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Una volta aveva presentato funghi giganteschi a testa in giù, spiazzando il visitatore in un mondo di Alice capovolto. Grandi e allucinogeni. Adesso Carsten Holler, alla Hamburger Bahnhof di Berlino, propone una dozzina di renne e un frigorifero pieno di droghe psichedeliche. Meglio, lo zoo è più variegato: renne, canarini, mosche e topi. I funghi non mancano, naturalmente, sono enormi, vengono rovesciati e maltrattati dalle corna delle natalizie renne. Un Amarita muscaria è addirittura un «albergo galleggiante», trasformato in letto su una piattaforma e il posto viene offerto per 1000 euro a notte (c’è anche una lotteria che mette in palio la “dormita” speciale). L’installazione del belga Holler, scienziato-artista sciamano, vuole essere un esperimento particolare, dato che la metà delle renne trangugiano funghetti che provocano visioni, gli stessi che consumano nella natura selvaggia della Siberia. Quando urinano sostanze da “trip”, i loro liquidi vengono piazzati in frigoriferi. Chi vince il concorso – tra gli umani – e può trascorrere la notte lì dentro (non si sa se in realtà è una punizione o un premio) può anche scegliere di dissetarsi con le bottigliette conservate, tentando di cambiare la propria percezione. Un vero e proprio test allucinogeno. Alla base di questa mostra con renne drogate c’è il “Soma” cui fa riferimento il titolo: è il nome della leggendaria bevanda, dai poteri magici e terapeutici, dei nomadi Vedici, che nel secondo millennio a.C. migrarono dalla Siberia all’India settentrionale. L’esperienza è ripetibile fino al 6 febbraio.
pubblicato il 22 dicembre 2010
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Il museo francese del Louvre si è fatto un bel regalo di Natale: potrà acquistare il dipinto Le tre grazie dell’artista tedesco Lucas Cranach, grazie al milione di euro raccolto su internet tramite la «colletta» lanciata il mese scorso e rivolta a tutti, aziende e privati. Il museo di Parigi ha annunciato che 5000 donatori hanno risposto all’appello dello scorso 13 novembre apparso sul sito www.troisgraces.fr, in una campagna chiamata «Tous mecenes» (Tutti mecenati). È stata la prima raccolta di fondi lanciata dal Louvre sul web e i principali media per poter acquisire un’opera d’arte. Le tre grazie, una piccola tela (2437 cm) realizzata nel 1531 da Lucas Cranach il Vecchio, considerata uno dei capolavori del Rinascimento, appartiene dal 1932 a un privato francese che per cederlo ha chiesto 4 milioni di euro. Il Louvre aveva già raccolto circa i 3/4 della somma. Ma per accapparrarsi il «tesoro» doveva versare l’intera somma entro il 31 gennaio 2011. Di qui la richiesta di aiuto ai francesi. Le donazioni sono andate da 1 euro a 40mila. E hanno partecipato alla «gara» anche imprese e fondazioni straniere.
pubblicato il 17 dicembre 2010
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La Coppa del mondo del 2014 e le Olimpiadi del 2016, vinte dalla città di Rio de Janeiro, hanno dato vita a un pullulare di progetti per la riconversione urbana delle parti meno «nobili» delle metropoli brasiliane, le favelas. Le affollate baraccopoli che si distendono per chilometri sono diventate il laboratorio di studio per 40 architetti e per ben 86 proposte di «mutamenti» raccolte sotto il tit
olo del concorso «Morar carioca». La dead line è il 2020 e 215 sono le favelas interessate dal piano di reintegro e riordinamento urbano. Il budget è di quelli seri: corrisponde a 3600 milioni di euro. Le idee vincenti sono tutte d’accordo su un punto fondamentale: bisogna intrecciare le favelas con la città, dare una cittadinanza vera ai suoi abitanti. Naturalmente, cambiando le condizioni disumane di esistenza. Le proposte degli architetti mirano a creare spazi comunitari – piazze, palestre, servizi – ma anche a ricolorare attraverso l’arte i quartieri. Il progetto di Jacira Farias, per esempio, offre molti luoghi dove incontrarsi per esorcizzare un territorio dove tutti hanno paura e hanno difficoltà a frequentare spazi pubblici in quel mondo dominato dalla violenza. Le squadre di architetti al lavoro saranno affiancate anche da sociologi, ingegneri e professionisti vari. La scommessa è di quelle ardue: trasformare un ghetto in una città con un suo respiro, con l’utopia di renderle vivibili e quindi meno «criminali».
pubblicato il 11 dicembre 2010
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Un puzzle considerato «il più grande del mondo». E un nome per tutti: Keith Haring. E’ così che la città di Pisa, da oggi al 24 dicembre celebrerà il folletto del graffitismo, essendo Pisa l’ultima città nella quale l’artista ha realizzato un’opera. Sono passati vent’anni dalla sua morte per Aids (nel 1990) e il «mosaico» verrà realizzato proprio davanti al murale «Tuttomondo», una striscia pacifista e coloratissima, che si srotola in pieno centro. Cittadini, turisti, bambini, studenti e passanti che non hanno fretta potranno partecipare alla realizzazione di un puzzle di 32.256 pezzi, che la Ravensburger ha realizzato in occasione di questa commemorazione. Chiamato «Keith Haring – double retro» è il puzzle di serie più grande che esista e raffigura varie opere di Haring per una misura complessiva di 5,44 metri per 1,92 di altezza. L’installazione sarà composta presso il Keith Art Cafè, dove saranno disponibili i supporti necessari a questo lavoro e i partecipanti potranno firmare un registro dove verrà indicato con quanti pezzi hanno partecipato alla realizzazione collettiva dell’opera. L’evento è promosso da Provincia e Comune di Pisa, in collaborazione con l’Apt e l’associazione culturale Dn. L’opera pisana del precursore della Urban Art, realizzata nel 1989, occupa una facciata del convento di Sant’Antonio, attiguo all’omonima chiesa. «Le figure che popolano i 180 metri quadri del murale – spiegano in una nota Provincia e Comune – riflettono il tema dell’armonia e della pace universale. In un momento di grande crisi e di cambiamenti sociali, il messaggio di Haring è ancora attuale: l’arte è capace di trasformare il mondo, grazie all’influenza positiva che esercita sugli uomini».
pubblicato il 7 dicembre 2010
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La storia del restauro del Colosseo, patrimonio mondiale e monumento inserito fra le sette meraviglie del pianeta, appaltato a una fantastica cordata di imprenditori, poi rivelatasi “fantasma” è solo una delle tante baggianate che siamo stati costretti a sentire in questi ultimi mesi (l’altra è quella che su Pompei insiste: “niente allarmismi!”). Però Bondi e Alemanno possono da oggi risollevare un pochino la testa dopo la figuraccia terribile che hanno fatto quando ha cominciato a circolare la notizia che, in realtà, il celebre restauro-spezzatino (a ogni privato una bella porzione di Colosseo) non interessava proprio a nessuno perché se non c’è un piano di investimento e tanto meno di intervento, perché buttare i soldi, come i ripetuti commissariamenti insegnano? Gli imprenditori questi calcoli se li fanno, è loro abitudine economica e se Resca dice che “valorizza” e poi non lo fa, loro si ritirano, strategicamente…Comunque la notizia rallegrante per il ministro e il sindaco capitolino è che ci sarebbe un secondo privato, dopo Della Valle, pronto a buttarsi a capofitto nella cura dell’Anfiteatro Flavio. Si tratta di un’impresa di Sassuolo, la Kerakoll, tra i più importanti produttori mondiali di materiali ecocompatibili. Niente trapela sulle cifre, ma certo adesso non devono lasciarselo sfuggire. E già che ci sono potrebbero allargare l’offerta a Pompei. Non interessa mica un qualche muro pericolante di Domus antiche?
pubblicato il 6 dicembre 2010
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Se a piazza Venezia a Roma è tradizione veder apparire un gigantesco albero di Natale per celebrare le feste in arrivo, a Milano si è pensato di passare direttamente sul “corpo” dell’arte contemporanea e di addobbare il famoso Ago e filo di Claes Oldenburg con luccicanti involucri. E’ stato il Led Festival, sponsorizzato dal Comune della città, ad appropriarsi della scultura-architettura, una specie di fontana che inneggia alla quotidianità più trita, in perfetta sintonia con gli ultimi progetti urbani di Oldenburg e la moglie Coosje van Bruggen (scomparsa poco tempo fa). E’ veramente un intervento kitsch e pure insultante, visto che quell’installazione – una delle pochissime italiane del padre della Pop art – è stata bistrattata dalle amministrazioni locali: Letizia Moratti la voleva addirittura rimuovere perché la vedeva bene in un parco e non in uno snodo del traffico (non capendo l’obiettivo dell’artista che, anche nelle metropoli americane, ha sempre preferito allestire scenograficamente piazze e luoghi di incontro o di grande caos di andirivieni pedonali e automobilistici). Merry Christmas dunque sperando che Oldenburg abbia altro da fare e non si produca in un controllo dello «stato dell’arte», cliccando su internet la foto della sua opera…
pubblicato il 2 dicembre 2010
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