Wednesday 16 May 2012

IL MANIFESTO BLOG
   intrecci e migrazioni a cura di Cinzia Gubbini
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  • Uno pensa sempre che tocchi agli altri: in questo caso non posso dire “poi capita a te”. Ma di certo può capitare a persone molte vicine. Come in questo caso. Non può capitare direttamente a chi come me è italiano perché stiamo parlando dei Cie, i centri di espulsione. Posti d’”élite”, fatti apposta solo per gli stranieri.  Certo, faccio un po’ fatica a pensare a Elvis come a uno straniero: è fratello di un mio amico. Un bravo ragazzo, sempre sorridente. Sta qui con tutta la sua famiglia non so più da quanti anni. Di origine sono peruviani. Ognuno di loro ha la sua storia, gente apposto. Gente normale. Finché ti svegli una mattina e ti dicono che Elvis è stato portato a Ponte Galeria. Ponte Galeria?!? Me ne accorgo in quel preciso istante: dopo anni passati a scrivere di immigrazione, ecco qua. Pensavo che, in fondo in fondo, per finire in un centro di espulsione ci dovesse essere qualche magagna. Magari piccola. O meglio qualche resistenza all’integrazione tout court. Ma questo non è Elvis! Se lo conoscesse, lo vorrebbe per figlio pure Maroni.

    Come è possibile? Che cosa è successo? Penso a suo padre. Un signore anziano secco e curvo, che crede ai fantasmi e ha le sue liturgie che io rispetto moltissimo. Spero non gliel’abbiano detto: non so quanto abbia lavorato quell’uomo per i suoi figli. E ha fatto un buon lavoro. Chi sono  “questi qui” per rovinargli la vita e mandargli in pappa il cuore, per togliergli un grammo di fiducia nel figlio, per stendergli un’ombra nera davanti agli occhi? Il “questi qui” rischia di essere generico, ma poi neanche tanto: non sono certo i poliziotti che hanno convocato Elvis in questura – dove era andato a rinnovare il suo permesso senza un pensiero, contributi apposto, residenza, casa. Cittadino esemplare. Per loro Elvis è un altro che crea problemi. Anzi, magari si sono pure stupiti: chi ce li ha non va certo in questura a rinnovare il permesso di soggiorno. Chi si trova scoperto di fronte alla “giustizia” come Elvis è chi non ha o non ha avuto la possibilità di difendersi. Chi è rimasto senza strumenti. Gli innocenti. “Questi qui”, invece, sono i colpevoli: quelli che coscientemente hanno costruito meccanismi pedratori della vita altrui. Con il falso obiettivo di “regolare le migrazioni” e con il materialissimo interesse di vincere le elezioni.

    Il termine biblico di innocente si attaglia benissimo al nostro, perché Elvis – invece – per la giustizia italiana è colpevole, e del reato più grave tra i gravi secondo il raffinatissimo testo unico sull’immigrazione, che in una delle sue modifiche più dannose ha previsto il ritiro del documento per chi si macchi del reato di resistenza a pubblico ufficiale. Ebbene sì l’arbitrarissimo reato di resistenza a pubblico ufficiale – reato che ovviamente può essere commesso, in modo più che malevolo, ma come tutti sappiamo basta avere a che fare in una situazione non di cortesia con un poliziotto per vedersi appioppare la denuncia – in Italia determina la possibilità per una persona di essere espulsa. E non pensiamo a facinorosi, ma a Elvis. Il quale, quando era arrivato in Italia circa dieci anni fa aveva avuto da ridire, alla stazione Termini, con un rumeno. Non immaginatevi una rissa sanguinolenta. No, un battibecco, qualche spinta. Alla stazione la polizia è ovunque, e dunque due agenti si avvicinarono – ha ricostruiro con una ecrta fatica Elvis dieci anni dopo – e evidentemente scrupolosissimi depositarono denuncia.

    Il ragazzo non ha più saputo nulla di quella storia, nel frattempo ha cambiato casa. Ebbene, sorpresa: per quel reato è stato condannato. Ma lui non ne era a conoscenza Il processo si è svolto con Elvis in contumacia, quando lui era qui a Roma e avrebbe potuto difendersi. Anzi, ne avrebbe avuto il diritto. Ma va da sé: un altro grande classico. Sulla denuncia c’è scritto che Elvis è senza fissa dimora. Ma quando mai? Una residenza ce l’ha sempre avuta, e lui ricorda di averla comunicata. Insomma, una denuncia buttata lì da un poliziotto dieci anni fa per far finire il chiasso  ha significato l’inizio di un’odissea per Elvis. Chissà come andrà a finire.

di cinzia
pubblicato il 15 maggio 2012
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  • Creme solari, stessa spiaggia, stesso mare. E, ovviamente, stesso allarme immigrazione. Ieri le notizie da Tripoli hanno “preoccupato” il ministro degli esteri Giulio Terzi, e addirittura “angosciato” la leghista di Lampedusa Angela Maraventano, che così forse si è ri-sentita a casa dopo la vittoria alle elezioni lampedusane dell’ambientalista Giusi Nicolini.

    Questa la cronaca: ieri il ministro italiano ha incontrato il ministro per gli Esteri libico Ashour Bin Khaial, che al termine del colloquio ha detto: “Temiamo un peggioramento sul fronte dell’immigrazione clandestina” e ha aggiunto: “Vogliamo dare un segnale, un avvertimento, all’Italia e all’Ue per affrontare il fenomeno”. “Immigrati africani sono giunti fino al confine tra Egitto e Libia – è stato spiegato – per ora non sono grandi numeri ma potrebbero aumentare”.

    Ora, sbaglierò – anzi, vorrei i vostri giudizi su questo punto – ma ormai sembra  che certi paesi parlino all’Italia come con la vecchia zia (forse accade lo stesso con gli spagnoli). Sapete quelle zie a cui piace tanto quell’argomento  e allora glielo si chiede sempre per farle piacere (com’è che andò quella volta a Venezia?)? Ecco, se un ministro italiano va a Tripoli e non si parla pure di immigrazione sembra che manchi qualcosa, poi se ci si mette vicino la parola “allarme” tutti hanno bello e che servito un titolo, e hanno guadagnato la giornata. Se non che, forse l’esempio della zia è troppo benevolo. Sarebbe meglio dire che certi paesi si rivolgono all’Italia usando la parola immigrazione come un messaggio in codice un po’ stile mafioso. Capisci bene e leggi: sgancia soldi.

    Infatti il ministro italiano ha subito messo mano al portafogli, ringraziando pure l’omologo libico per lo scrupolo dimostrato: «Stiamo collaborando con la Libia affinchè le modalità tecniche» dei sistemi di monitoraggio delle frontiere «siano rese efficaci nei tempi e nei programmi» previsti, ha detto Terzi ricordando la collaborazione tra l’Italia e la Libia sull’argomento, anche alla luce della recente visita a Tripoli del ministro degli Interni Anna Maria Cancellieri. Ha poi sottolineato positivamente il fatto che il ministro libico abbia «sollevato questo tema», a dimostrazione dell’azione di partenariato efficace e di cooperazione tra i due paesi su tutta una serie di settori, tra cui appunto la sicurezza e l’immigrazione

    Ripeto: sbaglierò. Ma almeno due elementi sono certi. Il primo è che chiunque torni dalla Libia di questi tempi racconta la stessa cosa: dopo l’espulsione in massa operata dai militari di Gheddafi per “spaventare” l’Europa in guerra contro il Rais, in Libia manca la manodopera di basso livello. Si è creato un “buco”, che prima veniva coperto da circa un milione di migranti (le cifre non sono mai state chiare). Era la torma di gente che – do you remember Pisanu (ma anche Amato) ? – si diceva fossde pronta a lanciarsi in acqua per raggiungere l’Europa. Poi, quando alcune di quelle persone sono state costrette a prendere le barche scalcagnate per raggiungere l’Italia (molti altri se ne sono andati dalla Libia in fiamme con i loro piedi) li abbiamo conosciuti e ci abbiamo parlato: l’Europa? Dicono molti di questi. Io in Libia ci lavoravo e non avevo nessuna intenzione di andarmene. E’ stata una suprema lezione, per chi l’ha voluta capire, sul piano, oserei dire, metodologico: considerare gli immigrati in Libia come potenziali migranti in Europa è scorretto – e questo quando la Libia era senza alcun dubbio il trampolino di lancio verso la Fortezza Europa

    Il secondo dato, che si lega al primo, è che le cronache raccontano un’altra storia: governi come quello della Tunisia, alle prese con una crisi economica che è stata la miccia principale della rivolta nel paese, hanno aperto un dossier importante proprio sull’emigrazione dei propri concittadini in Libia, che è un paese – per quanto ancora instabile – comunque da ricostruire, e perdipiù ricco. Leggi: lavoro. Che è l’unico vero motore di una immigrazione consistente (aldilà di guerre e carestie, che in genere però spostano di pochi chilometri., almeno nell’immediato).

    Che il nuovo governo libico, alle prese con ben altre questioni, non intenda farsi carico di masse di disperati alla ricerca di lavoro, anche a basso prezzo, è sicuro. Che voglia almeno controllare questi flussi, è un altro dato scontato. Che i nuovi reggenti avranno nei confronti degli immigrati la stessa scarsa considerazione del passato regime, che ha spesso e volentieri utilizzato i migranti come arma di ricatto nei confronti dell’Europa, è plausibile. E un indizio a favore di quest’ultima osservazione è proprio l’uscita di ieri di Bin Khaial. Alcuni migranti si affacciano al confine, e lui lancia l’allarme: veramente un segno di amicizia, forse un po’ interessata.

     

     

     

     

di cinzia
pubblicato il 13 maggio 2012
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in varie
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  • Un’altra politica è possibile, verrebbe da dire rispolverando uno slogan un po’ desueto (purtroppo) guardando ai risultati delle elezioni comunali: Giusi Nicolini – sostenuta da una lista civica – è diventata sindaco di Lampedusa e Linosa, l’avamposto più a sud d’Italia. Le donne lampedusane hanno fatto molto parlare di loro, a partire da un volto diventato noto per ragioni opposte a quelle di Nicolini: Angela Maraventano, che aveva fondato il partito della Lega Nord a Lampedusa e per questo ha avuto un’ascesa politica decisamente veloce, visto il personaggio. Giusi Nicolini è una lampedusana che fa politica da sempre: ambientalista era lei la voce che denunciava ben prima che Lampedusa diventasse “famosa” a livello internazionale per gli sbarchi dei migranti, i rischi di un sistema ecologico fragile e unico.

    All’inizio del “caso” Lampedusa, si parla ormai di dieci anni fa, era naturale per un giornalista sbarcare sull’isola e rivolgersi a lei, perché di fatto era una persona già impegnata politicamente. In tutti questi anni, però, i “volti noti” sono diventati altri. I sindaci si sono susseguiti (tutti maschi, va da sé perché la “poltrona” è del maschio, e anche per questo l’elezione di Nicolini è una buona notizia).

    A marzo 2011, è passato appena un anno, l’isola ha toccato il momento forse più drammatico della sua “avventurosa” storia contemporanea. Su un territorio lungo 8 chilometri e largo 3 sono stati ammassati in modo criminale 6 mila immigrati. Una situazione che è andata avanti quasi un mese. Una vergogna in diretta televisiva.

    Calò persino il presidente Silvio Berlusconi che si è comprato una villa, ha promesso un casinò e ha raccontato che grazie ai suoi miliardi avrebbe acquistato tutti i motoscafi della Tunisia, cosicché nessuno sarebbe più partito. Sembrava l’uomo bianco sceso al sud a vendere perline ai selvaggi. Peccato che l’allora sindaco -Dino De Rubeis – era lì a fargli spazio e non ha speso una parola per difendere i suoi concittadini che volevano protestare, e invece erano stati allontanati dalla piazza.

    Mi sono chiesta spesso cosa fosse diventata Lampedusa dopo quel mese. Quali convinzioni fossero maturate nelle teste dei cittadini dell’isola più famosa d’Europa per i super-mediatizzati sbarchi di immigrati. Una sovraesposizione che incredibilmente non ha ancora garantito a Lampedusa un servizio medico di elisoccorso efficiente, alcuni reparti dell’ospedale come quello di ostetricia né una scuola decente. Sicuramente alcuni imprenditori e commercianti hanno visto “stabilizzare” le loro entrate, non più concentrate soltanto in estate, ma legate alla sempre attiva macchina per contrastare l’immigrazione. Nulla però è cambiato per Lampedusa dal punto di vista dei servizi per tutti, per questa piccola ma popolata isola, nostro ideale slancio verso l’Africa.

    Eppure, qualcosa, evidentemente è successo. E lo si era capito in questi ultimissimi anni, quando in mezzo alle polemiche e alle brutture erano nate mille iniziative culturali: il festival del cinema, i libri, le associazioni. Tante persone in grado di declinare in modo diverso l’opposizione a una politica arrogante e cieca, che non teneva in conto né i diritti dei migranti né degli isolani. Giusi Nicolini ha evidentemente saputo intercettare questa sensibilità, ed è stata eletta sindaco di Lampeudsa e di Linosa. Questi i risultati: la lista “Per le Pelagie – Iniziamo il futuro” (che sosteneva Nicolini) il 27,90% per Giusi Nicolini il 26,15% di preferenze. La Lista civica per la Rinascita delle Isole Pelagie ha preso il 24,85% dei voti e il sindaco Bruno Siragusa – che la lista sosteneva – il 20,84%. La lista Totò Martello sindaco (è già stato sindaco dell’isola pure lui) il 19,88% e Martello il 17,49% delle preferenze. La lista – dal nome molto simpatico – “Dino il sindaco buono”, che sosteneva il sindaco Bernardino De Rubeis (anche lui un ex primo cittadino) ha totalizzato il 21% dei voti e De Rubeis il 17,49% delle rpefernze. Infine l’outsider Mario Maurizio Di Malta ha preso il l’1,33% con la sua lista “Dalla parte del popolo” e lui lo 0,57%.

    Come si vede la politica lampedusana è vivace e frammentata. Ogni ex sindaco si porta dietro la sua “famiglia di voti” nei secoli dei secoli. Per questo la vittoria di Giusi Nicolini era ancora meno scontata. Speriamo dia buoni frutti.

     

     

     

di cinzia
pubblicato il 11 maggio 2012
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  • Non si riesce a tenere il passo con la pubblicazione delle intercettazioni raccolte durante le indagini sul giro di prostituzione e ricatti che ha coinvolto l’ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Tutte interessanti (magari non proprio tutte), ma quelle riguardanti Marysthell Polanco ci interessano particolarmente perché sono un fantastico esempio, ad altissimi livelli, di come funziona nei presidi territoriali del governo, le Prefetture, che sono direttamente responsabili in merito a due questioni centrali nelle politiche migratorie: la concessione della cittadinanza (l’importanza si comprende al volo)  e l’ ingresso nei centri di permanenza temporanea per i giornalisti. Cosa che potrebbe apparire secondaria e quasi futile. Ma non lo è, e lo dimostra la incrollabile resistenza del sistema a che questo diritto venga regolato. Ricordiamo che la prefettura di Milano è proprio severissima su quest’ultimo punto, tanto che nella campagna di LasciateCientrare conclusasi pochi giorni fa, laddove molte Prefetture hanno concesso l’ingresso ai giornalisti nei vari Cie e Cara, entrare in quello di Milano è stato impossibile. Che scrupolo, che ferrea applicazione delle regole nella “capitale morale” d’Italia (che poi le regole prevedono che i giornalisti possano entrare, a discrezione della Prefettura però).

     

    Come già detto, altro importante incarico della Prefettura è decidere sulla concessione o meno della cittadinanza italiana ai cittadini stranieri. E spesso a impedire che ragazzo diventi cittadino italiano, anche se è nato qui, influiscono piccole sciocchezze: magari è considerato una testa calda, magari ha rubato un motorino, mica può diventare cittadino italiano (citiamo alcuni casi che conosciamo, qui a Roma, di persone a cui il conferimento è stato rifiutato).

     

    Le intercettazioni del Rubygate dimostrano che tutto questo è soltanto un’immensa coltre di fumo, volta a dividere non chi ha diritto da chi non ha diritto ma chi può da chi non può. La fortuna, infatti, sta tutta ad avere l’amico giusto. Se poi quell’amico è il presidente del Consiglio, va da sé che tutto diventa più semplice. Le telefonate che tra il dicembre 2010 e il gennaio 2011 intercorrono tra il prefetto di Milano Gian Valerio Lombardi e una delle olgettine più vicine a Silvio Berlusconi (dicono le cronache), Marysthell Polanco, illustrano come il muro (reale) di leggi durissime di cui si è vestito lo Stato italiano per “difendersi” dall’orda straniera sia agilmente aggirabile, con il compiaciuto aiuto di altissime cariche del suddetto Stato.

     

    Marysthell vuole a tutti i costi – secondo quanto raccontato dalle indagini – diventare cittadina italiana. Per carità, mica è la sola. Tra l’altro si trova a fare i conti con il problema che hanno migliaia di persone: vive da diversi anni in Italia ma non in modo “continuativo”  (questione che chi si occupa delle questioni legate alla cittadinanza per gli stranieri conosce bene). Per la verità, la ragazza ha qualche problema in più, ma questo nel suo “caso” giunto fino al più alto orecchio della Prefettura di Milano, non viene neanche considerato:  nell’agosto del 2010 (cioè quattro mesi prima di queste telefonate) a casa sua vengono trovati 12 chili di cocaina – che in parte si trovavano nell’auto avuta in prestito da Nicole Minetti. Reato per il quale il suo compagno è stato condannato a otto anni. Per qualsiasi altro mortale una questione del genere avrebbe significato dover rinucniare per sempre a qualsiasi sogno italiano. Non per Marysthell che ha il numero diretto del Prefetto di Milano.

     

    Nella prima telefonata, all’inizio la ragazza  viene trattata con il tono che sarebbe riservato a chiunque non conosca la parola magica: l’asssitente del prefetto, dottoressa Lanciano, la tratta un po’ sbrigativamente. Finché Marysthell non fa il nome di Berlusconi. Apriti Sesamo. Sono solluccheri e cordialità, sia con Lanciano che quando la ragazza parla direttamente con il prefetto che conclude la chiacchierata con l’ormai famosa frase “mi saluti il presidente!” telefonata 1

     

     

    Nella seconda telefonata, Lanciano sembra quasi in soggezione: “mi scusi per la voce” e informa la potente Marysthell che può tranquillamente parcheggiare in Prefettura “non perda tempo a cercare parcheggio!” telefonata  2

     

    E arriviamo alla telefonata di gennaio – perché ci sono problemi con questo benedetto documento – “quando preferisce incontrare il prefetto alle 12,30 o alle 18,30?”. Marysthell sembra un po’ contrariata, forse avrebbe preferito un altro orario. Ma insomma, è sempre il Prefetto…telefonata  3

     

    La storia di Marysthell e del Prefetto era già stata raccontata e anche oggetto di un’interrogazione parlamentare

     

    Va specificato che Marysthell non è diventata cittadina italiana. Ma va altresì precisato che sia le sue telefonate con la madre – “ci daranno il passaporto in un paio di settimane”  - che le carte delle indagini dicono che il Prefetto – nonostante i problemi oggettivi riscontrati nei documenti della Polanco – avrebbe promesso alla ragazza l’impegno per trovare una soluzione.

     

    Esistono le dimissioni anche da Prefetto, mica solo da presidente del Consiglio.

     

di cinzia
pubblicato il 5 maggio 2012
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  • Protestano per il cibo che definiscono “schifoso”, per il limbo senza fine in cui sono stati precipitati nel momento in cui – scappando dalla Libia per la guerra – sono finiti in Italia. E’ di nuovo rivolto nel Cara di via del Fosso dell’Oca, alle porte di Roma in zona Anguillara. Un centro di “accoglienza”, questo in cui da tempo filtrano notizie sulla insoddisfazione degli ospiti: mancherebbe latte in polvere per i bambini, pannolini, il pocket money che la legge riconosce come diritto a chi è in attesa di un pronunciamento della commissione per il riconoscimento dell’asilo sarebbe sempre insufficiente. E periodicamente scoppiano delle rivolte: gli ospiti (loro malgrado) occupano il centro e poi invadono la strada, sperando che qualcuno noti la loro protesta. Peccato che il cnetro si trovi in una zona del tutto fuori mano, e dunque le loro vivaci proteste arrivano solo alle orecchie della holding che gestisce il cnetro – La Cascina e Domus Caritatis – che prontamente avverte la polizi9a: anche stamattina,s econdo le ultime notizie, a far visita ai rivoltosi sono arrivati i celerini.

     

    Il Cara di Anguillara è un altrro di quegli “oscuri” posti nati a decine dopo l’”emergenza” del marzo scorso. Profughi sbattuti in varie parti d’Italia, con un’organizzazione approssimativa e tanto spazio per chi è pieno di “iniziativa”. Che, come si sa, può essere buona, ma anche no. Così in alcune parti d’Italia i profughi sono riusciti ad entrare e diventare protagonisti di progetti ben fatti, che prevedono un’accoglienza piena e reciproca, progetti di integrazione e distribuzione a piccoli gruppi nei territori così da creare relazioni proficue. In altri casi i profughi (ovviamente la distinzione attiene al destino di ciascuno) sono invece finiti in megastrutture gestite da mega organizzazioni, con risultati a quanto pare piuttosto scadenti. Basdti pensare che, appunto, ad Anguillara ancora prima di lamentarsi per la mancanza di docuemnti e per i tantissimi problemi sul fronte legale, ci si lamenta della qualità del cibo.

di cinzia
pubblicato il 4 maggio 2012
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  • Mentre ci avviciniamo a una tornata di amministrative molto importante per il paese, la Campagna L’Italia sono Anch’ioci ricorda che in Italia non esiste il suffragio universale. Vanno al voto 9 milioni di italiani, in 1000 Comuni. Italiani di sangue, perché migliaia di italiani di fatto, che vivono, lavorano, spesso sono nati qui, non avranno invece questo diritto. Si calcola che considerando solo i comuni maggiori, una percentuale in taluni casi superiore al 10% di potenziali elettori (per esempio a Como, Parma, Verona e Piacenza, dove si arriva addirittura al 14,4%) verrà esclusa dal voto perché non in possesso della cittadinanza italiana. Si tratta di cittadini di origine straniera non comunitari, residenti regolarmente in quei comuni spesso da anni, del tutto integrati nella vita della comunità in cui vivono, studiano e lavorano e che tuttavia si vedono interdetta la possibilità di partecipare alla scelta di chi dovrà amministrarli. Nei comuni capoluoghi che andranno al voto, solo 4024 persone, l’1,5% del totale degli stranieri residenti in quelle città, ha infatti ottenuto la cittadinanza nel 2010 e potrà partecipare alla consultazione. Una percentuale limitatissima, dovuta alle difficoltà di dimostrare il possesso dei requisiti richiesti dalla legislazione attuale.

    In totale, ad oggi, ben il 5,3% della popolazione residente non può votare.

    Per questo la campagna distribuirà un adesivo con scritto “Io non posso votare”.

    Il testo della proposta di legge che prevede l’accesso alle elezioni amministrative epr i cittadini stranieri non comunitari, è stato elaborato dall’Associazione nazioanle dei Comuni, e ricalca la Convenzione di Strasburgo del 1992, ratificata dall’Italia tranne che epr il paragrafo C: quello che prevede il voto per gli stranieri residenti.

     

di cinzia
pubblicato il 3 maggio 2012
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  • Non si tratta di numeri altissimi. Anzi, proprio per nulla. Eppure in Trentino Alto Adige qualcuno non sopporta quei 200 profughi. E stamattina ha scagliato tre molotov contro un centro di accoglienza. E’ successo a Vandoies, in val Pusteria. Non ci sono feriti e i danni sono limitati. Sul posto si trovano i carabinieri, la Digos di Bolzano e il responsabile della Provincia di Bolzano per i rifugiati Karl Tragust. Sono stati 201 i profughi in fuga dal Nord Africa che nel corso dell’ultimo anno sono arrivati in Alto Adige. 153 vengono ancora ospitati nelle diverse strutture. All’Alto Adige è stato assegnato un numero di profughi pari al rapporto tra popolazione locale e popolazione nazionale (0,9%). Presso la caserma «Gorio» di Bolzano sono in 71, altri 37 sono ospitati da Casa Arnika di Merano, 21 dalla Casa del giovane lavoratore di Bolzano, 4 dal Servizio di prima accoglienza di Bolzano (ex Saetta) mentre altri 20 profughi hanno trovato posto a Vandoies.

di cinzia
pubblicato il 3 maggio 2012
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in varie
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  • la campagna LasciateCientrare ha protato alla luce oggi un altro “buco nero” del nostro sistema sulle politiche dell’immigrazione: quello dello scalo dell’aeroporto di Fiumicino. E’ riuscito ad entarre, ottenendo l’autorizzazione, Claudio Graziano responsabile romano dell’Arci. Questo il comunicato dell’associazione:

     

    All’interno della Campagna europea ‘Open Access Now – Aprite le porte. Lasciateci entrare!’, anche in Italia prosegue la mobilitazione per la libertà di informazione in tutti i luoghi in cui i migranti vengono detenuti o trattenuti, anche per brevi periodi.

     

    Questa mattina,  il responsabile immigrazione di Arci Lazio, Claudio Graziano, la cui richiesta non aveva ricevuto risposta, grazie alla presenza del senatore Marco Perduca del Partito Radicale, ha potuto visitare il valico di frontiera dell’aeroporto di Fiumicino.

     

    Lo scopo era verificare se anche quella zona viene utilizzata come  luogo di trattenimento, per quanto temporaneo,  e se il diritto alla libertà personale e alla difesa, nel caso di limitazione della libertà, siano rispettati, come pure la possibilità di accedere alle procedure per l’asilo nel caso ne sia  fatta richiesta.

     

    Le stesse autorità aeroportuali hanno ammesso che, nei periodi in cui gli arrivi di stranieri non comunitari sono particolarmente numerosi, quella zona, che dovrebbe essere di transito, diventa di permanenza.

    I migranti costretti a passarvi la notte devono arrangiarsi sui sedili d’attesa o per terra, i pasti vengono forniti solo ai richiedenti asilo, mentre agli altri vengono forniti buoni pasti da utilizzare nell’area. Per le donne e i bambini è invece prevista la permanenza in una piccolissima stanzetta, spoglia e priva di finestre.

     

    Quel che emerge è insomma l’assoluta inadeguatezza a garantire un’accoglienza dignitosa a chi viene trattenuto in un luogo che peraltro non è previsto che debba assolvere a questa funzione.

     

    Dai dati forniti, emerge invece che l’anno scorso e nei primi mesi di quest’anno vi sono transitati per periodi più o meno lunghi un numero consistente di stranieri.

    Nel 2011, 934 richiedenti asilo e ben 3094 rimandati in Italia da altri paesi in base alla Convenzione di Dublino. Al 25 aprile del 2012, i numeri sono rispettivamente 273 e 879, mentre i respinti in questi primi 4 mesi dell’anno sono già stati 627, per la maggior parte albanesi.

     

    Questa situazione conferma che, oltre che ai Cie, grande attenzione da parte di chi vigila sui rispetto dei diritti dei migranti, va posta anche a tutti i valichi di frontiera, che in molti casi rischiano di trasformarsi in altrettanti luoghi di trattenimento senza che la legge lo preveda. Per questo è necessario che anche in questi spazi sia consentito l’accesso a giornalisti e organizzazioni indipendenti.

     

    Dopo questo primo giro di visite, ci pare urgente l’istituzione di una commissione nazionale permanente, con possibilità di accesso in tutti i luoghi di trattenimento e detenzione, per vigilare sul rispetto dei diritti delle persone private della libertà di movimento.

di cinzia
pubblicato il 27 aprile 2012
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  • Dal 26 aprile in libreria, per la prima volta in italiano, si potrà trovare l’Atlante delle migrazioni edito da Vallardi. Lo segnalo perché la curatrice è Catherine Wihtol de Weden, consulente dell’Agenzia per i rifugiati dell’Onu – Unhcr – e dell’Ocse considerata una delle maggiori esperte mondiali in materia di migrazioni umane. E perché un lavoro di questo tipo può essere utile per “fotografare” lo stato degli spostamenti di uomini e donne attraverso le frontiere, visto che questo argomento è spesso fonte di dibattiti pubblici e soprattutto di programmi politici. Il più delle volte disegnati sulla propaganda. L’atlante da questo punto di vista qualche indicazione la dà. Partendo dal presupposto che i numeri e i flussi di persone dimostrano come migrazione e sviluppo siano due fattori interdipendenti.

    L’Atlante, comunque, è stato concepito per non “perdersi in chiacchiere” e affronta un argomento piuttosto complesso mettendo l’accento sulla semplicità di linguaggio e sull’incisività grafica, corredando le schede con un’infografica che rende uin po’ più semplice capire meccanismi complessi.

    Ancora a proposito di Wihtol de Wenden: nel 2006 è stata insignita del Prix Lyssenko, un anti-premio attribuito polemicamente dagli intellettuali di destra ed estrema destra francesi del Club de l’Horloge, per “la sua analisi dei benefici dell’immigrazione e della commistione sociale”

    Nel 2006 è stata insignita del Prix Lyssenko, un anti-premio attribuito polemicamente dagli intellettuali di destra ed estrema destra francesi del Club de l’Horloge, per “la sua analisi dei benefici dell’immigrazione e della commistione sociale”

    Il prezzo di copertina è di 15 euro. Su Amazon a 12,75.

     

     

di cinzia
pubblicato il 24 aprile 2012
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  • “Non pianga”. Così ha detto oggi pomeriggio il presidente della Repubblica Girogio Napolitano a Meherzia Rouafi, la mamma che da ormai quattro mesi si trova in Italia insieme a una delegazione di genitori tunisni. Cercano i loro figli scomparsi, partiti alla volta dell’Italia dopo gli sconvolgimenti della rivoluzone che ha abbattuto Ben Alì e dato una speranza di “via di fuga” ai giovani tunisini affamati dalla disoccupazione e dalla crisi economica. Molti di loro sono “scomparsi”. I naufragi nel terribile marzo 2011 sono stati tantissimi. Ma i genitori in questione sono convinti che i loro figli siano arrivati in Italia. A suffragio di questa loro convinzione portano foto, video, racconti di telefonate ricevute. E l’incrollabile certezza di avere ragione. Meherzia che cerca il suo Mohammed appena diciottenne, con la foto di questo ragazzo giovanissimo, bellissimo, sempre in mano. E quel cd duplicato in decine di copie in cui c’è uno spezzone di un servizio del Tg 5 con un ragazzo che sale su un camion e dice “Tunisia no” e fa il segno di tagliarsi la gola, come a dire se mi rimandate indietro mi ammazzo. “E’ lui, lo riconosco è mio figlio. Come posso sbagliarmi se sento anche la voce?”, ripete da mesi Meherzia, con la sua faccia scura e senza età, i suoi occhi penetranti e quella smorfia di dolore ma anche di tenacia. Lei non mollerà. “Dove è mio figlio? Ditemi la verità”. Oggi lo ha ripetuto anche al presidente Napolitano “beccato” in un corridoio della Grande Moschea di Roma dove era in visita. Gli ha messo in mano il famoso cd, la foto del figlio: “Mi aiuti a cercarlo”, gli ha detto in francese.

     

    E così Meherzia è arrivata fino a Napolitano. Dolce, testarda Meherzia. E’ incredibile che il presidente della Repubblica italiano, in mezzo alla crisi economica del paese e dell’Europa, tutore di un governo sempre a rischio di caduta, si sia dovuto fermare cinque minuti davanti ai suoi occhi impenetrabili, e alla storia di suo figlioed. Come dice spesso Federica Sossi, docente di filodofia all’università di Bergamo, una delle animatrici del comitato milanese femminista “Le venticinqueundici” che segue questa vicenda sin dall’inizio “la loro forza è più forte delle nostre ideologie”. In effetti Meherzia, Nourrdin e Imed, gli altri componenti della delegazione, sono una vera scuola di politica per chi come noi forse la politica l’ha un po’ dimenticata. Praticano l’obiettivo con serietà, fierezza, pazienza e costanza. Intorno a loro succedono anche cose poche belle, ma mentre molti si disaffezionano proprio a causa di litigiosità varie e strani giri, loro ascoltano, scuotono la testa, magari si arrabbiano. Ma un attimo dopo ricominciano a cercare i loro figli, forti delle loro certezze. Più forti dello scetticismo con cui vengono trattati: 250 ragazzi scomparsi nel nulla, come è possibile?

    E le istituzioni, come si comportano il governo italiano e il governo tunisino di fronte a queste persone? Osservarli è di estremo interesse, sempre volendo giocare all’entomologia politica. Perché alle prese con questo atteggiamento estremamente civile – siamo cittadini, abbiamo perso i nostri figli, abbiamo il diritto di sapere dove si trovano – l’istituzione democratica si sente toccata, soprattutto una appena nata sul principio che tutti contano e tutti hanno il diritto d’espressione come quella tunisina. Quindi, grandi sforzi (ma reali!) per confrontare le impronte di questi ragazzi che risultano alla Tunisia e all’Italia (con vari giochi diplomatici di mezzo, che è difficile conoscere per filo e per segno e che comunque qui non interessano).

    E, alla fine, una volta avviato il meccanismo, arriva il momento della responsabilità. Cioè il momento in cui l’istituzione dichiara qualcosa: la sua verità. Dice quello che sa dalla A alla Zeta, opera in trasparenza. Ebbene, è quando si arriva a questo punto che si capisce il valore “sovversivo” della lotta di questi genitori. Perché quella trasparenza che loro chiedono, la comunicazione intera sulla sorte dei propri figli è così scomoda che non l’istituzione non la pronuncia. Chi si occupa di questa storia sa per certo che l’esame sulle prime 142 impronte, tra le quali c’è quella del figlio di Meherzia, è finito da un pezzo. Ma la comunicazione ufficiale del risultato è interdetta. Perché? Sarebbe davvero interessante saperlo.  Perché  i ragazzi sono tutti morti e i governi temono suicidi tra i genitori? Perché se sono tutti morti, allora bisogna cominciare a contarli questi morti, per accorgerci che in un mese sono stati migliaia? Oppure perché effettivamente qualcuno è arrivato ma non si sa dov’è? Oppure, ancora, perché in realtà i governi non lo sanno e tutta la storia del controllo, delle impronte della Fortezza Europa è in realtà più fragile di quello che ci aspettiamo? O ancora, infine, perché i governi, in realtà, non sono abituati a dire grandi verità, e quindi non esiste la forma, il modo, la persona deputata a farlo. Non esistono le parole per comunicare tra i governi e Meherzia.

    Allora il presidente Napolitano che è stato fermato per strada da Meherzia, che avrà fatto una volta tornato a casa (il Quirinale…)? Sarebbe bello che avesse guardato il cd. E che quelle immagini gli avessero fatto sorgere delle domande: “mi rintracciate la giornalista che ha firmato questo servizio?”. Ci vorrebbero due minuti, al presidente della Repubblica. Per capire se quel servizio effettivamente data dopo il 14 marzo – giorno del presunto arrivo di Mohammed a Lampedusa – oppure se si tratta di immagini di repertorio. E, mentre fa questo, chiamare il ministro dell’Interno e dire che quella madre che piangeva ha certamente tutto il diritto di sapere. E non solo lei, anche il presidente della Repubblica.

di cinzia
pubblicato il 24 aprile 2012
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