Saturday 25 May 2013

IL MANIFESTO BLOG
   Prima donne e bambine. A cura di Luisa Betti
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    Una ricostruzione fotografica dei fatti avvenuti nel 2007
    quando Giovanna Reggiani fu stuprata e uccisa a Tor di Quinto, a Roma

     

    Era il 2007 quando Giovanna Reggiani fu sequestrata, stuprata e uccisa. Un femminicidio che allora non veniva ancora chiamato così perché non si usava, perché anche se le donne morivano già, era una parola che non circolava da queste parti. Ma quella morte, e quello stupro di una donna che tornava a casa dopo una giornata di lavoro, fu emblematico in questo nostro Paese. Quel femminicidio fu preso e cavalcato con azioni non certo rivolte al contrasto alla violenza sulle donne, ma fu usato e strumentalizzato per mandare fuori dall’Italia quegli stranieri che usurpano la nostra bella terra e ci rubano il lavoro. L’autore di quel reato era un rumeno e così, sull’onda dell’indignazione, due giorni dopo fu approvato un decreto legge, il 181/2007, ovvero “Disposizioni urgenti in materia di allontanamento dal territorio nazionale per esigenze di pubblica sicurezza”, cioè l’espulsione degli extracomunari, perché era colpa loro se le donne venivano stuprate e uccise: “vengono nel nostro Paese, ci rubano il lavoro e le donne, e poi vogliono anche fare i padroni”. Un concetto che andò talmente in fondo alle coscienze, che la percezione dell’immigrato fu completamente stravolta, fino a sentire la presenza “straniera” in maniera abnorme rispetto alla reale presenza: un numero di immigrati, quelli in Italia, che facevano ridere al confronto con paesi come la Francia, Gran Bretagna, Germania. Dopo due mesi la norma decadde ma il lavoro continuò e quando il governo Berlusconi approvò il pacchetto sicurezza nel 2008, tutti erano soddisfatti, e a nessuno, tanto meno ai mass media più “importanti”, sembrò importante far notare che in realtà la violenza contro le donne era nella maggior parte fatta da italiani e nelle loro case: come invece la ricerca Istat del 2006, pubblicata proprio nel 2007, aveva ben messo in luce con dati alla mano.

    Oggi le cose sembrano cambiate: si parla di femminicidio, le associazioni delle donne fanno convenzioni, tavoli, convegni, alcuni giornali (tipo questo) hanno avviato un serio lavoro su come l’informazione deve trattare l’argomento, si fanno appelli, petizioni, si scrivono libri, si producono piéce teatrali, talmente tanto che qualcuno si è accorto che, anche se ne sa poco o niente, parlare di femminicidio può essere un’opportunità per mettersi sotto un bel riflettore: non fosse mai che ne viene fuori qualcosa in più. A questo si aggiunga che nel frattempo un governo, quello “tecnico” di Monti che non ha mai dato una risposta seria alla violenza contro le donne, non c’è più e che al suo posto, malgrado legittime elezioni, è stata messa in piedi una traballante alleanza tra i rottami di una destra arrogante e securitaria, e un “centro-sinistra” incerto, debole, ma furbo: insomma tra un Pd e un Pdl, che (in teoria) dovrebbero avere idee diverse in proposito.

    Eppure gli accordi si fanno su tutto, perché non sul femminicidio? Una domanda a cui le donne, se ci tengono alla loro pelle, devono rispondere nette: perché no. E vediamo perché.

    La ministra delle pari opportunità, Josefa Idem, ha parlato di una task force intergovernativa, e cioè un’azione traversale tra diversi ministeri (cosa che Fornero non ha mai fatto), e che potrebbe dare una reale svolta con un indirizzo preciso all’esecutivo, ma solo se i diversi ministeri hanno chiaro qual è l’obiettivo: protezione, prevenzione e, solo alla fine, punizione. A lei era preceduta 10 giorni fa alla Casa Internazionale delle donne di Roma (e non a Ostia o da qualche altra parte come qualche giornale ha scritto), la presidente della Camera, Laura Boldrini, che oltre a spingere per la ratifica della Convenzione di Istanbul, aveva accolto l’ottima idea di una commissione d’inchiesta sulla violenza di genere, lanciando anche a una “campagna di ascolto” in parlamento con la partecipazione della società civile: due donne delle istituzioni che sembrano aver capito i termini della questione, e cioè che non si possono aspettare i tempi biblici di una legge contro il femminicidio, e che bisogna agire con un’azione trasversale e concreta, andando a fondo con una commissione d’inchiesta per capire bene cos’è che non funziona e cosa cambiare in profondità. Un’ipotesi rafforzata da una lettera al presidente del senato, Pietro Grasso, firmata da alcun* senatori e senatrici, tra cui la viocepresidente Valeria Fedeli, dove si chiede un impegno reale affinché “venga al più presto, da un lato, ratificata la Convenzione sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, fatta ad Istanbul l’ll maggio 2011”, e dall’altro, “venga costituita una commissione parlamentare di inchiesta che delinei il fenomeno del femminicidio, fornendo analisi, interpretazioni e adeguate soluzioni”.

    D’altra parte il ministro degli interni, Angelino Alfano, si è subito reso disponibile per creare questa una task force, affermando di voler creare un gruppo che si occupi della questione che sarà alla base della discussione del prossimo consiglio dei ministri. Sì, ma in che modo? Con quale gruppo?

    Oggi la ministra Idem ha scritto: “Ci vuole una risposta forte al femminicidio: mettiamoci tutti intorno ad un tavolo e facciamo squadra per raggiungere l’obiettivo, secondo un metodo che ho portato dallo sport. Tante volte anche nello sport vengono messe insieme risorse umane che non si trovano d’accordo ma che condividono l’obiettivo e quindi mettono da parte contrasti e vedute diverse”. Va bene, ma bisogna avere chiaro il problema per avere chiarezza di obiettivi, perché non è solo un problema di percorsi, e l’idea che Alfano ha su come risolvere il femminicidio, non credo coincida proprio con quella avanzata né da Idem né da Boldrini. Oggi la ministra alla giustizia, Anna Maria Cancellieri, ha parlato di azioni volte a intervenire sulla violenza solo in termini di pene e controllo, quando ancora bisogna risolvere il problema che le donne nelle aule dei tribunali non vengono né ascoltate né tutelatea, e se denuciano violenze in famiglia rischiano anche di perdere i propri figli. Le proposte fatte da Cancellieri di mettere il braccialetto elettronico agli stalker o di esigere l’arresto obbligatorio anche quando non viene presentata una denuncia da parte della vittima che invece è libera di scegliere, non solo non risolvono nulla ma potrebbero anche peggiorare la situazione. Proposte che , in accordo con Alfano, la ministra porterà al prossimo Consiglio dei Ministri.

    La cosa che mi preme dire è che oggi la società civile, le associazioni di donne che lavorano sulla violenza, hanno trovato alcune interlocutrici importanti all’interno di questa compagine istituzionale, e quello che spetta a noi adesso non è gridare al governo per indire degli Stati generali sulla violenza, che eventualmente toccherebbe alla socità civile e non al governo, ma vigilare attentamente su come questo governo si muoverà. Fare una petizione, come quella indetta dal progetto teatrale di Serena Dandini, “Ferite a morte”, non ha nessun senso in questo momento, perché è come gridare “a lupo! a lupo!” quando il tempo è scaduto, e l’effetto è peggiore perché c’è già chi è pronto a cavalcare il grido di allarme e di emergenza, strumentalizzando ancora una volta la violenza che si consuma sulla pelle delle donne. Ora le associazioni delle donne, e cioè chi sa cos’è la violenza sulle donne, chi ci lavora e non chi ha fatto un ripasso in tre mesi, deve monitorare scrupolosamente su come ora questo governo, che si è pronunciato pubblicamente, intende affrontare il problema, chiedendo una interlocuzione e una consultazione diretta, ed eventualmente dopo gridare: No! così non va!

    Ieri sul Tg1 ha già fatto capolino uno di quei servizi pericolosi e fuorvianti sul femminicidio, dove si insisteva tanto sulla pena, e in cui l’attrice Sonia Bergamasco (un’attrice appunto) parlava di violenza contro le donne come di “una terribile emergenza” senza sapere che invece la violenza in Italia è un problema strutturale, come ha fatto notare più volte “DiRe” (la Rete nazionale dei centri antiviolenza), e che per questo il femminicidio non va affrontato come un’emergenza (come invece vorrebbe la destra piddiellina). Così come, al punto in cui siamo arrivate, è superfluo (e forse anche pericoloso) chiedere al governo di indire gli “Stati generali sulla violenza” che in realtà, come si legge anche semplicemente su wikipedia, sono storicamente “un organo di rappresentanza dei tre ceti sociali” (quindi della società civile e non del governo) e che “si riuniscono quando incombono sul paese pericoli imminenti”. Ma se intendiamo la violenza di genere come “pericolo incombente” significa che non abbiamo capito nulla, e che forse è meglio tacere. Il pericolo vero adesso è che su questa scia, si torni a parlare del tunisino che massacra la moglie, come ha fatto vedere Vespa l’altro giono a “Porta a Porta”, riducendo il problema della violenza sulle donne a un problema di coppie miste, del “barbaro” in casa, anche se la maggioranza degli uomini violenti qui sono italiani. Così, se alla fine è sempre colpa o delle donne o degli extracomunitari, gli uomini possono stare tranquilli.

    Per la prima volta bisogna sostenere le donne che all’interno del parlamento sono ricettive, chiedendo che ascoltino attentamente chi di queste cose se ne intende, senza cadere nella trappola di Alfano, e chi con lui, tenterà di appiattire il femminicidio a un problema di emergenza e di sicurezza. Come avverte Barbara Spinelli, avvocata dei Giuristi Democratici esperta di femminicidio: “Non siamo disposte ad accettare oltre, strumentalizzazioni sul femminicidio a fini di visibilità personale o per perseguire altri obiettivi che non siano quello dell’autodeterminazione femminile. Le donne non sono soggetti deboli, la discriminazione che subiscono in quanto donne non è equiparabile a né ai bambini, né agli anziani, né ai disabili. Le donne che subiscono violenza in famiglia, da parte di padri, mariti, fidanzati, ex, sono discriminate rispetto ad altre vittime di reato, tanto nella protezione, quanto nell’accesso ai servizi, quanto nell’accesso alla giustizia. Spesso gli strumenti esistenti non vengono attivati sulla base di pregiudizi di genere, e assistiamo a situazioni abnormi come quelle che ultimamente riempiono i giornali”. Per superare questo ostacolo, bisogna quindi non gridare agli Stati generali, ma “avere sempre come riferimento che l’obiettivo dell’azione istituzionale deve essere quello di andare a rimuovere gli ostacoli materiali che impediscono alle donne il pieno godimento dei diritti fondamentali, primo fra tutti il diritto alla vita e all’integrità fisica”, e “di far luce sulla realtà con una relazione ufficiale, che venga fuori da una Commissione d’inchiesta, così che un domani, chi userà questi argomenti per opporsi alle necessarie riforme, verrà stanato per quello che è, cioè non un ignorante, ma un sessista”.

    “La tuttologia non salva la vita delle donne. Il populismo neanche”, dice Spinelli, ed “è un dato acclarato che la maggior parte delle donne uccise è vittima di femminicidio, così come è un dato acclarato che più della metà di loro aveva già chiesto aiuto alle Istituzioni. Questo significa che più della metà delle donne uccise ha ricevuto un aiuto inadeguato. Istituire una commissione d’inchiesta significa decidere di far luce sul perché, e quante volte, e da parte di chi, la risposta alla denuncia di violenza maschile sulle donne è stata inadeguata. E non solo per quelle circa 130 donne uccise all’anno in quanto donne, ma anche per tutte quelle sopravvissute che, dopo aver denunciato, non sono state adeguatamente protette, e hanno subito nuove aggressioni, che magari non le hanno uccise, ma le hanno lasciate in sedia a rotelle, o le hanno costrette a cambiare città o regione”.

    “E’ vero – conclude Spinelli –  spesso da singoli politici e dalla società civile arrivano anche richieste confuse o inappropriate, come fu al tempo la richiesta di castrazione chimica per i pedofili: per arginare questo fenomeno e la strumentalizzazione del femminicidio, le istituzioni devono essere preparate a mettere al centro la donna, e non altri interessi. Nel frattempo, una task force interministeriale, inclusiva di esperte non governative, potrebbe interagire con la commissione d’inchiesta, e procedere insieme nell’apportare le necessarie modifiche al Piano Nazionale Antiviolenza in scadenza, che si è rivelato scarsamente efficace perché non idoneo a raggiungere gli obiettivi previsti, sia per la formulazione inadeguata alla luce degli standard internazionali, sia per l’assenza di fondi specifici alla realizzazione di varie azioni, sia per il monitoraggio inesistente sulla sua attuazione. Ma occorre coerenza. Anche da parte di quei personaggi famosi che s’improvvisano e si proclamano paladin* dei diritti delle donne, salvo poi, al posto di supportare l’esperienza e la lotta portata avanti dalle donne, assumere la parola in loro vece, alle volte stravolgendola”.



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    Oria Gargano, candidata al Comune di Roma nella Lista di Sandro Medici

     

    Oria è bionda con gli occhi chiari, è una bella donna, è spigliata, intelligente, decisa, ma non è per questo che la voto al comune di Roma nelle elezioni che si terranno il 26/27 maggio dove lei si presenta nella lista con Sandro Medici sindaco. Io voto Oria, ed è la prima volta che faccio una dichiarazione personale ed esplicita, perché di lei mi fido. Mi fido non perché la conosco (non basta per me, sono molto selettiva), ma perché so che se fosse eletta farebbe alcune cose che mi stanno a cuore: prima di tutto politiche serie e concrete a favore delle donne, che in una città come Roma faticano parecchio. E so anche che qualsiasi cosa farà, Oria non accetterà compromessi, e lo farà con professionalità e soprattutto con molta umanità e trasparenza, che è quello che voglio avere come garanzia in chi va lì a rappresentarmi in qualità di cittadina che esprime il suo voto.

    Nella Repubblica Romana, Oria Gargano vuole, tra le altre cose, “centri e servizi antiviolenza numericamente e qualitativamente all’altezza degli standard indicati dalla Unione Europea: un posto letto ogni 10.000 abitanti, e una metodologia rigorosamente derivata dalla pratica delle relazioni politiche tra donne; un Piano Comunale Antiviolenza che renda organico il rapporto tra il Campidoglio, le organizzazioni delle donne, le polizie, i servizi sociali e territoriali; e un intervento strutturato sui saperi trasmessi a bambine e bambine, veicolando la cultura del rispetto e del riconoscimento nelle scuole materne, negli asili nido, nelle elementari (di competenza comunale)”. Alcune cose che vorrei fossero fatte in questa mia città e che sono convinta Oria farebbe bene, perché è da troppi anni che lavora con le donne: con quelle donne che vivono situazioni difficili, al limite, a volte anche a rischio di vita, con le donne che subiscono violenza, quelle massacrate dai mariti e dai fidanzati, e anche con quelle che vengono deportate in Italia e sottoposte a violenze e torture perché costrette alla prostituzione. Oria lavora con le donne vittime di tratta, e per loro ha messo su un centro tanti anni fa, a Roma, dopo essere stata responsabile del centro antiviolenza provinciale a Monteverde. Un’esperienza che l’ha poi portata a fondare una cooperativa tutta sua, la cooperativa sociale Be Free, che gestisce nell’ordine: il Servizio Antiviolenza SOS Donna di Roma, lo sportello socio-psicologico e legale a favore delle donne vittime di tratta trattenute nel CIE Ponte Galeria, lo Sportello Donna all’interno del pronto soccorso dell’ospedale San Camilo e lo sportello per lesbiche che subiscono violenza. Ma non solo, perché Oria si è posta anche il problema degli uomini, e con altre associazioni va a Regina Coeli di Roma dove incontra gli stupratori in carcere. “Questa a Regina Coeli è un’esperienza fondamentale – mi dice Oria – perché sto capendo profondamente come funziona la violenza sulle donne, quali sono le dinamiche, come si può intervenire e come si può anche aiutare un uomo a prendere consapevolezza per fare in modo che ci sia uno scatto dentro, un passaggio psicologico e culturale fondamentale perché quell’uomo non faccia più quello che ha fatto. Per cambiare vita. Un percorso in cui recuperi sia chi è in carcere, che non è un ambiente facile, sia chi sta fuori”. Un percorso culturale che abbraccia tutti, uomini e donne, nella percezione di quello che la violenza è veramente, per poterne uscire.

    Oria è schietta e ha le idee chiare su cosa serve alle donne e quali siano le chiavi di cambiamento della cultura dello stupro: “Le donne che subiscono violenza non sono mai solo in un modo, esistono dinamiche molto delicate, quasi subdole, in un rapporto violento tra un uomo e una donna, e per fare in modo che una volta uscita dal centro antiviolenza quella donna non ritorni con l’uomo che l’ha massacrata, bisogna lavorare bene su questo”. Tanto per dire che non basta accogliere e proteggere le donne che subiscono violenza, ma fare con loro un percorso di ripresa e di autodeterminazione della propria vita a partire da sé e da quello che si è fatto finora. “Noi cerchiamo, come Be free, anche di avviare queste donne a un percorso lavorativo, siamo riuscite a formare orafe, orologiaie, e anche una compagnia teatrale. La riscoperta di se stesse e la ricostruzione di una vita devastata dalla violenza, non può prescindere da quello che sei stata, una vita non puoi prenderla e buttarla così dalla finestra, serve una presa di coscienza molto più complessa”. È per questo che Oria si batte da tempo perché all’interno dei centri le operatrici siano specializzate e fisse, con un inquadramento lavorativo e una professionalità adatta ad affrontare la situazione di una donna che arriva dopo una violenza che dura da anni, uno stupro, un tentato femmicidio. “Le operatrici di un centro antiviolenza o di uno sportello di ascolto, sono importanti e non sono come gli altri opeatori, perché hanno una specificità. Questa è una professione delicata perché la donna che arriva deve trovare qualcuna che le dia la possibilità di parlare, di raccontare, deve essere accolta in un certo modo. Quindi l’operatrice non può improvvisare, deve essere preparata e di conseguenza deve avere anche un giusto inquadramento professionale”.

    Lo sportello che Be Free gestisce al San Camillo è un H24 aperto giorno e notte, ed è uno dei pochi posti in Italia in cui una donna o una ragazza, può andare a chiedere aiuto anche nel cuore della notte perché fugge da una violenza. “Lo sportello del pronto soccorso dell’ospedale San Camillo di Roma, è uno dei pochi H24 in Europa, e in Italia è di certo l’unico. È un servizio importante perché qui le donne possono arrivare in qualsiasi momento e possono essere ascoltate e soccorse immediatamente. Da qui possono essere indirizzate a un centro antiviolenza, a un rifugio se sono in pericolo di vita, possono esporre denuncia se lo vogliono, possono essere messe in contatto con avvocate specializzate, possono anche non tornare a casa, insomma possono essere protette immediatamente”. Uno sportello, è bene ricordarlo, che la ex presidente della Regione Lazio, Renata Polverini, voleva far chiudere perché, diceva lei, non c’erano più i soldi. “A quello sportello le operatrici di Be free hanno lavorato gratis per quasi un anno come delle vere eroine, perché sapevano che chiudendolo molte donne sarebbero state in pericolo. È stato un atto di coscienza che ci è costato ma che saremmo pronte a ripetere, se non fosse che, fortunatamente, abbiamo vinto un altro bando che ci ha permesso di continuare”.

    Ma come si risolve la violenza, Oria? “Guarda, ci sono tante cose importanti da fare: una rete coerente sul territorio per la tutela delle donne, l’indipendenza economica, la prevenzione, ma una delle cose più importanti sono i bambini e le bambine: è da lì che gli stereotipi cominciano a lavorare perché è un fatto culturale che forma la tua persona e quello che sarai. Bisogna cominciare da piccoli e piccole, con i libri di testo. Se da piccola interiorizzi che la storia è fatta dagli uomini, è ovvio che ti sentirai sempre esclusa, e lo stesso, in maniera speculare, vale per i bambini. Ma tu hai mai letto su un libro di testo quello che hanno fatto le donne nella storia? sai, così all’impronta, quante te ne posso citare? le donne c’erano eccome, ma bisogna andarsele a cercare perché sono state rimosse dal sapere comune, non si vogliono ricordare, insegnare. L’oscuramento è la prima chiave del potere, è arrivato il momento di venire alla luce”.

    Oria m’ha convinta, proviamoci, anzi: provamoce.

di Luisa Betti
pubblicato il 8 maggio 2013
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    Laura Boldrini

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    Micaela Biancofiore

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    Josefa Idem e Cecile Kyenge

     

     

     

     

     

     

     

     

     

    Finalmente si cominciano ad aprire squarci di luce per le italiane. E devo dire, fuori dai denti, che non vedevo l’ora di lottare insieme, e sulla stessa lunghezza d’onda, con donne come la presidente della camera, Laura Boldrini (comprate oggi Il Manifesto), e la ministra per l’integrazione, Cecile Kyenge, che pur subendo sulla loro pelle quello che non auguro neanche al mio peggior nemico, resistono e continuano a rispondere in maniera ferma ed efficace agli attacchi violenti, sessisti, discriminatori, razzisti, che vorrebbero umiliarle schiacciandole nella morsa di chi scambia la violenza come una forma di libertà di espressione, e la denuncia di questa stessa violenza, come censura. Uno squarcio di sole che si allarga alle parole della ministra alle pari opportunità, Josefa Idem (Pd), che oltre a esprimere solidarietà alle colleghe in parlamento, in una intervista a Elisabetta Carta per il Tg3, dichiara come tra le prime azioni che intende mettere in campo contro il femminicidio, ci sia l’avvio di una task-force interministeriale tra Pari Opportunità, Interni e Giustizia, e l’approfondimento del problema attraverso un Osservatorio nazionale: dimostrando finalmente di capire che il problema non è una legge dai tempi biblici contro il femminicidio ma azioni politiche dirette e immediate per una situazione, quella della violenza sulle donne in Italia, ormai strutturale al Paese. (Veramente esulto! Perché dà ragione a ciò che scrivo qui da un bel po’ di tempo e che abbiamo messo nero su bianco nella Convenzione No More! contro il femminicidio, un intervento chiesto a Fornero che non ha mai voluto fare).

    Spiragli che, non nascondo, si sono spalancati alla notizia della rimozione dalla delega alle pari oppotunità della sottosegretaria Michaela Biancofiore (Pdl) ricollocata con delega alla pubblica amministrazione e semplificazione. Un ordine arrivato dal presidente del consiglio, Enrico Letta, dopo l’intervista che Biancofiore aveva rilasciato a “Repubblica” con dichiarazioni “discutibili” sui gay, frasi che hanno indignato le associazioni. Il motivo scatenante sarebbero state alcune affermazioni definite “omofobe” nell’intervista, anche se in realtà la sottosegretaria non è mai stata favorevole a rapporti tra lo stesso sesso, tanto che in un comizio con Berlusconi e un intervento con Klaus Davi, aveva detto: “Chi va con i trans ha seri problemi di posizionamento sessuale”; “Gli italiani sono tendenzialmente contrari ai matrimoni gay perché noi restiamo un popolo profondamente cattolico”; “Per un etero anche un approccio affettivo di un gay crea imbarazzo”; “Non c’è solo l’eterosessualità, ma anche una sessualità diversa, che oggi, purtroppo, è estremamente comune” (e questo non l’altro ieri, quindi un pensiero risaputo anche per chi l’aveva scelta all’inizio per la delega alle pari opportunità).

    La cosa più grave però, ed è quella che mi solleva al pensiero che non sia più con delega alle pari opportunità, è che Biancofiore, anche se ha accusato le associazioni gay di  “autoghettizzarsi” dimenticandosi di condannare “i tanti femminicidi delle ultime ore”, ha nel suo curriculum qualcosa che la fa definire davvero molto poco adatta alle pari opportunità, ovvero la proposta di legge che ha presentato lo scorso anno alla camera sulla modifica dell’affido condiviso: una proposta speculare al ddl 957 presentato al senato, che avrebbero potuto introdurre il concetto di PAS (sindrome di alienazione parentale) -  nello specifico una malattia inesistente e mai riconosciuta ufficialmente – come norma di legge.

    Nella fattispecie l’atto della camera sulle “Modifiche al codice civile, al codice di procedura civile e alla legge 8 febbraio 2006, n. 54, in materia di affidamento condiviso dei figli” (5257) di Biancofiore, introduceva all’articolo 155- bis del codice civile che “Il giudice può escludere un genitore dall’affidamento, con provvedimento motivato, qualora ritenga che da quel genitore, se affidatario, possa venire pregiudizio al minore. La comprovata e perdurante violenza, sia fisica che psicologica, nei confronti dei figli e, in particolare, la manipolazione di essi mirata al rifiuto dell’altro genitore o al suo allontanamento, comportano l’esclusione dall’affidamento. Le denunce per le quali sia provata la falsità, mosse al medesimo scopo, comportano altresì l’esclusione dall’affidamento, ove non ricorrano gli estremi per unasanzione più grave. In ogni caso il giudice può, per gravi motivi, ordinare che la prole sia collocata presso una terza persona o, nell’impossibilità, in una comunità di tipo familiare”.

    In poche parole, in questo testo di legge deposistato dalla sottosegretaria, si metteva pericolosamente sullo stesso piano una malattia che non esiste come la sindrome di alienazione parentale (“manipolazione di essi mirata al rifiuto dell’altro genitore o al suo allontanamento”), con la violenza fisica e psicologica sui minori, che invece esiste ed è un fenomeno grave, non solo quando avviene nei confronti dei minori ma anche quando i bambini assistono a quella nei confronti di un membro della famiglia, soprattutto le madri, in quanto possono creare danni anche irreversibili. Senza stare ancora a ricordare che in Italia l’85% della violenza sulle donne è violenza domestica, e che circa 400 mila bambini assistono a violenza intrafamiliare con gravi danni fino ad arrivare a veri blocchi della crescita (rapporto Daphne), ricordiamo invece quello che succede con i femminicidi, quelli che Biancofiore rinfaccia alle associazioni gay. Il 70 % delle donne uccise all’interno delle relazioni intime, aveva già segnalato il partner alle forze dell’ordine o ai servizi sociali, e malgrado questo sono morte. Ma il femminicidio non è solo l’atto criminoso e comprende tutte le violenze che una donna può subire, tutte le forme di discriminazioni culturalmente attribuibili al fatto di appartenere al genere femminile: un fenomeno che in Italia, senza ombra di dubbio, vede la sua situazione più grave dentro le mura domestiche – dove spesso si è in presenza di minori – e che nella statistica “esplode” proprio quando la donna dice “basta”, denunciando e lasciando il partner, e provocando quello che molti giornali chiamano ancora “raptus”, intendendo l’atto del femmicidio. Tutto questo per dire che è proprio quando una donna si separa dal partner violento che è maggiormente in pericolo e che ha bisogno di essere protetta e aiutata, anche perché, quando ci sono, i minori diventano uno dei ricatti abituali (mi lasci? ti toglierò i figli, stai sicura!).

    Ma cosa succede nei tribunali italiani? Succede ormai troppo spesso, e in modo particolare nei tribunali dei minori, che se una donna denuncia la presenza di un marito violento (il 95% delle violenze nei rapporti intimi in Italia sono dell’uomo verso la donna) di cui ha paura per sé e per i figli,  rischierà non solo di non essere protetta ma anche di non essere creduta e di perdere i figli anche in maniera definitiva. Perché di fronte a una richiesta di affido esclusivo del genitore non violento, ci si vede ormai opporre sempre più spesso un ricorso in cui non solo si mettono in discussione le accuse (che ovviamente devono essere provate), ma in cui il giudice chiederà una perizia, una Ctu (consulenza tecnica d’ufficio), in cui lo psicologo o lo psichiatra di turno può fare – e ormai nella maggior parte dei casi fa – una diagnosi di Pas sul minore, dicendo che il bambino non vuole vedere o rifiuta l’altro genitore non perché eventualmente ci sono violenze o abusi da accertare (con strumenti processuali come testimonianza, ascolti dei minori e degli adulti, ecc.), ma perché è malato: cioè subisce una “manipolazione  mirata al rifiuto dell’altro genitore o al suo allontanamento”, e quindi va rinchiuso in una casa famiglia perché va curato oppure affidato al genitore rifiutato per guarire (non oso pensare all’eventualità che l’altro genitore sia davvero un violento abusante: come mettere i bambini nella tana dell’orco).

    Questa non è una storiella horror che mi piace raccontare, questa è la realtà che sta distruggendo intere generazioni, e che ascolto ogni giorno da madri disperate che perdono i loro figli, e da figli abusati scappati da genitori violenti o da strutture perché sedati e obbligati ad abbandonare la scuola, gli amici, la casa, gli affetti, come se fossero in carcere. Un’ingiustizia disumana tutta italiana. E questo in virtù di diagnosi ben pagate, avvocati che invece di mediare istigano al contrasto aumentando la violenza quando c’è (e anche le loro parcelle), giudici che non si rendono conto del danno che fanno e che sembrano aver perso gli strumenti processuali affidandosi solo a psicologi e alle loro Ctu. Figuratevi se una cosa del genere fosse messa come norma di legge.

    Chi confonde queste cose, chi non sa bene cosa è la violenza e i parametri di misura della stessa, non può avere né la capacità di analisi né la competenza di interagire e risolvere quei problemi che hanno oggi le donne italiane, che intanto continuano a rischiare la loro salute e la loro vita. Come detto tante volte: non basta essere donne, bisogna conoscere e attuare precise politiche a favore delle donne stesse.

     

     

di Luisa Betti
pubblicato il 5 maggio 2013
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  • repubblica

    La copertina di “D di Republica” con l’intervista
    alla presidente della Camera, Laura Boldrini, in uscita domani.

     

     

    Non c’è niente da fare, questo Paese non migliora e riguardo le donne ormai gli stereotipi sembrano un riflesso incondizionato da cui non si riesce a uscire: un nodo che invece, come ci ha ricordato Violeta Neubauer della Commissione Cedaw dell’Onu in Italia l’anno scorso, va affronato e risolto se vogliamo districare anche il resto, femminicidio compreso.

    Lo so, posso sembrare petulante e antipatica, una presuntuosa che sa tutto e che se la tira (come pensano alcun*): un giudizio di cui pago il prezzo per parlare in maniera diretta e chiara, senza paura di sembrare anche un po’ dura. Ma devo dire che oggi mi dispiace andare a ragionare su una “buona intenzione” scivolata nel solito trabocchetto del dover rendere accattivante una cosa semplice: un’intervista alla terza carica dello Stato, e precisamente quella che uscirà domani su “D di Repubblica” con tanto di lancio in copertina. Un’intervista in cui Laura Boldrini spiega gli “effetti collaterali” della sua popolarità e di come, in veste di presidente della camera donna, sia stata sottoposta a un fuoco di fila dove la sua vita privata continua a essere sezionata e su cui emeriti sconosciuti hanno divulgato calunnie e offese, ricorrendo ai peggior stereotipi maschili sulle donne.

    “È stato vergognoso”, ha detto Boldrini a “D di Repubblica”, riferendosi alla rivista di gossip che ha pubblicato le foto con il compagno di vita: “Ci sono uomini che stanno con ragazze più giovani di trenta-quaranta anni e questo viene considerato normale. Se una donna ha un compagno di 11 anni di meno, diventa subito uno scandalo, e questo dimostra un maschilismo inaccettabile, un’arretratezza allarmante”. Poi la giornalista chiede: “ma cosa vogliono?” e lei risponde: “Non sanno come attaccarmi e per questo provano con il fango sulle mie scelte private. Hanno fatto anche circolare foto di una donna nuda in una spiaggia naturista, come se fossi io: ovviamente un falso assoluto, che però ha girato per giorni su siti e pagine Facebook. Tra uomini lo scontro rimane sempre politico, contro una donna si passa subito allo sfregio di tipo sessuale”.

    Benissimo, tutto chiaro: Laura Boldrini, la terza donna che in Italia ricopre la carica di presidente della Camera, sta troppo stretta, e quindi bisogna trovare qualcosa che non va, bisogna trovarlo e scaraventarlo addosso come una grossa pietra, anzi tante pietre fino alla sua lapidazione mediatica. E come si fa? Non c’è problema, siamo in Italia, quindi la si colpisce solleticando il peggio della cultura machista nostrana: una rete in cui, dopo 20 anni di Berlusconi, chiunque può cadere con facilità.

    Ma se le parole sono importanti, e se la realtà si cambia anche a partire dal linguaggio, perché alludere proprio in questa intervista a una certa “Camera con Laura” (quale? quella da letto, quella di casa sua?) con un occhiello “Boldrini in privato”, nel titolo di copertina, stampato sopra il suo primo piano? Che senso ha? È come negare il fulcro dell’intervista, e cioè che la vita privata è privata e che il fatto di essere una donna la sottopone al vaglio di uno stereotipo tutto maschile. Te lo sta dicendo, cos’è, non ci si rende conto del contenuto del’intervista quando si sceglie il titolo? Oppure la verità è che solletica troppo mettere un richiamo di copertina ammiccante su una donna che ricopre quella carica istituzionale, accarezzando (anche qui) uno stereotipo duro a morire e facile da cavalcare, su cui nessuno tanto dirà nulla perché ormai è dentro il costume e la metalità comune.

    La realtà è che oggi Laura Boldrini si ritrova a doversi difendere non solo dalle calunnie ma da un linguaggio violento a sfondo machista che sul web e sui social network è proliferato in pochissimo tempo, con truppe che sembravano pronte al primo segnale di via. Un bersaglio politico trasformato prontamente in un bersaglio “debole”, in quanto bersaglio femminile di facile attacco su un terreno sessista, con attacchi collaudati che ricalcano quelli dei fake che negano la violenza sulle donne (non esiste perché è la donna che lo vuole) e anche il femminicidio (non è vero che sono poi così tante le donne che muoiono). Attacchi che se respinti con forza, ci trasformano in vetero femministe “coi peli”, eterne zitelle castranti della libertà di pensiero, o “avvoltoi femministe” (come io stessa sono stata ribattezzata dal “Giornale“).

    Un terreno su cui qualora ci si provi a difendere, si viene prontamente accusate di censura: tanto che a oggi sul web ci sono almeno 5 fonti in cui è possibile leggere di una presidente, Laura Boldrini, che “piccata” da questi “scherzetti” sul web, ha osato difendersi per fermare il linciaggio partito nei suoi confronti. Sul “Giornale” (sempre lui, chissà perché), si legge “inediti e inquietanti particolari sullo smodato uso del potere, da casta vecchio stile, della presidente della Camera, Laura Boldrini, che per arginare la foto-burla che su Facebook ritraeva una finta Boldrini nuda, ha scatenato l’inferno e preteso la presenza di ben 7 poliziotti alla Camera così da monitorare il web e perseguire chiunque osi scherzare sulla terza carica dello Stato”.

    Scherzare? Allora perché non dare ragione ai mariti che picchiano le mogli di loro proprietà o gli ex che uccidono le fidanzate perché troppo innamorati. La radice culturale è la stessa e si chiama discriminazione di genere: un contesto dove la cultura dello stupro è talmente inserita nella mentalità, che non ci si rende conto e non si percepisce la violenza, con una svalutazione che porta a confondere le botte con il troppo amore, l’attacco sessista come fosse una burla, cose in fondo non gravi.

    Ma perché Laura Boldrini dà così fastidio?

    Perché è una donna autorevole che ragiona con la sua testa, che non rientra in quei canoni balordi, una donna che noi volevamo vedere su quella poltrona e che vorremmo fosse duplicata  su diverse poltrone decisionali di questo Paese. Una presidente che abbiamo incontrato mercoledi scorso alla Casa Internazionale delle donne di Roma, per un confronto aperto con la Convenzione “No More!” contro la violenza sulle donne, e che non solo non ci ha snobbate ma che è venuta, ci ha ascoltate e si è presa degli impegni sul femminicidio e lo ha fatto in maniera pubblica: una notizia che non ha fatto notizia perché fuori dagli “interessi” dei grandi giornali nazionali.

    Qui la presidente Boldrini ha ascoltato tutte le promotrici della “No More!” (la sottoscritta, Vittoria Tola, Barbara Spinelli, Francesca Koch, Titti Carrano, Simona Lanzoni, Oria Gargano) ma anche altre associazioni sempre interne a “No More” (tra cui Teresa Manente di Differenza Donna) e le parlamentari presenti (come Rosa Calipari, che fin dall’inizio ha appoggiato “No More!”), ragionando con noi su cosa fare concretamente per fermare una violenza ormai diventata strutturale all’interno del Paese. Un tavolo di esperte della materia, dove Boldrini ha fatto un discorso e ha espresso un impegno non scontato da parte della terza carica dello Stato: ed è questa la notizia, non la sua “camera”.

    “Io non sono un’esperta di tematiche di genere – ha detto Bolrini alla Casa delle donne – ma sono una persona che ha sempre avuto un’educazione nel rispetto dei generi, e ritengo che una donna possa fare tranquillamente quello che fa un uomo e viceversa, perché il problema è culturale e politico. Per il mio lavoro sono andata nei luoghi di conflitto, e non potete immaginare quante volte mi sono sentita dire ma come, vai via dei mesi e lasci tua figlia?, come se questo tipo di lavoro non fosse adatto a una donna”.
    “Eppure – ha detto Boldrini – ho visto lo stupro adottato come arma di guerra in Bosnia, con donne violentate all’ottavo mese di gravidanza. Chi vede questo non può non maturare che tutto ciò va cambiato, e che questo cambiamento ci sarà solo se ci portiamo dietro tutte le donne nel mondo con la consapevolezza che la nostra è una battaglia doppia. In Italia solo il 52 per cento delle donne lavora, e visitando i centri antiviolenza, mi sono resa conto di come siamo messe. Per capire in profondità cosa era successo, ho dovuto fare un film all’indietro, a come siamo state rappresentate in questi ultimi 20 anni, con un corpo usato quale volano per qualsiasi cosa, comprese le pubblicità su qualsiasi prodotto. Forse noi non pensavamo che facesse così leva, ma lo abbiamo permesso, perché se oggettivizzi il corpo femminile spiani anche la violenza contro le donne, perché di un oggetto puoi fare quello che vuoi: gettarlo a terra, passarci sopra, puoi fare tutto”.

    Un discorso che si è concluso con l’impegno da parte della presidente della camera a sollecitare “la commissione Esteri per la ratifica immediata della Convenzione di Istanbul” e a “raccomandare buone pratiche secondo la Convenzione No More”: una vittoria per la società civile con cui Boldrini vuole avviare “una campagna di ascolto” in Parlamento per aprire “ogni settimana su un tema specifico, da riportare alle commissioni con raccomandazioni per sostenere il lavoro legislativo”.
    “Userò i miei poteri per ottimizzare il lavoro perché tutto ciò possa cambiare”, ha detto Boldrini, invitando le parlamentari a unire le forze all’interno delle istituzioni sui temi di genere che riguardano la violenza, il lavoro, la salute, il welfare, la rappresentanza.

    A tutto ciò ha fatto eco Rosa Calipari, deputata del Pd presente alla tavola rotonda e fin dall’inizio aderente alla “No More!”, che ha sottolineato la presenza di ben 10 disegni di legge in Parlamento sul femminicidio, sottolinenando che più che “una legge che entri troppo nello specifico” (come il ddl sul contrasto al femminicidio di Anna Serafini, oggi ripresentato da Daniela Sbrollini, o quello di Giulia Bongiorno), sarebbe più efficace un indirizzo chiaro all’esecutivo che coinvolga tutti i ministeri, dal lavoro, alle pari oppotunità, la salute, ecc., in una direzione che vada a favore delle politiche per le donne e dove sia chiara la centralità della prevenzione della violenza e della formazione di chi di questo si occupa.

    Ma di questo, non ne ha parlato quasi nessuno.



  • bimbi-salernitano-258x258

    Fotogramma del video girato con il cellulare della madre nel caso dei bambini sottratti in provincia di Salerno

    Un velo pietoso, anzi un velo nero pieno di vergogna è quello che si è posato sul nostro Paese, e non da ieri. Un’Italia che non ascolta la voce donne e bambini disperati, istituzioni con uomini troppo occupati a spartirsi porzioni di potere e ancora troppe donne riverse e appiattite su politiche che non sono certo a vantaggio del loro genere. Napolitano ha giurato per la seconda volta e mentre si appresta a riunire il peggio degli ultimi due governi italiani, in Italia si continuano a infrangere gravemente i diritti fondamentali della persona.

    In un clima di decadenza culturale e politica, l’Italia continua a non ascoltare le donne e a non proteggere i minori, con conseguenze che saranno devastanti per il futuro. Parlo di violenza, violenza domestica ma anche istituzionale, parlo di un’indignazione contro questa violenza trasformata nel giro di pochi mesi in una propaganda contro il femminicidio che consentirà anche a questo governo di non fare nulla di immediato e concreto. Una tragedia che mette l’Italia ai primi posti per lesioni gravi ai diritti di donne e minori, con il concorso delle stesse istituzioni.

    Cosa succede? allora, mettiamo che oggi una donna italiana si separi da un marito violento con figli minori presenti in famiglia, mettiamo che parli e denunci, e che ci siano anche ricorsi in penale per violenze subite da lei e assistite e/o subite dai figli, mettiamo che il giudice dia l’affido eslusivo a questa madre allontando il coiniuge violento, e poi mettiamo che questo ex conuige, per vendicarsi della moglie e per ripristinare il suo controllo sui figli, faccia un ricorso per l’affido e che per fare ciò si avvalga di un avvocato che invece di placare gli animi, alimenti lo scontro, lucrandoci. Poi a questo aggiungiamo anche una perizia, fatta da uno psichiatra o da uno psicologo di fiducia, che diagniostichi una malattia inesistente, la Pas (sindrome di alienazione parentale), a questo punto cosa può succedere? Che il giudice accolga la diagnosi della fantomatica Pas, che rende tutto più veloce, e che i bambini siano affidati a una struttura in cui il minore sarà “resettato” e quindi costretto a frequentare il genitore rifiutato attraverso l’allontanamento progressivo del genitore accudente, perché la Pas colpisce i bambini che non vogliono vedere uno dei due genitori, “alienazione” di cui sarebbe responsabile l’altro. E questo succede, malgrado la Pas non sia mai stata riconosciuta ufficialmente e non sia presente neanche nell’ultimo Dsm, malgrado sia stata “inventata” da uno psichiatra americano che giustificava la pedofilia, e malgrado ci sia una recente sentenza di Cassazione (quella sul caso del minore di Padova, il cui video è stato visto nel mondo), che ha messo in guardia gli stessi giudici dall’utilizzare nei tribunali questa pseudo sindrome. Una doppia violenza, di tipo privato ma anche istituzionale, con bambini dichiarati “malati” attraverso discutibili diagnosi in Ctu (consulenza tecnica d’ufficio) e in base a questo prelevati anche con la forza a scuola o sotto casa, da operatori dei servizi sociali accompagnati dalle forze dell’ordine, e messi in strutture “neutre”.

    Il caso dei due bimbi di 7 e 8 anni prelevati dai servizi sociali per essere collocati in una casa famiglia di Salerno in quanto appunto “affetti da Pas” (e non, come molti giornali hanno scritto con evidente ignoranza, con la mamma malata di Pas o accusata di Pas, come se fosse un reato), è però ancora più grave. Qui il curatore dei minori aveva richiesto la sospensione della potestà del padre per molestie sessuali che sarebbero emerse dalla testimonianza dei piccoli durante un colloquio con lo psicologo, e su cui il tribunale si è espresso con la decadenza della potestà del genitore abusante, potestà tolta anche a quello accudente,  cioè la madre, che avrebbe manipolato i bambini per allontanarli dal padre facendo “ammalare” i figli di Pas, tanto che ora i piccoli rischiano l’adozione a terzi. Un fatto su cui anche il semplice buon senso percepisce che c’è qualcosa che non quadra: che voglia può avere un bambino nell’incontrare un genitore abusante e/o violento? Ma soprattutto, come accusare l’altro genitore di manipolare i ragazzini se il fatto di non difendere i figli da un membro della famiglia abusante e/o violento, può delinenarsi come un reato? Il caso è rimbalzato sui media perché la madre, che non ha più rivisto i figli da quel 15 marzo, ha reso pubblico il video con cui ha registrato il prelevamento dei piccoli mentre tornavano a casa da scuola con lei in macchina. Un video il cui sonoro testimonia la disperazione dei bambini al pensiero di non rivedere la mamma, alla quale uno dei due chiede: “Ci uccideranno?” (cliccare per vedere il video in forma protetta dal sito di “Leggo”).

    C’è da dire che in Italia questo non è un caso isolato e che tutto ciò succede più spesso di quanto si pensi, perché nella maggior parte dei casi in cui viene utilizzata la Pas, si prevede quasi sempre una madre “malevola” reponsabile della interruzione dei rapporti con un genitore che il minore non vuole vedere perché magari violento e/o abusante.

    Un caso, quello di Salerno, che riaccende i riflettori su una tragedia in cui i bambini sottratti con modalità del tutto opinabili, sono tantissimi (come testimoniato anche dal video girato sul caso di Padova). Ieri lo stesso presidente dell’Osservatorio dei diritti dei minori, Antonio Marziale, si è espresso su questi casi con toni durissimi, affermando che “Lo Stato non può assumersi la responsabilità di un danno irreversibile nei confronti di creature inermi e indifese, tanto più grave perché provocato a scuola, luogo di protezione per eccellenza. Le riprese effettuate con l’ausilio del telefonino e penetrate nelle case di tutti gli italiani, a testimonianza della sofferenza dei bambini, rendono intelligibile una modalità di esecuzione del provvedimento degna di essere paragonata ai tempi della Gestapo”. Modalità di cui l’esempio limite è quello di un bambino che per essere prelevato ha avuto 14 poliziotti schierati sotto casa perché si rifiutava categoricamente di seguire gli operatori dei servizi sociali i quali, per fortuna, alla fine non hanno avuto cuore di portarlo via perché irremovibile nel rimanere a casa con la madre. Cose di cui i media non parlano a meno di uno scoop provocato dalla disperazione di queste madri.

    Oggi in Italia ci sono circa 40 mila bambini che transitano in strutture come casa famiglia o comunità, e tralasciando gli orfani o i minori con genitori impossibilitati all’accudimento, una parte di questi bambini sono rinchiusi in strutture perché tolti ai genitori non solo a causa della fatomatica Pas, ma anche per semplice conflittualità dei coniugi in via di separazione (anche in assenza di violenza e/o abuso), o perché i servizi sociali ritengono inadeguato il nucleo familiare: un vero business se si pensa che a queste strutture tenere i piccoli significa ricevere dai 3.000 ai 6.000 euro al mese a bambino, cifre che sfamerebbero 3 di queste famiglie catalogate come indigenti. Bambini con genitori viventi, che vengono affidati a terzi e che rischiano l’adozione, prelevati con modalità discutibili da scuole o da casa, e messi a regime con psicofarmaci nelle case di accoglienza dove possono subire anche violenze, come dimostra il caso di Forteto a Firenze: un caso su cui pochi giornali hanno scritto, ma dove Rodolfo Fiesoli, e altre 22 persone, sono stati rinviati a giudizio “nell’inchiesta sulle violenze sessuali e maltrattamenti che sarebbero stati inflitti agli ospiti della comunità, tra cui minori in affidamento con il consenso dei tribunali e il sostegno di enti pubblici”. Una comunità dove, come ha detto alla “Nazione” Paolo Bambagioni, vicepresidente della Commissione regionale d’inchiesta sul caso-Forteto, vi era “una precisa responsabilità del Tribunale con i nomi delle persone che hanno svolto la funzione negli anni, che hanno preso minori in difficoltà per assegnarli a famiglie affidatarie di una comunità ai cui vertici c’erano persone condannate nell’85 per reati sui minori. All’epoca ci fu chi, tra i giudici, sostenne che la sentenza contro Fiesoli e Goffredi era sbagliata”. La prassi, per Bambagioni, è che “Il servizio sociale segnala il bambino che sta male nella famiglia d’origine. Il giudice valuta e glielo toglie”: ma con quali criteri di assegnazione?

    L’anno scorso a Napoli non ha fatto notizia, l’inchiesta su una casa famiglia in cui vi erano “ragazzini usati come merce di scambio per lucrare sui fondi del Comune destinati all’accoglienza residenziale dei minori provenienti da famiglie disagiate” e dove “un’assistente sociale che aveva chiesto ai responsabili di una struttura una tangente per l’affido di due minori”, è stata “fermata in flagranza di reato con una mazzetta da 800 euro in tasca”. Un business “con una movimentazione di 30-32 milioni di euro”, a favore di chi gestiva le politiche del welfare per conto del Comune e dove i bambini “erano usati come merce di scambio per lucrare sui fondi che il Comune destina all’accoglienza residenziale dei minori”.



  • arriva eleonora danco al vascello

     

    Non l’avevo mai vista lei a teatro. Lo so, è una mia pecca, però è così, perché anche se ce l’ho dietro casa, mi pesa il c*lo di andare a teatro. Odio le prime in cui ci si incontra per dire il giorno dopo: sai, ieri sono andata a teatro e ho incontrato tizio, caio e sempronio. Lo odio, quindi di solito non ci vado (prima c’andavo ora non più) e se ci vado, è perché mi ci trascinano. Detto ciò, io dello spettacolo di Eleonora Danco di ieri sera al Vascello, sottoscrivo tutto, ma proprio tutto: lei, con quel suo fisico magro e i piedi sottili, che parla di odori, del corpo che mangia e si trasforma, contorcendosi sulla poltrona. E’ una donna che spara a zero su tutto quello che non sopporto nei miei simili, sugli orari e le abitudini, sugli aperitivi, le frasi vuote di circostanza, noccioline e gin tonic, inviti sessuali volanti squallidi e senza speranza, il frigo delle case che svelano tutto su una persona, il mangiare e il bere: pensieri che pari pari chissà quante volte ho fatto.

    Eleonora Danco mi ha fatto ridere, sì mi ha fatto ridere perché ho anche pensato: ma che me sta a copià? Uomini improbabili che cercano di scoparti al volo, il risentimento nel conformarsi a un ritmo che non t’appartiene, la seduzione del letto per non fare un caz*o, le briciole dei Gentilini tra le lenzuola, quel rotolarsi sul divano ammucchiando la monnezza sotto (no, io a quello non ci sono mai arrivata perché la metodocità della vergine me lo ha impedito ma mi sarebbe piaciuto un casino farlo), la colazione all’una e mezza con l’odore della scamorza ai ferri del pranzo degli altri, i corpi ammucchiati sulla spiaggia con i sonnellini di pochi secondi, le bocche e le salive, le amiche dalle frasi stupide che raccontano storie di cui non te ne po’ fregà de meno, le banalità delle conversazioni alle feste, la ripugnanza per le cene in famiglia, i muri e le porte. Insomma tutta una vita buttata così su un palcoscenico del teatro più scomodo di Roma: ma si fa così?

    Per non parlare dell’infanzia ri-suggerita. Frasi intere tra madre e figlia prese in blocco dalla mia vita senza alcun ritegno: il bagno al mare dopo 3 ore da quando mangi mentre tutti si fanno il bagno, le ripetizioni di matematica, la rottura perenne sul “finisci tutto quello che hai nel piatto”, il latte che fa calcio, la fettina trattenuta in bocca e poi sputata, la nutella, le paranoie sull’essere presentabili e infine l’invidia materna: tu ti lavi? mi sa che non ti lavi, ma come ti conci, ma che c’hai i pidocchi? Lo sbotto con quel “te metto la penna al collo pe cravatta e te ce faccio arrivà fino a Tunisi” che ormai chi se la scorda più (anzi me la rivendo subito), o la tirata sul campeggio: no tu al campeggio non ci vai, ma io ci voglio andare al campeggio, a me mi piace il campeggio, c’è uno che forse gli piaccio al campeggio!

    Talmente precisi che a un certo punto ho pure pensato che Eleonora Danco, che c’ha pure i ricci scapigliati come i miei e a tratti parla romanaccio, fosse mi sorella nascosta.

    Donne. Sono immancabilmente donne quelle che Danco butta sul palco per farcele andare di traverso, perché quelle siamo noi, nessuna esclusa. Piccole donne crescono, piccole donne cresciute ma ancora bambine, piccole donne diventate grandi con scommesse su chi sei e chissà chi sarai. Donne, femmine, con un sentire che è nostro.

    Non so i numeri prima, ma questo “Donna numero 4” è forte, andateci, sta al Vascello di Roma fino al 21 aprile (via Giacinto Carini 78, dal martedì al sabato ore 21 – domenica ore 18).

     

di Luisa Betti
pubblicato il 17 aprile 2013
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  • inoutput

    Locandina del progetto “Ni una más” oggi in scena al teatro Miele di Trieste

    Nerina Cocchi è venuta apposta a Firenze per conoscermi, per parlarmi del suo progetto contro la violenza sulle donne perché ci crede, perché è una esperienza dal basso e perché è un percorso faticoso quello che lei, e chi collabora con lei in questo lavoro, stanno facendo. Si tratta di un progetto internazionale che parte dalla presentazione di un lavoro teatrale sul femminicidio che per autofinanziarsi deve trovare i fondi, ed è per questo che Nerina gira il mondo, per dare una voce libera contro la violenza. ”Ni una más” è uno spettacolo sul femminicidio dal testo di Mia Parissi, e la compagnia è composta da lei, che è la regista, da l’attrice Giovanna Scardoni, la costumista Giulia Pecorari, il compositore Davide Fensi, il fotografo Andrea Messana e il video-artista Daniel Pinheiro, che ha creato un monologo potente con la scenografia di frammenti di ceramica e un costume di 81 pezzi di simil-ceramica tenuti insieme da 400 calamite, che piano piano cadono sulla scena formando i mille pezzi delle donne uccise dentro e fuori dalla violenza.

    Nerina è convinta e ci crede, e qualche mese fa mi scrive senza esitazione: “Sono Nerina Cocchi, una regista basata tra Francia e Italia. Le scrivo perché sono una sua avida lettrice, e vorrei ringraziarla del suo contributo così costante sull’argomento del femminicidio. Al momento, con inoutput, la compagnia che ho fondato nel 2010 con il fotografo Andrea Messana, stiamo producendo Ni una más, uno spettacolo proprio sul femminicidio , basato su un testo di Mia Parissi, che abbiamo cominciato a mettere in scena durante una residenza presso La MaMa Umbria International, sede italiana dello storico La MaMa ETC di New York, a ottobre scorso, e poi che ci ha portato in viaggio in Nord Italia per la creazione del prologo fatto di voci di donne che sono morte o che moriranno, ottenute attraverso interviste a passanti, conoscenti, professori, specialisti, giuristi intorno all’argomento del femminicidio. Noi vogliamo mostrare come il femminicidio faccia parte della nostra realtà quotidiana e la compagnia stia cercando, attraverso una campagna di crowfunding (raccolta fondi dal basso), di creare un progetto basato in questa quotidianità. Ovvero, vogliamo che questo spettacolo sia un’opportunità per la comunità di esprimere una volontà di cambiamento e, nella partecipazione a questa raccolta fondi, un impegno diretto nella creazione e la realizzazione di questo spettacolo”.

    Mi spiega che questo progetto è un progetto dal basso, senza committenti, con la partecipazione attiva della società civile su un tema che coinvolge le donne di tutto il mondo perché “Accedere ai fondi pubblici per questo tipo di iniziative è difficile, e per questo inoutput ha deciso di lanciare una campagna di raccolta fondi su internet”; in più “inoutput ha scelto questo metodo perché il femminicidio fa parte della realtà di tutti“, e per questo crede che sia possibile realizzare “Ni una más” con la partecipazione e il sostegno della comunità: “È quindi in quest’ottica che chiediamo aiuto e partecipazione. Qualsiasi donazione, di anche soli 5€, è quella che può fare la differenza tra la realizzazione o meno di questo progetto“, conclude Nerina.

    Oggi si comincia e “Ni una más” va in scena al Teatro Miela di Trieste alle 18.

     

    Istituto Livio Saranz e Coordinamento donne SPI – Cgil del Friuli Venezia Giulia

    presentano al Teatro Miela di Trieste

    NI UNA MÁS/NON UNA DI PIÙ

    prodotto da inoutput
    di Nerina Cocchi
    con Giovanna Scardoni
    scritto da Mia Parissi
    scene e costumi Giulia Pecorari
    musiche Davide Fensi
    virtual orchestration and sounds Michele Busdraghi
    fotografia Andrea Messana
    video Daniel Pinheiro

    “Ni una más di Mia Parissi è una voce che si alza dalla confusione collettiva. È la voce di una donna dalle ossa ben solide che chiede che si aprano gli occhi al femminicidio, a questa violenza contro le donne che isola, che limita, che ammazza. “Ni una más” è mai più. Che mai più una donna sia toccata dalla violenza, a parole e a fatti. Non perché è donna, e quindi debole. Non perché l’uomo in quanto uomo è violento. Non si tratta di una lotta tra i sessi, ma di andare oltre le parole “vittima”, “abuso” e “superiorità”. Si tratta di capire che se qualcuno picchia, insulta, ammazza, siamo tutti responsabili. Perchè scegliamo di non vedere, di non guardare, di non parlare. Slogan coniato da Susana Chávez nella provincia di Juárez in Messico come richiamo alle onde di rapimenti e violenze contro le donne con il tacito accordo di polizia e istituzioni, Ni una más diventa attraverso il ritmo di Mia Parissi un urlo potente che parla del femminicidio in Italia. E non solo. Parla delle ossa che si spezzano nella società. Parla di occhi verdi che trapassano il cuore, della bellezza dello spirito umano che ci anima, e ci eleva, tutti. Parla di alberi, di rami, di radici che continuiamo a calpestare, senza renderci conto della loro solidità”.



  • vdayutvs_web

    Il logo della campagna internazionale del V-Day all’interno del quale si è svolto
    One Billion Rising lo scorso 14 febbraio

    L’Italia entra a pieno titolo nel V-Day, il movimento globale contro la violenza alle donne che il 14 febbraio di quest’anno ha coinvolto tutto il mondo con One Billion Rising, giorno in cui donne e uomini del Pineta si sono alzati per dire no alla violenza sulle donne. La nomina si è svolta a New York una settimana fa, in una riunione operativa ristretta a 22 partecipanti con, oltre alle fondatrici tra cui Eve Ensler, Stati Uniti, Centro America, Sud Africa, India e Filippine, Inghilterra, Balcani e Paesi dell’Est Europa e Italia. L’iniziativa è stata l’occasione per fare il punto sulle ultime campagne mondiali di One Billion Rising V-Day. A designare l’Italia come membro ufficiale della campagna, è stato il successo di partecipazione ottenuto da One Billion Rising, la mobilitazione internazionale per celebrare il 15° anniversario del V-Day, che ha portato nelle piazze nel nostro Paese oltre 300mila persone, con 250 eventi e la presenza di oltre 400 associazioni.

    Il coordinamento nazionale per l’Italia da ora in poi avrà quindi come referenti tre donne ufficialmente riconosciute a New York per il V-Day: Nicoletta Billi, portavoce italiana di Eve Ensler, autrice de “I monologhi della vagina”, e  le modenesi Nicoletta Corradini ed Elena Montorsi del Comitato V-Day Modena. A loro è stato affidato l’incarico ufficiale per il coordinamento nazionale dell’edizione ‘‘V-Day Italia 2014″.

    Il riconoscimento che ci è stato dato negli Stati Uniti – dice Nicoletta Corradini - ci ha riempito di grande soddisfazione e ci motiva ad andare avanti per coinvolgere attraverso il V-Day sempre più persone verso un importante cambiamento culturale sulla prevenzione e sul contrasto alla violenza, utilizzando nuovi approcci comunicativi per agire la politica attraverso l’uso della creatività e delle arti. Con la prossima campagna il V-Day intende anche in Italia farsi parte attiva sul tema della giustizia e chiedere alla politica interventi urgenti. In primo piano, la ratifica della Convenzione di Istanbul, come primo passo per tutelare le donne da discriminazione, femminicidi, violenza”. 

    LA STORIA

    15 anni di V-Day

    Una delle più efficaci campagne di sensibilizzazione contro la violenza

    “Quando abbiamo iniziato col V-Day 15 anni fa – afferma Eve Ensler la scrittrice e performer americana, autrice de I monologhi della vagina che da 15 anni dà vita al movimento globale contro la violenza sulle donne – abbiamo avuto l’idea scandalosa che si potesse porre fine alla violenza contro le donne. Da allora, centinaia di migliaia di attiviste/i in oltre 140 paesi nel mondo, sui palcoscenici e dal pubblico del V-Day, si sono uniti per chiedere di porre fine alla violenza contro donne e bambine”.

    Il V-Day, campagna internazionale di mobilitazione per il contrasto e la prevenzione della violenza sulle donne, ha portato in questi anni la rappresentazione “I monologhi della vagina” con successo nei maggiori teatri di tutto il mondo. Migliaia di donne, di ogni età e provenienza, madri, figlie, nonne, nipoti, professioniste e impiegate, operaie e casalinghe, spesso attrici dilettanti, sono salite su un palco per dire no alla violenza, contribuendo all’autofinanziamento dell’associazione e alla raccolta fondi per le organizzazioni e per i progetti che nel mondo si battono contro tutti i tipi di violenza, incluso lo stupro, l’incesto, la mutilazione genitale femminile e la schiavitù sessuale. Il V-Day è stato definito: “Una delle più efficaci campagne di sensibilizzazione contro la violenza dell’ultimo decennio. Un affresco di femminilità, coraggio e umorismo che ha fatto arrossire, ridere e commuovere le platee internazionali”. Ad oggi l’Associazione V-Day allestisce nel mondo più di 1.500 eventi creativi l’anno, fra rappresentazioni teatrali, incontri e workshop.

    Ancora oggi, le Nazioni Unite affermano che 1 donna su 3 nel mondo sarà picchiata o violentata nell’arco della sua vita. Su una popolazione mondiale di 7 miliardi di persone, ciò vuol dire più di un miliardo di donne e ragazze. Un vera e propria strage, una violenza inaccettabile, che si può e si deve fermare. Per celebrare il 15° anniversario del V-Day, è stata quindi lanciata la campagna di mobilitazione internazionale One Billion Rising: un flash-mob planetario che ha ricevuto l’adesione di 202 Paesi, 5mila Associazioni, Ong, Istituzioni.

    L’organizzazione internazionale V-Day ha affidato al comitato V-Day Modena il coordinamento in Italia della campagna One Billion Rising  per l’esperienza delle attiviste, è infatti dal 2007 che a Modena e provincia vengono portati in scena i monologhi per sensibilizzare riguardo al tema della violenza sulle donne. La campagna, che ha compreso la realizzazione di filmati e riprese da vari luoghi in tutto il mondo, e alla quale hanno aderito attivisti e organizzazioni di 177 paesi, è iniziata a Modena il 25 novembre 2012 con una prima scintilla di danza/flash-mob in Piazza Grande, e si è conclusa il 14 febbraio 2013, giorno del 15° anniversario del V-Day, con la danza di protesta all’unisono di un miliardo di persone in tutto il mondo.

    In quasi duecento città italiane si sono svolte danze e flash-mob.

    “I monologhi della vagina”

    È una raccolta delle testimonianze di 200 donne di ogni età, provenienza e condizione sociale, che hanno raccontato le proprie esperienze di ordinaria  quotidianità, e di altrettanto ordinaria violenza, a Eve Ensler, drammaturga, poetessa, sceneggiatrice e docente universitaria americana, che si è lasciata coinvolgere tanto da improvvisarsi anche attrice per la prima teatrale a New York. Lo spettacolo, che in seguito ha attraversato gli Stati Uniti e da anni è in viaggio per il mondo, è stato considerato dal New York Times “probabilmente il più importante pezzo di teatro politico dell’ultimo decennio”.

di Luisa Betti
pubblicato il 16 aprile 2013
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  • Copertina del libro di Consuelo Barea e Sonia Vaccaro, citato nella sentenza di Cassazione di Roma sul caso di Cittadella.

    Copertina del libro di Consuelo Barea e Sonia Vaccaro, citato nella sentenza di Cassazione di Roma emessa dalla giudice Gabriella Luccioli (Presidente di sezione della Cassazione) sul caso di Cittadella.

     

    La notizia è passata un po’ inosservata, ma è vero che ora anche le suore vogliono portare in tribunale la mamma del bimbo che lo scorso autunno scioccò il mondo per il video in cui veniva trascinato via dalla scuola per essere collocato in casa famiglia, con un provvedimento del tribunale in cui si dichiarava il piccolo affetto da Pas (sindrome di alienazione parentale): una sentenza rimessa in discussione 10 giorni fa dalla corte di cassazione, che ha ricollocato il minore nella casa dove aveva sempre vissuto, disponendo un nuovo processo d’Appello davanti alla Corte di Brescia. Un caso che ha fatto scalpore perché il piccolo fu prelevato dalla scuola con un intervento della Polizia e con il trascinamento del bambino – come si vede dalle immagini trasmesse da “Chi l’ha visto”- a cui partecipò fisicamente anche lo psichiatra che aveva effettuato la Ctu (consulenza tecnica d’ufficio presso il tribunale) pur dovendo essere super partes. Un episodio che portò il ministero della salute, esperti e psichiatri, tra cui recentemente anche la SIP (Società Italiana di pediatria), a dichiarare l’inesistenza della Pas: una malattia che in Italia colpirebbe migliaia di bambini contesi tra genitori in via di separazione, da cui però si guarirebbe al 18° anno di età. Una teoria, quella della Pas, accettata in molti tribunali italiani ma messa in dubbio da più parti, compresa la sentenza di Cassazione che sul caso di Cittadella scrive non solo che “l’ipotesi della Sindrome di Alienazione Parentale (PAS) necessita di un conforto scientifico”, ma precisa riferimenti accademici internazionali che la disconoscono, sottolineando la sua assenza nel DSM (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders) e facendo riferimento al suo fondatore, il “professor” Richard Gardner, come a un “volontario non retribuito” presso la Columbia University noto anche per “l’aver giustificato la pedofilia”. Una sentenza che ha riportato il bimbo nella casa materna, dove era vissuto fino al momento di entrare nella struttura, e che ribadisce il principio per cui un giudice, prima di esprimersi, è tenuto a verificare “il fondamento, sul piano scientifico, di una consulenza che presenti devianze dalla scienza medica ufficiale”, in assenza della cui verifica si corre il rischio “di adottare soluzioni potenzialmente produttive di danni ancor più gravi di quelli che teorie non rigorosamente verificate pretendono di scongiurare”(testo integrale della sentenza).

    Eppure le suore della struttura in cui il minore è rimasto in questi mesi, ci sono rimaste male, perché ormai al bambino si erano affezionate, tanto che prima della querela alla madre, la stessa suor Parolin aveva scritto una straziante lettera in cui si ripercorreva l’indimenticabile periodo passato dal minore in casa famiglia, lontano dalla mamma e dagli affetti, ma insieme alle suore dove “Eri felice e mi facevi felice” (testo integrale della lettera).

    Ma a far scattare Suor Parolin, responsabile della casa famiglia “Priscilla” di Padova, non è stata l’assenza di una risposta del minore ma le dichiarazioni in diretta che la mamma del bimbo ha fatto su Canale 5, che la struttura ha dichiarato di voler “smentire categoricamente”, negando “la rappresentazione fuorviante della struttura e del suo operato”, precisando che la comunità ha assolto al proprio compito “con la massima attenzione ed impegno per la tutela del bambino, nel pieno rispetto delle indicazioni tecniche e delle decisioni dell’autorità giudiziaria”. La mamma però, che ha sorvegliato la casa famiglia per tutto il periodo in cui il figlio ha vissuto fino al giorno in cui è stato riportato a casa, ha ravvisato alcune irregolarità di cui comunque la struttura dovrà rendere conto. Ricordiamo che la sentenza precedente a quella della Cassazione, che aveva tolto la patria potestà alla madre, era basata sulla Pas ma che a monte c’era l’interruzione del rapporto padre-figlio, un rapporto non desiderato dal minore ma neanche favorito dalla donna: una mancanza che ha portato a un contrasto senza fine, al di là della Pas.

    Riguardo la struttura, l’avvocato Andrea Coffari – che assiste la signora e che ha precisato che continuerà a seguire il caso solo se saranno rispettati gli incontri padre-figlio – ha sottolineato come in generale sia importante che i genitori “siano il più possibile paritari nella frequentazione del bambino”, soprattutto se il minore è in una struttura e quindi lontano dal suo ambiente, una precauzione che sembra non sia stata osservata in questo caso, in quanto nella struttura la mamma, con cui il piccolo aveva vissuto fino a quel momento, “era passata da tre visite settimanali a una sola visita a settimana, perché dopo un primo momento di ripresa del rapporto padre-figlio, lo stesso stentava a decollare e quindi si è deciso di bloccare gli incontri con la madre”.

    “Il padre qualche volta lo ha portato a casa sua a dormire  – continua Coffari –  ma il problema è stato che a un certo punto la struttura ha deciso che due bambini di sei anni accompagnassero L. nel pernottamento da suo padre, una cosa non scritta da nessuna parte. Per quanto mi riguarda ho fatto una segnalazione al comune di Padova, ai legali della casa famiglia, al tribunale dei minori e non ho avuto nessuna risposta. Il problema però è che dentro la struttura la stessa equipe di psicologi che consigliava le restrizioni delle visite della madre, erano gli stessi che facevano diagnosi di Pas: una teoria in cui la sistematicità dello screditamento della maternità si basa sul fatto che solo allontanando il genitore di riferimento del minore, il bambino è costretto ad avvicinarsi all’unico genitore che gli rimane”.

    Per Giovanni Corsello, Presidente della SIP, non solo “la Sindrome di Alienazione Parentale non è riconosciuta dalla letteratura scientifica di riferimento e non è inclusa né nel DSM né nell’ICD (International Classification of Diseases) dell’Organizzazione Mondiale della Sanità”, ma “se i bambini soffrono per il divorzio dei genitori non devono essere etichettati con patologie, ma ascoltati, non obbligati ma aiutati”. Maria Serenella Pignotti, pediatra e neonatologa, aggiunge che “Innanzitutto non esiste alcuna evidenza che un procedimento giudiziario possa determinare una sindrome psichiatrica, e si diagnostica alla madre la PAS basandosi sull’esame dei figli e si prescrive un trattamento ai bambini basato sull’esame delle madri. Trattamento che invece di risolvere o alleviare il quadro clinico, è pura coercizione”.

    Eppure i giudici accettano una soluzione sbrigativa, perché se la relazione dichiara che si tratta di un malato mentale in cui la colpevole è la madre, risolvono la questione rapidamente mettendo il minore in una struttura in cui “verrà resettato”. 

    A parte il caso di Cittadella, che non riguarda quello che adesso andiamo ad affrontare, tra le mani dell’avvocato Coffari, che si occupa solo di minori, capitano anche “casi allucinanti” legati alla Pas ma che in realtà nascondono violenza domestica: “Nei tribunali si chiamano periti per capire se ci sono tare in famiglia, suggestioni sui bambini, e il risultato è sempre che è la madre la figura negativa, un paravento usato spesso per nascondere il vero tabu che è quello della violenza domestica, con una mancanza di serietà, logica e competenza, in cui il punto è solo salvare la figura paterna al di là della realtà. Dei casi di cui mi sono occupato – continua – circa il 10% nasconde un caso di incesto, bambini e bambine che non vengono ascoltati e aiutati e che poi soffriranno a loro volta di gravi disturbi. Noi ce lo siamo dimenticato ma l’incesto, in una società patriarcale come la nostra, è tollerato da sempre e qui da noi fino al ’68, secondo il codice civile del Regno delle due Sicilie, i bambini si potevano sposare a 12 anni. E da questo capisci che non è un’aberrazione ma è sistema”.

    Eppure la Pas viene usata ancora in maniera massiccia con giudici che si affidano a diagnosi di una malattia inesistente che è sufficiente però a spedire un bambino in casa famiglia per colpa di un rapporto “simbiotico” con la madre, un paradosso che ha invaso soprattutto il nord Italia, tanto che un’avvocata che segue questi procedimenti, e che a sua volta è stata vittima di un procedimento del genere, ha dichiarato che “il triangolo è proprio tra Piemonte, Veneto e Liguria, in cui la maggior parte dei ricorsi vengono fatti da padri che in regime di affido esclusivo alla madre, concessa per lo più in casi di violenza domestica, tendono a impugnare ricorrendo alla Pas per sottrarre il minore all’autorità materna, una prassi sostenuta da avvocati ben pagati e psicologi altrettanto costosi, ma soprattutto da assistenti sociali che prelevano minori con molta facilità”.

    Per colpa della Pas, ma anche per semplici “disturbi della personalità”, un numero crescente di minori viene rinchiuso in strutture, con un costo dello Stato che varierebbe da 3.000 a 6.000 euro al mese (ma anche di più): cifre che sfamerebbero un esercito di famiglie, nel caso in cui il prelevamento del bambino fosse causato, per esempio, dall’indigenza dei genitori. Sara Vatteroni,  assessora della Provincia di Massa Carrara, ha detto durante un convegno a Napoli che “un rapporto realizzato per conto del ministero dall’istituto degli Innocenti di Firenze ha messo in luce che i minori dati in affido al 31 dicembre 2010 e accolti nelle famiglie affidatarie e nelle comunità erano 29.309”, dati che se confrontati con gli anni passati appaiono in aumento. “Come si è già detto all’inizio – spiega – i dati evidenziano un aumento del fenomeno nell’arco degli ultimi 12 anni dovuto all’incremento del ricorso all’istituto dell’affido. Il numero degli inserimenti in famiglia, infatti, è aumentato del 42 per cento, mentre i collocamenti in comunità sono rimasti nel periodo pressoché pari a quelli registrati nel 1998. Oggi le due forme di accoglienza interessano, a livello nazionale, lo stesso numero di bambini: 14.528 in affidamento e 14.781 in comunità. Un dato che se preso non come saldo di fine anno ma considerando tutti coloro che transitano nelle case famiglie nel 2010, raddoppia arrivando a 40 mila minori che sono circa il 3,9% della popolazione minorenne. Inoltre se a ciò aggiungiamo che il garante per l’infanzia ha dichiarato che i figli contesi sono 10 mila, potremmo arrivare a numeri impressionanti”. A occhio e croce, un bel business.

     

     



  • femminicidioUn altro che pensa che per affrontare un femmicidio sia necessario andare a pescare nella vita delle persone dando giudizi diretti su chi non si è mai conosciuto, trasformando un pezzo di cronaca nera, al massimo, in un romanzetto d’appendice . E’ successo di nuovo, proprio quando in tutta Italia, ma anche nel mondo, si parla ogni giorno di violenza sulle donne, su come contrastare il femmicidio e il femminicidio, e soprattutto è successo dopo un anno di tambur battente su come fare informazione corretta su certi argomenti. Un mantra ripetuto così tante volte che forse sarebbe il caso di chiedersi se vale la pena fare un passo ulteriore, di andare oltre. Una evoluzione che speravo fosse scontata quando è cominciata la campagna sul femmicidio e sulla corretta informazione – che è partita proprio da qui e dalla spinta che questo blog ha dato alle colleghe della rete nazionale delle giornaliste sparse in tutta Italia – e che invece vedo oggi sbiadire e appiattirsi su contenuti a volte superficiali o poco documentati, se non addirittura errati, trattati indistintamente anche da chi non sa né come si affronta il problema né come trattarlo, e che invece di preparasi e formarsi, improvvisa per far vedere che c’è. Ed è come un gigantesco salotto “alla vespa” in cui tutti parlano, compreso chi non sa cosa sta dicendo o magari lo sa male perché qualcuno “un po’ glielo ha spiegato”. Una involuzione che sta creando danni, abbassando il livello di dibattito, ma che sta anche riportando indietro quello che ci sembrava ormai acquisito: perché se l’ondata di indignazione non è supportata da una seria analisi sul femminicidio nell’ambito della discriminazione delle donne, si passa tristemente a trattare il “fatto in sé” come se le donne fossero solo vittime di femminicidio, privando il tema in questione della sua sostanza e ricalcando anche gli stereotipi che sono alla base della violenza. L’ampia produzione di libri, testi teatrali, convegni, inchieste, video, blog, sul femmincidio in questi ultimi mesi, non sempre ben documentati e a volte anche improvvisati con teorie anomali e fuorvianti, stanno lì a dimostrarlo. E’ triste dirlo, ma le cose migliori sono nate quando questa campagna è cominciata in maniera massiccia, all’inizio dell’anno scorso, un trend che  andato a salire fino a dicembre e che poi è cominciato a scendere con interventi e approcci sempre più superficiali e affrettati. Della serie: solo perché ormai tutti ne parlano, allora ne parlo anch’io.

    Far diventare il femmincidio un fenomeno da baraccone nell’immaginario collettivo, significa che non solo nulla cambierà ma che si tornerà indietro. Il caso ci viene offerto, si fa per dire, dal morte di madre e figlia ritrovate sgozzate in casa a Cisterna di Latina due giorni fa, una duplice uccisione  efferata dopo una violenta lite e su cui il marito della donna ha già confessato. Un evento trattato – per prendere un esempio su come è facile tornare indietro – dal Corriere della Sera con un pezzo che speravo di non dover più leggere e che invece mi ha riportato indietro nel tempo: e mi riferisco a un articolo in cui si descriveva uno stupro come un romanzetto e in cui la donna veniva descritta come una poveretta “madre di tre figli tutti da uomini doversi” e su cui molte di noi si indignarono. Questa volta invece nessuna ha fiatato, anche se nel pezzo appare un quadro inquietante in cui la donna sgozzata viene descritta come una poco raccomandabile, mentre l’assassino come un uomo tranquillo. “Quella che emerge nel giro di poche ore, infatti, è una storia che va al di là del delitto d’impeto – scrive il giornalista – Kumar Ray, il 37 indiano, conosce Francesca qualche anno prima: lei ha già un paio di relazioni fallimentari alle spalle, lui è un bracciante clandestino. Ad un certo punto il matrimonio dei due in India: Kumar può così vivere a pieno titolo in Italia. Ma la vita insieme diventa impossibile: si dividono anche se l’uomo mantiene la residenza nella casa di borgo Flora e va a fare il custode in una azienda di Nettuno. Francesca continua a chiedergli soldi: minaccia di denunciarlo e Kumar, di tanto in tanto, la accontenta. Sino allo scorso sabato mattina, quando l’ha massacrata insieme alla figlia, incolpevole testimone”. L’articolo fa un racconto della vita dei due come fossero personaggi di un film e spiega l’ipotesi che la donne uccisa “agevolasse l’ingresso di cittadini stranieri nel nostro paese per soldi”, quindi fosse implicata in questo traffico certo deplorevole, ma non ragione sufficiente per ucciderla. Per completare il quadro, animando il pezzo di nera, il giornalista fa emergere un giudizio completamente gratuito sulla donna uccisa dal marito, scrivendo che lei aveva “una relazione in cui i sentimenti, forse, non c’entravano nulla” e che in passato aveva avuto “un paio di relazioni fallimentari alle spalle”, mentre l’assassino viene descritto come una persona “tranquilla e senza precedenti penali, che ha quasi subito confessato i delitti facendo emergere una storia che, forse, molti nella piccola comunità di borgo Flora ignoravano, o conoscevano soltanto in parte”. Una serie di stereotipi e allusioni gratuite che non aggiungono nulla al fatto, ma per cui sembra che lei, la donna, questa morte se la cercasse mentre lui, alla fine, preso da un raptus dopo una lite furibonda (magari ce ne erano state altre?), abbia sgozzato la moglie e anche la figlia di lei, di 19 anni, che era nell’altra stanza. Certo, perché l’uomo avrebbe “perso la testa e, con un coltello da cucina, ha prima colpito la 56enne, e poi la figlia di lei, Martina Incocciati, 19 anni”. Una serie di luoghi comuni gravissimi tra cui l’insistere che l’assassino fosse un tipo tranquillo: un azzardo visto che ha avuto il coraggio di sgozzare madre e figlia lasciandole in un lago di sangue dopo una violenta lite che forse (e qui azzardo io) non era la prima; e che l’uomo avesse “perso la testa” grazie a un raptus involontario: un altro azzardo che non contempla che potesse anche essere andato lì con l’intenzione di uccidere visto che c’erano contrasti.

    Infine la descrizione dettagliata del delitto, come se il giornalista fosse stato presente, e senza la quale non avremmo mai capito che le due donne fossero morte: “E in questo clima che matura il terribile fatto di sangue, sabato mattina intorno alle 7. L’ennesima discussione, la richiesta da parte di lei di ulteriore denaro: Kumar e Francesca discutono in cucina, lui afferra il coltello mentre lei è di spalle, la fa cadere ed affonda la lama nella gola. Nella camera da letto vicina, Martina sente qualcosa e si sveglia: l’indiano è una furia, la raggiunge per eliminarla, è un testimone scomodo. La ragazza si difende come può, cade sul pavimento tra le urla. Lui affonda la lama nel collo, poi scappa e getta il coltello in un canale vicino alla casa”. Un modo di fare informazione come fosse un action movie che non solo distacca dalla realtà, ma che è falsata, inutile, e mette sullo stesso piano cose che non c’entrano con l’informazione (per non parlare  delle foto della ragazza di 19 anni uccisa con cui hanno tappezzato il web perché giovane e carina). Eppure nessuna, stavolta, ci ha fatto caso.

    Ovviamente il dibattito è sempre positivo, e che si parli di femminicidio e che le idee circolino è fantastico, ma tutto ciò non serve se poi le parole non hanno presa sul reale e non smuovono una virgola nel quotidiano. Perché se quello che noi vogliamo è cambiare, per cambiare le parole devono avere forza trainante, una forza che non c’è se le donne continuano a essere inascoltate in tribunale, a essere trasformate da vittime in abuser, a vedersi i figli sottratti se denunciano violenza domestica nel momento della separazione, a essere indicate colpevoli  della violenza che subiscono o della loro stessa morte perché “in fondo se l’è cercata”, se continuano a essere uccise, stuprate, vendute, sfigurate, giudicate in quanto donne, e quindi discriminate. A che serve parlare di femminicidio se non per dare una bella spallata a tutto questo?

     

    *Postilla a “Femminicidio: indietro tutta”

    _________________

     

    Ieri è scomparsa Francesca Molfino, femminista, psicanalista, tra le fondatrici del Centro culturale Virginia Woolf, da sempre impegnata con i centri antiviolenza. E proprio oggi trovo un articolo di Molfino sulla violenza contro le donne del 2012, in cui mette in luce non solo tutto l’iter dell’anno scorso sui finanziamenti ai centri antiviolenza, il piano nazionale di Carfagna e i bandi a riguardo, ma in maniera più chiara e lucida di me (l’argomento è lo stesso del pezzo qui sopra), chiarisce la differenza tra propaganda e politica, delineando cosa significa occuparsi di violenza contro le donne – femminicidio in un modo chiaro, preciso e informato, un modo che sia appunto politico e non propagandistico, rivolto a raggiungere obiettivi reali e non a tergiversare sull’argomento solo per dire: io ci sono! Una riflessione illuminante che mi permetto di riportare qui in uno stralcio, per rafforzare un’esigenza di molte: ovvero che il patrimonio di anni di lavoro e di riflessione, non sia buttato al vento per la fregola di dare soluzioni sbrigative e di superficie a un problema così delicato, né che questo stesso problema venga usato da singoli per fare promozione personale.

    E a questo proposito Francesca Molfino scriveva:

    (fonte: “Violenza contro le donne, cosa facciamo in concreto”, da www.ingenere.it)

    “Care amiche, da più di vent’anni mi occupo della violenza contro le donne e lavoro con i Centri antiviolenza. Di solito si parla molto di violenza in occasione di uccisioni di donne per mano di uomini violenti, quando per qualche giorno il discorso sulla violenza sale alla ribalta – com’è successo negli ultimi giorni, per il tentato omicidio della compagna e uccisione del figlio per mano di un uomo a Roma, e anche in occasione della sentenza della Corte di Cassazione sullo stupro di gruppo.

    Mi piacerebbe che i nostri discorsi intorno alla violenza, soprattutto quelli di rivendicazione politica, riuscissero ad avere uno sguardo profondo, che rispetti il lavoro di tutte le donne e gli uomini che lottano quotidianamente contro la violenza sulle donne e che sappiano dire, e quindi rivendicare, cose sensate e concrete.

    Spesso quando si parla di violenza, e quando ne parlano le donne che fanno politica, i toni sono veementi e le affermazioni generiche e a volte anche errate. Questi discorsi hanno il pregio di far conoscere dove può giungere lo svantaggio sociale femminile; mi spingono a partecipare; ma dall’altra non mi fanno capire come si può intervenire, mi rendono immobile davanti all’orrore, oppure mi fanno iniziare da capo, dall’abc, dalle affermazioni più generali.

    La propaganda non è una cosa necessariamente brutta, andando a vedere cosa significa propaganda, su Wikipedia, il riferimento più semplice, trovo l’attività di disseminazione di idee e informazioni con lo scopo di indurre a specifiche attitudini e azioni… I propagandisti cercano di cambiare il modo in cui la gente comprende una questione o una situazione… Ciò che rende la propaganda differente da altre forme di controllo è la volontà del propagandista di cambiare l’orientamento delle persone, attraverso l’inganno e la confusione, piuttosto che tramite la persuasione e la comprensione.

    La propaganda, come diceva uno psicoanalista, è così attraente perché offre significati, soluzioni semplici e sicure, ribalta i pensieri sfiduciati e depressi in euforici, suscita l’entusiasmo di una soluzione, dà una spinta iniziale. Ma poi bisogna reggere le complicazioni e le smentite delle applicazioni di ciò che viene proposto.

    Dalla propaganda sono passata alla politica, cercando, anche se è stato arduo, una definizione larga e mi è sembrato che questa potesse andare bene: La politica consiste nella scelta degli obiettivi comuni che un gruppo vuole raggiungere, e nella scelta dei mezzi e dei metodi per raggiungerli.

    Senza dubbio la propaganda favorisce la politica in modo benefico. Mi turba però quando l’aspetto propagandistico si ripete nel tempo e sembra non tenere conto dell’usura di quanto va dicendo e del fatto che l’ipersemplificazione dei concetti espressi si afferma a scapito della descrizione dei fatti.

    Ritorniamo alla violenza, il rischio è che esista un discorso massimalista e stereotipato, sempre uguale a se stesso che diventa Il discorso sulla violenza contro le donne da tirare fuori all’evenienza. Un discorso che impatta la sensibilità delle persone, ma non dà strumenti per agire cambiamenti”.

    Grazie, ancora una volta, a Francesca Molfino

     

     

di Luisa Betti
pubblicato il 9 aprile 2013
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