
Durante la contestazione di ieri alla ministra Elsa Fornero presente al convegno sulla violenza “Mai più complici” organizzato da Snoq a Torino
Video della Contestazione alla ministra Elsa Fornero, avvenuta ieri durante il convegno sulla violenza contro le donne “Mai più compici” che si è svolto alle OGR di Torino organizzato da Snoq
Per dovere di cronaca e per il rispetto dell’informazione corretta e della verità, avendo preso visione e letto il comunicato di Snoq sull’apertura dei lavori di domenica 14 ottobre al convegno “Mai più complici” sulla violenza a Torino (dove ero presente), e pubblicato anche dal sito di Giulia (rete nazionale delle giornaliste Libere e autonome) e da cui mi dissocio, chiarisco quanto segue.
Il convegno “Mai più complici” sulla violenza contro le donne organizzato da “Se non ora quando” a Torino questo week end, si è aperto ieri mattina in questo modo: dopo l’introduzione delle organizzatrici che illustrano il convegno, arriva la ministra del lavoro – con delega alle pari opportunità – Elsa Fornero, e il sindaco della città Piero Fassino. I due arrivano nella grande stanza delle OGR (Officine grandi riparazioni) quasi insieme verso le 9.30, ma il sindaco ha da fare e quindi parla per primo perché, sottolinea, lui come sindaco la domenica ha da fare più di una ministra. Fassino prende subito la parola, parla per 10 minuti, poi saluta e se ne va. La ministra crede che sia arrivato il suo turno – tra introduzione di Snoq e il sindaco è passata già una mezz’ora – e sale i tre scalini arrivado sul palco e prendendo il microfono, ma non fa in tempo ad aprire bocca che viene interrotta: sono un gruppo di donne e ragazze che si alzano e fanno un loro intervento, come se ne vedono tanti, alzando in aria cartelli cui c’è scritto che le donne senza un lavoro non possono uscire dalla violenza. Lo gridano, e a gran voce, ma chi le ha ospitate non è pronta alla sorpresa e non gradisce. Sconcerto, irritazione, paura che quell’incursione possa rovinare il convegno che pur essendo stato organizzato come un incontro chiuso – con tanto di pre-iscrizione valutata e confermata per email – non prevede interventi “fuori lista” in una platea composta da circa 250 persone. Si sentono parole urlate da entrambi gli “schieramenti” che in pochi secondi si sono formati: c’è chi grida “siete antidemocratiche”, chi si para davanti loro, chi urla alla ministra che le donne, senza lavoro, non sono libere di uscire dalla violenza. A chiedere ad alta voce le ragioni delle misure che Fornero ha deciso come ministra del lavoro sono il Collettivo AlterEva e la Rete Donne Fiom. Gridano perchè non ce la fanno a stare lì sedute zitte ad ascoltare, sono arrabbiate perché la ministra sulla questione del lavoro ha preso misure che danneggiano inevitabilmente anche le donne. Si parla di dimissioni i bianco, dell’articolo 18 spazzato via, di salari più bassi per le donne, ma poi parlano anche di 194 e di come le autonomie regionali stiano svuotando la corretta applicazione della legge sulla interruzione di gravidanza. Nel frattempo berretti e divise fanno cerchio intorno ai tafferugli, a una certa distanza ma arrivano. Una di loro, Giulia, viene invitata sul palco dalla ministra che è calma, non ha paura, e si dice disposta a interloquire con loro. Una volta salita su, Fornero dà il microfono a Giulia, ma le parole di Giulia sono troppo forti perché a mezzo metro di distanza una donna dice all’altra: “Noi siamo i suoi sacrifici umani”. Fornero non ce la fa a convincere Giulia che le sue sono state decisioni giuste, e c’è uno strano tira e molla di microfono tra le due. Ma poi, nel suo intervento Fornero spiegherà molto chiaramente la sua idea “di genere” dicendo che il governo “ha chiamato noi” (cioè lei che è una donna) a fare un lavoro difficile, facendoci capire che quando c’è una cosa grave, un problema grosso da risolvere, sono le donne a essere chiamate.
Poi le contestatrici escono, perché la ministra dice che anche uomini l’hanno contestata ma con più “educazione”, che loro vogliono solo “la tribuna”, e che forse è meglio provare “ignorare” continuando l’intervento. Dopo Fornero parlerà con loro, ma solo dopo il suo intervento e infatti lo farà, fuori le ascolterà davvero e dirà loro di scrivere una lettera. Fornero poi continua, la burrasca è passata, e anche le organizzatrici del convegno Snoq si calmano, ora è Fornero a parlare e ci spiega, passeggiando sul palco con il microfono in mano, quello che ha fatto riguardo alle donne in tema di lavoro dicendo che il dipartimento delle pari opportunità ha due progetti importanti, tra cui uno sull’imprenditoria femminile. Poi parla anche di violenza sulle donne, che è il tema del convegno, dicendo che è stata in Sudafrica, che ha letto un libro sulla violenza, e che è riuscita anche a capirsi con donne molto lontane da lei, donne di un altro continente, donne “nere” che la violenza la conoscono. Poi chiarisce che ha insistito con Monti della necessità di firmare la Convenzione di Istanbul perchè era passata da due anni e mezzo, “l’avevano firmata tutti meno che noi” e che alla fine era andata lei, con la delega del ministero degli esteri, a firmare a Strasburgo. Poi conclude e se ne va. Dopo poco sale sul palco Lidia Ravera che deve recitare un monolo, ma prima prende il microfono e dice: “Mi dispiace che la ministra Fornero abbia parlato e sia andata via, perché anch’io avrei voluto dirle alcune cose, perché è innegabile che una donna che non ha lavoro e indipendenza economica non riesce a liberarsi dalla violenza”.
pubblicato il 15 ottobre 2012
Tag: femminicidio, Fornero, Mai più complici, Snoq, Torino, violenza sulle donne
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Come poteva essere un “uomo mite”, uno “buono come il pane”, un padre “amorevole”, come lo hanno descritto la maggior parte dei giornali ostentando profili psicologici di un uomo “distrutto dal dolore” per la separazione dalla moglie, quello che ieri ha fracassato il cranio del figlio di 17 anni che dormiva nel letto di casa sua per vendicarsi bestialmente della moglie che lo aveva messo di fronte all’inevitabilità della separazione dopo l’ennesima lite? Come poteva essere un uomo “pacifico”, uno che decide scientemente di uccidere l’unico figlio che ha, prima di togliersi lui stesso la vita lasciando così alla moglie, che si era assentata dopo l’ennesima litigata, la scoperta dell’orrendo delitto consumato in casa sua? Quale pace mai potrà ritrovare questa madre, rosa dal rimorso di aver lasciato il figlio in mano al suo aguzzino travestito da padre amoroso? Ieri mattina in una villetta bifamiliare sulle colline di Giaveno, a Torino, Maria Teresa Chiotti, 47 anni, era uscita di casa alle 6: “Vado da mia madre, poi torno a fare colazione con Willy, così la smettiamo di discutere”, aveva detto al marito. Ma quando è tornata, verso le 8, trovando l’uomo morto in cucina, la donna era corsa in mansarda urlando il nome di Willy che giaceva a letto, massacrato a martellate sulla testa. La donna, uscita in stato confusionale giardino, aveva iniziato a gridare: “Mi ha ucciso il figlio!” attirando l’attenzione dei vicini di casa, e poi si era accasciata a terra. Poche ore prima William Gabriele, 17 anni, aveva finito di vivere, colpito alla testa con un martello da carpentiere per mano del padre, Adriano Maero, commerciante ambulante di 48 anni, che dopo l’atto si era stordito con una boccetta di etere per poi uccidersi con un coltello da cucina. Una storia agghiacciante, che ricorda la vicenda del piccolo Claudio, il bimbo di 18 mesi, buttato nel Tevere in una fredda mattinata e in una Roma coperta di neve, ucciso dal padre che si voleva vendicare della donna che lo aveva lasciato, anche lei, dopo l’ennesima litigata. Violenza in famiglia, violenza domestica, direi una volta per tutte uomini violenti, aggiungendo soltanto che un uomo, per essere violento, non per forza deve essere un delinquente, un tossico, insomma la feccia, perché chi si occupa di violenza domestica e di violenza assistita sa bene che dietro la faccia ben rasata di affermati professionisti, apparenti padri modello, uomini impeccabili e gentili, si può nascondere un uomo violento, che non è un folle ma solo uno che è stato culturalmente educato così.
pubblicato il 29 febbraio 2012
Tag: Adriano Maero, Giaveno, Maria Teresa Chiotti, Torino, William Gabriele
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