Wednesday 19 June 2013

IL MANIFESTO BLOG
   Un patrimonio in transito a cura di Arianna Di Genova
Archivio di marzo 2010
  • Trasformare Haiti, ancora di più di quanto abbia fatto il terremoto. Secondo un gruppo di urbanisti inviati delle Nazioni uniti, la giusta politica di ricostruzione dell’isola caraibica dovrebbe passare per un decentramento. Al posto di Port au Prince, dove verrebbero abbattuti gli ultimi edifici rimasti in piedi e riedificati solo alcuni servizi essenziali, tante piccole città sparse sul territorio. Gli architetti e ingegneri che propongono questa soluzione sperano quindi che i tanti sfollati del dopo catastrofe vengano tenuti lontani dalla capitale con una pianificazione avveduta del governo. Scuole, ospedali, attività commerciali, tutto deve ripartire dalla “periferia”, evitando che la metropoli continui a calamitare un flusso di persone che poi risultano ingestibili, agglomerandosi in luoghi improbabili e senza le infrastrutture necessarie. L’idea è audace e si fonda sulla crescita esponenziale di Port au Prince che negli ultimi venti anni ha visto raddoppiare la sua popolazione senza per questo sviluppare una economia cristallina, ma finendo per ospitare fra le sue strade una comunità di disperati. Allora, secondo gli urbanisti, serve una inversione di tendenza che ristabilisca un equilibrio delle forze in campo.
    Il loro modello decentrato avrebbe effetti positivi anche sull’agricoltura e il turismo. La ricostruzione potrebbe trasformarsi quindi in un’occasione per diradare gli infiniti mali urbani di Port au Prince. Resta da vedere come tutelare il bene paesaggistico.

di arianna
pubblicato il 31 marzo 2010
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  •  

    Dalle colonne del New York Times, Michael Williams si interroga su un mito duro da sfatare per la critica: la morte della pittura. Quante volte sarà stata data per sepolta negli ultimi decenni? Infinite. Casomai, a salvarla ci avrebbe provato la sua “accezione” astratta, considerata dai più di maggiore vitalità. E perché mai – dice l’articolista – dovrebbe crepare la pittura proprio nel terzo millennio, quando è lì che saltella da un secolo all’altro, fin dai tempi dei graffiti nelle caverne e poi è passata al vasellame e sui muri dei luoghi sacri? In realtà, ha cambiato molto i suoi connotati, comprendendo nelle sue fila anche i dipinti sugli schermi al plasma e la computer graphic. Basta mettersi d’accordo sulle parole e i loro significati. La grande sfida tra arte figurativa e arte astratta ha avuto pure dei momenti di sublime equilibrio, di armonia inaspettata: dai mosaici bizantini ai segni geometrici sui reperti tessili delle civiltà precolombiane o alla calligrafia giapponese, la pittura non ha mai smesso un attimo di esistere e di simbolizzare il mondo esterno o le cosmogonie che tutto hanno generato. Nel XX secolo, gli anni Settanta, hanno però inferto un colpo quasi fatale: video, performance, corpo come superficie espressiva hanno mandato in soffitta i pennelli. L’epoca del concettuale ha abbattuto il passato.

    Ma è stato solo un “vento”: le nubi pittoriche sono tornate e già nel decennio successivo, gli anni Ottanta, il gusto di dipingere è riapparso all’orizzonte, coprendosi dei più diversi appellativi: neo-espressionista, citazionista, iperrealista. C’è comunque chi non si vuole arrendere e della “morte della pittura” ha fatto una bandiera estetica con cui impugnare la modernità sotto ogni suo aspetto. Uno di questi è Klaus Biesenbach, curatore del Moma di New York, che ha detto di preferire la dizione “pratica contemporanea” a quella di “arte contemporanea”: la prima, infatti, prevede al suo interno più universi intrecciati, dal cinema alla moda al design. Con buona pace della “piatta” pittura di un tempo.

di arianna
pubblicato il 29 marzo 2010
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  • Sulla carta era una missione impossibile, però qualcuno si è intestardito e ha dimostrato che invece non tutto era perduto. Undici ex dipendenti di una azienda della Polaroid di Enschede (città industriale dei Paesi Bassi), che aveva interrotto la sua produzione, hanno deciso che non si poteva lasciar morire così un pezzo di storia. E sono partiti all’attacco. Il loro leader, l’ambasciatore dell’utopia, è l’ex salariato André Bosman.
    E’ stato lui a lanciare l’idea: trovare i soldi per comprare i macchinari dismessi della Polaroid (l’azienda aveva chiuso nel 2008) e far ripartire l’avventura della fotografia istantanea. In squadra, tutti insieme, hanno comprato le attrezzature necessarie, remando contro il declino di quel foglio quadrato che ha immortalato intere generazioni e che nel tempo si è trasformato in uno dei linguaggi espressivi per eccellenza dell’arte contemporanea. A sferrare il colpo fatale alla Polaroid è stata l’espansione della foto digitale. Adesso è possibile ottenere immagini in bianco e nero, modello SX70. Non avranno la resa di un tempo, ma l’obiettivo da raggiungere non è poi così avventato: stampare tre milioni di pellicole contro gli irragiungibili centoventi milioni dell’epoca d’oro. La scommessa del team dei sognatori è tutta raccontata sul web, “The Impossible Project” è la loro parola d’ordine.

di arianna
pubblicato il 25 marzo 2010
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  • Non solo i grandi maestri del passato nelle sale dei musei. Da ieri anche la famosa chiocciola di internet, uno dei simboli più conosciuti al mondo, è diventata una «star». Quella lumachina dell’indirizzo email che ha cambiato il modo di comunicare di milioni di persone è entrata trionfalmente al Moma.

    La @ del web è stata infatti acquistata dal celebre museo newyorchese che l’ha introdotta nelle sue collezioni.Scopo di questo ingresso nel tempio dell’arte (che apparentemente sembra una bizzarria) è espandere il concetto stesso di design. A rivelare il «colpo grosso» è stata Paola Antonelli, curatrice italiana del dipartimento di architettura e design. Che spiega così l’importanza del gesto: «Si abbandona il principio che il possesso fisico di un oggetto è il requisito necessario per la sua acquisizione. Gli stessi criteri di qualità, rilevanza e complessiva eccellenza condivisa da tutti gli oggetti del Moma si applicano ora a oggetti che non si possono avere perché sono troppo grandi come un Boeing 747, o perché sono nell’aria e appartengono a tutti e a nessuno». La chiocciola è ormai, con ogni diritto, una icona pop contemporanea.

di arianna
pubblicato il 23 marzo 2010
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  • C’è una coda lunga, lunghissima e, a volte, supera un’ora di tempo l’attesa per entrare e poter “vedere”. Stiamo parlando dell’ultima strabiliante performance della pioniera della body art, Marina Abramovic, una delle artiste più estreme nel portare il corpo e la mente oltre ogni limite “quotidiano”. Stavolta, al Moma di New York che le dedica una imponente retrospettiva dal titolo “The Artist is the Present”, ha scelto di esserci in carne e ossa per tutta la durata della mostra: per tre mesi, dalla mattina all’orario di chiusura del museo, Marina Abramovic se ne starà seduta, in silenzio, aspettando che qualche visitatore si sieda di fronte a lei e la guardi. Tutto senza parole, in una immobilità che sfiora gli stati meditativi dei monaci buddisti. E le persone fanno la fila per potersi cimentare nell’arte del silenzio assoluto. Eppure non è facile starsene lì, a sostenere lo sguardo altrui. Fissarsi negli occhi è sempre stato un vecchio gioco dei bambini (“facciamo a chi ride prima”, si diceva..). 
    Marina però non ride mai, resiste pallida e muta: “Voglio essere come una montagna”, ha dichiarato prima di accingersi a questo immane compito. Per lei che ha inciso la sua pelle con una lametta disegnandosi una stella di David, che ha ingurgitato cipolle, che ha pulito le ossa di una carcassa animale in putrefazione per ore, che si è mostrata avvolta da pitoni striscianti sul suo viso, che si è fatta schiaffeggiare e ha schiaffeggiato fino allo sfinimento, questa performance è una delle più “toste”. C’è qualcosa di profondo in ballo quando ci si studia intensamente, senza altre distrazioni, si varcano frontiere molto intime. E qui, al Moma, ogni visitatore può sedersi dall’altra parte del tavolo per quanto tempo desideri. Per lei, stress, dolore fisico e crampi (a casa è seguita da un’intera equipe, dal massaggiatore al nutrizionista); per chi “guarda”, invece, un sano momento di riflessione senza più una vita urlata da sbandierare….

di arianna
pubblicato il 22 marzo 2010
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  • La stagione primavera-estate prossima è segnata da alcune aste spettacolari di arte contemporanea. E in tempi di crisi, conviene stare alla finestra a guardare. Per alcuni analisti economici, infatti, l’arte è più del mattone un bene rifugio, meno soggetta com’è alle oscillazioni del mercato e alle bolle finanziarie. Comunque: se il 23 giugno l’appuntamento è a Londra (sale Christie’s) dove si vedrà comparire il celebre Bevitore di assenzio di Pablo Picasso (il dipinto del periodo blu che ritrae l’amico di Malaga, Angel Fernández de Soto, era già finito all’incanto nel 2006 ma la Fondazione Andrew Lloyd Webber, sua proprietaria, l’aveva dovuto ritirare in seguito a una controversia giuridica con i discendenti di Paolo Mendelssohn Bartholdy, banchiere ebreo che dovette vendere il quadro ai nazisti per salvarsi), prima ancora di riunirsi nella City, ai collezionisti più accaniti converrà fare un salto a New York. Qui, l’11 maggio, un’altra asta targata Christie’s proporrà la sfavillante collezione dello scrittore Michael Crichton, morto nel 2008. Conosciuto soprattutto grazie ai suoi romanzi di fantascienza, da Congo a Sfera fino a Jurassic Park, come regista di Coma profondo, Il mondo dei robot e Runaway, fra gli altri e per la fortunata serie tv E.R., Crichton era un vero maniaco dell’arte contemporanea e la sua collezione è stata segnalata tra le World Top 200.
    Amico di Jasper Johns, acquistò da lui una delle famose Flags che poi sistemò per anni sul caminetto della sua camera da letto. A Hockney chiese un ritratto nel 1976, a Claes Oldenburg commissionò Three Way Plug Soft Sculpure e intanto comprava Robert Rauschenberg, Ed Rucha, Andreas Gursky e pure un «vecchio» Picasso. Una vendita eccezionale quindi che potrebbe fruttare un centinaio di milioni di dollari. E perché la passione di una vita finisce così, smembrata e lontana dalle pareti di casa? Semplice, liti fra eredi e problemi di tasse. E Michael Crichton, sposatosi ben cinque volte, ne ha molti. L’ultimo era ancora in pancia della madre Sherri quando suo padre cessò di respirare, ucciso da un tumore a 66 anni. Oggi è lui che la quinta moglie vuole salvaguardare (così dice almeno) e a risanare le finanze ci pensa la banda dei Pop, chi meglio di loro….Però un museo importante come il Lacma di Los Angeles ha fatto sapere che non parteciperà all’incanto. Motivo? Crichton, pur essendo nel consiglio dell’istituzione, non ha donato nessuna opera. Non si fa, o meglio, tutti gli altri lo hanno sempre fatto, ma evidentemente Michael non metteva al primo posto la generosità. Solo in famiglia.

di arianna
pubblicato il 19 marzo 2010
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  • Porta circa un  milione di visitatori l’anno  nelle sale del Reina Sofia di Madrid ed è considerata la vera star del Novecento. Eppure oggi si trova a centro di controversie e polemiche.  L’opera che tanto fa parlare di sé è “Guernica” di Pablo Picasso, quel grande dipinto in bianco e nero, diventato nel tempo l’icona della crudeltà della guerra e ora conteso fra due colossi della cultura iberica. L’artista di Malaga lo dipinse per decorare il padiglione spagnolo all’Esposizione universale di Parigi e decise, con quell’atto creativo così violento, di testimoniare le atrocità del bombardamento che nel 1937 aveva raso al suolo la cittadina di Guernica.

    Da un po’ di tempo, però, il suo “possessore” il Reina di Madrid, è in ansia per le sorti del quadro: aveva ricevuto infatti la richiesta di un suo spostamento al museo del Ejército, in occasione di una mostra che ricordasse a tutti l’insensatezza di ogni conflitto bellico. Insieme a Picasso, nella medesima “stanza delle violazioni” dovevano esserci anche il Goya delle fucilazioni e “La rendicion de Breda”  di Velazquez. A orchestrare la rassegna il  direttore del Prado,  Manuel Borja-Villel che però ha “perso” la sua partita per l’acquisto del big, anche se temporaneo. Dal Reina, dopo una riunione alla presenza anche della ministra della cultura, è giunto un secco “no”.  Sottolineato così dalla ministra stessa: “Sul Guernica decide solo la commissione del Reina Sofia e gli esperti hanno detto che non deve muoversi. La polemica finisce qui…”.

    Fra i motivi della impossibilità al trasloco dell’imponente quadro, oltre a quelli economici (il danno per il museo sarebbe inestimabile), anche il suo delicatissimo stato di conservazione che da anni desta molto allarme nel mondo dell’arte. Non ultimo, il contesto in cui è esposto. La sala, infatti, mostra anche il modellino architettonico del padiglione del 1937, i disegni e gli studi che Picasso ha dedicato alla produzione del suo capolavoro e, a chiudere il percorso tematico, va in onda in loop un documentario molto impressionante sulla Guernica “reale” e la sua distruzione. Una vera lezione di storia.

di arianna
pubblicato il 17 marzo 2010
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  • Un fotografo in strada, fra i gas lacrimogeni, in fuga dai cani dei poliziotti, con l’obiettivo puntato sui tumulti di chi protesta. E’ Charles Moore, reporter statunitense, classe 1931, morto all’età di 79 anni. Ex marines prese in mano il suo destino studiando all’Istituto Brooks di fotografia, in Santa Barbara, California. Fu «Life» per prima a dargli una credibilità e uno stipendio a contratto. Moore è celebre per aver immortalato le manifestazioni per i diritti civili e se molti americani hanno un’immagine fissa in mente delle sommosse a fine anni Cinquanta e inizi anni Sessanta, probabilmente è a lui che possono fare riferimento. E’ suo lo scatto che documenta l’arresto di Martin Luther King, nel 1958 per vagabondaggio. Qui, il leader del movimento black viene bloccato con una certa brutalità da due agenti bianchi. King sarà uno dei suoi soggetti preferiti nel corso degli anni – ne documentò praticamente la nascita politica – poi ci sarà la guerra civile nella Repubblica Dominicana, le violenze a Haiti, il conflitto in Vietnam. Famose anche le immagini della Children Crusade di Birmingham in Alabama quando i dimostranti vennero «annaffiati» dai vigili del fuoco per essere dispersi. Ogni tanto, forse per rilassare i nervi, fotografò paesaggi, moda e collezionò scatti turistici.

di arianna
pubblicato il 16 marzo 2010
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  • Sponsor speciale è il KW Institute for Contemporary Art di Berlino e questa volta il progetto è destinato a far parlare di sé, pescando nel lato oscuro della società. Si chiama «Cold Turkey» ed è portato avanti con grande grinta da due artisti tedeschi, Benjamin Blanke (classe 1973) e Claudia Kapp (1974). Tema inedito, la tossicità: si invitano tutti gli «addicted» del mondo della cultura, dagli artisti ai curatori di musei fino ai più svariati professionisti del settore, a ricoverarsi in una stanza dell’albergo Marienbad per effettuare una serie di cure in grado di disintossicazione dalle droghe. Ogni «infermo» sarebbe seguito da una equipe medica. Garantito l’anonimato, l’offerta è – come i viaggi – valida solo per un tempo limitato: dal 1 al 30 aprile. Naturalmente, i «concorrenti» non mancano e pare ci sia già una lista lunghissima. In cambio della sua accoglienza, l’hotel richiede performance, concerti, conferenze. Il nome del progetto, «Cold Turkey» viene da una canzone del Beatle John Lennon dove si raccontava della difficile «uscita» dall’abbraccio fatale dell’eroina.

di arianna
pubblicato il 16 marzo 2010
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  •  Cinquecento anni dopo, Caravaggio batte Michelangelo. E dà una spallata al trono del grande scultore, pittore e architetto, nonostante il suo David e la Cappella Sistina siano fra le opere più conosciute al mondo. Almeno questa è la tesi dello storico dell’arte dell’università di Toronto, Philip Sohm, cui il New York Times dedica un divertito e divertente articolo.  

    Caravaggio, secondo Sohm, sarebbe l’antieroe moderno, un uomo che, schivando risse, donne, delitti e forze dell’ordine, è riuscito anche a essere creativo e a diventare un gadget gettonatissimo, più di Michelangelo: al box office del XXI secolo vince senz’altro lui, incarnando perfettamente le nostre ossessioni. Semplicemente, ha dalla sua una certa «vena» contemporanea che intriga registi, scrittori e commercianti (il suo Bacco campeggia sulle sciarpe negli shop degli aeroporti e non viene disdegnata, a corredo di altri oggettini, neanche la testa di Golia decapitata, sfiorando l’horror). Michelangelo, pur popolarissimo, sconterebbe la sua cultura troppo «rinascimentale» e anche la difficoltà, per chi lo studia, di poter dire qualcosa di nuovo e di sensazionale sulla sua vicenda umana e artistica. Mentre i suoi personaggi si dannano all’inferno o ascendono al cielo, quelli di Caravaggio hanno i piedi sporchi, come i pellegrini che sciamavano nei vicoli romani e non aspirano a nessun ideale sublime. Se ne stanno piantati in terra, a volte sono ragazzi spettinati, con l’aria assonnata e le labbra gonfie come se si fossero appena alzati dal letto. Di più: l’angelo della sua Annunciazione se ne sta sospeso come il vagabondo Chaplin sul suo filo da equilibrista nel film Il circo. Il modello caravaggesco è la strada, la volta celeste di Michelangelo è finita in soffitta.

di arianna
pubblicato il 9 marzo 2010
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marzo: 2010
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