Thursday 02 September 2010

IL MANIFESTO BLOG
   intrecci e migrazioni a cura di Cinzia Gubbini
  • E’ veramente affascinante osservare come i meccanismi dell’informazione seguano schemi determinati, sempre uguali a loro stessi a seconda dei periodi storici, quasi che dietro ci fosse un “grande fratello” a muoverli. Ovviamente non è così, una spiegazione del genere sarebbe forse inquietante, ma fin troppo semplice. Secondo me, invece,  i meccanismi della comunicazione ci dicono soltanto, in modo quasi lacaniano, cosa c’è nel nostro inconscio collettivo. Prendiamo il caso, tragico, del bambino di tre anni morto l’altro ieri notte nel campo abusivo di via Morselli a Roma. E’ un ennesimo caso di morte infantile dovuta alla scarsissima sicurezza – ecco un’altra parola su cui sarebbe il caso di avviare qualche discussione – delle baracche abusive. Ovviamente le cronache hanno riportato tutti i contorni dell’evento: le candele messe a terra per difendersi dai topi, i bambini che vivono insieme ai loro genitori in contesti al limite dell’umanià, il codazzo di polemica politica – che comunque ha un suo perché visto che i problemi dei rom sono eminentemente politici.

    Ma ecco che nelle pieghe della cronache si insinuano un paio di bombe a orologeria: intanto a prima botta la notizia è che i genitori del piccolo si sarebbero resi irreperebili. Da quanto si sa non è affatto vero: i genitori del bambino hanno parlato con diversi giornalisti, hanno spiegato la loro storia e la loro tragedia. Ma qualcuno dovrà pure averla detta questa baggianata, scrive ad esempio il sito Padova news: “Nel rogo sono rimasti ustionati anche il padre e la madre dei bambini, M. F. ed E. P., di 23 e 21 anni, che, dopo essere stati medicati, si sono resi irreperibili”. Altri siti riportano “poi sono stati rintracciati”, altri evitano di puntualizzare. Chissà, i due genitori colpiti dal grave lutto si saranno allontanati per qualche minuto dall’ospedale, magari sono andati ad avvertire i parenti, o sono tornati al campo a recuperare qualcosa. Non so cosa farei in una situazione del genere, non so voi. Ma per il nostro inconscio è sicuro che i rom sono in grado di lasciare l’altro bambino, gravemente ferito, in ospedale pur di salvarsi la pelle e sottrarsi ai controlli delle autorità. Insinuare che nella cultura rom i bambini vengano maltrattati è un tipico esercizio razzista, a cui alcune persone si dedicano con lena assidua. Invece non c’è niente di più falso, chi conosce un po’ i rom lo sa bene.

    Seconda bomba a orologeria: il racket delle baracche. Sia chiaro: è verissimo. Benvenuti nel mondo reale. Spiegava un certo Keynes che più il prodotto è scarso (ad esempio: case e abitabilità) più si alza il prezzo, e detto alla buona c’è chi cercherà di approfittarsene. Tanto più se, come nel caso dei luoghi abusivi, non c’è nessun meccanismo di controllo sociale che possa proteggere chi è più debole da chi ha meno scrupoli. Anzi a ben vedere 200 euro per 20 metri quadri, visti i prezzi di Roma, non è neanche tanto….Battute a parte, il problema è che si cerca di costruire un alone di mistero noir intorno al mondo rom, come se nei campi abusivi si consumassero chissà quali delitti, vivessero non persone ma subumani, dominassero chissà quali logiche così distanti da noi che facciamo una vita “normale”. Tutto questo contribusice ad alzare muri invalicabili, a scavare fossati che rendono impossibile qualsiasi soluzione ragionevole. Di là tutto il male, di qua tutto il bene che possiamo. Non è così: nei campi rom, compresi quelli abusivi, succedono cose brutte e cose belle, ci sono persone che hanno atteggiamenti mafiosi e persone che cercano di riscattarsi giorno per giorno, ci sono famiglie in cui succedono cose orribili e famiglie normalissime, con storie di grande umanità. Certo, vivere nel degrado non aiuta. Ma neanche il disprezzo.

di cinzia
pubblicato il 28 agosto 2010
| 10 Commenti »


in varie
  • Rilancio un’interessante lettera pubblicata oggi dal quotidiano La Repubblica a firma di Menin Rudi. Si segnala un servizio del Tg1 – che non ho visto personalmente – sull’episodio di maltrattamenti compiuti da una badante contro un’anziana malata di Alzheimer. La vicenda accade a Montignoso, in provincia di Massa Carrara: la polizia ha piazzato delle telecamere nascoste in casa della donna, perche’ i figli sospettavano qualcosa. Agghiaccianti le immagini: la donna, effettivamente, picchiava la sua assistita. Le immagini hanno fatto il giro di internet e dei tg. Ma ecco che la superficialità, il pregiudizio, il cattivo giornalismo e probabilmente molte altre cose ci mettono lo zampino: secondo la denuncia di Menin Rudi il Tg1 ha fatto il capolavoro, omettendo di dire che la badante è italiana e mandando in onda subito dopo un’intervista a un rappresentante di categoria straniera – poiché straniere sono la maggior parte delle rappresentanti delle associazioni di badanti, visto la grandissima incidenza di lavoratrici immigrate. Chiaro che per qualsiasi spettatore il “link” è immediato: la badante maltrattatrice è straniera. E invece no. Il telegiornale della rete ammiraglia dovrebbe preoccuparsi di evitare questi pericolosi accostamenti. Ora sul sito del Tg1 si possono vedere le immagini con accanto una nota in cui si cita il nome, italianissimo, della badante-aguzzina. Ma il danno, ormai, è fatto.

di cinzia
pubblicato il 29 luglio 2010
| 6 Commenti »


in varie
  • L’altro giorno a Matemù – in via Vittorio Amedeo, 14, Roma – c’erano i famosi adolescenti, quelli condannati, secondo tutte le ultime ricerche, a un futuro piuttosto triste. L’aggettivo può sembrare banale, ma forse è il più azzeccato. Perché precarietà, incertezza, basso riconoscimento dei meriti, soffocamento di ogni prospettiva generano principalmente tristezza. Nel centro di aggregazione giovanile Matemù nato ormai quasi un anno fa, invece, quei ragazzi – italiani e cosiddetti stranieri di seconda generazione – sembravano molto allegri, e soprattutto molto affaccendati. D’altronde si presentava il progetto “Mundo Kriol” (www.mundokriol.net) che nell’ambito dell’Iniziativa congiunta tra Ue e Onu “Migration for Development” – per l’Italia partecipa l’associazione Lunaria -  mette insieme un gruppo di giovani capoverdiani che vivono nell’isola di San Nicolau e un gruppo di giovani capoverdiani nati o cresciuti a Roma. Impareranno ad usare le tecnologie dell’informazione e della comunicazione a software libero. A San Nicolau nascerà una radio gestita interamente dai ragazzi che hanno partecipato al progetto. Ma l’obiettivo è anche mettere in comunicazione due mondi paralleli eppure stretamente intrecciati: chi vive a Capoverde e magari sogna di raggiungere qualche parente in Italia, chi ha radici capoverdiane e vive a Roma e si chiede cosa succede in quella terra lasciata alle spalle interrogandosi sulla propria identità. Sul sito del progetto i pensieri dei ragazzi si rincorrono. E’ uno spazio aperto, come se qualcuno – restando alla metafora dei vecchi strumenti – avesse messo loro in mano una penna e un immenso foglio di carta bianca dicendo: provate a raccontarvi. E’ una briciola in mezzo al mare. Ma qualcosa negli occhi di quei ragazzi diceva che, per ciascuno di loro, è molto di più. E che magari troveranno la forza di ribellarsi alla condanna della tristezza.

di cinzia
pubblicato il 24 luglio 2010
| Nessun commento »


in varie
  • Gli ultimi dati diffusi dal Censis – in un’indagine svolta insieme a Ismu e Iprs per il ministero del Lavoro su un campione di circa 16 mila persone straniere – non è rassicurante. Da una parte ci sono notizie positive, che sicuramente tolgono acqua al mulino di chi continua a soffiare sull’allarmismo “clandestini” e “criminalità”: secondo l’indagine ben il 77% degli immigrati maggiorenni svolge in Italia lavori regolari. Su poco meno di 5 milioni solo circa 560 mila sarebbero privi di permesso di soggiorno – e se si conta quanti di queste sono tranquilissime colf e badanti che si prendono cura delle nostre case e dei nostri anziani si capisce che non siamo un paese assediato dai criminali immigrati.

    Tuttavia i dati di questa indagine dovrebbero, allo stesso tempo, preoccupare. Non raccontano un paese che sta sperimentando una buona integrazione. Non raccontano un paese che sta creando opportunità di crescita per sé e per gli altri. Racconta invece un paese escludente. E forse anche l’incremento di regolari e residenti (+56,5% negli utlimi quattro anni, +48,7% dei regolari che non sono acora iscritti all’anagrafe) si deve leggere attarverso la lente di un insieme di leggi – quelle italiane sull’immigrazione – preoccupate unicamente di imporre il criterio della regolarità dei documenti, ma allo stesso tempo completamente carenti sotto l’aspetitalia hanno titoli di studio paragonabili a quelli italiani (il 40,6% è diplomato o laureato, rispetto al 44,9% degli italiani) ma nel 31% dei casi la loro retribuzione netta mensile non supera gli 800 euro. La metà degli intervistati dichiara di percepire una retribuzione netta mensile compresa tra 800 e 1.200 euro, il 28% ha un salario inferiore, compreso tra 500 e 800 euro, il 3% guadagna meno di 500 euro. Solo il 13,3% ha una retribuzione netta mensile che va da 1.200 a 1.500 euro, e appena l’1,2% guadagna più di 2.000 euro. Ultimo dato preoccupante: prevalgono i percorsi di mobilità orizzontale (il 66,6% dei cambiamenti di lavoro non determina una modifica sostanziale della loro posizione sociale), solo nel 21,5% dei casi si verificano percorsi di mobilità ascendente e nell’11,9% il cambiamento porta addirittura a un peggioramento della propria condizione lavorativa.

    In effetti un quadro di questo tipo potrebbe servire per rispondere a chi pensa che gli immigrati rubino lavoro agli italiani, o rappresentino un fenomeno parassitario per la nostra società. Le leggi studiate dai governi italiani, invece, sono riusciti a creare una fascia di popolazione che lavora e tiene in vita l’Inps e per la quale – come è stato dimostrato da molte altre indagini – lo Stato spende pochissimo in termini di servizi. I parassiti, semmai, siamo noi. Ma a parte questo, il dubbio rimane: non è forse questo il quadro di un paese morente? Che non crea occasioni di ascesa sociale né di sana competitività individuale? E, inoltre, che tipo di integrazione – cercando di intendere questa parola nel senso migliore – è possibile assicurare se una parte sempre più consistente della popolazione è sotto ricatto? Per poter restare, infatti, devono lavorare. A qualsiasi condizione. Un meccanismo che sta dando i suoi frutti avvelenati.

di cinzia
pubblicato il 27 giugno 2010
| 2 Commenti »


in varie
  • Giovedi’ il Consiglio dei ministri ha approvato lo schema di regolamento per il permesso di soggiorno a punti. Il governo Berlusconi, impelagato in grosse magagne, non molla l’osso sul provvedimento che era già stato inserito nel cosiddetto pacchetto sicurezza. La stretta sulle politiche migratorie continua ad essere il sentiero privilegiato – una facile scorciatoia –  per comunicare con quel popolo che comincia a guardare con sempre minore simpatia al governo delle “cricche”.

    Ma quando si tratta di fare la voce grossa, di mostrare il pugno, di evocare un’inflessibilità troppo spesso dimenticata su altri tavoli, e lo si fa nei confronti dei nostri concittadini di serie B, sono in molti a sentirsi ancora sulla “Love boat” della luna di miele con Silvio Berlusconi. Al piano c’è il ministro dell’Interno leghista Roberto Maroni, che come tutti sanno è un appassionato di musica e infatti scrive ritmo e melodia del governo sull’immigrazione. E tutti appresso, disposti a ballare.

    Anche quando – ed è il caso del permesso di soggiorno a punti – siamo a un passo dal baratro, a pochi metri dalla parte sommersa dell’iceberg, quella che farà affondare il nostro Titanic.

    Non si può infatti continuare a proporre una doppia lettura. A una parte della cittadinanza, la maggioranza, si racconta che la magistratura è corrotta, che i pm violano la privacy di tutti noi, che la nostra Costituzione è vecchia e tutta da rivedere, che la pubblica amministrazione è “fannullona” e siamo tutti vittime della burocrazia, che le tasse sono troppo alte e che di certo non si toccheranno nonostante la crisi mondiale, che  la spesa pubblica è eccessiva e per questo è lecito tagliare tutto, a partire dalla scuola. Per gli immigrati, invece, in tribunale le pene valgono doppio, il loro destino a partire dalle espulsioni non è neanche più affidato ai magistrati ma ai giudici di pace, per ottenere un permesso di soggiorno devono dichiarare tutto, qualsiasi cosa, non più soltanto in quanto metri quadri abitano ma anche qual è il loro credo, sono vittime di una burocrazia folle e arcaica ma si ritiene che sia giusto così, gli si impone di imparare l’italiano per poter rimanere in Italia mentre ovunque vengono tagliati i corsi serali e il ministro Gelmini ritiene che nei nostri professionali dovrebbero insegnare anche il dialetto. Con incredibile senso dello humor, i nostri concittadini di origine straniera perderanno punti anche se commetteranno illeciti tributari, mentre le indagini della magistratura ci raccontano delle immunità che i potenti costruiscono soltanto per loro. Verrebbe da dire, con della facile ironia, che un illecito tributario dovrebbe valere una patente da italiano.

    Quale società vogliono i nostri governanti? Quella che lega le mani ai pm, quella che taglia i fondi alla scuola pubblica, quella che prepara un federalismo sfrenato lasciando a piedi il sud; oppure quella dell’inflessibilità, delle regole da rispettare pena l’immediata espulsione, dello strapotere concesso allo Stato e all’amministrazione sulla vita del singolo come viene imposto agli immigrati? Berlusconi, Maroni e tutta la cricca somigliano a quei genitori che infarciscono i loro discorsi di improperi, e poi si lamentano se i figli non utilizzano un linguaggio da puritani.

di cinzia
pubblicato il 24 maggio 2010
| 2 Commenti »


in varie
  • Non si capisce bene, dalle cronache di questi giorni, quante siano le donne che a Novara vanno in giro con il burqa. Il dubbio è se sia solo una, cioè la donna tunisina di 26 anni che ha ricevuto l’altro giorno una multa di 500 euro perché indossava il velo integrale, oppure siano due: si parla infatti anche di una donna marocchina. Sarebbe lei quella identificata qualche settimana fa: dal suo caso caso è nata l’ennesima ordinanza comunale leghista. Ovvero lo strumento legislativo con cui la Lega sta cercando di ridisegnare “dal basso” un’altra Italia (salvo poi venire puntualmente smentita quando le ordinanze vengono impugnate in tribunale). Comunque intanto c’è da tirare un sospiro di sollievo: Novara non è invasa da donne costrette a indossare quell’orribile indumento, che solo con molta fantasia si può considerare “imposto dai dettami religiosi”, come avrebbe spiegato il marito della donna ai carabinieri che l’hanno multata (a lei, probabilmente, non è neanche permesso rivolgere la parola agli uomini). Ovviamente ciò non toglie che il problema esista. E francamente fa particolarmente male pensare a una ragazza di 26 anni, bardata di tutto punto, perché non si può fare a meno di immaginare che la sua giovane vita non sia chiusa soltanto da un velo in pubblico, ma da molte altre rinunce e limitazioni. Però, di contro, la questione del “quante sono” ha una sua importanza: perché, forse, non siamo di fronte a un’emergenza culturale che impone una legislatura d’emergenza come quella delle ordinanze comunali. Perché, forse, proprio a partire dai territori è possibile intercettare questi casi, avvicinarli, capire un po’ meglio e fare presente che in Italia già esiste una legge che vieta l’occultamento del viso in pubblico. E’ una legge e va rispettata. Ma certo la vita di quella donna non cambierà soltanto perché potrà girare senza il burqa. Allora perché di fronte a una questione ancora gestibile bisogna puntare i fucili addosso, creare muri dentro la città di una stra-maggioranza contro una stra-minoranza. In qualsiasi altro contesto una reazione di questo genere sarebbe considerata un sintomo di estrema debolezza di chi agisce ancora una vasta egemonia culturale eppure sente l’esigenza di “multare” la concittadina occultata al mondo. Dicevamo, la vita di quella donna non cambierà caso mai le sarà permesso di uscire di casa senza il velo (sempre che non sia già stata rispedita in Tunisia). Ma forse il sidnaco Giordano avrà guadagnato qualche voto. E chi conta di più?

di cinzia
pubblicato il 5 maggio 2010
| 26 Commenti »


in varie
  • Ha 15 anni: ok, il particolare e’ importante visto che si sta parlando dell’ennesimo incidente avvenuto a Roma a causa di una “minicar”. E a rimetterci la pelle stavolta poteva esssere un bambino di cinque anni.

    Ma che senso ha scrivere nel sottotitolo, come fa il Corriere della sera di ogggi nella cronaca di Roma, che il guidatore minorenne “appartiene a un clan degli zingari sinti”? E’ ovvio che questa informazione appaia nel pezzo, per quanto stupisca che sia sbattuta in faccia al lettore addirittura nel primo capoverso dell’articolo. E’ ovvio perche’ qualsiasi giornalista, nel fare il suo mestiere, cerca di raccogliere il maggior numero di particolari sulla storia che deve seguire, e poi di conseguenza di raccontarli.

    Ma che questo particolare – perche’ trattasi di un particolare – venga ritenuto talmente significativo da meritare il sottotitolo la dice lunga su come funzionino i pericolosissimi automatismi delle redazioni, anche quelle più autorevoli. Se alla guida della minicar c’è un ragazzino sinto (nell’articolo addirittura definito “nomade”) la cosa fa titolo, nonostante l’allarme minicar sia scoppiato da giorni in seguito alla morte di due ragazzini di purissima “razza italiana”. Forse la sua guida è stata più imprudente perché è un sinto? Forse in quanto sinto non dovrebbe possedere un modello di macchina di quel tipo? Forse se alla guida di una minicar  che sbanda e rischia di uccidere c’è un sinto la gente si indigna di più e quindi si tuffa a pesce sull’articolo? Ecco, forse sì. E forse è il caso di andarsi a rileggere la Carta di Roma sottoscritta dall’Ordine dei giornalisti.

di cinzia
pubblicato il 23 aprile 2010
| 2 Commenti »


in varie
  • Con tutto quello che e’ successo dopo la partita Lazio-Roma c’è poco da scherzare. Ma davvero lo striscione razzista rimosso poco prima dell’inizio del derby interroga le nostre menti: “Laziale non mangia maiale”. Cioè, che vuol dire secondo il gruppetto di romanisti che si sarà ammazzato di risate scrivendo lo striscione? Dunque, il laziale è ebereo o musulmano? Probabilmente per l’avanguardia romanista ciò non fa molta differenza. Oppure magari se laziale non mangia maiale, allora il laziale segue una dieta abbastanza corretta: non che la carne di maiale faccia male, però c’è chi la sconsiglia, comunque mai più di una volta a settimana e scegliendo i tagli magri. Oppure il laziale non mangia maiale perché segue la teoria vegetariana, ultimamente rinvigorita dagi studi che ci dicono quanto costa in termini ambientali l’allevamento dei capi di bestiame (in particolare le mucche, ma c’è anche chi, come il laziale, comincia dal maiale).  La rima a tutti i costi è stata illuminante: il razzista non è solo una persona intollerante, ma prima di tutto una persona ignorante (questa sì che fa rima).

di cinzia
pubblicato il 19 aprile 2010
| 4 Commenti »


in varie
  • A Carugate nel’hinterland di Milano, una bambina nigeriana di 13 mesi è morta in ospedale. I genitori accusano i sanitari di aver ritardato le cure perché il padre, Tommy Odiase, in Italia dal 1997, ha momentaneamente perso il lavoro. E questo per un immigrato vuol dire non poter rinnovare il permesso di soggiorno e di conseguenza anche la tessera sanitaria. E’ la notte del 3 marzo scorso, e quando i genitori portano in ospedale la bambina, i sanitari la dimettono in cinque minuti e le prescrivono soltanto dei farmaci. Quando la famiglia nigeriana torna alle 2 di notte, con la bimba ancora in preda a violenti attacchi di vomito, i medici dicono: “La tessera sanitaria della bambina è scaduta, non possiamo visitarla e ricoverarla nuovamente”. Solo le urla e le minacce del padre inducono i camici bianchi a chiamare i carabinieri. E per fortuna. Perché quando i militari arrivano, finalmente la bambina viene ricoverata. Ma servirà a poco: muore dopo poche ore. “Non le hanno nemmeno fatto una flebo, nessuno l’ha visitata”, denunciano i genitori a Repubblica. La Procura ha aperto un’inchiesta, i coniugi Odiase hanno presentato una denuncia per omicidio colposo.

    Ora, questo è prima di tutto un ennesimo caso di mala sanità, che ammazza senza distinzioni italiani e stranieri. Ma come si fa a certificare che è in  ”buone condizioni generali” una bambina che morirà sei ore dopo?

    Eppure non basta dire che esistono medici incompetenti. Perché questa storia racconta benissimo quella corazza che ormai è a disposizione di chiunque ne voglia fa uso. L’unico strumento che a mio avviso la destra ha saputo mettere in mano agli italiani, in questi anni di crisi variamente intesa.

    Il medico all’inizio il suo lavoro lo fa (male) dà un’occhiata alla bambina e emette una sentenza sicuramente viziata di superficialità: ma sì non è niente. Quando i genitori tornano, come avrebbe fatto chiunque, ecco che scatta la differenza: ah non ti sta bene? ah sei nero? Cominciamo con il vedere i documenti…Uh, guarda un po’, il signore è senza tessera sanitaria. Allora, cosa vuole? Insiste? Guardi che chiamiamo i carabinieri….

    Di fronte a un problema, per di più nel cuore della notte: bambina forse malata e genitore insistente – binomio che avrebbe potuto verificarsi  con qualsiasi passaporto – è certo che il sentimento di fastidio dimostrato dal servizio (ahimè, pubblico da quanto ho capito) sarebbe stato lo stesso. Ma se sei un immigrato, ecco che il servizio nei tuoi confronti ha un’arma in più: il permesso di soggiorno. da controllare, anche di fronte a una piccola di 13 mesi che sta male.

    Tutto questo è sconvolgente, a mio avviso. E segnala un cambiamento antropologico di questo paese. I dibattiti sul pacchetto sicurezza – quando si diceva che solo i regolari avrebbero avuto accesso alle cure sanitarie – hanno certamente avuto un influsso gravissimo: tanta gente pensa che dovrebbe essere così, medici compresi. E adesso lo fanno anche se il governo ha smentito che intendesse giungere a tanto. Ma non basta smentire, se ormai la miccia è innescata.

di cinzia
pubblicato il 12 aprile 2010
| 4 Commenti »


in varie
  • L’episodio e’ stato bollato come razzista, ma correggo subito il titolo: non si tratta di razzismo. Piuttosto dell’oramai diffuso pensiero leghista, che ha contagiato tutti, immigrati compresi. E il cui asse portante e’: a mare tutti coloro che non rispettano le regole. Ovviamente, le regole della maggioranza. E nelle regole rientra anche il concetto di decenza e persino di igiene. Insomma, il classico pensiero conservatore.

    Ma ecco l’episodio: a Spilimbergo, comune in provincia di Pordenone, il giorno di Pasqua un cittadino del Burkina Faso ha pagato 10 centesimi in piu’ il suo caffe’. Il bar “Commercio”, nel pieno centro storico, è gestito da un anno da un’esercente cinese, la quale ha spiegato ai giornalisti: “Non si tratta di razzismo, sono i clienti italiani a dirmi di scoraggiare l’ingresso delle persone che non curano la propria igiene personale. Me lo hanno insegnato a Padova, dove ho lavorato in un bar di italiani. Maggiorare le ordinazioni di chi non si comporta bene. D’altronde i miei clienti sono italiani, ed è loro che intendo tutelare”.

    Ovviamente la storia porta con sé molte considerazioni: la proprietaria cinese perfettamente integrata nel pensiero piccolo-borghese, e forse sotto sotto razzista nei confronti dei neri. In questo senso l’episodio ricorda quanto denunciato poco tempo fa dal Corriere della Sera: in un bar di Roma la cameriera rumena fa pagare di più il caffè ai rom e glielo serve nel bicchiere di plastica. Anche qui la giustificazione è di carattere igienico, ma dalle parole della cameriera trasudava la tipica intolleranza rumena nei confronti dei cosiddetti “zingari”. E poi: la decisione del cittadino africano di denunciare subito tutto ai carabinieri. Avrebbe avuto lo stesso scatto se a praticargli la maggiorazione fosse stato un esercente italiano? E ancora, la ridda di dichiarazioni di censura da parte del sidnaco, degli assessori, degli altri baristi: ci sarebbe stata la stessa indignazione se a sbagliare fosse stato un italiano?

    Ma, soprattutto, l’episodio di Spilimbergo racconta che la profezia si sta avverando: la cultura leghista ha iniziato a mettere fuori dal perimetro dei diritti gli immigrati, in quanto privi di cittadinanza. Quindi con una facile equazione: niente cittadinanza niente diritti di cittadinanza. Ma l’attacco si sta velocemente spostando verso altre considerazioni: fuori dal perimetro dei diritti stanno finendo tutti coloro che sono poveri, sporchi, incapaci di rientrare nelle regole del sistema. A pagare 10 centesimi in piu’ sarebbe stato anche un barbone italiano.

    Chi sarà il prossimo?

di cinzia
pubblicato il 9 aprile 2010
| 14 Commenti »


in varie