che mi sbatte così forte contro le costole, ad impedirmi di ragionare… è il male alla mano sinistra, che sta diventando davvero insopportabile. Perché me la storcono tanto? Io non tento nessun movimento. Sono come congelata.
Ora, quello che mi sta dietro non tiene più il suo ginocchio contro la mia schiena… s’è seduto comodo… e mi tiene tra le sue gambe… fortemente… dal di dietro… come si faceva anni fa, quando si toglievano le tonsille ai bambini.
L’immagine che mi viene in mente è quella. Perché mi stringono tanto? Io non mi muovo, non urlo, sono senza voce. Non capisco cosa mi stia capitando. La radio canta, neanche tanto forte. Perché la musica? Perché l’abbassano? Forse è perché non grido.
Oltre a quello che mi tiene, ce ne sono altri tre. Li guardo: non c’è molta luce… né gran spazio… forse è per questo che mi tengono semidistesa. Li sento calmi. Sicurissimi. Che fanno? Si stanno accendendo una sigaretta.
Fumano? Adesso? Perché mi tengono così e fumano?
Sta per succedere qualche cosa, lo sento… Respiro a fondo… due, tre volte. Non, non mi snebbio… Ho solo paura…
Ora uno mi si avvicina, un altro si accuccia alla mia destra, l’altro a sinistra. Vedo il rosso delle sigarette. Stanno aspirando profondamente.
Sono vicinissimi.
Sì, sta per succedere qualche cosa… lo sento.
Quello che mi tiene da dietro, tende tutti i muscoli… li sento intorno al mio corpo. Non ha aumentato la stretta, ha solo teso i muscoli, come ad essere pronto a tenermi più ferma. Il primo che si era mosso, mi si mette tra le gambe… in ginocchio… divaricandomele. È un movimento preciso, che pare concordato con quello che mi tiene da dietro, perché subito i suoi piedi si mettono sopra ai miei a bloccarmi.
Io ho su i pantaloni. Perché mi aprono le gambe con su i pantaloni? Mi sento peggio che se fossi nuda!
Da questa sensazione mi distrae un qualche cosa che subito non individuo… un calore, prima tenue e poi più forte, fino a diventare insopportabile, sul seno sinistro.
Una punta di bruciore. Le sigarette… sopra al golf fino ad arrivare alla pelle.
Mi scopro a pensare cosa dovrebbe fare una persona in queste condizioni. Io non riesco a fare niente, né a parlare né a piangere… Mi sento come proiettata fuori, affacciata a una finestra, costretta a guardare qualche cosa di orribile.
Quello accucciato alla mia destra accende le sigarette, fa due tiri e poi le passa a quello che mi sta tra le gambe. Si consumano presto.
Il puzzo della lana bruciata deve disturbare i quattro: con una lametta mi tagliano il golf, davanti, per il lungo… mi tagliano anche il reggiseno… mi tagliano anche la pelle in superficie. Nella perizia medica misureranno ventun centimetri. Quello che mi sta tra le gambe, in ginocchio, mi prende i seni a piene mani, le sento gelide sopra le bruciature…
Ora… mi aprono la cerniera dei pantaloni e tutti si dànno da fare per spogliarmi: una scarpa sola, una gamba sola.
Quello che mi tiene da dietro si sta eccitando, sento che si struscia contro la mia schiena.
Ora quello che mi sta tra le gambe mi entra dentro. Mi viene da vomitare.
Devo stare calma, calma.
“Muoviti, puttana. Fammi godere”. Io mi concentro sulle parole delle canzoni; il cuore mi si sta spaccando, non voglio uscire dalla confusione che ho. Non voglio capire. Non capisco nessuna parola… non conosco nessuna lingua. Altra sigaretta.
“Muoviti puttana fammi godere”.
Sono di pietra.
Ora è il turno del secondo… i suoi colpi sono ancora più decisi. Sento un gran male.
“Muoviti puttana fammi godere”.
La lametta che è servita per tagliarmi il golf mi passa più volte sulla faccia. Non sento se mi taglia o no.
“Muoviti, puttana. Fammi godere”.
Il sangue mi cola dalle guance alle orecchie.
È il turno del terzo. È orribile sentirti godere dentro, delle bestie schifose.
“Sto morendo, – riesco a dire, – sono ammalata di cuore”.
Ci credono, non ci credono, si litigano.
“Facciamola scendere. No… sì…” Vola un ceffone tra di loro. Mi schiacciano una sigaretta sul collo, qui, tanto da spegnerla. Ecco, lì, credo di essere finalmente svenuta.
Poi sento che mi muovono. Quello che mi teneva da dietro mi riveste con movimenti precisi. Mi riveste lui, io servo a poco. Si lamenta come un bambino perché è l’unico che non abbia fatto l’amore… pardon… l’unico, che non si sia aperto i pantaloni, ma sento la sua fretta, la sua paura. Non sa come metterla col golf tagliato, mi infila i due lembi nei pantaloni. Il camioncino si ferma per il tempo di farmi scendere… e se ne va.
Tengo con la mano destra la giacca chiusa sui seni scoperti. È quasi scuro. Dove sono? Al parco. Mi sento male… nel senso che mi sento svenire… non solo per il dolore fisico in tutto il corpo, ma per lo schifo… per l’umiliazione… per le mille sputate che ho ricevuto nel cervello… per lo sperma che mi sento uscire. Appoggio la testa a un albero… mi fanno male anche i capelli… me li tiravano per tenermi ferma la testa. Mi passo la mano sulla faccia… è sporca di sangue. Alzo il collo della giacca.
Cammino… cammino non so per quanto tempo. Senza accorgermi, mi trovo davanti alla Questura.
Appoggiata al muro del palazzo di fronte, la sto a guardare per un bel pezzo. Penso a quello che dovrei affrontare se entrassi ora… Sento le loro domande. Vedo le loro facce… i loro mezzi sorrisi… Penso e ci ripenso… Poi mi decido…
Torno a casa… torno a casa… Li denuncerò domani.Buio”.
(Questo brano è stato scritto nel 1975 e rappresentato nel 1979 in Tutta casa, letto e chiesa).
pubblicato il 29 maggio 2013
Tag: Franca Rame, letto e chiesa, stupro, Tutta casa
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Una ricostruzione fotografica dei fatti avvenuti nel 2007
quando Giovanna Reggiani fu stuprata e uccisa a Tor di Quinto, a RomaEra il 2007 quando Giovanna Reggiani fu sequestrata, stuprata e uccisa. Un femminicidio che allora non veniva ancora chiamato così perché non si usava, perché anche se le donne morivano già, era una parola che non circolava da queste parti. Ma quella morte, e quello stupro di una donna che tornava a casa dopo una giornata di lavoro, fu emblematico in questo nostro Paese. Quel femminicidio fu preso e cavalcato con azioni non certo rivolte al contrasto alla violenza sulle donne, ma fu usato e strumentalizzato per mandare fuori dall’Italia quegli stranieri che usurpano la nostra bella terra e ci rubano il lavoro. L’autore di quel reato era un rumeno e così, sull’onda dell’indignazione, due giorni dopo fu approvato un decreto legge, il 181/2007, ovvero “Disposizioni urgenti in materia di allontanamento dal territorio nazionale per esigenze di pubblica sicurezza”, cioè l’espulsione degli extracomunari, perché era colpa loro se le donne venivano stuprate e uccise: “vengono nel nostro Paese, ci rubano il lavoro e le donne, e poi vogliono anche fare i padroni”. Un concetto che andò talmente in fondo alle coscienze, che la percezione dell’immigrato fu completamente stravolta, fino a sentire la presenza “straniera” in maniera abnorme rispetto alla reale presenza: un numero di immigrati, quelli in Italia, che facevano ridere al confronto con paesi come la Francia, Gran Bretagna, Germania. Dopo due mesi la norma decadde ma il lavoro continuò e quando il governo Berlusconi approvò il pacchetto sicurezza nel 2008, tutti erano soddisfatti, e a nessuno, tanto meno ai mass media più “importanti”, sembrò importante far notare che in realtà la violenza contro le donne era nella maggior parte fatta da italiani e nelle loro case: come invece la ricerca Istat del 2006, pubblicata proprio nel 2007, aveva ben messo in luce con dati alla mano.
Oggi le cose sembrano cambiate: si parla di femminicidio, le associazioni delle donne fanno convenzioni, tavoli, convegni, alcuni giornali (tipo questo) hanno avviato un serio lavoro su come l’informazione deve trattare l’argomento, si fanno appelli, petizioni, si scrivono libri, si producono piéce teatrali, talmente tanto che qualcuno si è accorto che, anche se ne sa poco o niente, parlare di femminicidio può essere un’opportunità per mettersi sotto un bel riflettore: non fosse mai che ne viene fuori qualcosa in più. A questo si aggiunga che nel frattempo un governo, quello “tecnico” di Monti che non ha mai dato una risposta seria alla violenza contro le donne, non c’è più e che al suo posto, malgrado legittime elezioni, è stata messa in piedi una traballante alleanza tra i rottami di una destra arrogante e securitaria, e un “centro-sinistra” incerto, debole, ma furbo: insomma tra un Pd e un Pdl, che (in teoria) dovrebbero avere idee diverse in proposito.
Eppure gli accordi si fanno su tutto, perché non sul femminicidio? Una domanda a cui le donne, se ci tengono alla loro pelle, devono rispondere nette: perché no. E vediamo perché.
La ministra delle pari opportunità, Josefa Idem, ha parlato di una task force intergovernativa, e cioè un’azione traversale tra diversi ministeri (cosa che Fornero non ha mai fatto), e che potrebbe dare una reale svolta con un indirizzo preciso all’esecutivo, ma solo se i diversi ministeri hanno chiaro qual è l’obiettivo: protezione, prevenzione e, solo alla fine, punizione. A lei era preceduta 10 giorni fa alla Casa Internazionale delle donne di Roma (e non a Ostia o da qualche altra parte come qualche giornale ha scritto), la presidente della Camera, Laura Boldrini, che oltre a spingere per la ratifica della Convenzione di Istanbul, aveva accolto l’ottima idea di una commissione d’inchiesta sulla violenza di genere, lanciando anche a una “campagna di ascolto” in parlamento con la partecipazione della società civile: due donne delle istituzioni che sembrano aver capito i termini della questione, e cioè che non si possono aspettare i tempi biblici di una legge contro il femminicidio, e che bisogna agire con un’azione trasversale e concreta, andando a fondo con una commissione d’inchiesta per capire bene cos’è che non funziona e cosa cambiare in profondità. Un’ipotesi rafforzata da una lettera al presidente del senato, Pietro Grasso, firmata da alcun* senatori e senatrici, tra cui la viocepresidente Valeria Fedeli, dove si chiede un impegno reale affinché “venga al più presto, da un lato, ratificata la Convenzione sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, fatta ad Istanbul l’ll maggio 2011”, e dall’altro, “venga costituita una commissione parlamentare di inchiesta che delinei il fenomeno del femminicidio, fornendo analisi, interpretazioni e adeguate soluzioni”.
D’altra parte il ministro degli interni, Angelino Alfano, si è subito reso disponibile per creare questa una task force, affermando di voler creare un gruppo che si occupi della questione che sarà alla base della discussione del prossimo consiglio dei ministri. Sì, ma in che modo? Con quale gruppo?
Oggi la ministra Idem ha scritto: “Ci vuole una risposta forte al femminicidio: mettiamoci tutti intorno ad un tavolo e facciamo squadra per raggiungere l’obiettivo, secondo un metodo che ho portato dallo sport. Tante volte anche nello sport vengono messe insieme risorse umane che non si trovano d’accordo ma che condividono l’obiettivo e quindi mettono da parte contrasti e vedute diverse”. Va bene, ma bisogna avere chiaro il problema per avere chiarezza di obiettivi, perché non è solo un problema di percorsi, e l’idea che Alfano ha su come risolvere il femminicidio, non credo coincida proprio con quella avanzata né da Idem né da Boldrini. Oggi la ministra alla giustizia, Anna Maria Cancellieri, ha parlato di azioni volte a intervenire sulla violenza solo in termini di pene e controllo, quando ancora bisogna risolvere il problema che le donne nelle aule dei tribunali non vengono né ascoltate né tutelatea, e se denuciano violenze in famiglia rischiano anche di perdere i propri figli. Le proposte fatte da Cancellieri di mettere il braccialetto elettronico agli stalker o di esigere l’arresto obbligatorio anche quando non viene presentata una denuncia da parte della vittima che invece è libera di scegliere, non solo non risolvono nulla ma potrebbero anche peggiorare la situazione. Proposte che , in accordo con Alfano, la ministra porterà al prossimo Consiglio dei Ministri.
La cosa che mi preme dire è che oggi la società civile, le associazioni di donne che lavorano sulla violenza, hanno trovato alcune interlocutrici importanti all’interno di questa compagine istituzionale, e quello che spetta a noi adesso non è gridare al governo per indire degli Stati generali sulla violenza, che eventualmente toccherebbe alla socità civile e non al governo, ma vigilare attentamente su come questo governo si muoverà. Fare una petizione, come quella indetta dal progetto teatrale di Serena Dandini, “Ferite a morte”, non ha nessun senso in questo momento, perché è come gridare “a lupo! a lupo!” quando il tempo è scaduto, e l’effetto è peggiore perché c’è già chi è pronto a cavalcare il grido di allarme e di emergenza, strumentalizzando ancora una volta la violenza che si consuma sulla pelle delle donne. Ora le associazioni delle donne, e cioè chi sa cos’è la violenza sulle donne, chi ci lavora e non chi ha fatto un ripasso in tre mesi, deve monitorare scrupolosamente su come ora questo governo, che si è pronunciato pubblicamente, intende affrontare il problema, chiedendo una interlocuzione e una consultazione diretta, ed eventualmente dopo gridare: No! così non va!
Ieri sul Tg1 ha già fatto capolino uno di quei servizi pericolosi e fuorvianti sul femminicidio, dove si insisteva tanto sulla pena, e in cui l’attrice Sonia Bergamasco (un’attrice appunto) parlava di violenza contro le donne come di “una terribile emergenza” senza sapere che invece la violenza in Italia è un problema strutturale, come ha fatto notare più volte “DiRe” (la Rete nazionale dei centri antiviolenza), e che per questo il femminicidio non va affrontato come un’emergenza (come invece vorrebbe la destra piddiellina). Così come, al punto in cui siamo arrivate, è superfluo (e forse anche pericoloso) chiedere al governo di indire gli “Stati generali sulla violenza” che in realtà, come si legge anche semplicemente su wikipedia, sono storicamente “un organo di rappresentanza dei tre ceti sociali” (quindi della società civile e non del governo) e che “si riuniscono quando incombono sul paese pericoli imminenti”. Ma se intendiamo la violenza di genere come “pericolo incombente” significa che non abbiamo capito nulla, e che forse è meglio tacere. Il pericolo vero adesso è che su questa scia, si torni a parlare del tunisino che massacra la moglie, come ha fatto vedere Vespa l’altro giono a “Porta a Porta”, riducendo il problema della violenza sulle donne a un problema di coppie miste, del “barbaro” in casa, anche se la maggioranza degli uomini violenti qui sono italiani. Così, se alla fine è sempre colpa o delle donne o degli extracomunitari, gli uomini possono stare tranquilli.
Per la prima volta bisogna sostenere le donne che all’interno del parlamento sono ricettive, chiedendo che ascoltino attentamente chi di queste cose se ne intende, senza cadere nella trappola di Alfano, e chi con lui, tenterà di appiattire il femminicidio a un problema di emergenza e di sicurezza. Come avverte Barbara Spinelli, avvocata dei Giuristi Democratici esperta di femminicidio: “Non siamo disposte ad accettare oltre, strumentalizzazioni sul femminicidio a fini di visibilità personale o per perseguire altri obiettivi che non siano quello dell’autodeterminazione femminile. Le donne non sono soggetti deboli, la discriminazione che subiscono in quanto donne non è equiparabile a né ai bambini, né agli anziani, né ai disabili. Le donne che subiscono violenza in famiglia, da parte di padri, mariti, fidanzati, ex, sono discriminate rispetto ad altre vittime di reato, tanto nella protezione, quanto nell’accesso ai servizi, quanto nell’accesso alla giustizia. Spesso gli strumenti esistenti non vengono attivati sulla base di pregiudizi di genere, e assistiamo a situazioni abnormi come quelle che ultimamente riempiono i giornali”. Per superare questo ostacolo, bisogna quindi non gridare agli Stati generali, ma “avere sempre come riferimento che l’obiettivo dell’azione istituzionale deve essere quello di andare a rimuovere gli ostacoli materiali che impediscono alle donne il pieno godimento dei diritti fondamentali, primo fra tutti il diritto alla vita e all’integrità fisica”, e “di far luce sulla realtà con una relazione ufficiale, che venga fuori da una Commissione d’inchiesta, così che un domani, chi userà questi argomenti per opporsi alle necessarie riforme, verrà stanato per quello che è, cioè non un ignorante, ma un sessista”.
“La tuttologia non salva la vita delle donne. Il populismo neanche”, dice Spinelli, ed “è un dato acclarato che la maggior parte delle donne uccise è vittima di femminicidio, così come è un dato acclarato che più della metà di loro aveva già chiesto aiuto alle Istituzioni. Questo significa che più della metà delle donne uccise ha ricevuto un aiuto inadeguato. Istituire una commissione d’inchiesta significa decidere di far luce sul perché, e quante volte, e da parte di chi, la risposta alla denuncia di violenza maschile sulle donne è stata inadeguata. E non solo per quelle circa 130 donne uccise all’anno in quanto donne, ma anche per tutte quelle sopravvissute che, dopo aver denunciato, non sono state adeguatamente protette, e hanno subito nuove aggressioni, che magari non le hanno uccise, ma le hanno lasciate in sedia a rotelle, o le hanno costrette a cambiare città o regione”.
“E’ vero – conclude Spinelli – spesso da singoli politici e dalla società civile arrivano anche richieste confuse o inappropriate, come fu al tempo la richiesta di castrazione chimica per i pedofili: per arginare questo fenomeno e la strumentalizzazione del femminicidio, le istituzioni devono essere preparate a mettere al centro la donna, e non altri interessi. Nel frattempo, una task force interministeriale, inclusiva di esperte non governative, potrebbe interagire con la commissione d’inchiesta, e procedere insieme nell’apportare le necessarie modifiche al Piano Nazionale Antiviolenza in scadenza, che si è rivelato scarsamente efficace perché non idoneo a raggiungere gli obiettivi previsti, sia per la formulazione inadeguata alla luce degli standard internazionali, sia per l’assenza di fondi specifici alla realizzazione di varie azioni, sia per il monitoraggio inesistente sulla sua attuazione. Ma occorre coerenza. Anche da parte di quei personaggi famosi che s’improvvisano e si proclamano paladin* dei diritti delle donne, salvo poi, al posto di supportare l’esperienza e la lotta portata avanti dalle donne, assumere la parola in loro vece, alle volte stravolgendola”.
pubblicato il 10 maggio 2013
Tag: Alfano, Boldrini, femminicidio, ferite a morte, giovanna reggiani, Idem, Serena Dandini, Vespa, violenza contro le donne
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Oria è bionda con gli occhi chiari, è una bella donna, è spigliata, intelligente, decisa, ma non è per questo che la voto al comune di Roma nelle elezioni che si terranno il 26/27 maggio dove lei si presenta nella lista con Sandro Medici sindaco. Io voto Oria, ed è la prima volta che faccio una dichiarazione personale ed esplicita, perché di lei mi fido. Mi fido non perché la conosco (non basta per me, sono molto selettiva), ma perché so che se fosse eletta farebbe alcune cose che mi stanno a cuore: prima di tutto politiche serie e concrete a favore delle donne, che in una città come Roma faticano parecchio. E so anche che qualsiasi cosa farà, Oria non accetterà compromessi, e lo farà con professionalità e soprattutto con molta umanità e trasparenza, che è quello che voglio avere come garanzia in chi va lì a rappresentarmi in qualità di cittadina che esprime il suo voto.
Nella Repubblica Romana, Oria Gargano vuole, tra le altre cose, “centri e servizi antiviolenza numericamente e qualitativamente all’altezza degli standard indicati dalla Unione Europea: un posto letto ogni 10.000 abitanti, e una metodologia rigorosamente derivata dalla pratica delle relazioni politiche tra donne; un Piano Comunale Antiviolenza che renda organico il rapporto tra il Campidoglio, le organizzazioni delle donne, le polizie, i servizi sociali e territoriali; e un intervento strutturato sui saperi trasmessi a bambine e bambine, veicolando la cultura del rispetto e del riconoscimento nelle scuole materne, negli asili nido, nelle elementari (di competenza comunale)”. Alcune cose che vorrei fossero fatte in questa mia città e che sono convinta Oria farebbe bene, perché è da troppi anni che lavora con le donne: con quelle donne che vivono situazioni difficili, al limite, a volte anche a rischio di vita, con le donne che subiscono violenza, quelle massacrate dai mariti e dai fidanzati, e anche con quelle che vengono deportate in Italia e sottoposte a violenze e torture perché costrette alla prostituzione. Oria lavora con le donne vittime di tratta, e per loro ha messo su un centro tanti anni fa, a Roma, dopo essere stata responsabile del centro antiviolenza provinciale a Monteverde. Un’esperienza che l’ha poi portata a fondare una cooperativa tutta sua, la cooperativa sociale Be Free, che gestisce nell’ordine: il Servizio Antiviolenza SOS Donna di Roma, lo sportello socio-psicologico e legale a favore delle donne vittime di tratta trattenute nel CIE Ponte Galeria, lo Sportello Donna all’interno del pronto soccorso dell’ospedale San Camilo e lo sportello per lesbiche che subiscono violenza. Ma non solo, perché Oria si è posta anche il problema degli uomini, e con altre associazioni va a Regina Coeli di Roma dove incontra gli stupratori in carcere. “Questa a Regina Coeli è un’esperienza fondamentale – mi dice Oria – perché sto capendo profondamente come funziona la violenza sulle donne, quali sono le dinamiche, come si può intervenire e come si può anche aiutare un uomo a prendere consapevolezza per fare in modo che ci sia uno scatto dentro, un passaggio psicologico e culturale fondamentale perché quell’uomo non faccia più quello che ha fatto. Per cambiare vita. Un percorso in cui recuperi sia chi è in carcere, che non è un ambiente facile, sia chi sta fuori”. Un percorso culturale che abbraccia tutti, uomini e donne, nella percezione di quello che la violenza è veramente, per poterne uscire.
Oria è schietta e ha le idee chiare su cosa serve alle donne e quali siano le chiavi di cambiamento della cultura dello stupro: “Le donne che subiscono violenza non sono mai solo in un modo, esistono dinamiche molto delicate, quasi subdole, in un rapporto violento tra un uomo e una donna, e per fare in modo che una volta uscita dal centro antiviolenza quella donna non ritorni con l’uomo che l’ha massacrata, bisogna lavorare bene su questo”. Tanto per dire che non basta accogliere e proteggere le donne che subiscono violenza, ma fare con loro un percorso di ripresa e di autodeterminazione della propria vita a partire da sé e da quello che si è fatto finora. “Noi cerchiamo, come Be free, anche di avviare queste donne a un percorso lavorativo, siamo riuscite a formare orafe, orologiaie, e anche una compagnia teatrale. La riscoperta di se stesse e la ricostruzione di una vita devastata dalla violenza, non può prescindere da quello che sei stata, una vita non puoi prenderla e buttarla così dalla finestra, serve una presa di coscienza molto più complessa”. È per questo che Oria si batte da tempo perché all’interno dei centri le operatrici siano specializzate e fisse, con un inquadramento lavorativo e una professionalità adatta ad affrontare la situazione di una donna che arriva dopo una violenza che dura da anni, uno stupro, un tentato femmicidio. “Le operatrici di un centro antiviolenza o di uno sportello di ascolto, sono importanti e non sono come gli altri opeatori, perché hanno una specificità. Questa è una professione delicata perché la donna che arriva deve trovare qualcuna che le dia la possibilità di parlare, di raccontare, deve essere accolta in un certo modo. Quindi l’operatrice non può improvvisare, deve essere preparata e di conseguenza deve avere anche un giusto inquadramento professionale”.
Lo sportello che Be Free gestisce al San Camillo è un H24 aperto giorno e notte, ed è uno dei pochi posti in Italia in cui una donna o una ragazza, può andare a chiedere aiuto anche nel cuore della notte perché fugge da una violenza. “Lo sportello del pronto soccorso dell’ospedale San Camillo di Roma, è uno dei pochi H24 in Europa, e in Italia è di certo l’unico. È un servizio importante perché qui le donne possono arrivare in qualsiasi momento e possono essere ascoltate e soccorse immediatamente. Da qui possono essere indirizzate a un centro antiviolenza, a un rifugio se sono in pericolo di vita, possono esporre denuncia se lo vogliono, possono essere messe in contatto con avvocate specializzate, possono anche non tornare a casa, insomma possono essere protette immediatamente”. Uno sportello, è bene ricordarlo, che la ex presidente della Regione Lazio, Renata Polverini, voleva far chiudere perché, diceva lei, non c’erano più i soldi. “A quello sportello le operatrici di Be free hanno lavorato gratis per quasi un anno come delle vere eroine, perché sapevano che chiudendolo molte donne sarebbero state in pericolo. È stato un atto di coscienza che ci è costato ma che saremmo pronte a ripetere, se non fosse che, fortunatamente, abbiamo vinto un altro bando che ci ha permesso di continuare”.
Ma come si risolve la violenza, Oria? “Guarda, ci sono tante cose importanti da fare: una rete coerente sul territorio per la tutela delle donne, l’indipendenza economica, la prevenzione, ma una delle cose più importanti sono i bambini e le bambine: è da lì che gli stereotipi cominciano a lavorare perché è un fatto culturale che forma la tua persona e quello che sarai. Bisogna cominciare da piccoli e piccole, con i libri di testo. Se da piccola interiorizzi che la storia è fatta dagli uomini, è ovvio che ti sentirai sempre esclusa, e lo stesso, in maniera speculare, vale per i bambini. Ma tu hai mai letto su un libro di testo quello che hanno fatto le donne nella storia? sai, così all’impronta, quante te ne posso citare? le donne c’erano eccome, ma bisogna andarsele a cercare perché sono state rimosse dal sapere comune, non si vogliono ricordare, insegnare. L’oscuramento è la prima chiave del potere, è arrivato il momento di venire alla luce”.
Oria m’ha convinta, proviamoci, anzi: provamoce.
pubblicato il 8 maggio 2013
Tag: elezioni al comune di Roma, Oria Gargano, Repubblica Romana, Sandro Medici
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Finalmente si cominciano ad aprire squarci di luce per le italiane. E devo dire, fuori dai denti, che non vedevo l’ora di lottare insieme, e sulla stessa lunghezza d’onda, con donne come la presidente della camera, Laura Boldrini (comprate oggi Il Manifesto), e la ministra per l’integrazione, Cecile Kyenge, che pur subendo sulla loro pelle quello che non auguro neanche al mio peggior nemico, resistono e continuano a rispondere in maniera ferma ed efficace agli attacchi violenti, sessisti, discriminatori, razzisti, che vorrebbero umiliarle schiacciandole nella morsa di chi scambia la violenza come una forma di libertà di espressione, e la denuncia di questa stessa violenza, come censura. Uno squarcio di sole che si allarga alle parole della ministra alle pari opportunità, Josefa Idem (Pd), che oltre a esprimere solidarietà alle colleghe in parlamento, in una intervista a Elisabetta Carta per il Tg3, dichiara come tra le prime azioni che intende mettere in campo contro il femminicidio, ci sia l’avvio di una task-force interministeriale tra Pari Opportunità, Interni e Giustizia, e l’approfondimento del problema attraverso un Osservatorio nazionale: dimostrando finalmente di capire che il problema non è una legge dai tempi biblici contro il femminicidio ma azioni politiche dirette e immediate per una situazione, quella della violenza sulle donne in Italia, ormai strutturale al Paese. (Veramente esulto! Perché dà ragione a ciò che scrivo qui da un bel po’ di tempo e che abbiamo messo nero su bianco nella Convenzione No More! contro il femminicidio, un intervento chiesto a Fornero che non ha mai voluto fare).
Spiragli che, non nascondo, si sono spalancati alla notizia della rimozione dalla delega alle pari oppotunità della sottosegretaria Michaela Biancofiore (Pdl) ricollocata con delega alla pubblica amministrazione e semplificazione. Un ordine arrivato dal presidente del consiglio, Enrico Letta, dopo l’intervista che Biancofiore aveva rilasciato a “Repubblica” con dichiarazioni “discutibili” sui gay, frasi che hanno indignato le associazioni. Il motivo scatenante sarebbero state alcune affermazioni definite “omofobe” nell’intervista, anche se in realtà la sottosegretaria non è mai stata favorevole a rapporti tra lo stesso sesso, tanto che in un comizio con Berlusconi e un intervento con Klaus Davi, aveva detto: “Chi va con i trans ha seri problemi di posizionamento sessuale”; “Gli italiani sono tendenzialmente contrari ai matrimoni gay perché noi restiamo un popolo profondamente cattolico”; “Per un etero anche un approccio affettivo di un gay crea imbarazzo”; “Non c’è solo l’eterosessualità, ma anche una sessualità diversa, che oggi, purtroppo, è estremamente comune” (e questo non l’altro ieri, quindi un pensiero risaputo anche per chi l’aveva scelta all’inizio per la delega alle pari opportunità).
La cosa più grave però, ed è quella che mi solleva al pensiero che non sia più con delega alle pari opportunità, è che Biancofiore, anche se ha accusato le associazioni gay di “autoghettizzarsi” dimenticandosi di condannare “i tanti femminicidi delle ultime ore”, ha nel suo curriculum qualcosa che la fa definire davvero molto poco adatta alle pari opportunità, ovvero la proposta di legge che ha presentato lo scorso anno alla camera sulla modifica dell’affido condiviso: una proposta speculare al ddl 957 presentato al senato, che avrebbero potuto introdurre il concetto di PAS (sindrome di alienazione parentale) - nello specifico una malattia inesistente e mai riconosciuta ufficialmente – come norma di legge.
Nella fattispecie l’atto della camera sulle “Modifiche al codice civile, al codice di procedura civile e alla legge 8 febbraio 2006, n. 54, in materia di affidamento condiviso dei figli” (5257) di Biancofiore, introduceva all’articolo 155- bis del codice civile che “Il giudice può escludere un genitore dall’affidamento, con provvedimento motivato, qualora ritenga che da quel genitore, se affidatario, possa venire pregiudizio al minore. La comprovata e perdurante violenza, sia fisica che psicologica, nei confronti dei figli e, in particolare, la manipolazione di essi mirata al rifiuto dell’altro genitore o al suo allontanamento, comportano l’esclusione dall’affidamento. Le denunce per le quali sia provata la falsità, mosse al medesimo scopo, comportano altresì l’esclusione dall’affidamento, ove non ricorrano gli estremi per unasanzione più grave. In ogni caso il giudice può, per gravi motivi, ordinare che la prole sia collocata presso una terza persona o, nell’impossibilità, in una comunità di tipo familiare”.
In poche parole, in questo testo di legge deposistato dalla sottosegretaria, si metteva pericolosamente sullo stesso piano una malattia che non esiste come la sindrome di alienazione parentale (“manipolazione di essi mirata al rifiuto dell’altro genitore o al suo allontanamento”), con la violenza fisica e psicologica sui minori, che invece esiste ed è un fenomeno grave, non solo quando avviene nei confronti dei minori ma anche quando i bambini assistono a quella nei confronti di un membro della famiglia, soprattutto le madri, in quanto possono creare danni anche irreversibili. Senza stare ancora a ricordare che in Italia l’85% della violenza sulle donne è violenza domestica, e che circa 400 mila bambini assistono a violenza intrafamiliare con gravi danni fino ad arrivare a veri blocchi della crescita (rapporto Daphne), ricordiamo invece quello che succede con i femminicidi, quelli che Biancofiore rinfaccia alle associazioni gay. Il 70 % delle donne uccise all’interno delle relazioni intime, aveva già segnalato il partner alle forze dell’ordine o ai servizi sociali, e malgrado questo sono morte. Ma il femminicidio non è solo l’atto criminoso e comprende tutte le violenze che una donna può subire, tutte le forme di discriminazioni culturalmente attribuibili al fatto di appartenere al genere femminile: un fenomeno che in Italia, senza ombra di dubbio, vede la sua situazione più grave dentro le mura domestiche – dove spesso si è in presenza di minori – e che nella statistica “esplode” proprio quando la donna dice “basta”, denunciando e lasciando il partner, e provocando quello che molti giornali chiamano ancora “raptus”, intendendo l’atto del femmicidio. Tutto questo per dire che è proprio quando una donna si separa dal partner violento che è maggiormente in pericolo e che ha bisogno di essere protetta e aiutata, anche perché, quando ci sono, i minori diventano uno dei ricatti abituali (mi lasci? ti toglierò i figli, stai sicura!).
Ma cosa succede nei tribunali italiani? Succede ormai troppo spesso, e in modo particolare nei tribunali dei minori, che se una donna denuncia la presenza di un marito violento (il 95% delle violenze nei rapporti intimi in Italia sono dell’uomo verso la donna) di cui ha paura per sé e per i figli, rischierà non solo di non essere protetta ma anche di non essere creduta e di perdere i figli anche in maniera definitiva. Perché di fronte a una richiesta di affido esclusivo del genitore non violento, ci si vede ormai opporre sempre più spesso un ricorso in cui non solo si mettono in discussione le accuse (che ovviamente devono essere provate), ma in cui il giudice chiederà una perizia, una Ctu (consulenza tecnica d’ufficio), in cui lo psicologo o lo psichiatra di turno può fare – e ormai nella maggior parte dei casi fa – una diagnosi di Pas sul minore, dicendo che il bambino non vuole vedere o rifiuta l’altro genitore non perché eventualmente ci sono violenze o abusi da accertare (con strumenti processuali come testimonianza, ascolti dei minori e degli adulti, ecc.), ma perché è malato: cioè subisce una “manipolazione mirata al rifiuto dell’altro genitore o al suo allontanamento”, e quindi va rinchiuso in una casa famiglia perché va curato oppure affidato al genitore rifiutato per guarire (non oso pensare all’eventualità che l’altro genitore sia davvero un violento abusante: come mettere i bambini nella tana dell’orco).
Questa non è una storiella horror che mi piace raccontare, questa è la realtà che sta distruggendo intere generazioni, e che ascolto ogni giorno da madri disperate che perdono i loro figli, e da figli abusati scappati da genitori violenti o da strutture perché sedati e obbligati ad abbandonare la scuola, gli amici, la casa, gli affetti, come se fossero in carcere. Un’ingiustizia disumana tutta italiana. E questo in virtù di diagnosi ben pagate, avvocati che invece di mediare istigano al contrasto aumentando la violenza quando c’è (e anche le loro parcelle), giudici che non si rendono conto del danno che fanno e che sembrano aver perso gli strumenti processuali affidandosi solo a psicologi e alle loro Ctu. Figuratevi se una cosa del genere fosse messa come norma di legge.
Chi confonde queste cose, chi non sa bene cosa è la violenza e i parametri di misura della stessa, non può avere né la capacità di analisi né la competenza di interagire e risolvere quei problemi che hanno oggi le donne italiane, che intanto continuano a rischiare la loro salute e la loro vita. Come detto tante volte: non basta essere donne, bisogna conoscere e attuare precise politiche a favore delle donne stesse.
pubblicato il 5 maggio 2013
Tag: Biancofiore, Boldrini, femminicidio, Idem, Kyenge, pari opportunità, violenza contro le donne
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