Sunday 19 May 2013

IL MANIFESTO BLOG
   intrecci e migrazioni a cura di Cinzia Gubbini
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  • L’iniziativa è del collettivo femminista milanese le Venticinqueundici, che da due anni ormai – con tenacia e costanza – segue da vicino la storia dei ragazzi tunisini salpati per arrivare in Italia ma mai arrivati. Naufragati? Forse. I genitori sono convinti del loro arrivo, ma finora traccia non ne è stata trovata, anche se il sottosegretario all’Interni Ruperto ha comunicato al parlamento che il confronto tra le impronte dei ragazzi dispersi e quelle raccolte a Lampedusa nel “terribile” marzo 2011 a portato al riconoscimento di cinque nomi (ma nessuno, finora, ha informato le famiglie su quali siano questi cinque nomi).

    Una specie di mistero ancora tutto da chiarire, e su cui potrà forse far luce l ‘inchiesta aperta dalla Procura di Roma. Ma intanto la battaglia delle famiglie tunisine ha rappresentato un punto di svolta nella questione delle morti in mare. Perché quando anche dall’altra parte si comincia a chiedere che i governi rendano conto di quanto fatto per evitare le stragi- e non soltanto mostrando le foto dei propri figli scomparsi ai giornalisti che visitano i paesi di provenenza dei migranti – ma arrivando fino in Italia, presidiando il ministero dell’Interno, andando a bussare alle porte dei consolati, beh, la dinamica del “prendere parola” ha fatto qualche passo avanti. Tant’è che i due paesi – Tunisia e Italia – sono stati costretti a fare ciò che entrambi – per ragioni diverse – non avevano alcuna voglia di fare, e cioè “scambiarsi” le impronte. E lavorare per cercare di capire che fine abbino fatto questi ragazzi.

    E adesso? Il percorso politico continua, aldilà del ritrovamento dei figli perduti. Come? Il collettivo Le Venticinqueundici ha pensato insieme alle famiglie di lanciare una settimana di mobilitazione “virale”. Nessuna manifestazione. Nessun presidio. Nessuna sigla. Azione. La proposta è di “rinominare” le città. Qui sotto l’immagine del volantino che racconta l’iniziativa, e che potete stampare, o copiare, per ridefinire la toponomastica della vostra città. Per contattare le venticinuqeundici l’indirizzo è venticinquenovembre@gmail.com. Il collettivo chiede anche di inviare una foto della strada o della piazza che avrete rinominato. Basta morti in mare. Dovrebbe essere scritto su tutti i muri.

     

    rinomina la città

di cinzia
pubblicato il 13 settembre 2012
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in varie
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  • Parliamoci chiaro: la sanatoria che dovrebbe prndere il via a settembre è una rapina a mano armata. Chiedere 1000 euro per accedere alla sanatoria è sinonimo di una sfacciataggine senza precedenti per un governo – che debba o no affrontare una crisi. Mai, su un tema tanto delicato, era stato così evidente che le questioni dichiarate ufficialmente – l’attuazione delle nuove norme europee e quindi la possibilità concessa ai datori di lavoro di “emergere” prima di incorrere nelle nuove, più dure, sanzioni (come se quelle previste dalla Bossi-Fini fossero bruscolini) – sono del tutto “formali”, mentre il ben più prosaico obiettivo è di fare cassa.

    E senza scrupoli! L’ultima sanatoria – quella del 2009 – prevedeva già una “tassa” – che per come è concepita assomiglia molto al “pizzo” siciliano – di 500 euro. Solo tre anni dopo l’”una tantum” obbligatoria per poter ottenere un permesso di soggiorno – in un paese che , per un motivo o per un altro, la crisi ça va sans dire prima di tutto, da allora tiene praticamente chiuse le frontiere – è raddoppiata senza colpo ferire. Al ministero dell’Interno riescono a fare molto di meglio della tanto disprezzata bolla immobiliare…

     

    Conseguentemente – almeno questo bisogna riconoscerlo – il ministero avrebbe previsto un reddito molto alto affinché il datore di lavoro possa accedere alla sanatoria: 20 mila euro per una famiglia e 27 mila euro se più nuclei famigliari devono mettersi insieme per garantire la badante all’anziano. Le associazioni ritengono che si tratti di un reddito eccessivo. In effetti, se sei un precario e vorresti rendere giustizia alla donna o all’uomo che ti garantisce di vivere in una casa decorosa, pulendo le tue stanze, puoi stare sicuro che non potrai dargli una mano. D’altronde che in Italia i redditi di una persona che abbia o meno un contratto arrivino mediamete ai 15 mila euronon è un mistero.

    Chiaramente sarà più facile per le famiglie con bambini regolarizzare la baby sitter: in genere moglie e marito lavorando riescono a mettere insieme quella cifra. Per le aziende, invece, il criterio del reddito non è così stringente, prevedendo un fatturato di 30 mila euro – che sicuramente, però, farà fuori le varie “ditte individuali”. Tuttavia è coerente che si preveda un reddito alto se davvero una famiglia – o una ditta – debbano sborsare di punto in bianco 1000 euro più sei mesi di coontributi – ovvero circa 600 euro per le colf, molto di più per il dipendente di un’azienda.

    Ma sta effettivamente sucedendo questo? Neanche per idea! Infatti nessuno ha intenzione – tanto più in questo momento di crisi – di tirare fuori dal protafogli 1600 euro. Neanche i cosiddetti “redditi alti”, anche se chi dichiara 20 mila euro – se sono effettivi – non fa certo parte della schiera di italiani che va in vacanza con lo yacht.

    Dunque cosa capita nelle “famiglie perbene”, mi riferisco cioè alle famiglie in cui davvero si intende parteciparealla sanatoria, e non ai vari “traffici” che come sempre fioriranno introno a questa ennesima regolarizzazione? Semplice: si fa a metà. 500 euro le pagano i datori di lavoro e 500 euro i lavoratori. E visto che sto parlando di famiglie, perlo più si tratta di lavoratrici.

    Ecco il discorso che un – onestissimo! – datore di lavoro ha fatto alla sua colf: “D’altronde finora non potendo pagare i tuopi contributi perché eri irregolare ti ho dato un po’ di più rispetto al contratto, adesso è giusto che anche tu contribuisci”. E lei, pur non proprio contenta di dover impiegare quei soldi su cui aveva fatto altri progetti: “D’altronde, poveretti, mille euro è proprio troppo!”.

    Tutti contenti, alla fine. In questa Italia dove riusciamo sempre a mettere tutto apposto.

di cinzia
pubblicato il 10 settembre 2012
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  • Quaranta i dispersi dopo il naufragio di ieri al largo di Lampedusa. Un’altra choccante tragedia si è svolta a poche centinaia di metri dalla costa occidentale turca, al largo di Izmir, una delle località di partenza dei migranti. Tutte le morti in mare sono agghiaccianti, ma qui, tra le 58 vittime, si contano 31 bambini, di cui 3 neonati. Le agenzie di stampa riportano che i profughi erano tutta gente in fuga dalla Siria e dal Kurdistan iracheno.

     

    Stiamo parlando di zone in cui guerra e repressione sono agli apici. Ovvero le uniche parti del mondo da cui ancora qualcuno si azzardi a prendere una barca per tentare di raggiungere l’Occidente, che ormai è un paradiso soltanto per i disperati che cercano un po’ di quiete.

     

    Questa è stata l’estate più calda degli ultimi dieci anni. Un mare come una tavola per giorni e giorni. Eppure gli sbarchi sono stati pochissimi. Nessuna emergenza Lampedusa. Nessun “assalto”. Eppure le premesse c’erano tutte, stando alla retorica che per quindici anni ha dettato le regole della politica migratoria italiana, seminando disastri che paghiamo ogni giorni con il fardello dell’economia al nero alimentata dalla presenza di persone private del permesso di soggiorno (e non prive, visto che la legge impedisce loro di regolarizzarsi): a settembre ci sarà una regolarizzazione. Pochi mesi fa l’Italia è stata condannata dalla Corte europea dei diritti umani sui respingimenti in mare. Manna per chi vuole varcare le frontiere della Fortezza Europa.

     

    Eppure: mai estate è stata più tranquilla. Come mai? Il governo Monti è più capace di quello Berlusconi? La ministra Cancellieri più dura del ministro Maroni? I professori hanno scovato la ricetta per sigillare le nostre frontiere?

     

    Neanche per idea. E’ la crisi, bellezza. Quello che non hanno mai capito i partiti politici, che senza fantasia hanno puntato tutto sulla xenofobia – atteggiamento molto facile da sollecitare – è che l’immigrazione è lo specchio del nostro benessere. Se sei un paese che tira, allora la gente vuole venire da te. Se sei un paese che sta per tirare le cuoia, tutti ti stanno alla larga.

    Oggi che abbiamo raggiunto l’obiettivo degli “zero sbarchi” significa che stiamo per morire. Bella consolazione.

     

    Purtroppo, però, c’è sempre qualcuno più disperato di noi. E quelle poche centinaia di persone che cercano di mettersi in mare – visto che l’Europa in tutti questi anni si è guardata bene dal creare “corriodi umanitari” per i profughi, sempre perché altrimenti questo avrebbe “incentivato l’immigrazione” – sono ancora più sole, ancora più disperate, ancora più costrette a mettere a rischio la propria vita probabilmente – oltretutto – a fronte di un viaggio costoso perché meno richiesto

di cinzia
pubblicato il 7 settembre 2012
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  • La conversazione tipo con una colf o con una baby sitter – suppongo dunque anche con un dipendente di una cooperativa, magari persino di un’azienda, anzi sicuramente se pensiamo alla selva delle “aziende” edili, in realtà spesso costituite dal muratore  che fa lavorare quattro o cinque amici, di solito parenti – è questa: “allora 7,50 euro l’ora più i contributi”

    “Noo0, ma magari facciamo 8 l’ora, e i contributi non c’è bisogno, c’è già chi mi paga le 20 ore per avere il permesso di soggiorno”

    “Ma che c’entra, scusa, i contributi vanno comunque versati” “nooo, una volta, magari, perche’ erano soldi che si mettevano da parte e si potevano riprendere al momento della partenza dall’Italia. Ma adesso, a 65 anni…. chissà dove sarò, che farò, io fra un paio di anni ho intenzione di andarmene dall’Italia. Preferisco prenderli adesso, alziamo un po’ la tariffa”

    “Ma no, scusa, sono comunque soldi che vanno versati”.

    “E perché? Già prendono gratis quelle 20 ore, perché io si forse un giorno le riscatterò, ma non è per niente detto e comunque corrisponderanno a una pensione minima. Tu sei in difficoltà perché non hai i soldi e sei precaria. Ma a chi li dobbiamo regalare questi soldi? Cioè, dove sta il servizio che viene garantito? Io la pensione non l’avrò mai, tu neanche. Certo, adesso con tutta la crisi che c’è l’Inps rischia il collasso. Ma a noi, tra 40 anni, che ce ne viene? Le leggi saranno cambiate 30 volte. Ti ripeto: se li potevo prendere quando me ne vado dall’Italia ci sarei stata più attenta, ma così lascia perdere. Pagami un po’ di più e contenti tutti”

    Ora, alzi la mano chi non si è sentito fare almeno una volta questo discorso. Chi, ovviamemte, usufruisce della professione dell persone straniere che vivono in Italia – cioè, stando solo a chi è occupato nei servizi , qualcosa come 1 milione e mezzo di persone, considerato che la metà dei circa 3 milioni di lavoratori stranieri è impiegato in quel settore.

    Il consiglio, ovviamente, è di pagarli comunque i contributi, perché così comanda la legge, e perché magari un giorno quel lavoratore deciderà effettivamente di riscattare i suoi soldi. E se non ci pensa lui, meglio essere “previdenti” – come ci ricorda lo stesso nome dell’Inps.

    Eppure. La legge che “cambiato le regole” sul riscatto della pensione è – manco a dirlo – la 189 del 2002, ovvero la famosa Bossi-Fini, che impedisce da 10 anni ai lavoratori immigrati di chiedere il rimborso di quanto versato al momento della partenza dal nostro paese. Il legislatore deve aver pensato che così le casse dell’Inps non solo non avrebbero dovuto versare nulla nell’immediato di quanto dovuto all’immigrato, ma che oltretutto si sarebbero riempite ben bene – fermo restando l’altra “mossa”, e cioè quella di prevedere un contributo minimo per poter rinnovare il permesso di soggiorno.

    Insomma, una manete raffinatissima. Ma la questione è che lo Stato di diritto non funziona come lo Stato dei ricatti, e quindi se una legge non prevede una controparte deisderabile per chi la deve rispettare, difficilmente risulterà efficace.

     

    Non so come funziona negli altri paesi e quale sia il regime a cui sono sottoposti i nostri emigrati in materia di contribuzione, ed è pur vero che a differeza degli italiani per gli immigrati è stata riconsociuta la maggiore mobilità, e quindi il riscatto a 65 anni compiuti pitrà avvenire anche senza aver raggiunto il contributo minimo.

    Ma non v’è dubbio – ed è sotto gli occhi di tutti – che il funzionamento del riscatto “sine die” si inceppa ben presto, alimentando ancor di più quel mercato nero che a detta di tutti è il vero freno alla nostra economia. Succede perché la sensazione è di essere “cornuti e mazziati”. E di fronte a questo, anche il più ferreo senso etico, scricchiola.

di cinzia
pubblicato il 4 settembre 2012
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  •    Succede nell’Italia delle ronde di Chiavari, e mentre un po’ ovunque in Europa la crisi sta portando all’esplosione dei peggiori istinti razzisti , che un paese si mobiliti per riconoscere la cittadinanza onoraria a due immigrati, perdipiù clandestini. E’ questa la storia di Giaveno, in provincia di Torino. Nella foto qui accanto vedete un gruppo di cittadini del Comune della Val Sangone prima della consegna della petizione con cui hanno chiesto al sindaco di riconoscere la “cittadinanza italiana” a due ragazzi nigeriani, Julius e Fransisca di 30 e 27 anni.

     

    I due, che sono sposati, vivevano da 7 anni in Libia: poi la guerra e, come per tanti altri, i militari di Gheddafi a imporgli di salire sulle barche per “aggredire” l’Italia. Ogni arma è lecita, purtroppo, nei conflitti. E l’Italia a forza di gridare all’invasione – mai avvenuta – delle nostre coste, si è resa ricattabile. Di questo hanno fatto le spese persone come Julius e Fransisca, che – come sottolinea la petizione – sono state per anni pedine inconsapevoli di un gioco molto più grande di loro, quello tra la Libia e l’Italia. Una volta arrivati in Italia, oltretutto, non a tutti è stata garantita una soluzione.Nonostante negli ultimi mesi un po’ a tutti i profughi dalla Libia stanno arrivando proroghe allo status di protezione umanitaria – almeno in alcune regioni, come il Lazio – ci sono anche storie come queste, in cui tutte le vie di uscita dalla clandestinità sono state chiuse rigettando la richiesta di asilo.

     

    Ma questo anno e mezzo di permanenza a Giaveno ha creato legami e conoscenza reciproca. Tanto da mettere in testa ad alcuni abitanti  di lanciare una petizione per chiedere al sindaco della città di concedere la cittadinanza onoraria di Giaveno ai due nigeriani. Un’iniziativa coraggiosa, che grazie alla piattaforma Change.org – da poco approdata anche in Italia – è riuscita a ottenere 1.152 sostenitori (è ancora possibile firmare).

     

    “Da oltre un anno e mezzo Julius e Fransisca vivono a Giaveno, in provincia di Torino.Julius è perfettamente inserito in una compagnia teatrale, la “Fabula Rasa”, che porta sul palco a recitare tanti “diversamente dotati”, che grazie al teatro escono dal loro isolamento e vivono lampi di vita vera – si legge nella petizione -  I giovani sposi africani rischiano ora l’espulsione senza che venga presa in considerazione la loro particolare situazione, nata da una politica internazionale più grande di loro. Non hanno scelto, loro non hanno mai scelto niente della loro vita, e anche ora rischiano di subire un rimpatrio forzato. Per questo chiediamo al sindaco Daniela Ruffino di concedere a Julius e Fransisca la cittadinanza onoraria di Giaveno. Questo atto, sebbene non garantisca di per sè il permesso di soggiorno alla coppia, sarà un atto simbolico di grande valore, un riconoscimento della loro storia e delle loro sofferenza”.

     

    Il regolamento del Comune di Giaveno prevede – come nel caso di molti altri enti locali – tra le motivazioni per conferire la “cittadinanza onoraria” la “particolare promozione, arricchimento conoscitivo della comunità nell’ambito culturale, artistico, turistico, sociale, ambientale, scientifico, medico, religioso, dei valori umani, di studio e ricerca”. Non c’è dubbio che la storia di Julius e Fransisca abbia promosso, tra i cittadini di Giaveno, la cultura dei diritti umani.

     

    AGGIUNGO perché l’ho visto dopo (un vero e proprio p.s.): i “raccoglitori di firme” si vedono oggi a Giaveno al bar l’Incontro di via Roma. Ecco il messaggio del promotore della petizione, Fernando Martella: “Sono state consegnate le 1600 firme raccolte dall’ Associazione Culturale Emigranti SanPaolesi nel Mondo e da Alua, accompagnati dagli Amici di Julius e Fransisca. Alcuni di loro, avendo avuto rapporti personali e professionali con i giovani profughi a rischio di espulsione, hanno consegnato al Sindaco Daniela Ruffino, delle lettere personali di referenze per la coppia di profughi africana. Il sindaco ha mostrato apprezzamento per l’idea pronunciandosi a favore di produrre lei stessa una lettera referenziale per i due giovani. Le lettere e le firme saranno consegnate all’Avvocato che ha presentato, su richiesta di Fernando Martella, il ricorso a favore dei due coniugi nigeriani. Mercoledì prossimo gli amici di Julius e Fransisca (presenti i due presidenti in rappresentanza delle accociazioni, torneranno ad incontrarsi al bar L’incontro di via Roma a Giaveno ed invitano tutti coloro che hanno firmato e sono in condizioni di farlo di essere presenti”

     

     

di cinzia
pubblicato il 27 agosto 2012
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  • Ecco qua quando all’Italia piace cambiare, accettare di verdersi diversa allo specchio, apprezzare la vita come va: quando vince. Quando è facile. Quando conviene. Come stasera. Tutti in strada a festeggiare Super Mario Balotelli. La doppietta contro la Germania (che l’altro Super Mario certamente gli invidia)  valgono per l’italiano dalla pelle nera più dei 22 anni passati in Italia. Quel paese che stanotte lo osanna in più di un’occasione si è dimostrato freddo, quando non apertamente razzista nei confronti di un ragazzo che è nato qui – a Palermo – da genitori ghanesi, appena immigrati in Italia. Storia dura quella del giocatore più famoso del momento. Difficile parlare di una vicenda su cui sono state buttate tonnellate di inchiostro, e troppo delicata e sovraesposta per essere compresa a distanza. L’unica cosa certa è che per quel ragazzo è stata dura, dopo l’abbandono da parte dei genitori biologici e l’affido dall’età di due annia una famiglia italiana che – il suo successo lo dimostra – gli ha offerto immense opportunità.

     

    SuperMario è ufficialmente italiano solo dal 2008, lo è diventato al compimento dei 18 anni, perché il suo affido non era mai stato trasformato in una vera e propria adozione. Ha avuto, insomma, la stessa trafila di un immigrato nato qui o arrivato da piccolo. E’ stata una cerimonia con i fiocchi, come è giusto per una specie di “eroe nazionale” anche se all’epoca non aveva ancora ottenuto risultati di questi livelli. Vale la pena ricordare, però, che per un altro ragazzo come lui, con la sua stessa storia ma con minore talento, non sarebbe stato così facile. Quante volte Balotelli è stato beccato in macchina a velocità eccessive, quante “bravate” (tipo: la pistola giocattolo) sono finite sui giornali. Una ”testa calda”, un ragazzo a cui sono capitate troppe cose tutte insieme, un ragazzo troppo viziato. Tutte cose vere. Ma per chiunque altro questi “errori” avrebbero distrutto per sempre il sogno di diventare italiano.

    Ecco dove la legge assomiglia al suo paese (non potrebbe essere diversamente). Nella “barriera mobile”, che è uno dei connotati principali del razzismo. Nessuno è razzista con Barack Obama, Spike Lee o Magic Johnson. Finché non sbagliano, finché non “cadono”, finché non impoveriscono, finché – insomma – non diventano inutili o addirittura imbarazzanti. Allora l’appellativo “negro” è dietro l’angolo. Come quel gran genio del consigliere regionale del Friuli Venezia Giulia di Futuro e Libertà – Paolo Ciani – che sul presunto errroe di Balotelli nella partita con la Spagna ha messo on line questa vignetta:

     

    L'"opera" del consigliere Paolo Ciani    Come si vede Balotelli è invitato a “cambiare campo” e ad andare a raccogliere i pomodori. Sotto testo: il posto giusto per  i neri come te. Balotelli è stato insultato durante quella partita  dai tifosi spagnoli. La Uefa ha aperto un’inchiesta che doveva rendere noti i risultati martedì scorso ma non mi risulta lo abbia fatto. Finirà così, basta l’annuncio. Paolo Ciani, come si evince dalla vignetta pubblicata nei giorni successivi, non si è sentito in dovere di difendere l’attaccante della nazionale. Ma visto che, a quanto pare, è molto interessato agli Europei probabilmente stasera si starà sgolando grazie a Mario. Che stavolta stava nel campo giusto.

     

     

     

     

     

     

     

    Se Balotelli acquisisse finalmente la nazionalità italiana, quella vera, quella data dalla gente che non ti guarda più strano, che non valuta più se sei “tollerabile” o no, allora veramente avremmo vinto la partita. Lo sapremo quando e se al prossimo schifoso coro razzista, le nostre tifoserie risponderanno per le rime, e difenderanno quell’italiano che stanotte li fa sognare.

     

     

di cinzia
pubblicato il 29 giugno 2012
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    Il problema non è trovare degli accordi con i paesi di partenza per gestire i fenomeni migratori. Il problema è la solita politica di “esternalizzazione” che se è stata la strada maestra individuata dai governi dei primi anni 2000 per gestire i flussi – quando i mercati tiravano e la richiesta di manodopera era un argomento serio – figuriamoci adesso con la crisi economica e i paesi europei che hanno  deciso di chiudere gli ingressi. Dunque, come volevasi dimostrare, il ministro dell’Interno Anna Maria Cancellieri è andata a firmare in Libia con il nuovo “governo rivoluzionario” un testo pari pari a quello che prima di lei avevano firmato Pisanu, Amato, Maroni e ancora indietro nel tempo. La Stampa  ha pubbliccato il testo che le associazioni umanitarie avevano chiesto con vigore . E oggi Guido Ruotolo la intervista. Il ministro se la prende con chi parla solo “in base ai pregiudizi” e, almeno, assicura che verrà rispettata la sentenza della Corte di Giustizia europea e non verranno fatti respingimenti. Perché tanto – dice – aiuteremo la Libia a “controllare i confini”.

    E sul trattato? Niente di nuovo sotto il sole, e non è un modo per far finta che nulla è cambiato. Lo dice il testo stesso, che è pieno di “ri”. Si riavvia il prgetto Sah-Med, sotto il patrocinio dell’Europa, per il controllo dei confini. Si riavvia il programma di controllo documentale. E, soprattutto, si riavvia il centro di Kufra, che con ipocrisi davvero sfacciata viene chiamato “centro sanitario”. Kufra, invece, è stata una prigione libica per migranti, dove le persone venivano rinchiuse per mesi e mesi e dove l’Unhcr quasi mai riusciva ad entrare – l’Agenzia per le Nazioni unite, d’altronde, era in Libia per gentile concessione dei figli più illuminati di Gheddafi. Il paese nordafricano, infatti, non ha mai firmato la Convenzione di Ginevra. E mai la firmerà, da quel che si capisce. Un accenno alla Convenzione dell’Onu e al ruolo delle Nazioni unite non è neanche accennato (anche se il ministro Cancellieri assicura a La Stampa che non eprde occasione epr ricordarlo al governo libico). Si fa invece appello generico al “rsipetto dei diritti dell’uomo”, che dovrebbe essere garantito nei cosiddetti “centri sanitari”. Mentre il Patto si apre con una menzione di fiducia alla “determinazione della Libia di fondare un nuovo Stato basato sulla democrazia e su principi dei diritti umani universalmente riconosciuti”. Della serie: basta la parola. In quanto al fatto che esistano dei diritti umani “universalmente riconosciuti”, bisognerebbe scambiare quattro chiacchiere con Annamaria Cancellieri-Rousseau, chiaramente prima che comincino a cadere teste.

    Nell’accordo non si parla in alcun modo di respingimenti verso la Libia, ma solo di rendere più efficienti i “controlli” e di “riavviare” il famoso “centro sanitario”. Tuttavia Amnesty International ha lanciato l’allarme, e nell’ambito della campagna “mai più respinti”, che parte proprio oggi con la proiezione in 100 città del documentario “Mare Chiuso” di Andrea Segree e Stefano Liberti, invita il governo italiano a mattere da parte ogni accordo con la Libia finché “la Libia avrà dimostrato di rispettare e proteggere i diritti dei migranti, dei richiedenti asilo e dei rifugiati e avrà introdotto procedure adeguate per esaminare e riconoscere le richieste di protezione internazionale, tra le quali l’asilo”.

    C’è un altro punto dell’accordo Italia-Libia che fa capire che niente è cambiato: l’Italia si impegna di nuovo a fornire alla Libia forniture per il conrtrollo degli spazi. Cioè di nuovo armamenti. In un paese che non è ancora pacificato. E che, evidentemente, ha fatto buon uso nell’ultimo anno. Non è un mistero che dopo il primo accordo Italia-Libia nel 2004, l’esportazione di armamenti italiani in Libia  è cresciuto del 746% (leggi l’articolo di Unimondo) piazzando l’Italia al primo posto tra i partner libici, proprio a partire dal tema “controllo delle frontiere”. Che è una guerra ai migranti, per quanto riguarda la Libia, quasi sempre richiedenti asilo. ma la guerra è guerra, e quando la miccia è accesa è difficile capire chi sarà il prossimo a saltare.

di cinzia
pubblicato il 20 giugno 2012
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  • Come è noto uno dei primi provvedimenti del governo Monti per fare cassa è stata aumentare quella per ottenere il permesso di soggiorno (anche se in realtà il “regalino” è stato escogitato dal duo Tremonti-Maroni). La decisione ha da subito scatenato polemiche: perché se la pressione fiscale aumenta, aumenta per tutti, e non guarda alle nazionalità L’Imu la pagheranno anche gli immigrati proprietari di casa, che come tutti i residenti dovranno fare i conti anche con l’aumento delle tariffe. Insomma, quello che si dice per gli italiani vale anche per gli immigrati. Dunque, la tassa sul permesso di soggiorno – che va a sommarsi ai 57 euro che gli immigrati pagano di default per il servizio postale e per gli adempimenti burocratici – e che prevede un costo che va dagli 80 ai 200 euro, era stata oggetto di aspre critiche a inizio anno, quando è entrata in vigore.

     

    All’epoca il governo si disse contrario alla tassa, specificando che si trattava di un decreto ereditato dal passato governo, firmato dall’ex ministro dell’Economia Giulio Tremonti d’intesa con l’ex ministro dell’Interno Roberto Maroni. I quali ci avevano già pensato un bel po’ prima, la tassa infatti è stata introdotta dal famoso “pacchetto sicurezza” del 2009. Ma alla fine il regolamento era stato firmato il 6 ottobre 2011, con la copertura propagandistica della crisi e dichiarazioni improvvide sulla necessità che anche gli immigrati dessero il loro contributo.

     

    Comunque, arrivato il governo dei tecnici tutti sembravano essersi resi conto della palese ingiustizia, tanto da promettere “modifiche legislative”. Che non solo non sono mai arrivate, ma udite udite, una recente e attesissima circolare del ministero dell’Interno sulla tassa per i permessi di soggiorno – poiché come sempre i problemi operativi sono parecchi – aggiunge delle specificazioni davvero incredibili (qui un’analisi della circolare). Tra queste il fatto che lo straniero deve pagare la tassa anche se ottiene un diniego (un regalo d’addio, gli ospiti usano fare così no?), e che l’esborso deve essere corrisposto anche da chi ottiene un permesso non perché lo richieda, ma perché così prevede la legge (ad esempio le persone che lo ottengono per cure mediche). Pensate che belle scenette: il bambino che arriva da qualche terra martoriata per essere curato nei nostri migliori ospedali. Al quale verrà chiesto: e gli 80 euro? Per fortuna che il governo Monti voleva rimediare.

     

    Ma aldilà di questo, poiché moltissime persone pensano che tutto sommato sia giusto che gli stranieri “ospiti” in patria versino un po’ dei loro soldi per foraggiare le nostre politiche (sprecone, aggiungo io, a partire dai Centri di espulsione, inutili e dannosi) ci si aspetterebbe, quanto meno, che gli immigrati possano arrivare allo sportello della Posta, pagare e avere il benedetto e prezioso documento. Almeno un po’ di efficienza.

     

    Macché: è il contrario. L’introduzione della nuova tassa ha invece complicato tutto l’iter burocratico. E per ragioni del tutto imperscrutabili le Poste non comunicano con il ministero dell’Interno. Sicché se ancora oggi un immigrato si reca all’ufficio postale non riceve il bollettino giusto, con la tassa nuova di zecca. Molti immigrati serenamente compilano il kit, pensano che magari pagheranno in questura o che magari il governo Monti alla fine quella tassa si è deciso a toglierla, d’altronde aveva detto così…(illusi).

     

    Ma poi succede che dopo due mesi (a Roma è il minimo) vieni chiamato in questura e…sopresa: “Guardi manca la tassa da pagare questo è il bollettino. Paghi e torni tra due mesi“. Proprio così. A Roma questa è la prassi. La questura mette in mano all’immigrato che deve rinnovare il permesso il bollettino da pagare e lo rimandano a settembre. Inutile far notare che sarebbe stato compito dell’ufficio postale, o del ministero dell’Interno, predisporre un kit con le nuove disposizioni. Inutile dire che è molto dannoso rimandare un appuntamento proprio in piena estate, perché sono mesi in cui si lavora anche fuori dalla città di residenza. Soprattutto per colf e babysitter. Ma, come dire, questi sono affari “privati”.

     

    Non si può fare nulla? In realtà sì, solo che non dicono, forse temendo un assalto agli uffici. Ma assaltate, è il minimo: se dovete rinnovare il permesso e avete un appuntamento fissato nelle prossime settimane, non fatevi trovare impreparati. Andate all’ufficio immigrazione (a Roma si trova in via Patini), dove è possibile ritirare il bollettino. Pagatelo, e con quello presentatevi in questura. Così non vi verrà fissato un nuovo appuntamento. Certo, sarebbe molto più comodo – e sarebbe il minimo – se di questi bollettini fossero forniti tutti gli uffici postali.  Ma l’organizzazione non è il nostro forte. Neanche nel paese dei tecnici.

di cinzia
pubblicato il 6 giugno 2012
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  • In Europa gli immigrati rappresentano il 4% della popolazione: sono i dati del rapporto Ue sull’immigrazione 2011 presentati dalla Commissaria Cecilia Malstrom venerdì. Ovvero circa 20 milioni sui 500 milioni e rotti abitanti che formano l’unione a 27. Un po’ pochini, visto che siamo nel 2012. Certo, vanno aggiunti gli immigrati irregolari. Parecchi, troppi: il rapporto dice che variano tra i 2 e i 4,5 milioni. Evidentemente più che un “assalto” alla Fortezza Europa, come spesso viene rappresentata la migrazione, siamo di fronte a una malagestione del fenomeno.

    Fare un confronto con gli Stati uniti ha ben poco senso, vista la differenza di storia, e di conseguenza di legislazione, eppure oggi la popolazione immigrata negli Usa rappresenta circa il 14% della popolazione, al netto degli irregolari. Malstrom ha detto che “in prospettiva” -senza specificare quando – la popolazione europea diventerà “straniera” per il 13%, candidandosi a diventare la parte del mondo che ospita il 20% degli emigranti mondiali. Il rapporto dice molte altre cose interessanti (qui la sintesi dell’Ansa), tra cui i dati dell’Eurobarometro che fotografano le oscillanti opinioni dei cittadini dell’Ue: se il 68% degli europei pensa che gli immigrati dovrebbero avere i diritti degli altri cittadini (un dato interessante, in effetti), solo il 53% pensano che l’immigrazione arricchisca l’europa, per non parlare di quel 42% – praticamente nessuno – che pensa andrebbe incoraggiata per arginare il calo demografico.

     

    Utile, invece, alla luce di queste cifre tronare a confrontarci con gli Stati uniti. Dove, fatti i dovuti parallelismi – non lo ripeterò più – l’America liberal si preoccupa e si chiede perché “non vengono più”, perorando un sistema di riforma delle leggi sull’immigrazione, che renda più “mobile” il confine, e che certo rafforzi la possibilità di scelta degli Stati uniti in base alle proprie esigenze economiche, ma che anche metta in primo piano “l’esigenza economica” di chi deve migrare. Purtroppo lo stesso Bloomberg e l’imprenditore messicano Salinas dicono di riporre ben poche speranze nell’amministrazione Obama, sotto cui sarebbero aumentate in modo esponenziale le espulsioni (è una sorta di riflesso pavloviano dei Democratici di tutto il mondo, evidentemente).

     

    In ogni caso gli arrivi negli Stati uniti mostrano che il paese rappresenta, nonostante tutto, ancora una chance persino per le popolazioni che vivono un enorme sviluppo economico, ma forse non un dinamismo sociale altrettanto formidabile. Lo spiega questa infografica.

di cinzia
pubblicato il 5 giugno 2012
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  • Ci siamo: il 25 giugno la legge sulla cittadinanza approda alla Camera. Il calendario dell’aula della Camera dei deputati di questo mese porta finalmente la notizia tanto attesa. Ma attenzione: non si quale legge sulla cittadinanza verrà discussa, poiché la Commissione affari costituzionali comincia proprio oggi la discussione. Quindi, alla fine del percorso, ammesso che riesca a farlo in 25 giorni, dovrà portare a un testo unificato su cui votare alla Camera.

    Per la verità la storia della calendarizzazione del progetto di legge sulla cittadinanza, della sua discussione in Commissione e persino dei testi che saranno discussi, è tutto un po’ misterioso. Anche se senza dubbio oggi dovrebbe chiarirsi, non si tratta certo del Vaticanleaks.

    Il fatto è questo: la notizia comincia a rimbalzare in internet venerdì pomeriggio (io l’ho letto su Facebook). Ma molte delle persone che hanno animato con grande passione la campagna L’Italia sono anch’io, sabato ancora non sapevano nulla della calendarizzazione. Segno che si è trattata di una decisione piuttosto improvvisa, che non ha avuto il tempo di superare compiutamente le maglie dell’istituzione parlamentare.

    E la Commissione? Da quanto tempo stava discutendo i numerosi progetti di legge depositati alla Camera per riformare la legge sulla cittadinanza (91/92)? “In realtà la discussione in Commissione si apre proprio martedì (domani, ndr), non abbiamo ancora cominciato”, ci ha spiegato sabato Gianclaudio Bressa, deputato dl Pd, in forze alla Commissione affari costituzionali e uno dei protagonisti della travagliata marcia verso al riforma della cittadinanza. Lui stesso è autore di uno dei progetti di legge depositati alla Camera (secondo firmatario, Dario Franceschini).

     

    Ed era proprio lui durante il governo Prodi II il relatore di una legge di riforma che – però- non ha mai visto la luce. E non per colpa sua, va detto: si impegnò moltissimo e dovette parare i colpi degli alleati – come l’Idv di Di Pietro – che “per sfizio” pretendevano di inserire in una legge del genere il fatto che chi assume la cittadinanza deve dimostrare di aver sempre pagato le tasse. Della serie, continuiamo pure  a fare propaganda sulla pelle dei migranti. In questo caso, poi, migranti per modo di dire: stiamo discutendo dell’urgenza di assicurare ai ragazzi nati in Italia, e a coloro che sono arrivati qui da piccoli la possibilità di diventare per legge quello che già sono, cioè italiani.

     

    Dunque: la Commissione inizierà oggi a discutere i progetti di legge. Peccato che nella convocazione della I Commissione non v’è traccia della discussione della legge sulla cittadinanza, di qui a tutto giugno.  Sto navigando il sito della Camera dalla parte sbagliata? Se qualcuno lo sa, risponda.

     

    Altro “mistero”: ma la legge di iniziativa popolare, quella che ha raccolto 200 mila firme, è stata “acquisita” dalla Camera? A metà maggio sono state definite “regolari” le firme raccolte. Dunque la legge dovrebbe aver continuato il suo cammino nel “placido” fiume dei progetti d legge, essere arrivato in Commissione, nella speranza di continuare il cammino e sfociare nel mare delle leggi approvate in aula. Boh: se si cerca tra i progetti di legge sul solito sito della Camera, quella di iniziativa popolare non appare ancora.

     

    Insomma, la notizia è buona: il 25 giugno la Camera dei deputati discute la legge sulla cittadinanza. Non ci sono segni però che lascino presagire il fatto che – in effetti – ciò accadrà. Attendiamo fiduciosi, scruteremo le stelle. Intanto, proprio perché non giungevano notizie, la campagna L’Italia sono anch’io aveva già organizzato per il 6 giugno un convegno nazionale a Roma, a cui è stato invitato il presidente della Camera Gianfranco Fini. Lui, paladino della riforma della cittadinanza da destra, nonché presidente della Camera è ovviamente la persona su cui tutti puntano affinché il progetto di legge arrivi alla discussione assembleare. La “Conferenza nazionale per la cittadinanza” si svolgerà alle 11 del 6 giugno presso l’”auletta dei gruppi” di via Campo Marzio 17. Sarà il caso di seguire.

     

di cinzia
pubblicato il 4 giugno 2012
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