Thursday 23 May 2013

IL MANIFESTO BLOG
   Prima donne e bambine. A cura di Luisa Betti
Articoli marcati con tag ‘diritti umani’
  • Non solo cattive notizie! Per tutti quelli e quelle che anelano buone notizie anche in un mondo che continua a precipitare verso il baratro, quest’anno Amnesty International regala una manciata di buone notizie per chiudere il 2011 con qualche peso in meno sullo stomaco: il 19 gennaio le autorità tunisine hanno disposto il rilascio di tutti i prigionieri politici e di coscienza, tra i prigionieri rilasciati, figurano il giornalista Fahem Boukadous e l’attivista Hassan Ben Aldallah, entrambi erano stati arrestati in relazione alle proteste scoppiate nella regione meridionale di Gafsa, nel 2008 (accusati di “appartenenza a un’associazione criminale” e di “aver fatto parte di un’organizzazione avente l’intento di attaccare proprietà o persone”, erano stati condannati a quattro anni di carcere al termine di un processo iniquo, Boukadous, già prigioniero di coscienza tra il 1999 e il 2001, era stato anche accusato di “diffusione di informazioni suscettibili di danneggiare l’ordine pubblico”); il 4 febbraio Guido Sigler, attivista per i diritti umani, è stato rimesso in libertà dopo quasi otto anni di prigionia, era stato arrestato nel marzo 2003, nell’ambito di un vasto giro di vite contro il dissenso, e condannato a 20 anni di carcere per reati di opinione, sulla base della Legge 88 sulla sicurezza nazionale; il 12 febbraio il governo ha ordinato la scarcerazione di due prigionieri di coscienza, Hector Maseda e Angel Moya, entrambi condannati nel 2003 a 20 anni di carcere e adottati da Amnesty International; il 23 marzo sono stati rilasciati Felix Navarro e José Ferrer, prigionieri di coscienza adottati da Amnesty International (arrestati nella repressione del marzo 2003, erano stati condannati a 25 anni di carcere per reati contro la sicurezza e l’indipendenza del paese); il 21 febbraio il colonnello Kibibi Mutware è stato giudicato colpevole di aver ordinato lo stupro di 35 donne del villaggio di Fizi, nell’est del paese, assaltato nel corso di un’operazione militare delle forze armate congolesi, la prima condanna emessa da un tribunale congolese, dopo decenni d’impunità, per uno stupro di massa; il 9 marzo, dopo una moratoria sulle esecuzioni durata 11 anni, l’Illinois è diventato il sedicesimo stato degli Usa ad abolire la pena di morte, e il governatore Pat Quinn, nel prendere la decisione, ha anche commutato le condanne a morte degli ultimi 15 prigionieri in attesa di esecuzione. Per chi vuole completare e prendere un appunto sul fatto che sgobbare per i diritti umani forse non è lavoro perso, si rimanda all’apposita pagina sul sito di Amnesty International.

di Luisa Betti
pubblicato il 20 dicembre 2011
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  • Tawakkul Karman, Leymah Gbowee, Ellen Johnson-Sirleaf

    Nella Giornata Internazionale dei Diritti Umani tre donne con splendidi copricapo colorati, la presidente liberiana, Ellen Johnson Sirleaf, la connazionale creatrice di uno dei movimenti pacifisti più imponenti della storia, Leymah Gbowee, e l’attivista yemenita Tawakkol Karman,  durante la solenne cerimonia che si è svolta oggi a Oslo, hanno ricevuto il premio Nobel per la pace: “Nelle guerre moderne, la maggior parte delle vittime è costituita spesso da civili e molti di loro sono donne e bambini”, ha detto Thorbjorn Jagland, capo del Comitato Nobel norvegese, ricordando come lo stupro sia diventato “parte delle tattiche di guerra” e come le donne siano spesso escluse dai colloqui di pace”. Johnson-Sirleaf e Gbowee “la rossa” hanno contribuito in maniera determinante alla fine del conflitto che da 14 anni devastava la Liberia, mentre Karman ha rischiato la vita per contestare il presidente dello Yemen, Ali Abdullah Saleh, ponendosi alla guida del movimento yemenita costituito sia da uomini che da donne. “Voi rappresentate una delle più importanti forze motrici del cambiamento nel mondo di oggi: la battaglia per i diritti umani in generale e per la parità delle donne e per la pace in particolare”, ha sottolineato ancora Thorbjorn Jagland nel suo discorso. “Vedo all’orizzonte il barlume di un nuovo mondo”, ha detto Karman sottolinenando una comunità occidentale poco attenta alle proteste in Yemen che “non hanno ottenuto la comprensione, il supporto e l’attenzione internazionale delle altre rivoluzioni nella regione”, ha concluso la leader che a giugno ha pubblicato sul New York Time un articolo intitolato “La rivoluzione incompiuta dello Yemen” dove ha attaccato frontalmente gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita per il loro sostegno al regime corrotto di Saleh. “Alzate la vostra voce. Lasciate che sia una voce per la libertà”, ha aggiunto Ellen Johnson Sirleaf che ha augurato una guida femmiile anche alla Casa Bianca.  “Questo premio è  arrivato in un momento in cui le donne, un tempo vittime silenti e oggetto del potere degli uomini, stanno abbattendo i muri delle tradizioni repressive con l’invincibile forza della non-violenza”, ha aggiunto Leymah Gbowee, che nel 2002 fondò Women of Liberia Mass Action for Peace dando vita alle “donne in bianco” rimaste nella storia per lo sciopero del sesso imposto ai mariti affinché facessero pressione per la pace, e che nel 2003 portò una delegazione silenziosa ad Accra, capitale del Gana, per influenzare i colloqui di pace che in quel momento sembravano impossibili, un gruppo di donne vestite di bianco che si mise a sostare davanti al palazzo presidenziale in silenzio fino a quando il veredetto non fu: pace.

di Luisa Betti
pubblicato il 11 dicembre 2011
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    “In-Justice: The Story of Afghan Women in Jail”, ovvero “In-giustizia: la storia di donne Afghane in carcere”, il documentario che l’Unione Europea ha commissionato per documentare lo stato delle donne nelle carceri afghane, non sarà divulgato pue essendo stato commissionato dalla stessa UE per denunciare il dramma di queste detenute. Oltre al danno quindi anche la beffa, perché si tratta di una documentazione video sulle donne che in Afghanistan scontano pene detentive nel carcere, anche con i loro figli piccoli, e sono donne che hanno vissuto drammi senza eguali: chi sconta una pena detentiva di 12 anni per aver subito uno stupro dal cugino, e per essersi rifiutata di sposarlo dopo essere rimasta incinta, chi perché è scappata da un marito violento, chi ha fatto sesso fuori dal matrimonio, o chi semplicemente si è ribellata a una schiavitù permanente e legale. “C’è un gran numero di questi casi che finiscono nelle prigioni”, ha detto Heather Barr, ricercatrice dello Human Rights Watch che lavora sulle donne in carcere in Afghanistan. Il motivo è che l’esposizione delle donne in video sarebbe pericolosa, un problema leggittimo che si può superare oscurando o trattando le riprese, ma che in realtà è stata letta da più parti come una scusa, in quanto si ipotizza che l’UE avrebbe paura di danneggiare i suoi rapporti con il governo afghano, che in realtà è complice diretto di questa situazione delle donne nel suo Paese. Secondo l’Onu ci sono circa 300-400 donne che in Afghanistan sono in carcere accusate di “crimini morali”: sesso fuori dal matrimonio, fuga da violenza dpmestica, violenza sessuale, ecc. (fonti: http://www.ap.org/; http://www.giornalettismo.com)

     

di Luisa Betti
pubblicato il 22 novembre 2011
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