Presi dall’euforia per i referendum, abbiamo sottovalutato la portata delle dichiarazioini del ministro dell’Interno Roberto Maroni al Corriere della sera circa la situazione in Libia. Non lo ha fatto il Consiglio italiano per i rifugiati che a questo proposito ha diramato un comunicato. Dunque, cosa dice Maroni al Corsera? Il ministro, oltre a lanciare un paio di ultimatum ai suoi stimatissimi colleghi di governo, sostieme che i barconi carichi di immigrati andrebbero respinti dal blocco navale della Nato. Per rispedrili dove? A Bengasi.
Ora, se non stessimo parlando di vite umane – le stime dicono che un migrante su dieci è morto in questi ultimi mesi nel cercare di raggiungere le coste europee – ci sarebbe da ridere. In primo luogo per la statura di un ministro di un paese in guerra che rispetto all’intricata situazione liubica vede solo una cosa: i barconi diretti verso l’Italia. E solo a partire da questo dato – sia permesso di dire non esattamente il più importante rispetto allo scenario politico internazionale – il ministro volge lo sguardo al futuro, sostenendo che quando ci sarà un nuovo governo allora potrà stringere accordi contro l’immigrazione illegale. Per il resto, si guarda all’oggi e la mentalità praticona della Lega ha una risposta a tutto: c’è il blocco navale della Nato per impedire l’arrivo delle merci in Libia? Ottimo, usiamolo al contrario. Blocchino anche le carrette del mare e le riportino in Libia. In un paese in guerra? No, precisa il ministro, a Bengasi, dove il governo delgi insorti si è detto disponibile a accogliere i profughi. Davvero fantastico! Perché è fantastico e fantasioso il mondo del ministro leghista: dunque ci sono navi della Nato che invece di “guardare i barconi che passano come se fossero navi da crociera” (il ministro dice di averlo scoperto recentemente, bisognerà regalargli un abbonamento al manifesto, che lo ha raccontato diverso tempo fa) le agganciano e le portano a Bengasi. Peccato che si tratterebbe di un respingimento di massa, come il porto di Bengasi – nonostante la buona volontà dei ribellli e la benedizione del ministro leghista – non può certo essere considerato porto sicuro. Che poi il ministro sbatterebbe uomini, donne e bambini in soggiorno obbligato in una città asserragliata, ritenendo anche di aver avuto un pensiero caritatevole è davvero il massimo.
Non resta che aspettare la sentenza della Corte europea sui respingimenti in alto mare che verrà discussa a giorni.
pubblicato il 16 giugno 2011
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Non è una storia che ha strettamente a che fare con le migrazioni. Ma con gli intrecci e scontri tra culture sì. E con la libertà sicuramente. E’ la storia di Habiba (nome di fantasia), marocchina di 22 anni, separata a Madrid dalla sua bambina di 15 mesi per decisione dell’Istituto Madrileno dei minori e delle famiglie. Il perché non è ancora chiaro tanto che la Procura madrilena ha impugnato la decisione perché “poco motivata”. Ma secondo la Fondazione Raicès che si sta occupando del caso, Habiba denuncia di aver subito pressioni fortissime affinché smettesse di allattare la figlia. Quindici mesi sono troppi, secondo alcuni. Non solo in Spagna, ma anche in Italia. Opinioni, sono solo opinioni. Hanno certamente qualche fondamento, ma vale la pena ricordare che l’Oragnizzazione mondiale della sanità raccomanda l’allattamento al seno fino a 18 mesi. E che in alcune culture questo è perfettamente normale anche prima che lo dicesse l’Oms.
Questo modo di relazionarsi con il proprio figlio, però, viene evidentemente considerato “arretrato” e segno di scarsa capacità sociale, tanto da etichettare la giovane Habiba come caratterizzata da una “certa instabilità mentale” e priva delle “abilità necessarie” a occuparsi di un bambino (l’articolo del Paìs). Eppure Habiba tanto disarmata non è, se dopo lo choc di essersi vista sottrarre la figlia – le due già vivevano una situazione di povertà, tanto da essere accolte in un centro per madri e sole con bambini – essere stata cacciata dal centro di accoglienza perché, a quel punto, non aveva più un bambino – crudeltà della burocrazia – è riuscita a rivolgersi a un’associazione, a denunciare quanto successo. E l’altro ieri era anche lei alla prima manifestazione che si è svolta a Madrid per protestare contro questa violazione.
Una psichiatra che si è occupata di Habiba ha dichiarato che si tratta di una ragazza senza alcun problema mentale. Ma che una separazione tanto brusca può, invece, creare gravi problemi sia a lei che, soprattutto, alla bambina. E quando Habiba è risucita a rivederla – ora può incontrarla una volta alla settimana – il suo racconto sembra confermare questo timore: “All’inzio neanche voleva guardarmi…”.
Fa paura questo immenso potere di un’istituzione su un individuo, fa paura questa immensa presunzione di sapere sulle mille declinazioni della maternità e questa scarsa cura, da parte di un paese occidentale, sviluppato, liberale, della delicata e profonda rete di sensi e di gesti che lega una madre ai suoi figli, e soprattutto questi ultimi alla persona che li protegge.
Per fortuna in Spagna è in corso una vera e propriarivolta, che parte non soltanto dalla Fondazione Raìces, ma da madri in carne e ossa, di diverse culture e estrazioni sociali, ma comunque convinte che quanto accaduto a Habiba sia inaccettabile. Su Facebbok, il gruppo che sostiene Habiba e che ha già raccolto moltissime firme.
Qui sotto pubblico volentieri un appello alla mobilitazione, anche in Italia, in favore di Habiba e della sua bambina.
Per firmare la petizione:
http://actuable.es/peticiones/dile-al-instituto-madrileno-del-menor-y-familia-reuna-a
MERCOLEDI 15 GIUGNO ORE 11 DAVANTI ALLE AMBASCIATE SPAGNOLE NEL MONDO CI SARANNO CONCENTRAZIONI DI APPOGGIO AD HABIBA, PER CHIEDERE L’IMMEDIATO RICONGIUNGIMENTO CON SUA FIGLIA. CHIEDIAMO ALLE ASSOCIAZIONI ITALIANE, ALLE MADRI, AI PEDIATRI, AI CITTADINI, ALLE SCUOLE, AGLI EDUCATORI, AI PADRI, A TUTTI COLORO CHE VOGLIANO SOLIDARIZZARSI CON HABIBA, CHE RENDANO PUBBLICA QUESTA STORIA, CHE LA DIFFONDANO E CHE SI RITROVINO DAVANTI ALL’AMBASCIATA SPAGNOLA A ROMA! IN ALLEGATO LA TRADUZIONE IN ITALIANO DEL COMUNICATO CHE VERRÁ LETTO DURANTE LE MANIFESTAZIONI, SPARGETE VOCE, PUBBLICATE SUI VOSTRI SITI, DIFFONDETE CON TUTTI I MEZZI!
Valeria Contegno
I link di appoggio:
http://www.facebook.com/note.php?created&¬e_id=2137065753060#!/WeAreAllHabiba
http://www.facebook.com/note.php?created&¬e_id=2137065753060#!/home.php?sk=group_170685046326633&ap=1
http://todossomoshabiba.blogspot.com/
Habiba é distrutta dal dolore. La sua sofferenza é immensa, le sue parole sono strazianti, la sua preoccupazione per sua figlia é infinita e per questo “non ne pió piú”. Ha sofferto in questi giorni come nessuno potrebbe immaginarsi, doveva resistere fino ad oggi (9 giugno) per poter vedere sua figlia, giá si sono viste e non puó immaginare continuare a stare senza di lei. La sua preoccupazione per sua figlia é infinita, il danno a sua figlia é giá stato fatto.
Sua figlia non si era mai separata da lei per piú di qualche ora da quando é nata, aveva sempre preso il seno a richiesta e non aveva mai dormito senza la sua mamma. Da 9 giorni la bebé di Habiba si trova in un posto sconosciuto, senza nessuna figura di riferimento, senza nessun oggetto di transizione e ogni notte nella solitudine che solo quel posto puó offrire, dove 42 bambini tra gli 0 e i 6 anni sono “accuditi” da solo 2 adulti.
A quale coppia lascerebbero incaricarsi di 42 creature, tra le quali si trovano bebé appena nati? Come fanno di notte con i pianti dei nostri bambini? Come fanno a cambiare tanti pannolini? Come fanno per cambiare tante lenzuola dei bambini che non usano il pannolino? Come fanno ad ascoltare i loro pianti, in un posto cosí grande? Come fanno quando hanno incubi, come fanno quando vogliono acqua, come fanno quando bisogna alimentarli a richiesta perché ancora hanno bisogno di essere alimentati di notte?
BASTA CON QUESTA SOFFERENZA GRATUITA, BASTA CON TANTO MALTRATTAMENTO ISTITUZIONALE, BASTA CON TANTA IPOCRISIA DI UN SISTEMA CHE PERMETTE CONFISCARE FIGLI SENZA L’INTERVENTO DI UN GIUDICE, SENZA NESSUNA VIGILANZA SUL DOVE VANNO E NELLE MANI DI CHI!!!
Domani mattina, Habiba spera ottenere risposta, qualcosa di certo come che in giornata le ridaranno sua figlia. Se cosí non fosse, Habiba assicura che ha bisogno di fare qualcosa, ha bisogno che ci muoviamo, che tutte le persone che stanno con lei escano in strada a GRIDARE CHE GLIELA RESTITUISCANO. Oggi Habiba diceva “se io avessi una famiglia grande…”
Domani staremo tutti attenti ai cellulari, a Facebook, alle e mail, e twitter e avremo la capacitá di organizzarci rapidamente e appoggiarla.
TUTTI SIAMO HABIBA.
Grazie.
pubblicato il 13 giugno 2011
| 13 Commenti »
Occorrerà cominciare a riflettere su come attrezzarci per comunicare la strage. Di nuovo 250 morti in mare, si pensa che la maggioranza fossero donne e bambini. Comunque di donne e bambini dall’inizio di marzo ne son morti in quantità. Caduti in mare, dispersi, staccati dalla vita con uno schiaffo di terrore. Tutto questo sta accadendo sotto i nostri occhi. Ma non fa più impressione. E per noi giornalisti si pone il problema: ma come si fa a comunicare la tragedia, questa ecatombe? Non succede da ieri che le barche che attraversano il Canale di Sicilia, si dirà. Ma è di ieri, e cioè dall’inizio dell’offensiva Nato contro la Libia, la decisione deliberata del regime di Gheddafi di utilizzare i barconi per tentare di comunicare all’Europa una sensazione di “invasione”.
Gabriele Del Grande sul sito Fortress Europe racconta nel dettaglio come avviene questo nuovo meccanismo che governa i viaggi che non dobbiamo più chiamare della speranza, ma della morte. Ormai alcune delle persone caricate su barconi malandati e insufficienti per contenere quel gran numero di persone nemmeno hanno intenzione di partire, vengono costrette a farlo, persino gratis. Altre avevano tentato di mettersi in salvo dalla guerra passando il confine con la Tunisia, ma in quei campi profughi pensati per la prima accoglienza stanno marcendo, le tensioni crescono, ma nessun paese occidentale impegnato nella guerra ha finora messo a disposizione un solo posto legale per accogliere queste persone. Intanto rimane il dubbio: ma come è possibile che le navi della Nato che sono “di stanza” proprio di fronte alle coste libiche non abbiano mai intercettato uno di questi barconi? E se anche lo intercettassero, è stata stabilita da qualcuno una procedura di intervento? O ci si appoggia soltanto sul vecchio e sempre valido comportamento di controllare che la barca non sia proprio sull’orlo del collasso e di distribuire qualche bottiglietta di acqua?
Ennesima “strategia” sbagliata quella del vecchio e stolto Colonnello. Pensa di terrorizzare l’Europa con i suoi barconi? Ha sbagliato indirizzo. Qui da noi abbiamo già consumato il “dramma invasione”. E’ toccato alle barche dei tunisini e abbiamo risolto (si fa per dire) con un accordo di riammissione e concedendo 20 mila permessi di soggiorno. Gheddafi è arrivato tardi. Siamo abituati a digerire tutto, e presto. E’ porprio per questo che qui, da questa parte del Mediterraneo, bisogna cominciare a capire: come si fa a comunicare la strage? Non sarebbe male pensare di incontrarsi per discutere di questo.
pubblicato il 5 giugno 2011
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