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A cosa serve andare via dal proprio paese se non si lasciano alle spalle le cose peggiori? È quello che mi sono chiesta leggendo sul corriere online la sentenza di un tribunale canadese che ha condannato all’ergastolo metà di una famiglia afghana composta dal padre Mohammad Shafia di 59 anni, la moglie Tooba Yahya di 42, e il loro secondogenito Hamed di 21, per aver ucciso l’altra metà della famiglia, le giovanissime Zainab di 19 anni, Sahar di 17, e Geeti di 13 anni, simulando un incidente. Nel 2009 furono ritrovati i corpi delle ragazze in un’automobile caduta in un canale vicino a Kingston, nell’Ontario, e insieme a loro c’era anche il corpo della prima moglie del signor Shafia, Rona Moahammad Amir (50 anni), perché forse si era opposta all’orrenda carneficina familiare, e la polizia dubitò subito che si trattasse di un incidente perché la pista portava inevitabilmente a un “delitto d’onore”. La colpa delle ragazze era stata quella di frequentare uomini “non idonei” cioè non decisi dai genitori: Zainab e Sahar si erano fidanzate con ragazzi non accettati dalla famiglia e Zainab si era addirittura sposata anche se il matrimonio era stato fatto annullare il giorno dopo. Le ragazze avevano subito pressioni e maltrattamenti all’interno della famiglia, tanto che Zainab era anche fuggita nel tentativo di sottrarsi, una battaglia che alla fine ha portato il padre a decidere di uccidere sia le figlie “indegne” sia le testimoni delle tensioni e delle minacce che le ragazze avevano subito: ovvero la piccola Geeti di 13 anni e la prima moglie Rona Moahammad Amir. Il piano per pianificare il delitto multiplo è risultato dal computer Hamed, il fratello delle vittime, che aveva cercato su google “piani sicuri su come uccidere senza essere scoperti”, dopodiché sempre lui aveva spinto la macchina fuori strada simulando l’incidente alla gita alle cascate del Niagara con i quattro corpi, già morti, in macchina.
pubblicato il 1 febbraio 2012
Tag: Canada, famiglia afghana, femmicidio multiplo, Geeti, Ontario, Sahar, Shafia, Zainab
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Ieri una ragazza afghana di 22 anni è stata strangolata dal marito perché aveva partorito una terza femmina e non un maschio, circa un mese fa una sposa-bambina di 15 anni è stata ritrovata, sempre in Afghanistan, in una cantina col corpo martoriato dalle sevizie dei suoceri e del marito per essersi rifiutata di prostituirsi. In Afghanistan il 70% delle donne subisce violenza in famiglia, il 25% violenza sessuale, e nel 2011 ci sono state 19mila denunce di violenza con solo il 7% degli aggressori condannati. Una cultura che continua a seminare morti e violenze. “In Afghanistan – dice Luca Lo Presti, Presidente della Fondazione Pangea, tornato da Kabul due giorni fa – continuano le violazioni dei diritti umani delle donne e si ripetono casi agghiaccianti come questi. E’ importante risvegliare l’interesse dei media su una realtà, che troppo spesso viene dimenticata anche se continuano le violazioni dei diritti umani. La condizione delle donne afghane è ancora una delle peggiori al mondo: non hanno accesso a cure mediche e muoiono 17 donne ogni 1.000 parti, viene negato loro il diritto all’istruzione, sono costrette a vivere segregate in casa a servire l’uomo, le famiglie festeggiano la nascita di un maschio, ma non quella di una femmina, considerata un peso. In poche parole viene negata loro l’esistenza”. La fondazione Pangea è al fianco di queste donne con corsi di alfabetizzazione, corsi igienico- sanitari, sulla salute riproduttiva, di educazione civica e di diritti umani, formazione professionale e microcredito, per dare loro l’opportunità di riscattarsi. E uno dei porgetti-sfida è casa Pangea, una casa di accoglienza per bambini e mamme che non possono permettersi neanche un tetto sulla testa. Per partecipare a questa sfida: www.pangeaonlus.org
pubblicato il 1 febbraio 2012
Tag: Afghnaistan, femmicidio, Kabul, Luca Lo Presti, Pangea
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