Thursday 23 May 2013

IL MANIFESTO BLOG
   Prima donne e bambine. A cura di Luisa Betti
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    Una ricostruzione fotografica dei fatti avvenuti nel 2007
    quando Giovanna Reggiani fu stuprata e uccisa a Tor di Quinto, a Roma

     

    Era il 2007 quando Giovanna Reggiani fu sequestrata, stuprata e uccisa. Un femminicidio che allora non veniva ancora chiamato così perché non si usava, perché anche se le donne morivano già, era una parola che non circolava da queste parti. Ma quella morte, e quello stupro di una donna che tornava a casa dopo una giornata di lavoro, fu emblematico in questo nostro Paese. Quel femminicidio fu preso e cavalcato con azioni non certo rivolte al contrasto alla violenza sulle donne, ma fu usato e strumentalizzato per mandare fuori dall’Italia quegli stranieri che usurpano la nostra bella terra e ci rubano il lavoro. L’autore di quel reato era un rumeno e così, sull’onda dell’indignazione, due giorni dopo fu approvato un decreto legge, il 181/2007, ovvero “Disposizioni urgenti in materia di allontanamento dal territorio nazionale per esigenze di pubblica sicurezza”, cioè l’espulsione degli extracomunari, perché era colpa loro se le donne venivano stuprate e uccise: “vengono nel nostro Paese, ci rubano il lavoro e le donne, e poi vogliono anche fare i padroni”. Un concetto che andò talmente in fondo alle coscienze, che la percezione dell’immigrato fu completamente stravolta, fino a sentire la presenza “straniera” in maniera abnorme rispetto alla reale presenza: un numero di immigrati, quelli in Italia, che facevano ridere al confronto con paesi come la Francia, Gran Bretagna, Germania. Dopo due mesi la norma decadde ma il lavoro continuò e quando il governo Berlusconi approvò il pacchetto sicurezza nel 2008, tutti erano soddisfatti, e a nessuno, tanto meno ai mass media più “importanti”, sembrò importante far notare che in realtà la violenza contro le donne era nella maggior parte fatta da italiani e nelle loro case: come invece la ricerca Istat del 2006, pubblicata proprio nel 2007, aveva ben messo in luce con dati alla mano.

    Oggi le cose sembrano cambiate: si parla di femminicidio, le associazioni delle donne fanno convenzioni, tavoli, convegni, alcuni giornali (tipo questo) hanno avviato un serio lavoro su come l’informazione deve trattare l’argomento, si fanno appelli, petizioni, si scrivono libri, si producono piéce teatrali, talmente tanto che qualcuno si è accorto che, anche se ne sa poco o niente, parlare di femminicidio può essere un’opportunità per mettersi sotto un bel riflettore: non fosse mai che ne viene fuori qualcosa in più. A questo si aggiunga che nel frattempo un governo, quello “tecnico” di Monti che non ha mai dato una risposta seria alla violenza contro le donne, non c’è più e che al suo posto, malgrado legittime elezioni, è stata messa in piedi una traballante alleanza tra i rottami di una destra arrogante e securitaria, e un “centro-sinistra” incerto, debole, ma furbo: insomma tra un Pd e un Pdl, che (in teoria) dovrebbero avere idee diverse in proposito.

    Eppure gli accordi si fanno su tutto, perché non sul femminicidio? Una domanda a cui le donne, se ci tengono alla loro pelle, devono rispondere nette: perché no. E vediamo perché.

    La ministra delle pari opportunità, Josefa Idem, ha parlato di una task force intergovernativa, e cioè un’azione traversale tra diversi ministeri (cosa che Fornero non ha mai fatto), e che potrebbe dare una reale svolta con un indirizzo preciso all’esecutivo, ma solo se i diversi ministeri hanno chiaro qual è l’obiettivo: protezione, prevenzione e, solo alla fine, punizione. A lei era preceduta 10 giorni fa alla Casa Internazionale delle donne di Roma (e non a Ostia o da qualche altra parte come qualche giornale ha scritto), la presidente della Camera, Laura Boldrini, che oltre a spingere per la ratifica della Convenzione di Istanbul, aveva accolto l’ottima idea di una commissione d’inchiesta sulla violenza di genere, lanciando anche a una “campagna di ascolto” in parlamento con la partecipazione della società civile: due donne delle istituzioni che sembrano aver capito i termini della questione, e cioè che non si possono aspettare i tempi biblici di una legge contro il femminicidio, e che bisogna agire con un’azione trasversale e concreta, andando a fondo con una commissione d’inchiesta per capire bene cos’è che non funziona e cosa cambiare in profondità. Un’ipotesi rafforzata da una lettera al presidente del senato, Pietro Grasso, firmata da alcun* senatori e senatrici, tra cui la viocepresidente Valeria Fedeli, dove si chiede un impegno reale affinché “venga al più presto, da un lato, ratificata la Convenzione sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, fatta ad Istanbul l’ll maggio 2011”, e dall’altro, “venga costituita una commissione parlamentare di inchiesta che delinei il fenomeno del femminicidio, fornendo analisi, interpretazioni e adeguate soluzioni”.

    D’altra parte il ministro degli interni, Angelino Alfano, si è subito reso disponibile per creare questa una task force, affermando di voler creare un gruppo che si occupi della questione che sarà alla base della discussione del prossimo consiglio dei ministri. Sì, ma in che modo? Con quale gruppo?

    Oggi la ministra Idem ha scritto: “Ci vuole una risposta forte al femminicidio: mettiamoci tutti intorno ad un tavolo e facciamo squadra per raggiungere l’obiettivo, secondo un metodo che ho portato dallo sport. Tante volte anche nello sport vengono messe insieme risorse umane che non si trovano d’accordo ma che condividono l’obiettivo e quindi mettono da parte contrasti e vedute diverse”. Va bene, ma bisogna avere chiaro il problema per avere chiarezza di obiettivi, perché non è solo un problema di percorsi, e l’idea che Alfano ha su come risolvere il femminicidio, non credo coincida proprio con quella avanzata né da Idem né da Boldrini. Oggi la ministra alla giustizia, Anna Maria Cancellieri, ha parlato di azioni volte a intervenire sulla violenza solo in termini di pene e controllo, quando ancora bisogna risolvere il problema che le donne nelle aule dei tribunali non vengono né ascoltate né tutelatea, e se denuciano violenze in famiglia rischiano anche di perdere i propri figli. Le proposte fatte da Cancellieri di mettere il braccialetto elettronico agli stalker o di esigere l’arresto obbligatorio anche quando non viene presentata una denuncia da parte della vittima che invece è libera di scegliere, non solo non risolvono nulla ma potrebbero anche peggiorare la situazione. Proposte che , in accordo con Alfano, la ministra porterà al prossimo Consiglio dei Ministri.

    La cosa che mi preme dire è che oggi la società civile, le associazioni di donne che lavorano sulla violenza, hanno trovato alcune interlocutrici importanti all’interno di questa compagine istituzionale, e quello che spetta a noi adesso non è gridare al governo per indire degli Stati generali sulla violenza, che eventualmente toccherebbe alla socità civile e non al governo, ma vigilare attentamente su come questo governo si muoverà. Fare una petizione, come quella indetta dal progetto teatrale di Serena Dandini, “Ferite a morte”, non ha nessun senso in questo momento, perché è come gridare “a lupo! a lupo!” quando il tempo è scaduto, e l’effetto è peggiore perché c’è già chi è pronto a cavalcare il grido di allarme e di emergenza, strumentalizzando ancora una volta la violenza che si consuma sulla pelle delle donne. Ora le associazioni delle donne, e cioè chi sa cos’è la violenza sulle donne, chi ci lavora e non chi ha fatto un ripasso in tre mesi, deve monitorare scrupolosamente su come ora questo governo, che si è pronunciato pubblicamente, intende affrontare il problema, chiedendo una interlocuzione e una consultazione diretta, ed eventualmente dopo gridare: No! così non va!

    Ieri sul Tg1 ha già fatto capolino uno di quei servizi pericolosi e fuorvianti sul femminicidio, dove si insisteva tanto sulla pena, e in cui l’attrice Sonia Bergamasco (un’attrice appunto) parlava di violenza contro le donne come di “una terribile emergenza” senza sapere che invece la violenza in Italia è un problema strutturale, come ha fatto notare più volte “DiRe” (la Rete nazionale dei centri antiviolenza), e che per questo il femminicidio non va affrontato come un’emergenza (come invece vorrebbe la destra piddiellina). Così come, al punto in cui siamo arrivate, è superfluo (e forse anche pericoloso) chiedere al governo di indire gli “Stati generali sulla violenza” che in realtà, come si legge anche semplicemente su wikipedia, sono storicamente “un organo di rappresentanza dei tre ceti sociali” (quindi della società civile e non del governo) e che “si riuniscono quando incombono sul paese pericoli imminenti”. Ma se intendiamo la violenza di genere come “pericolo incombente” significa che non abbiamo capito nulla, e che forse è meglio tacere. Il pericolo vero adesso è che su questa scia, si torni a parlare del tunisino che massacra la moglie, come ha fatto vedere Vespa l’altro giono a “Porta a Porta”, riducendo il problema della violenza sulle donne a un problema di coppie miste, del “barbaro” in casa, anche se la maggioranza degli uomini violenti qui sono italiani. Così, se alla fine è sempre colpa o delle donne o degli extracomunitari, gli uomini possono stare tranquilli.

    Per la prima volta bisogna sostenere le donne che all’interno del parlamento sono ricettive, chiedendo che ascoltino attentamente chi di queste cose se ne intende, senza cadere nella trappola di Alfano, e chi con lui, tenterà di appiattire il femminicidio a un problema di emergenza e di sicurezza. Come avverte Barbara Spinelli, avvocata dei Giuristi Democratici esperta di femminicidio: “Non siamo disposte ad accettare oltre, strumentalizzazioni sul femminicidio a fini di visibilità personale o per perseguire altri obiettivi che non siano quello dell’autodeterminazione femminile. Le donne non sono soggetti deboli, la discriminazione che subiscono in quanto donne non è equiparabile a né ai bambini, né agli anziani, né ai disabili. Le donne che subiscono violenza in famiglia, da parte di padri, mariti, fidanzati, ex, sono discriminate rispetto ad altre vittime di reato, tanto nella protezione, quanto nell’accesso ai servizi, quanto nell’accesso alla giustizia. Spesso gli strumenti esistenti non vengono attivati sulla base di pregiudizi di genere, e assistiamo a situazioni abnormi come quelle che ultimamente riempiono i giornali”. Per superare questo ostacolo, bisogna quindi non gridare agli Stati generali, ma “avere sempre come riferimento che l’obiettivo dell’azione istituzionale deve essere quello di andare a rimuovere gli ostacoli materiali che impediscono alle donne il pieno godimento dei diritti fondamentali, primo fra tutti il diritto alla vita e all’integrità fisica”, e “di far luce sulla realtà con una relazione ufficiale, che venga fuori da una Commissione d’inchiesta, così che un domani, chi userà questi argomenti per opporsi alle necessarie riforme, verrà stanato per quello che è, cioè non un ignorante, ma un sessista”.

    “La tuttologia non salva la vita delle donne. Il populismo neanche”, dice Spinelli, ed “è un dato acclarato che la maggior parte delle donne uccise è vittima di femminicidio, così come è un dato acclarato che più della metà di loro aveva già chiesto aiuto alle Istituzioni. Questo significa che più della metà delle donne uccise ha ricevuto un aiuto inadeguato. Istituire una commissione d’inchiesta significa decidere di far luce sul perché, e quante volte, e da parte di chi, la risposta alla denuncia di violenza maschile sulle donne è stata inadeguata. E non solo per quelle circa 130 donne uccise all’anno in quanto donne, ma anche per tutte quelle sopravvissute che, dopo aver denunciato, non sono state adeguatamente protette, e hanno subito nuove aggressioni, che magari non le hanno uccise, ma le hanno lasciate in sedia a rotelle, o le hanno costrette a cambiare città o regione”.

    “E’ vero – conclude Spinelli –  spesso da singoli politici e dalla società civile arrivano anche richieste confuse o inappropriate, come fu al tempo la richiesta di castrazione chimica per i pedofili: per arginare questo fenomeno e la strumentalizzazione del femminicidio, le istituzioni devono essere preparate a mettere al centro la donna, e non altri interessi. Nel frattempo, una task force interministeriale, inclusiva di esperte non governative, potrebbe interagire con la commissione d’inchiesta, e procedere insieme nell’apportare le necessarie modifiche al Piano Nazionale Antiviolenza in scadenza, che si è rivelato scarsamente efficace perché non idoneo a raggiungere gli obiettivi previsti, sia per la formulazione inadeguata alla luce degli standard internazionali, sia per l’assenza di fondi specifici alla realizzazione di varie azioni, sia per il monitoraggio inesistente sulla sua attuazione. Ma occorre coerenza. Anche da parte di quei personaggi famosi che s’improvvisano e si proclamano paladin* dei diritti delle donne, salvo poi, al posto di supportare l’esperienza e la lotta portata avanti dalle donne, assumere la parola in loro vece, alle volte stravolgendola”.



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    Oria Gargano, candidata al Comune di Roma nella Lista di Sandro Medici

     

    Oria è bionda con gli occhi chiari, è una bella donna, è spigliata, intelligente, decisa, ma non è per questo che la voto al comune di Roma nelle elezioni che si terranno il 26/27 maggio dove lei si presenta nella lista con Sandro Medici sindaco. Io voto Oria, ed è la prima volta che faccio una dichiarazione personale ed esplicita, perché di lei mi fido. Mi fido non perché la conosco (non basta per me, sono molto selettiva), ma perché so che se fosse eletta farebbe alcune cose che mi stanno a cuore: prima di tutto politiche serie e concrete a favore delle donne, che in una città come Roma faticano parecchio. E so anche che qualsiasi cosa farà, Oria non accetterà compromessi, e lo farà con professionalità e soprattutto con molta umanità e trasparenza, che è quello che voglio avere come garanzia in chi va lì a rappresentarmi in qualità di cittadina che esprime il suo voto.

    Nella Repubblica Romana, Oria Gargano vuole, tra le altre cose, “centri e servizi antiviolenza numericamente e qualitativamente all’altezza degli standard indicati dalla Unione Europea: un posto letto ogni 10.000 abitanti, e una metodologia rigorosamente derivata dalla pratica delle relazioni politiche tra donne; un Piano Comunale Antiviolenza che renda organico il rapporto tra il Campidoglio, le organizzazioni delle donne, le polizie, i servizi sociali e territoriali; e un intervento strutturato sui saperi trasmessi a bambine e bambine, veicolando la cultura del rispetto e del riconoscimento nelle scuole materne, negli asili nido, nelle elementari (di competenza comunale)”. Alcune cose che vorrei fossero fatte in questa mia città e che sono convinta Oria farebbe bene, perché è da troppi anni che lavora con le donne: con quelle donne che vivono situazioni difficili, al limite, a volte anche a rischio di vita, con le donne che subiscono violenza, quelle massacrate dai mariti e dai fidanzati, e anche con quelle che vengono deportate in Italia e sottoposte a violenze e torture perché costrette alla prostituzione. Oria lavora con le donne vittime di tratta, e per loro ha messo su un centro tanti anni fa, a Roma, dopo essere stata responsabile del centro antiviolenza provinciale a Monteverde. Un’esperienza che l’ha poi portata a fondare una cooperativa tutta sua, la cooperativa sociale Be Free, che gestisce nell’ordine: il Servizio Antiviolenza SOS Donna di Roma, lo sportello socio-psicologico e legale a favore delle donne vittime di tratta trattenute nel CIE Ponte Galeria, lo Sportello Donna all’interno del pronto soccorso dell’ospedale San Camilo e lo sportello per lesbiche che subiscono violenza. Ma non solo, perché Oria si è posta anche il problema degli uomini, e con altre associazioni va a Regina Coeli di Roma dove incontra gli stupratori in carcere. “Questa a Regina Coeli è un’esperienza fondamentale – mi dice Oria – perché sto capendo profondamente come funziona la violenza sulle donne, quali sono le dinamiche, come si può intervenire e come si può anche aiutare un uomo a prendere consapevolezza per fare in modo che ci sia uno scatto dentro, un passaggio psicologico e culturale fondamentale perché quell’uomo non faccia più quello che ha fatto. Per cambiare vita. Un percorso in cui recuperi sia chi è in carcere, che non è un ambiente facile, sia chi sta fuori”. Un percorso culturale che abbraccia tutti, uomini e donne, nella percezione di quello che la violenza è veramente, per poterne uscire.

    Oria è schietta e ha le idee chiare su cosa serve alle donne e quali siano le chiavi di cambiamento della cultura dello stupro: “Le donne che subiscono violenza non sono mai solo in un modo, esistono dinamiche molto delicate, quasi subdole, in un rapporto violento tra un uomo e una donna, e per fare in modo che una volta uscita dal centro antiviolenza quella donna non ritorni con l’uomo che l’ha massacrata, bisogna lavorare bene su questo”. Tanto per dire che non basta accogliere e proteggere le donne che subiscono violenza, ma fare con loro un percorso di ripresa e di autodeterminazione della propria vita a partire da sé e da quello che si è fatto finora. “Noi cerchiamo, come Be free, anche di avviare queste donne a un percorso lavorativo, siamo riuscite a formare orafe, orologiaie, e anche una compagnia teatrale. La riscoperta di se stesse e la ricostruzione di una vita devastata dalla violenza, non può prescindere da quello che sei stata, una vita non puoi prenderla e buttarla così dalla finestra, serve una presa di coscienza molto più complessa”. È per questo che Oria si batte da tempo perché all’interno dei centri le operatrici siano specializzate e fisse, con un inquadramento lavorativo e una professionalità adatta ad affrontare la situazione di una donna che arriva dopo una violenza che dura da anni, uno stupro, un tentato femmicidio. “Le operatrici di un centro antiviolenza o di uno sportello di ascolto, sono importanti e non sono come gli altri opeatori, perché hanno una specificità. Questa è una professione delicata perché la donna che arriva deve trovare qualcuna che le dia la possibilità di parlare, di raccontare, deve essere accolta in un certo modo. Quindi l’operatrice non può improvvisare, deve essere preparata e di conseguenza deve avere anche un giusto inquadramento professionale”.

    Lo sportello che Be Free gestisce al San Camillo è un H24 aperto giorno e notte, ed è uno dei pochi posti in Italia in cui una donna o una ragazza, può andare a chiedere aiuto anche nel cuore della notte perché fugge da una violenza. “Lo sportello del pronto soccorso dell’ospedale San Camillo di Roma, è uno dei pochi H24 in Europa, e in Italia è di certo l’unico. È un servizio importante perché qui le donne possono arrivare in qualsiasi momento e possono essere ascoltate e soccorse immediatamente. Da qui possono essere indirizzate a un centro antiviolenza, a un rifugio se sono in pericolo di vita, possono esporre denuncia se lo vogliono, possono essere messe in contatto con avvocate specializzate, possono anche non tornare a casa, insomma possono essere protette immediatamente”. Uno sportello, è bene ricordarlo, che la ex presidente della Regione Lazio, Renata Polverini, voleva far chiudere perché, diceva lei, non c’erano più i soldi. “A quello sportello le operatrici di Be free hanno lavorato gratis per quasi un anno come delle vere eroine, perché sapevano che chiudendolo molte donne sarebbero state in pericolo. È stato un atto di coscienza che ci è costato ma che saremmo pronte a ripetere, se non fosse che, fortunatamente, abbiamo vinto un altro bando che ci ha permesso di continuare”.

    Ma come si risolve la violenza, Oria? “Guarda, ci sono tante cose importanti da fare: una rete coerente sul territorio per la tutela delle donne, l’indipendenza economica, la prevenzione, ma una delle cose più importanti sono i bambini e le bambine: è da lì che gli stereotipi cominciano a lavorare perché è un fatto culturale che forma la tua persona e quello che sarai. Bisogna cominciare da piccoli e piccole, con i libri di testo. Se da piccola interiorizzi che la storia è fatta dagli uomini, è ovvio che ti sentirai sempre esclusa, e lo stesso, in maniera speculare, vale per i bambini. Ma tu hai mai letto su un libro di testo quello che hanno fatto le donne nella storia? sai, così all’impronta, quante te ne posso citare? le donne c’erano eccome, ma bisogna andarsele a cercare perché sono state rimosse dal sapere comune, non si vogliono ricordare, insegnare. L’oscuramento è la prima chiave del potere, è arrivato il momento di venire alla luce”.

    Oria m’ha convinta, proviamoci, anzi: provamoce.

di Luisa Betti
pubblicato il 8 maggio 2013
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    Laura Boldrini

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    Micaela Biancofiore

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    Josefa Idem e Cecile Kyenge

     

     

     

     

     

     

     

     

     

    Finalmente si cominciano ad aprire squarci di luce per le italiane. E devo dire, fuori dai denti, che non vedevo l’ora di lottare insieme, e sulla stessa lunghezza d’onda, con donne come la presidente della camera, Laura Boldrini (comprate oggi Il Manifesto), e la ministra per l’integrazione, Cecile Kyenge, che pur subendo sulla loro pelle quello che non auguro neanche al mio peggior nemico, resistono e continuano a rispondere in maniera ferma ed efficace agli attacchi violenti, sessisti, discriminatori, razzisti, che vorrebbero umiliarle schiacciandole nella morsa di chi scambia la violenza come una forma di libertà di espressione, e la denuncia di questa stessa violenza, come censura. Uno squarcio di sole che si allarga alle parole della ministra alle pari opportunità, Josefa Idem (Pd), che oltre a esprimere solidarietà alle colleghe in parlamento, in una intervista a Elisabetta Carta per il Tg3, dichiara come tra le prime azioni che intende mettere in campo contro il femminicidio, ci sia l’avvio di una task-force interministeriale tra Pari Opportunità, Interni e Giustizia, e l’approfondimento del problema attraverso un Osservatorio nazionale: dimostrando finalmente di capire che il problema non è una legge dai tempi biblici contro il femminicidio ma azioni politiche dirette e immediate per una situazione, quella della violenza sulle donne in Italia, ormai strutturale al Paese. (Veramente esulto! Perché dà ragione a ciò che scrivo qui da un bel po’ di tempo e che abbiamo messo nero su bianco nella Convenzione No More! contro il femminicidio, un intervento chiesto a Fornero che non ha mai voluto fare).

    Spiragli che, non nascondo, si sono spalancati alla notizia della rimozione dalla delega alle pari oppotunità della sottosegretaria Michaela Biancofiore (Pdl) ricollocata con delega alla pubblica amministrazione e semplificazione. Un ordine arrivato dal presidente del consiglio, Enrico Letta, dopo l’intervista che Biancofiore aveva rilasciato a “Repubblica” con dichiarazioni “discutibili” sui gay, frasi che hanno indignato le associazioni. Il motivo scatenante sarebbero state alcune affermazioni definite “omofobe” nell’intervista, anche se in realtà la sottosegretaria non è mai stata favorevole a rapporti tra lo stesso sesso, tanto che in un comizio con Berlusconi e un intervento con Klaus Davi, aveva detto: “Chi va con i trans ha seri problemi di posizionamento sessuale”; “Gli italiani sono tendenzialmente contrari ai matrimoni gay perché noi restiamo un popolo profondamente cattolico”; “Per un etero anche un approccio affettivo di un gay crea imbarazzo”; “Non c’è solo l’eterosessualità, ma anche una sessualità diversa, che oggi, purtroppo, è estremamente comune” (e questo non l’altro ieri, quindi un pensiero risaputo anche per chi l’aveva scelta all’inizio per la delega alle pari opportunità).

    La cosa più grave però, ed è quella che mi solleva al pensiero che non sia più con delega alle pari opportunità, è che Biancofiore, anche se ha accusato le associazioni gay di  “autoghettizzarsi” dimenticandosi di condannare “i tanti femminicidi delle ultime ore”, ha nel suo curriculum qualcosa che la fa definire davvero molto poco adatta alle pari opportunità, ovvero la proposta di legge che ha presentato lo scorso anno alla camera sulla modifica dell’affido condiviso: una proposta speculare al ddl 957 presentato al senato, che avrebbero potuto introdurre il concetto di PAS (sindrome di alienazione parentale) -  nello specifico una malattia inesistente e mai riconosciuta ufficialmente – come norma di legge.

    Nella fattispecie l’atto della camera sulle “Modifiche al codice civile, al codice di procedura civile e alla legge 8 febbraio 2006, n. 54, in materia di affidamento condiviso dei figli” (5257) di Biancofiore, introduceva all’articolo 155- bis del codice civile che “Il giudice può escludere un genitore dall’affidamento, con provvedimento motivato, qualora ritenga che da quel genitore, se affidatario, possa venire pregiudizio al minore. La comprovata e perdurante violenza, sia fisica che psicologica, nei confronti dei figli e, in particolare, la manipolazione di essi mirata al rifiuto dell’altro genitore o al suo allontanamento, comportano l’esclusione dall’affidamento. Le denunce per le quali sia provata la falsità, mosse al medesimo scopo, comportano altresì l’esclusione dall’affidamento, ove non ricorrano gli estremi per unasanzione più grave. In ogni caso il giudice può, per gravi motivi, ordinare che la prole sia collocata presso una terza persona o, nell’impossibilità, in una comunità di tipo familiare”.

    In poche parole, in questo testo di legge deposistato dalla sottosegretaria, si metteva pericolosamente sullo stesso piano una malattia che non esiste come la sindrome di alienazione parentale (“manipolazione di essi mirata al rifiuto dell’altro genitore o al suo allontanamento”), con la violenza fisica e psicologica sui minori, che invece esiste ed è un fenomeno grave, non solo quando avviene nei confronti dei minori ma anche quando i bambini assistono a quella nei confronti di un membro della famiglia, soprattutto le madri, in quanto possono creare danni anche irreversibili. Senza stare ancora a ricordare che in Italia l’85% della violenza sulle donne è violenza domestica, e che circa 400 mila bambini assistono a violenza intrafamiliare con gravi danni fino ad arrivare a veri blocchi della crescita (rapporto Daphne), ricordiamo invece quello che succede con i femminicidi, quelli che Biancofiore rinfaccia alle associazioni gay. Il 70 % delle donne uccise all’interno delle relazioni intime, aveva già segnalato il partner alle forze dell’ordine o ai servizi sociali, e malgrado questo sono morte. Ma il femminicidio non è solo l’atto criminoso e comprende tutte le violenze che una donna può subire, tutte le forme di discriminazioni culturalmente attribuibili al fatto di appartenere al genere femminile: un fenomeno che in Italia, senza ombra di dubbio, vede la sua situazione più grave dentro le mura domestiche – dove spesso si è in presenza di minori – e che nella statistica “esplode” proprio quando la donna dice “basta”, denunciando e lasciando il partner, e provocando quello che molti giornali chiamano ancora “raptus”, intendendo l’atto del femmicidio. Tutto questo per dire che è proprio quando una donna si separa dal partner violento che è maggiormente in pericolo e che ha bisogno di essere protetta e aiutata, anche perché, quando ci sono, i minori diventano uno dei ricatti abituali (mi lasci? ti toglierò i figli, stai sicura!).

    Ma cosa succede nei tribunali italiani? Succede ormai troppo spesso, e in modo particolare nei tribunali dei minori, che se una donna denuncia la presenza di un marito violento (il 95% delle violenze nei rapporti intimi in Italia sono dell’uomo verso la donna) di cui ha paura per sé e per i figli,  rischierà non solo di non essere protetta ma anche di non essere creduta e di perdere i figli anche in maniera definitiva. Perché di fronte a una richiesta di affido esclusivo del genitore non violento, ci si vede ormai opporre sempre più spesso un ricorso in cui non solo si mettono in discussione le accuse (che ovviamente devono essere provate), ma in cui il giudice chiederà una perizia, una Ctu (consulenza tecnica d’ufficio), in cui lo psicologo o lo psichiatra di turno può fare – e ormai nella maggior parte dei casi fa – una diagnosi di Pas sul minore, dicendo che il bambino non vuole vedere o rifiuta l’altro genitore non perché eventualmente ci sono violenze o abusi da accertare (con strumenti processuali come testimonianza, ascolti dei minori e degli adulti, ecc.), ma perché è malato: cioè subisce una “manipolazione  mirata al rifiuto dell’altro genitore o al suo allontanamento”, e quindi va rinchiuso in una casa famiglia perché va curato oppure affidato al genitore rifiutato per guarire (non oso pensare all’eventualità che l’altro genitore sia davvero un violento abusante: come mettere i bambini nella tana dell’orco).

    Questa non è una storiella horror che mi piace raccontare, questa è la realtà che sta distruggendo intere generazioni, e che ascolto ogni giorno da madri disperate che perdono i loro figli, e da figli abusati scappati da genitori violenti o da strutture perché sedati e obbligati ad abbandonare la scuola, gli amici, la casa, gli affetti, come se fossero in carcere. Un’ingiustizia disumana tutta italiana. E questo in virtù di diagnosi ben pagate, avvocati che invece di mediare istigano al contrasto aumentando la violenza quando c’è (e anche le loro parcelle), giudici che non si rendono conto del danno che fanno e che sembrano aver perso gli strumenti processuali affidandosi solo a psicologi e alle loro Ctu. Figuratevi se una cosa del genere fosse messa come norma di legge.

    Chi confonde queste cose, chi non sa bene cosa è la violenza e i parametri di misura della stessa, non può avere né la capacità di analisi né la competenza di interagire e risolvere quei problemi che hanno oggi le donne italiane, che intanto continuano a rischiare la loro salute e la loro vita. Come detto tante volte: non basta essere donne, bisogna conoscere e attuare precise politiche a favore delle donne stesse.

     

     

di Luisa Betti
pubblicato il 5 maggio 2013
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  • repubblica

    La copertina di “D di Republica” con l’intervista
    alla presidente della Camera, Laura Boldrini, in uscita domani.

     

     

    Non c’è niente da fare, questo Paese non migliora e riguardo le donne ormai gli stereotipi sembrano un riflesso incondizionato da cui non si riesce a uscire: un nodo che invece, come ci ha ricordato Violeta Neubauer della Commissione Cedaw dell’Onu in Italia l’anno scorso, va affronato e risolto se vogliamo districare anche il resto, femminicidio compreso.

    Lo so, posso sembrare petulante e antipatica, una presuntuosa che sa tutto e che se la tira (come pensano alcun*): un giudizio di cui pago il prezzo per parlare in maniera diretta e chiara, senza paura di sembrare anche un po’ dura. Ma devo dire che oggi mi dispiace andare a ragionare su una “buona intenzione” scivolata nel solito trabocchetto del dover rendere accattivante una cosa semplice: un’intervista alla terza carica dello Stato, e precisamente quella che uscirà domani su “D di Repubblica” con tanto di lancio in copertina. Un’intervista in cui Laura Boldrini spiega gli “effetti collaterali” della sua popolarità e di come, in veste di presidente della camera donna, sia stata sottoposta a un fuoco di fila dove la sua vita privata continua a essere sezionata e su cui emeriti sconosciuti hanno divulgato calunnie e offese, ricorrendo ai peggior stereotipi maschili sulle donne.

    “È stato vergognoso”, ha detto Boldrini a “D di Repubblica”, riferendosi alla rivista di gossip che ha pubblicato le foto con il compagno di vita: “Ci sono uomini che stanno con ragazze più giovani di trenta-quaranta anni e questo viene considerato normale. Se una donna ha un compagno di 11 anni di meno, diventa subito uno scandalo, e questo dimostra un maschilismo inaccettabile, un’arretratezza allarmante”. Poi la giornalista chiede: “ma cosa vogliono?” e lei risponde: “Non sanno come attaccarmi e per questo provano con il fango sulle mie scelte private. Hanno fatto anche circolare foto di una donna nuda in una spiaggia naturista, come se fossi io: ovviamente un falso assoluto, che però ha girato per giorni su siti e pagine Facebook. Tra uomini lo scontro rimane sempre politico, contro una donna si passa subito allo sfregio di tipo sessuale”.

    Benissimo, tutto chiaro: Laura Boldrini, la terza donna che in Italia ricopre la carica di presidente della Camera, sta troppo stretta, e quindi bisogna trovare qualcosa che non va, bisogna trovarlo e scaraventarlo addosso come una grossa pietra, anzi tante pietre fino alla sua lapidazione mediatica. E come si fa? Non c’è problema, siamo in Italia, quindi la si colpisce solleticando il peggio della cultura machista nostrana: una rete in cui, dopo 20 anni di Berlusconi, chiunque può cadere con facilità.

    Ma se le parole sono importanti, e se la realtà si cambia anche a partire dal linguaggio, perché alludere proprio in questa intervista a una certa “Camera con Laura” (quale? quella da letto, quella di casa sua?) con un occhiello “Boldrini in privato”, nel titolo di copertina, stampato sopra il suo primo piano? Che senso ha? È come negare il fulcro dell’intervista, e cioè che la vita privata è privata e che il fatto di essere una donna la sottopone al vaglio di uno stereotipo tutto maschile. Te lo sta dicendo, cos’è, non ci si rende conto del contenuto del’intervista quando si sceglie il titolo? Oppure la verità è che solletica troppo mettere un richiamo di copertina ammiccante su una donna che ricopre quella carica istituzionale, accarezzando (anche qui) uno stereotipo duro a morire e facile da cavalcare, su cui nessuno tanto dirà nulla perché ormai è dentro il costume e la metalità comune.

    La realtà è che oggi Laura Boldrini si ritrova a doversi difendere non solo dalle calunnie ma da un linguaggio violento a sfondo machista che sul web e sui social network è proliferato in pochissimo tempo, con truppe che sembravano pronte al primo segnale di via. Un bersaglio politico trasformato prontamente in un bersaglio “debole”, in quanto bersaglio femminile di facile attacco su un terreno sessista, con attacchi collaudati che ricalcano quelli dei fake che negano la violenza sulle donne (non esiste perché è la donna che lo vuole) e anche il femminicidio (non è vero che sono poi così tante le donne che muoiono). Attacchi che se respinti con forza, ci trasformano in vetero femministe “coi peli”, eterne zitelle castranti della libertà di pensiero, o “avvoltoi femministe” (come io stessa sono stata ribattezzata dal “Giornale“).

    Un terreno su cui qualora ci si provi a difendere, si viene prontamente accusate di censura: tanto che a oggi sul web ci sono almeno 5 fonti in cui è possibile leggere di una presidente, Laura Boldrini, che “piccata” da questi “scherzetti” sul web, ha osato difendersi per fermare il linciaggio partito nei suoi confronti. Sul “Giornale” (sempre lui, chissà perché), si legge “inediti e inquietanti particolari sullo smodato uso del potere, da casta vecchio stile, della presidente della Camera, Laura Boldrini, che per arginare la foto-burla che su Facebook ritraeva una finta Boldrini nuda, ha scatenato l’inferno e preteso la presenza di ben 7 poliziotti alla Camera così da monitorare il web e perseguire chiunque osi scherzare sulla terza carica dello Stato”.

    Scherzare? Allora perché non dare ragione ai mariti che picchiano le mogli di loro proprietà o gli ex che uccidono le fidanzate perché troppo innamorati. La radice culturale è la stessa e si chiama discriminazione di genere: un contesto dove la cultura dello stupro è talmente inserita nella mentalità, che non ci si rende conto e non si percepisce la violenza, con una svalutazione che porta a confondere le botte con il troppo amore, l’attacco sessista come fosse una burla, cose in fondo non gravi.

    Ma perché Laura Boldrini dà così fastidio?

    Perché è una donna autorevole che ragiona con la sua testa, che non rientra in quei canoni balordi, una donna che noi volevamo vedere su quella poltrona e che vorremmo fosse duplicata  su diverse poltrone decisionali di questo Paese. Una presidente che abbiamo incontrato mercoledi scorso alla Casa Internazionale delle donne di Roma, per un confronto aperto con la Convenzione “No More!” contro la violenza sulle donne, e che non solo non ci ha snobbate ma che è venuta, ci ha ascoltate e si è presa degli impegni sul femminicidio e lo ha fatto in maniera pubblica: una notizia che non ha fatto notizia perché fuori dagli “interessi” dei grandi giornali nazionali.

    Qui la presidente Boldrini ha ascoltato tutte le promotrici della “No More!” (la sottoscritta, Vittoria Tola, Barbara Spinelli, Francesca Koch, Titti Carrano, Simona Lanzoni, Oria Gargano) ma anche altre associazioni sempre interne a “No More” (tra cui Teresa Manente di Differenza Donna) e le parlamentari presenti (come Rosa Calipari, che fin dall’inizio ha appoggiato “No More!”), ragionando con noi su cosa fare concretamente per fermare una violenza ormai diventata strutturale all’interno del Paese. Un tavolo di esperte della materia, dove Boldrini ha fatto un discorso e ha espresso un impegno non scontato da parte della terza carica dello Stato: ed è questa la notizia, non la sua “camera”.

    “Io non sono un’esperta di tematiche di genere – ha detto Bolrini alla Casa delle donne – ma sono una persona che ha sempre avuto un’educazione nel rispetto dei generi, e ritengo che una donna possa fare tranquillamente quello che fa un uomo e viceversa, perché il problema è culturale e politico. Per il mio lavoro sono andata nei luoghi di conflitto, e non potete immaginare quante volte mi sono sentita dire ma come, vai via dei mesi e lasci tua figlia?, come se questo tipo di lavoro non fosse adatto a una donna”.
    “Eppure – ha detto Boldrini – ho visto lo stupro adottato come arma di guerra in Bosnia, con donne violentate all’ottavo mese di gravidanza. Chi vede questo non può non maturare che tutto ciò va cambiato, e che questo cambiamento ci sarà solo se ci portiamo dietro tutte le donne nel mondo con la consapevolezza che la nostra è una battaglia doppia. In Italia solo il 52 per cento delle donne lavora, e visitando i centri antiviolenza, mi sono resa conto di come siamo messe. Per capire in profondità cosa era successo, ho dovuto fare un film all’indietro, a come siamo state rappresentate in questi ultimi 20 anni, con un corpo usato quale volano per qualsiasi cosa, comprese le pubblicità su qualsiasi prodotto. Forse noi non pensavamo che facesse così leva, ma lo abbiamo permesso, perché se oggettivizzi il corpo femminile spiani anche la violenza contro le donne, perché di un oggetto puoi fare quello che vuoi: gettarlo a terra, passarci sopra, puoi fare tutto”.

    Un discorso che si è concluso con l’impegno da parte della presidente della camera a sollecitare “la commissione Esteri per la ratifica immediata della Convenzione di Istanbul” e a “raccomandare buone pratiche secondo la Convenzione No More”: una vittoria per la società civile con cui Boldrini vuole avviare “una campagna di ascolto” in Parlamento per aprire “ogni settimana su un tema specifico, da riportare alle commissioni con raccomandazioni per sostenere il lavoro legislativo”.
    “Userò i miei poteri per ottimizzare il lavoro perché tutto ciò possa cambiare”, ha detto Boldrini, invitando le parlamentari a unire le forze all’interno delle istituzioni sui temi di genere che riguardano la violenza, il lavoro, la salute, il welfare, la rappresentanza.

    A tutto ciò ha fatto eco Rosa Calipari, deputata del Pd presente alla tavola rotonda e fin dall’inizio aderente alla “No More!”, che ha sottolineato la presenza di ben 10 disegni di legge in Parlamento sul femminicidio, sottolinenando che più che “una legge che entri troppo nello specifico” (come il ddl sul contrasto al femminicidio di Anna Serafini, oggi ripresentato da Daniela Sbrollini, o quello di Giulia Bongiorno), sarebbe più efficace un indirizzo chiaro all’esecutivo che coinvolga tutti i ministeri, dal lavoro, alle pari oppotunità, la salute, ecc., in una direzione che vada a favore delle politiche per le donne e dove sia chiara la centralità della prevenzione della violenza e della formazione di chi di questo si occupa.

    Ma di questo, non ne ha parlato quasi nessuno.



  • vdayutvs_web

    Il logo della campagna internazionale del V-Day all’interno del quale si è svolto
    One Billion Rising lo scorso 14 febbraio

    L’Italia entra a pieno titolo nel V-Day, il movimento globale contro la violenza alle donne che il 14 febbraio di quest’anno ha coinvolto tutto il mondo con One Billion Rising, giorno in cui donne e uomini del Pineta si sono alzati per dire no alla violenza sulle donne. La nomina si è svolta a New York una settimana fa, in una riunione operativa ristretta a 22 partecipanti con, oltre alle fondatrici tra cui Eve Ensler, Stati Uniti, Centro America, Sud Africa, India e Filippine, Inghilterra, Balcani e Paesi dell’Est Europa e Italia. L’iniziativa è stata l’occasione per fare il punto sulle ultime campagne mondiali di One Billion Rising V-Day. A designare l’Italia come membro ufficiale della campagna, è stato il successo di partecipazione ottenuto da One Billion Rising, la mobilitazione internazionale per celebrare il 15° anniversario del V-Day, che ha portato nelle piazze nel nostro Paese oltre 300mila persone, con 250 eventi e la presenza di oltre 400 associazioni.

    Il coordinamento nazionale per l’Italia da ora in poi avrà quindi come referenti tre donne ufficialmente riconosciute a New York per il V-Day: Nicoletta Billi, portavoce italiana di Eve Ensler, autrice de “I monologhi della vagina”, e  le modenesi Nicoletta Corradini ed Elena Montorsi del Comitato V-Day Modena. A loro è stato affidato l’incarico ufficiale per il coordinamento nazionale dell’edizione ‘‘V-Day Italia 2014″.

    Il riconoscimento che ci è stato dato negli Stati Uniti – dice Nicoletta Corradini - ci ha riempito di grande soddisfazione e ci motiva ad andare avanti per coinvolgere attraverso il V-Day sempre più persone verso un importante cambiamento culturale sulla prevenzione e sul contrasto alla violenza, utilizzando nuovi approcci comunicativi per agire la politica attraverso l’uso della creatività e delle arti. Con la prossima campagna il V-Day intende anche in Italia farsi parte attiva sul tema della giustizia e chiedere alla politica interventi urgenti. In primo piano, la ratifica della Convenzione di Istanbul, come primo passo per tutelare le donne da discriminazione, femminicidi, violenza”. 

    LA STORIA

    15 anni di V-Day

    Una delle più efficaci campagne di sensibilizzazione contro la violenza

    “Quando abbiamo iniziato col V-Day 15 anni fa – afferma Eve Ensler la scrittrice e performer americana, autrice de I monologhi della vagina che da 15 anni dà vita al movimento globale contro la violenza sulle donne – abbiamo avuto l’idea scandalosa che si potesse porre fine alla violenza contro le donne. Da allora, centinaia di migliaia di attiviste/i in oltre 140 paesi nel mondo, sui palcoscenici e dal pubblico del V-Day, si sono uniti per chiedere di porre fine alla violenza contro donne e bambine”.

    Il V-Day, campagna internazionale di mobilitazione per il contrasto e la prevenzione della violenza sulle donne, ha portato in questi anni la rappresentazione “I monologhi della vagina” con successo nei maggiori teatri di tutto il mondo. Migliaia di donne, di ogni età e provenienza, madri, figlie, nonne, nipoti, professioniste e impiegate, operaie e casalinghe, spesso attrici dilettanti, sono salite su un palco per dire no alla violenza, contribuendo all’autofinanziamento dell’associazione e alla raccolta fondi per le organizzazioni e per i progetti che nel mondo si battono contro tutti i tipi di violenza, incluso lo stupro, l’incesto, la mutilazione genitale femminile e la schiavitù sessuale. Il V-Day è stato definito: “Una delle più efficaci campagne di sensibilizzazione contro la violenza dell’ultimo decennio. Un affresco di femminilità, coraggio e umorismo che ha fatto arrossire, ridere e commuovere le platee internazionali”. Ad oggi l’Associazione V-Day allestisce nel mondo più di 1.500 eventi creativi l’anno, fra rappresentazioni teatrali, incontri e workshop.

    Ancora oggi, le Nazioni Unite affermano che 1 donna su 3 nel mondo sarà picchiata o violentata nell’arco della sua vita. Su una popolazione mondiale di 7 miliardi di persone, ciò vuol dire più di un miliardo di donne e ragazze. Un vera e propria strage, una violenza inaccettabile, che si può e si deve fermare. Per celebrare il 15° anniversario del V-Day, è stata quindi lanciata la campagna di mobilitazione internazionale One Billion Rising: un flash-mob planetario che ha ricevuto l’adesione di 202 Paesi, 5mila Associazioni, Ong, Istituzioni.

    L’organizzazione internazionale V-Day ha affidato al comitato V-Day Modena il coordinamento in Italia della campagna One Billion Rising  per l’esperienza delle attiviste, è infatti dal 2007 che a Modena e provincia vengono portati in scena i monologhi per sensibilizzare riguardo al tema della violenza sulle donne. La campagna, che ha compreso la realizzazione di filmati e riprese da vari luoghi in tutto il mondo, e alla quale hanno aderito attivisti e organizzazioni di 177 paesi, è iniziata a Modena il 25 novembre 2012 con una prima scintilla di danza/flash-mob in Piazza Grande, e si è conclusa il 14 febbraio 2013, giorno del 15° anniversario del V-Day, con la danza di protesta all’unisono di un miliardo di persone in tutto il mondo.

    In quasi duecento città italiane si sono svolte danze e flash-mob.

    “I monologhi della vagina”

    È una raccolta delle testimonianze di 200 donne di ogni età, provenienza e condizione sociale, che hanno raccontato le proprie esperienze di ordinaria  quotidianità, e di altrettanto ordinaria violenza, a Eve Ensler, drammaturga, poetessa, sceneggiatrice e docente universitaria americana, che si è lasciata coinvolgere tanto da improvvisarsi anche attrice per la prima teatrale a New York. Lo spettacolo, che in seguito ha attraversato gli Stati Uniti e da anni è in viaggio per il mondo, è stato considerato dal New York Times “probabilmente il più importante pezzo di teatro politico dell’ultimo decennio”.

di Luisa Betti
pubblicato il 16 aprile 2013
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  • 150035572-871a9d14-6fca-41f1-921a-d97b664dfdb7

    Ieri in India nel villaggio Behratoli, nello Stato centrale di Chhattisgarh, un uomo di 35 anni ha preso un’ascia e ha ucciso 5 bambine, dai 2 ai 5 anni, e 4 donne tra cui una 25enne e poi tre sesssantenni. L’uomo, dopo essere stato catturato, ha dichiarato al capo della polizia locale, Govardhan Singh Darroh, di essere stato lasciato dalla moglie e che prima ha ucciso la venticinquenne e la sua bambina, e poi le vicine di casa, perché non accettava l’abbandono. Sempre in India lo scorso mese una turista svizzera è stata stuprata da 7 uomini nello Stato di Madhya Pradesh, mentre due giorni fa quattro sorelle sono rimaste ustionate in modo grave con l’acido lanciato da due uomini a bordo di una moto.

    Questo in India: ieri, l’altro ieri, da molto tempo, in un Paese considerato come uno dei più pericolosi del mondo per le donne (Thomson Reuters), e in cui un mese fa – dopo lo stupro di gruppo sul bus della studentessa poi morta in ospedale – il primo ministro ha varato l’ergastolo per gli autori di femminicidio, ignorando quasi del tutto il responso della Commissione Varma che aveva individuato tra tutti il riconoscimento della violenza domestica e la violenza delle forze armate e della polizia.

    Ieri però anche negli Stati Uniti, un Paese di ben altro spessore in materia di diritti delle donne (almeno in teoria), è scoppiato il caso di due giocatori di football di 18 anni accusati di stupro nei confronti di due ragazzine di 13 anni, difesi su twitter dai compagni di scuola che hanno infierito sulle ragazze stuprate le quali si sono ritrovate a loro volta vittime di pubblici insulti e violenza verbale in quanto “poco di buono”. “Le giovani si comportano come put*ane e per questo non c’è nessuna pena”, è stato scritto: affermazioni che non stento a immaginare come possibili “difese” in tribunale. Questo succede nella tranquilla città di Torrington nel nord-ovest del Connecticut, che è stata ovviamente paragonata a Steubenville, in Ohio, dove in questi giorni sono stati condannati i due giocatori accusati di stupro nei confronti di una minorenne (famoso il video su youtube in cui raccontavano la violenza deridendo la ragazza) e dove diversi media americani hanno presentato gli abuser come poveri giovani dalla carriera stroncata, facendo addirittura il nome della vittima. Ma quello di Torrington, come quello di Steubenville, ci ricorda anche qualcosa di molto vicino, qui, a due passi da Roma: lo stupro di gruppo di Montalto di Castro ai danni di una ragazza di 15 anni, dove non solo i compagni di scuola ma tutta la comunità, hanno preso le difese degli abuser indicando la ragazza come responsabile degli 8 rapporti consecutivi con 8 sconosciuti, nella pineta, la notte della violenza. Un processo che ancora oggi, dopo 6 anni, non vede la fine in quanto il tribunale ha dato una seconda messa alla prova per i ragazzi, dopo la quale il reato potrebbe anche estinguersi.

    Ma non è finita qui, perché il nocciolo è altrove ed è, come già si può intuire, un nocciolo culturale duro come un granito che ruota pericolosamente sulle teste delle donne in tutto il mondo. Ed è inutile lamentarsi se non si cominciano a individuare e a combattere le mani che ancora lucidano e fanno volteggiare questa pericolosa arma che nega la violenza e timbra le donne come esseri inferiori, passivi, oggetti, giocattoli, niente.

    Martedì Francesco I (meglio paragonabile un imperatore malgrado il tentativo di immedesimarsi nei panni del nostro monaco d’Assisi), ha “reso omaggio” alle donne, come hanno scritto alcuni, dicendo che siamo più inclini a credere (a cosa?) e mettendoci al nostro posto che è quello non di essere protagoniste ma, appunto, testimoni e strumenti di fede.

    “E’ bello che le donne siano le prime testimoni della Resurrezione”, ha detto il papa, “è un po’ la missione delle donne dare testimonianza ai loro figli e ai nipotini che Gesù è risorto”, ha continuato, incitandoci anche con il motto: “Mamme e donne, avanti con questa testimonianza, le donne nella Chiesa e nel cammino di fede abbiano un ruolo particolare: aprire le porte al Signore”. Insomma niente di nuovo ma solo un ribadire che il nostro posto è quello che da sempre la chiesa e la religione ci appioppa: cioè testimoni passive della potenza maschile di dio e strumento (ancora passivo) della grandezza divina (sempre dio padre). Ma prima di essere accusata di blasfemia, vorrei fare alcune osservazioni: la prima è l’uso strumentale di questa uscita pubblica papale sulle donne che non ha nulla di nuovo per noi (anzi) e che invece ha completamente oscurato quello che si era riportato su Bargoglio subito dopo la sua nomina, ovvero la triste frase nei confronti della presidente argentina Kirchner: “Le donne sono naturalmente inadatte per compiti politici. L’ordine naturale e i fatti ci insegnano che l’uomo è politico per eccellenza, le donne da sempre supportano il pensare e il creare dell’uomo, niente di più”. Affermazioni che sono state smentite da alcuni ma che in definitiva non sono affatto in contrasto con “l’omaggio” dell’altro giorno. L’altra osservazione, che va ben oltre le parole, è la politica che il Vaticano sta portando avanti a livello mondiale sulle donne, con un attacco frontale e gravissimo, e di cui i giornali italiani non parlano affatto, per cui la Chiesa cattolica, di cui il santo padre è vicario di Cristo e pastore in terra, non ha nessuno scrupolo ad allearsi con altre religioni per fare fronte unico nella guerra alle donne.

    Come già detto altrove, quest’anno alla 57a CSW (Commission on the Status of Women) dell’Onu che si è conclusa a New York a metà marzo, il Vaticano, alleandosi con islamici e ortodossi, ha cercato di bloccare l’importante Carta dell’Onu sulla violenza contro le donne e le ragazze. Un documento alla fine faticosamente uscito dall’assemblea, malgrado l’opposizione e malgrado i dati dell’Onu che indicano ancora 7 donne su 10 come vittime di violenza e 603 milioni di donne che vivono in nazioni che non la considerano un reato. Tra i punti considerati inammissibili da alcuni paesi c’era la “piena uguaglianza nel matrimonio” che consente di denunciare il coniuge violento, la garanzia di libertà sessuale per le ragazze con accesso ai contraccettivi, e il diritto all’aborto e alla salute riproduttiva delle donne, cosa che il Vaticano (con un seggio all’Onu come Stato non membro e osservatore permanente), insieme a Russia e Iran, voleva convincere a far cassare come già successo nell’incontro di Rio+20 l’anno scorso. Non solo, perché l’anno scorso, sempre alla Csw dell’Onu dove il tema era l’empowerment delle donne rurali, alcuni paesi -  tra cui il Vaticano – si sono opposti sulla salute riproduttiva delle donne e la contraccezione d’emergenza per le donne violentate, e l’assemblea non ha potuto varare un accordo perché gli altri paesi hanno preferito non approvare un documento che avrebbe infine leso i diritti delle donne stesse.

    Per Polonia, Malta, Ungheria, Russia, Iran e Vaticano, i diritti riproduttivi, i diritti delle donne lesbiche e bisessuali, e l’uso della parola “genere” sono come incontrare satana in persona. Infine, e sempre in quella sede, il Vaticano ha negato che gli accordi precedenti in materia di diritti delle donne fossero stati universalmente accettati, sostenendo che non si applicano a tutti gli Stati e che quindi dovrebbe essere aperta una rinegoziazione su questi temi all’interno della Piattaforma di Pechino (altro che omaggio, qui siamo peggio che in Arabia Saudita).

    Quindi se l’obiettivo principale è distruggere il diritto alla salute riproduttiva, l’altro è l’integrità della famiglia dove la violenza domestica e il femmicidio entrano in gioco in maniera diretta, e da cui tutte le religioni devono stare ben lontane se si vuole trovare una soluzione a favore delle donne. Per mettere un punto a fatti come quelli in India, come in Ohio, a Montalto, e in tutto il nostro Pianeta, è necessario un cambio profondo della cultura e noi abbiamo bisogno di alleati, e non di bastoni tra le ruote: e se la radice è sempre la discriminazione delle donne questa cultura dei diritti deve essere prima di tutto laica.

     

     

     



  • presidente donna-politica femminileIn questi giorni si sono alzate due questioni che hanno avuto un certo richiamo mediale: una riguarda le donne (ma anche uomini) oggetto di scambi e favori a livello politico, l’altra una certa pubblicità di stracci che richiamerebbe al femminicidio. Nel primo caso la triste battuta di Franco Battiato, che nella veste di assessore alla cultura della Regione Sicilia ha tristemente apostrofato come “tro*e” donne, ma appunto anche uomini, della politica italiana ribattezzando il nostro parlamento come luogo di esplicito “mercimonio”; mentre la seconda questione riguarda un pubblicità che ha tappezzato Napoli in cui uno strofinaccio veniva definito efficace in quanto capace di far sparire “le tracce” di un ipotetico femminicidio, suggerito da una foto in cui si intravedono gambe femminili dietro una figura maschile con in mano uno strofinaccio, che nella versione speculare diventavano gambe maschili con una donna in primo piano.

    Due fatti che hanno giustamente indignato italiani e italiane, e che ha dato seguito al licenziamento in tronco di Battiato da parte del presidente della Regione Sicilia, Crocetta, e al ritiro della pubblicità chiesto dall’ancora ministra del lavoro con delega alle pari opportunità, Elsa Fornero. Due azioni tempestive che però non hanno nella maniera più assoluta risolto i problemi sollevati: nel primo caso quello del mercimionio (riferito da Battiato, ripeto, anche agli uomini e non solo alle donne), che rimane prassi nella cooptazione all’interno della politica italiana, con le dovute eccezioni naturalmente; così come il ritiro della pubblicità, pur essendo una buona iniziativa, non sposta una virgola sulle morti all’interno delle relazioni intime in Italia: una constatazione ancora più grave se si pensa che una ministra dovrebbe/potrebbe fare in termini concreti molto di più di quello che ha finora fatto Fornero.

    E allora mi chiedo, cosa manca all’Italia per fare quel passo in più? La ministra Fornero crede davvero che basti firmare la Convenzione di Istanbul o togliere la pubblicità che ispira al femminicidio per convincerci che sta risolvendo il problema (e come se fosse quella che spinge gli uomini a uccidere le partner)?

    Quando l’ondata di sdegno non contempla azioni concrete, il rischio è di cadere in un moralismo vuoto e funzionale soprattutto a chi ha a cuore che le cose rimangano così come sono, perché applicare vere politiche contro il femminicidio significa investire soldi, e combattere la discriminazione sulle donne, o la tratta sessuale in cambio di favori politici, significa cominciare a promuovere realmente la soggettività femminile nei luoghi di potere. La stessa campagna contro il fermminicidio in Italia, cavalcata da alcuni anche per obiettivi personali, rischia di deviare rotta abbassando il livello del dibattito e finendo per allentare la reale pressione verso passi concreti di lotta contro la discriminazione di genere di cui la violenza è figlia.

    La prova del fatto che la discriminazione di genere in Italia è ben radicata nella nostra cultura – e che purtroppo non basta far togliere un cartellone pubblicitario quando siamo bombardati da messaggi e pratiche sessiste – ci viene offerta oggi e su un piatto d’argento dall’insospettabile capo dello Stato: Giorgio Napolitano. Diverse ore fa il nostro Presidente della Repubblica, sul filo della legittimità democratica, ha ripreso le redini del suo incarico proponendo due commissioni di saggi: “due gruppi ristretti per le riforme e le misure urgenti”. Due gruppi di lavoro che, su invito del Presidente della Repubblica, si riuniranno nel corso della prossima settimana stabilendo contatti con i presidenti di tutti i gruppi parlamentari, su proposte programmatiche in materia istituzionale e in materia economico-sociale ed europea, e avranno carattere “uno politico istituzionale e l’altro economico-sociale”, per preparare un rapporto che verrà presentato a Napolitano, o al presidente che verrà dopo di lui, con un lavoro che potrà essere una sorta di base programmatica per il nuovo governo (fonte Rainews 24).

    Nella fattispecie la commissione per le riforme sociali ed economiche è composta da Enrico Giovannini (presidente dell’Istat), Giovanni Pitruzzella (presidente dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato), Salvatore Rossi (membro del Direttorio della Banca d’Italia), Giancarlo Giorgietti e Filippo Bubbico (presidenti delle Commissioni speciali operanti alla Camera e al Senato), e il ministro Enzo Moavero Milanesi; mentre la commissione per le riforme istituzionali comprende: Valerio Onida, Mario Mauro, Gaetano Quagliariello e Luciano Violante (fonte AGI).

    Qual è la cosa strana di questo elenco e perché dovrebbe essere una risposta a quanto detto sopra? Nell’elenco dei “saggi” non c’è neanche una saggia, niente, zero assoluto, nemmeno l’ombra o il profumo. Perché in un Paese realmente maschilista come il nostro, le decisioni importanti, quelle che determinano l’andamento del Paese in un momento come questo, devono essere prese da uomini, maschi, insomma “gente con le pal*e” (senza offesa per nessuno).

    Ed è questo che, oggi, tutto ciò indigna più della infelice battuta di Battiato o della imbarazzante pubblicità con lo straccio. Perché la discrimazione subita dalle italiane, parte dall’accesso delle donne al potere e da quanto contano su questa bilancia, e finché ciò non sarà risolto, non solo continueranno le pubblicità sessiste ma anche i femminicidi. In questa scelta di saggi è possibile che non ci siano donne? In fondo siamo più della metà, quindi è una questione di democrazia pura e semplice: al di là della legittimità di una operazione di questo tipo,  il fatto che non ci siano donne  all’interno queste due commissioni rivela il radicamento di una cultura che le donne non le calcola nemmeno, mica saranno tutte… cooptate?

di Luisa Betti
pubblicato il 30 marzo 2013
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  • Processo per stupro

    Locandina del documentario “Processo per stupro” (clicca sull’immagine)

    La Presidente della camera, Laura Boldrini, durante la trasmissione “Che tempo fa”, ha detto che una delle priorità di questo Paese è quella di mettere le donne al centro della società, mentre nel suo discorso di inaugurazione alla carica, ha precisato la necessità di combattere la violenza contro le donne. La senatrice del Pd, Anna Finocchiaro, ieri ha ripresentato il disegno di legge per la ratifica della Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza sulle donne e la violenza domestica, e lo stesso Pierluigi Bersani, ora incaricato di formare il nuovo governo, si è dichiarato più volte a favore di una legge per contrastare il femminicidio, che nella fattispecie comprende tutte le violenza a cui una donna può essere sottoposta fino al suo totale annientamento: la morte. La ministra del lavoro Elsa Fornero, con delega alle pari opportunità, ha detto davanti al pubblico della 57a Commission on the Status of Women delle Nazioni Unite a New York, che l’Italia riguardo la violenza sulle donne, ha fatto tantissimo, potenziando le strutture presenti sul territorio nazionale e applicando politiche che facilitino l’uscita delle donne dalla violenza.

    E allora perché l’Italia è ancora ferma a “Processo per stupro”?

    Alla luce di quello che è successo ieri all’udienza del Tribunale dei Minori di Roma sullo stupro di Montalto del 2007, viene da dire che l’Italia in realtà è un Paese fermo al medioevo, e che in fatto di discriminazione delle donne e di stereotipi, può essere paragonata a Stati in cui le donne non hanno nessuna voce in capitolo, e non è che non sono messe al centro: non contano proprio. Per chi non se lo ricordasse, lo stupro di Montalto di Castro, coinvolse una ragazzina di 15 anni violentata a turno da 8 ragazzi, tutti minorenni, in una pineta vicino alla festa dove la giovane si era recata. Riconosciuti da una amica della ragazza che li vide uscire dalla pineta (che poi ha ritrattato), i giovani furono arrestati dopo due mesi, e nel 2009 il tribunale dei minori concesse la messa in prova per due anni, agli 8 che avevano dichiarato di essere pentiti, con conseguente sospensione del processo. Nel nel 2010 però la Corte di Cassazione aveva bloccato la messa in prova, facendo riprendere il processo che andò avanti a singhiozzo e che proprio ieri, dopo 6 anni, doveva avere la sua sentenza definitiva. Ma siccome in Italia lo stupro è in fondo “una ragazzata” e ciò che sta più a cuore non è la vita distrutta della ragazza, non è il riconoscimento della violenza, quel tribunale ha deciso di dare nuovamente la messa alla prova agli stupratori, riconoscendone la colpevolezza ma rifiutando di accogliere la richiesta del Pm a 4 anni di reclusione ciascuno: una decisione che porterebbe all’estinzione del reato qualora sugli imputati, oggi tutti maggiorenni, dovesse dare esito positivo il programma di recupero redatto dai servizi sociali. La messa alla prova verrà discussa il prossimo 11 luglio (quindi non è finita qui) e anche se la ragazza potrà proseguire in civile per il risarcimento danni, è indubbio che il nodo in gola rimane, non perché quei ragazzi debbano marcire in cella, ma perché ancora una volta, in Italia, la violenza sulle donne – che in questo caso è stata di gruppo e su una minorenne – non è riconosciuta. Pensando alla difesa dei ragazzi – malgrado le scuse degli imputati alla famiglia della ragazza e il riconoscimento di colpevolezza del reato commesso da parte dei giudici – è insostenibile per tutte le donne il fatto che questi avvocati abbiano strenuamente sostenuto che si trattasse di “otto rapporti consecutivi e consensuali”. Ma perché tutto questo è potuto succedere in un paese civile? Perché oggi, la giovane ragazza dalla vita distrutta, deve pentirsi di aver denunciato i ragazzi che la stuprarono in pineta? Il fatto gravissimo, per chi se lo ricorda, fu che i ragazzi furono difesi da tutto il Paese perché “bravi ragazzi”, un’idea approdata in Tribunale grazie a un’opinione pubblica schierata e sostenuta dallo stesso sindaco che all’epoca aprì le casse per pagare le spese degli avvocati degli imputati: un sindaco del Partito Democratico che, almeno per coerenza con quello che dice, Bersani dovrebbe aver cacciato da un pezzo dal suo partito e che invece sta ancora là.

    La ragazza ha avuto la sua vita annientata: è caduta in depressione, non va più a scuola, non si cura di se stessa come faceva un tempo, e soprattutto esce poco di casa perché non è piacevole essere guardata come una “poco di buono” dopo aver subito una violenza sessuale a 15 anni. Uno stupro che  si è ripetuto con la stessa violenza in questi anni nelle strade e nelle battute della gente vicino a lei, in un giudizio che non riesce a concludere questa agonia, con un appoggio e un sostegno culturale di teste che continuano a pensare, come in “Processo per stupro” – quando il reato era ancora contro la morale – che in fondo la colpa è sua, è lei che se li è cercati, è lei che li ha provocati, in uno schema secolare di puttana o madonna. E come in quel processo del 1979, ancora oggi, malgrado le leggi siano cambiate da allora, quella ragazza è stata trasformata da vittima a imputata, e si è parlato di lei che fosse “una che aveva amanti a pagamento”, tanto che nelle ultime settimane è arrivato, dopo 6 anni, anche un testimone che ha giurato di avere sentito la ragazza rivolgere offerte sessuali ai giovani, a sostegno dell’ipotesi – in accordo con la maggioranza degli abitanti di Montalto di Castro – che la minore fosse “consenziente” ad avere 8 rapporti consecutivi con 8 ragazzi diversi in quella stessa notte. Le difese hanno controbattuto sul fatto che non ci fossero referti del pronto soccorso ma soprattutto che le perizie psichiatriche hanno attestato assenza di disturbi della personalità che renda inclini i ragazzi a commettere reati sessuali: come se l’essere violenti e commettere uno stupro, dipenda da una malattia mentale. Per dirla l’incipit di uno dei pezzi usciti in questi giorni: “Ragazzi di buona famiglia. Sani. Senza alcun disturbo di personalità. In una sola parola: normali”.

    Per chiarire bene questa “logica”, è ancora attuale l’intervento di Tina Lagostena Bassi che nel 2007 in una intervista notò come nel processo del ‘79 “gli avvocati che difendevano gli accusati di stupro potevano essere altrettanto violenti nei confronti delle donne, inquisendo sui dettagli della violenza e sulla vita privata della parte lesa, puntando a screditarne la credibilità per trasformarla in imputato”, e che “l’atteggiamento mentale che emergeva in aula era che una donna di buoni costumi non poteva essere violentata”. Un pregiudizio, una cultura che sostiene e giustifica lo stupro, che nel ’79 portò l’avvocata Lagostena Bassi a ricordare che lei non era il difensore della parte lesa, ma l’accusatore degli imputati, e che oggi ci porta a indignarci per questa decisione dei giudici – dopo 6 anni dallo stupro – e per tutte le donne inascoltate fuori e dentro i tribunali, mai soccorse e mai aiutate, trasformate in responsabili della violenza che hanno subito nel momento in cui mettono piede in un aula.



  • MDG : UN Women CSW57 The Commission on the Status of WomenIn un paese vicino Frosinone, l’altro ieri un un uomo di 57 anni ha inseguito con l’auto la sua ex, anche lei in macchina, speronandola fino a farla schiantare contro un muro e poi, con un’ascia, ha frantumato il vetro dello sportello per colpire la donna che invece è riuscita a ripartire e scappare; mentre rimangono ancora gravi le condizioni della donna ritrovata col cranio fracassato a Ferentino, massacrata dal suo convivente tre giorni fa. L’8 marzo la Casa delle donne di Bologna ha pubblicato i suoi dati, per cui i femminicidi nel 2012 sarebbero stati 124 in Italia, un numero che si alza se vengono messe nel conto anche le vittime collaterali di queste uccisioni, numeri e dati che vengono raccolti dalle stesse associazioni attraverso la stampa, e quindi non ufficiali, perché il nostro ministero degli interni non li raccoglie come dovrebbe.

    Pochi giorni fa si è conclusa a New York la 57a “Commission on the Status of Women” delle Nazioni Unite dove 193 paesi del mondo hanno firmato una carta storica contro la violenza sulle donne che seppur non vincolante è un altro tassello nel contrasto al femminicidio. Nel testo di 17 pagine si condannano la violenza contro donne e bambine, chiedendo maggiore attenzione e accelerazione nel prevenire e rispondere al fenomeno, dando priorità alla creazione di una rete di servizi a sostegno delle donne, la fine dell’impunità dei responsabili, il diritto alla salute sessuale e riproduttiva, il diritto a uguali diritti umani per uomini e donne. Ma per capire a che punto siamo, è bene far sapere che a questa carta, che ribadisce anche concetti già presenti in altre raccomandazioni internazionali, ci sono state forti obiezioni da parte di paesi come Egitto, Iran, Sudan, Arabia Saudita, Qatar, Honduras, mentre la Libia non l’ha proprio sottoscritta. Le resistenze si sono concentrate sul passo in cui si chiariva che la violenza contro le donne non può essere giustificata da “nessun costume, tradizione o considerazione religiosa”, un concetto che ha fatto infuriare l’Egitto, e ha provocato la rottura della rappresentante egiziana alla Commission, Mervat Tallawy, che ha replicato ai Fratelli Musulmani, firmando la carta e dichiarando che “La solidarietà internazionale è necessaria per dare i poteri alle donne e prevenire quest’aria di repressione”. Tra i punti considerati inammissibili da alcuni paesi islamici c’è la “piena uguaglianza nel matrimonio” che consente di denunciare il coniuge violento, e la garanzia di libertà sessuale per le ragazze con l’accesso ai contraccettivi. A esprimere contrarietà però non sono stati soltanto questi paesi, perché l’alleanza contro le donne è uno schieramento intereligioso che ben si trova unito, se necessario, contro il nemico comune. A trovare sconveniente il passaggio sul diritto all’aborto e alla salute riproduttiva delle donne sono stati anche il Vaticano (che ha un seggio all’ONU come Stato non membro osservatore permanente), la Russia e l’Iran che, come hanno già fatto nell’incontro di Rio+20 l’anno scorso, volevano cassare questa parte.

    I dati dell’Onu indicano che 7 donne su 10 subiscono violenza nel corso della vita e 603 milioni di donne vivono in nazioni che non la considerano un reato. I giornali italiani hanno parlato pochissimo di queste due settimane internazionali di lavoro sulla violenza (e quasi nulla su questo importante documento internazionale contro la violenza sulle donne), malgrado l’Italia fosse presente sia a livello istituzionale che con Ong che hanno presentato i vari aspetti del fenomeno nel nostro Paese. A questi incontri, che sono durati dal 4 al 15 marzo, la ministra del lavoro Elsa Fornero, con delega alle pari opportunità, ha fatto un discorso dove ha evidenziato quello che il nostro Paese, con il governo Monti, ha fatto. Ha parlato della violenza domestica e del femminicidio citando i dati della Casa di Bologna, la Convenzione di Lanzarote sui minori adottata da noi, il mandato che ha dato all’Istat per la raccolta di nuovi dati sulla violenza, la firma alla Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica (Istanbul 2011) – a oggi ratificata solo da Turchia, Portogallo e Albania – ma soprattutto ha elencato una serie di misure che il suo governo avrebbe attuato per contrastare il fenomeno: ma quali? Fornero a New York ha detto pubblicamente che “A livello nazionale, l’Italia ha rafforzato i meccanismi di prevenzione alla violenza, garantito adeguate strutture di assistenza alle vittime e ai loro bambini, accesso a servizi specializzati per donne abusate, e provveduto alla sicurezza e al supporto di cui hanno bisogno queste donne per rompere la spirale della violenza”, specificando che il governo, su questo, ha lanciato “specifiche inziative nel 2012”. Ma davvero? Il governo Monti ha fatto questo e noi non ci siamo accorte di nulla?

    Oltre alle Ong, che hanno dato un quadro più realistico della situazione italiana, alla 57a Commissione dell’UN, ha parlato Susanna Camusso, Segretaria Generale della Cgil, dicendo chiaramente che “le azioni di prevenzione, contrasto e punizione intraprese dai governi e da importanti attori istituzionali non sono state sufficienti a frenare la violenza fino ad ora”. Per chi ha partecipato direttamente ai lavori della 57a Commission, come Barbara Spinelli – avvocata penalista di Giuristi democratici esperta di femminicidio – “la sensazione è stata che mentre per l’Italia erano presenti molte Ong, per altri paesi le associazioni di donne erano accompagnate da magistrate e affiancate anche da rappresentati istituzionali, per dare un focus a 360 gradi del fenomeno. Quello che mi ha positivamente sorpresa – continua – è stato vedere che alcuni paesi avevano instaurato una vera alleanza tra le istituzioni e le attiviste, e l’ho visto soprattutto nelle donne austriche, norvegesi e zambesi. Nel panel norvegese, per esempio, la ministra (Inga Marte Thorkildsen, ndr), ha fatto un discorso molto efficace sulle dinamiche di discriminazione di genere e di come sia importante la lotta al pensiero patriarcale, che permette la violenza contro le donne, anche nei paesi con avanzate politiche sulle pari opportunità”. Una situazione ben diversa dall’Italia, dove questa elaborazione così avanzata da parte delle istituzioni non c’è, e non c’è neanche l’umiltà di ascoltare i veri bisogni delle donne e dei loro figli, attraverso la voce di chi ci lavora tutti i giorni e che, sapendo bene quello che succede nella realtà, ha anche gli strumenti adatti per pensare a una soluzione concreta.

    Dieci giorni fa Pierluigi Bersani ha presentato gli 8 punti con cui spera di fare un governo con il M5s, e al punto 7 indica una legge contro il femminicidio. Riprendendo il filo di questo discorso, e di tanti che già abbiamo fatto, mi chiedo perché dobbiamo aspettare di discutere e far passare i tempi di una legge, quando invece qui in Italia servono misure e politiche di prevenzione, tutela e di protezione efficaci e immediate. Perché non approfittare della scadenza del Piano nazionale antiviolenza varato dalla ex ministra delle pari opportunità, Mara Carfagna, che è appena scaduto e che andrebbe rivisto e rimesso a punto, come suggerisce anche la Convenzione nazionale “No More” contro la violenza sulle donne. Come riporta il documento dell’Onu “Il modo migliore per porre fine alla violenza contro le donne è quello di impedire che accada” ma senza aspettare i tempi di una legge che in Italia forse non servirebbe neppure se le istituzioni applicassero bene quelle che già ci sono (magari con qualche ritocco). Una bella mano la darebbe invece la ratifica della Convenzione di Istanbul, e la reale applicazione da parte delle isituzioni italiane delle raccomandazioni Cedaw e quelle della Special Rapporteur, Rashida Manjoo, e ora anche con il recepimento della nuova Carta dell’Onu sulla violenza. Le indicazioni per un reale contrasto alla violenza sulle donne non mancano, anzi abbondano, e vanno applicate prima che muoiano altre donne, ascoltando attentamente quello che la società civile ha da dire: lo ha detto alle Nazioni Unite, non ha certo problemi a esprimersi chiaramente con le istituzioni del proprio Paese.

di Luisa Betti
pubblicato il 21 marzo 2013
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  • 253664_10151471088844350_1563233433_n

     

    Lo scorso 11 agosto fu postato su Youtube un video in cui alcuni ragazzi si vantavano di uno stupro di gruppo su una minorenne ridendo mentre descrivevano il fatto. Nello specifico si trattò di un caso che fece il giro del mondo perché i ragazzi, appartenenti al gruppo “Knight Sec”, erano giocatori di football americano del liceo di Steubenville dell’Ohio, negli Stati Uniti, che furono così facilmente identificati e fermati con l’accusa di stupro nei confronti di una ragazza di 16 anni. La giovane, che era in stato di incoscienza durante la violenza, fu trascinata in uno scantinato, fu stuprata a turno per sei ore, e una volta ripresi i sensi, si ritrovò nuda, circondata dai ragazzi, e senza sapere dove fosse e come fosse arrivata lì. Le indagini della polizia hanno condotto all’arresto per stupro e sequestro di persona i due giocatori, T. M. e M.R., e dalle ricostruzioni sembra anche che i due avessero fatto pressione sulla ragazza affinché evitasse di travolgerli in uno scandalo che avrebbe rovinato la loro carriera. Due giorni fa, dopo un processo che ha ricostruto i fatti attraverso quattro giorni di testimonianze e centinaia sms da più di una dozzina di cellulari, è arrivata la sentenza con cui il giudice Thomas Lipps ha dichiarato colpevoli i ragazzi di aver violentato una minorenne mentre lei era incosciente, e aver prodotto e divulgato materiale su di lei, reati per cui  R. è stato condannato a un minimo di un anno in un centro di riabilitazione giovanile, in cui però potrebbe rimanere fino a che compie 21 anni, e M. è stato condannato a un minimo di due anni in un carcere minorile, dove potrebbe restare anche fino al suo 24esimo anno di età.

    Ma la notizia vera non è questa, bensì come le news dei vari network hanno divulgato la sentenza che  è stata data dai media americani con diverse sottolineature più sulla vita rovinata dei due promettenti giocatori, che non di quella distrutta della minore stuprata per sei ore, fotografata nuda, e derisa con un video pubblico su youtube.

    Un esempio è quello della Cnn che ha aperto sulla condanna dello stupro a Steubenville, con le giornaliste (donne), Candy Crowley e Poppy Harlow, che hanno posto subito l’attenzione su quanto le vite dei due “promettenti” giovani giocatori fossero ormai irrimediabilmente danneggiate, senza minimamente preoccuparsi di quanto invece possa essere stata annientata quella della minore stuprata. Durante il collegamento con il tribunale, l’inviata ha messo subito l’accento su quanto fosse stato “emotivamente” forte l’impatto della condanna sui due giovani, spiegando come fosse stato “molto difficile” guardare questi giocatori con un futuro da star nonché ottimi studenti, rovinati dal crollo totale delle loro vite. La giornalista ha descritto come uno dei giovani al pronunciamento del giudice, fosse crollato in lacrime, abbracciando l’avvocato e sussurrando: “la mia vita è finita, nessuno mi vorrà più adesso”, una scena che la Cnn ha mandato in video, sottolinenando che essendo molto vicino, la stessa inviata ha avuto difficoltà a sostenere la scena. A quel punto, la CNN ha anche chiesto all’avvocato Paul Callan cosa significasse una sentenza del genere per i due ragazzi, e a questa domanda il legale ha risposto che in questo modo i due giovani sarebbero stati marchiati a vita ed etichettati come criminali sessuali dalla legge dell’Ohio, una cosa che “li perseguiterà per il resto della loro vita”, ha detto Callan.

    Ma la Cnn non è stato il solo network a dare la notizia in questo modo, e nella lista si aggiungono anche Abc, Nbc, Usa Today, e altri. ma siccome al peggio non c’è mai fine, Cnn, Fox News e MSNBC hanno fatto il “pieno” divulgando anche il nome della minorenne stuprata, dicendo poi che purtroppo per sbaglio si erano dimenticati di ometterlo nel nastro di registrazione in cui uno dei due ragazzi chiedeva scusa alla famiglia, un fatto deontologicamente gravissimo perché viene data possibilità di identificare la vittima della violenza che oltretutto è anche una minorenne, e su cui la madre della ragazza chiede il rispetto della privacy.

    Come si combatte la violenza? dandogli prima di tutto il giusto peso, ed evitando di sostenere la cultura dello stupro.

     

di Luisa Betti
pubblicato il 19 marzo 2013
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