Wednesday 22 May 2013

IL MANIFESTO BLOG
   Prima donne e bambine. A cura di Luisa Betti
Articoli marcati con tag ‘gendercidio’
  • L-Albania-e-l-aborto-selettivo_largeIl 15 giugno del 2011 cinque agenzie delle Nazioni Unite hanno firmato a Ginevra una dichiarazione contro l’aborto selettivo che colpisce le bambine, dichiarando appunto che si tratta di “gendercidio”,  e condannando la pratica diffusa in Asia sud-orientale, soprattutto in Cina e in India che, secondo una stima del Premio Nobel indiano per l’economia Amartya K. Sen (risalente al 1990), farebbe mancare all’appello circa 100 milioni di bimbe.

    Ma il gendercidio, ovvero l’aborto selettivo in base al sesso della nascitura, è ormai stato esportato anche nella civile Europa e nell’Occidente, dove sempre più famiglie di immigrati decidono di praticare l’aborto nel momento in cui si rendono conto che nascerà una femmina. Ad ammetterlo, giorni fa, è stato il ministro della salute inglese, Earl Howe, che ha dichiarato che in Gran Bretagna sono in considerevole aumento gli aborti illegali su feti di sesso femminile, un dato che si riferisce al fatto che negli ultimi anni mentre le nascite di maschi e femmine sono in linea con le precedenti rilevazioni, quelle che riguardano madri immigrate stanno registrando un netto calo delle nascite di bambine.

    In Gran Bretagna vengono effettuati 600 interruzioni di gravidanza al giorno, e sembra che negli ultimi anni i tassi di natalità variano sensibilmente a seconda della nazionalità della madre. “Mentre il generale rapporto Regno Unito nascita è nella norma, tra 2007 e 2011 – ha precisato Howe – i dati delle nascite variano sensibilmente a seconda della nazionalità della madre”. Lord Howe ha detto che i funzionari governativi continueranno a “monitorare” la questione e analizzare i dati, ma ha respinto la richiesta Nobile Alton, che aveva chiesto di raccogliere i dati sul sesso dei bambini non ancora nati, in quanto, registrando il sesso dei feti, si “sollevano problemi etici e clinici”.

    La questione era arrivata alla ribalta dei media già l’anno scorso in Inghilterra con una inchiesta, fatta con giornalisti travestiti da medici per il Daily Telegraph, che aveva riportato che sempre più spesso ai medici viene richiesto di effettuare aborti di future bambine, e su questa inchiesta Andrew Lansley, il ministro della salute inglese prima di Howe, aveva condannato la pratica come “illegale e moralmente sbagliata”.

    In realtà l’anno scorso, si era già pronunciato anche il Consiglio d’Europa che aveva addirittura invitati gli Stati membri, compresa la Gran Bretagna, a omettere di dire ai genitori il sesso del nascituro a causa delle preoccupazioni dell’aumento degli aborti selettivi in base al sesso, un allarme che ha portato già molti ospedali a non dare ai genitori informazioni sul sesso dei loro bambini fino a tarda gravidanza. Un metodo suggerito anche in Canada dal dottor Rajendra Kale, che ha pubblicato nel gennaio 2012 uno studio sul fenomeno, e che è arrivato a sostenere che sarebbe meglio non rivelare ai genitori il sesso del feto fino alla trentesima settimana, perché, come da lui stesso notato in Canada, i genitori cinesi, coreani, indiani hanno chiaramente una preferenza che li potrebbe portare ad abortire il feto nel caso ci sia in arrivo una femmina.

    (fonte: The Telegraph)

     

di Luisa Betti
pubblicato il 12 gennaio 2013
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  • In Cina c’è un problema: a forza di uccidere le femmine nasciture o appena nate, non ci sono più donne e per accoppiarsi i cinesi, ovviamente, comprano anche quelle. Tempo fa una inchiesta pubblicata sull’Economist parlava di 100 milioni di femmine mancanti all’appello in quei paesi, come Cina, India, Corea, dove oltre all’aborto selettivo veniva praticato l’omicidio delle neonate appena partorite, un vero e proprio gendercidio, che col passare del tempo avrebbe messo in grave pericolo la sociatà, soprattutto cinese in quanto avallato dalle autorità e dalla politica del figlio unico (preferibilmente maschio), con uno squilibrio sensibile tra maschi e femmine, con conseguenze pericolose anche a livello sociale, con un prevedibile aumento della violenza e dell’aggressività maschile. Secondo le stime delle Nazioni Unite, oggi in Cina ci sono 118,1 maschi ogni 100 femmine, contro una media mondiale, invece, che dà 105 ragazzi ogni 100 ragazze. Per cui, in mancanza di donne, i cinesi le comprano dai paesi vicini: per una notte, per un giorno, per un mese, per la vita. Il prezzo varia secondo la nazionalità della femmina e può andare dai 20.000 yuan (3.000 dollari) a 50.000 yuan. Molto di questo trafficking parte dal Sud-est asiatico per approdare alla provincia settentrionale dell’Hebei, da dove il viaggio prosegue fino a Pechino. Chen Shiqu, direttore del Dipartimento contro il traffico di vite umane, dice che “il numero di donne straniere che entrano da clandestine in Cina è in continua crescita”, e che la maggior parte del trafficking proviene dalle campagne povere di Vietnam, Myanmar e Laos, dove le vittime, che vivono per lo più in situazioni di povertà estrema, vengono adescate dai trafficanti con la promessa di un lavoro migliore in Cina. Una volta portate a destinazione, le ragazze vengono poi smistate e vendute o come mogli, soprattutto nei villaggi, oppure sono costrette a prostituirsi nei bordelli della costa o nelle province del Guangdong e Yunnan. Il quotidiano China Daily, che ha riportato questo studio del Dipartimento contro la tratta di esseri umani del ministero della Pubblica sicurezza, non ha però reso note le cifre che rimangono segrete.

di Luisa Betti
pubblicato il 2 febbraio 2012
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