Wednesday 19 June 2013

IL MANIFESTO BLOG
   intrecci e migrazioni a cura di Cinzia Gubbini
Archivio di luglio 2011
  • Il permesso di soggiorno a punti “formato Lega” per gli stranieri residenti in Italia è uno dei provvedimenti più odiosi mai approvati da questo governo. Il fatto che sia stato approvato, ci viene graziosamente comunicato dal ministro dell’Interno Maroni e dal ministro del Welfare Sacconi tramite comunicato. Ma non ne fa cenno il sito di palazzo Chigi, che dovrebbe elencare tutti i provvedimenti approvati dal Consiglio dei ministri. Viene da chiedersi quanti punti dovremmo togliere a questi ciarlatani.*

    Ma a parte gli ovvi paralleli che vengono alla mente, è il caso di sottolineare l’incredibile salto di qualità rappresentato da questo provvedimento, che copia praticamente alla lettera – tranne alcuni cambiamenti “tecnici” raccolti lungo la via – una proposta di legge della Lega del 2008. Tanto per rendersi conto una volta di più di chi detti legge in Italia circa le politiche sull’immigrazione. Gli altri, hanno altro a cui pensare – come tutti sanno benissimo. Eppure il permesso di soggiorno a punti introduce  un concetto finora estraneo al nostro ordinamento. E non estraneo per difetto, ma per incompatibilità. La nostra Costituzione e le leggi che ne sono derivate nell’età repubblicana, fino a ieri, non concepivano la possibilità che la vita di una persona fosse misurata a pezzi – o a punti – e che quindi potesse essere messa in ipoteca – quando quei pezzi cominciano a scarseggiare – oppure avere un valore maggiore – e tale sarà la vita di chi avrà accumulato abbastanza punti da potersi permettere qualche “scappatella”. Questo è uno dei paradossi del provvedimento approvato – e introdotto dal pacchetto sicurezza del 2009 – poiché i 30 punti che daranno la possibilità allo straniero di ottenere il suo permesso di soggiorno sono suddivisi in base a vari “adempimenti”. Peccato, però, che questi adempimenti sanciscano un clamoroso e abominevole salto indietro nel passato, togliendo di dosso la maschera alla Lega: altro che movimento “radicale”, “costola della sinistra”. La Lega è un partito conservatore e reazionario. Un partito secondo cui è giusto che una persona che abbia un dottorato di ricerca accumuli molti punti per soggiornare in Italia (fino a 64) contro una persona che ha la licenza media (solo 4). Dunque chi avrà un titolo di studio più elevato potrà giocarsi in modo più libero i proprio punti nella “pagella”, che prevede decurtazioni per una quantità infinita di questioni: non conoscenza della lingua o delle istituzioni dello stato; ma anche “condanne penali non idefnitive”, e addirittura reati amministrativi (esempio: parcheggio in sosta vietata) o tributari  (nel paese dell’evasione fiscale per eccellenza).

    Tutto questo non solo non ha senso – come è evidente – ma è soprattutto odioso essendo un progetto pensato, accarezzato, coltivato e cresciuto da una forza politica che detiene il 10% dei voti in questo paese e perdipiù al Nord. Ma, lo sappiamo bene, non è solo la Lega il problema. Se l’unica reazione all’approvazione di tale obbrobrio arriva da Livia Turco (Pd). E non con un comunicato, che forse non ha sentito l’esigenza di dettare – o almeno non ve n’è traccia nelle agenzie di stampa – ma con un commento riportato da “La Repubblica”. Commento, oltretutto, piuttosto stitico: “Bisogna prima garantire tempi certi per i rinnovi dei permessi e corsi di lingua e cultura forniti dalla scuola pubblica”. Come dire, abbiamo colto il punto principale del problema.

    Ovviamente di cose da dire ce ne sono parecchie. A cominciare dal fatto che il ministro Maroni assicura che la formazione sarà a carico dello Stato, ma poi a quanto pare i corsi previsti per imparare la lingua italiana e gli elementi basilari delle istituzioni del nostro paese saranno di 5/10 ore. Una presa per i fondelli. C’è da augurarsi che le associazioni democratiche di questo paese istituiscano corsi gratuiti. Sì,gratuiti. Perché non è possibile che un immigrato oltre a pagare il suo permesso di soggiorno – costa rinnovarlo alla Posta, per chi non lo sapesse- senza aver finora ottenuto alcun beneficio (i permessi di soggiorno continuano ad essere rinnovati con estrema lentezza), ora debba sopportare anche il balzello dei corsi di formazione – e va da sé che nasceranno nuovi “Cepu per stranieri” succhia soldi e dalla gestione poco trasparente.

    E, in effetti, la totale assenza – certo non per dimenticanza – di un onesto meccanismo premiale, che offra qualche beneficio al cittadino straniero che stipulerà (o meglio che sarà costretto a stipulare, poiché non v’è scelta) tale accordo con lo Stato italiano, è l’altra macroscopica ingiustizia contenuta nel “permesso di soggiorno a punti”. Difatti, rispettando le regole si accumuleranno soltanto molti punti. Per farci cosa? Si vince un’elegante pirofila? Oppure il messaggio sotteso è che quando diventi un rispettabile cittadino che parla bene l’italiano puoi anche evadere le tasse, tanto se perdi un po’ di punti che male fa? Sarebbe appena stato il caso di prevedere – in questo meccansimo che rimarrebbe comunque infernale – che l’immigrato con un’ottima pagella abbia diritto a un permesso di soggiorno di durata più lunga dei due anni, e a qualche controllo in meno.  Dopo aver scontato la pena, c’è la libertà. Ma non in casa Lega, cioè – ormai – a “casa nostra”.

    *In serata sul sito di Palazzo Chigi è apparso anche il provvedimento riguardante “la disciplina dell’accordo tra lo straniero e lo stato”. Significativamente seguito dal provvedimento riguardante “misure di fiscalità in favore dei territori di Lampedusa e Linosa”. Ma anche uno degli esiti del nuovo rimpasto di governo, con la nomina dell’avvocato Bernini alle Politiche europee, e visto che ci siamo anche la nomina di un nuovo sottosegretario (avanti c’è posto!): Belcastro all’Ambiente, con la delega alla “tutela del territorio e del mare”. Si capisce, è agosto. Davvero in questa “coda” del Consiglio dei ministri di ieri, un’ottima istantanea del paese.

di cinzia
pubblicato il 29 luglio 2011
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in varie
  • A proposito dell’incendio della stazione ferroviaria Tiburtina di Roma c’è una cosa che colpisce – a parte il fatto che il giorno dopo viaggiassero i Frecciarossa ma non i treni pendolari, ovviamente – e cioè il blitz al campo rom di via Salone eseguito a colpo sicuro dalle forze dell’ordine.

    Come è noto il devastante rogo ha distrutto la centralina di comando, con pesanti ripercussioni sull’intera rete ferroviaria. Le cause, vale appena la pena di ricordare, sono ancora tutte da accertare, e ipotesi vano dal malfunzionamento della centralina al dolo. E qui si aprono vari scenari: manomissione degli impianti, oppure furto di rame? Si capisce, quest’ultimo è certamente lo scenario più succoso nell’immediato – per quanto è certo che lo sarebbe di più un’eventuale manomissione degli impianti. Ma vuoi mettere? Se è furto di rame il colpevole c’e’ già: i rom.

    Non sono certamente i soli, ma è vero che alcuni gruppi rom si sono negli ultimi anni specializzati nel commercio “clandestino” di rame. Il motivo è semplice: col rame i rom lavorano tradizionalmente, ma ultimamente il rame vale parecchio, le borse internazionali segnano da anni ormai il rialzo dell’”oro rosso” e questa impennata dei prezzi ha un ricasco – chiaramente marginale, marginalissimo, stiamo parlando della infima perfieria del mercato – anche nel commercio “locale” di rame. I furti vanno avanti da anni – da quando, appunto, le borse sono in ascesa sui titoli legati al rame – e a questo proposito leggete Il prezzo fa l’uomo ladro che il manifesto ha pubblicato ormai cinque anni fa, ma la situazione è immutata.

    Ma quel che colpisce nella storia del rogo della Tiburtina è il successivo blitz del sempre solerte capo del nucleo dei vigili urbani per gli insediamenti dei rom, Antonio Di Maggio, al campo di via Salone, dove è stata sequestrata una tonnellata di rame e dove sono state tratte in arresto nove persone. Ora, il campo di via Salone – un posto orribile, costruito all’epoca dell’ultimo mandato del sindaco Rutelli per depositare laggiù un po’ di famiglie rom dell’ex Casilino 700 – è ormai diventato il “campo modello”. Modello secondo “loro”, cioè secondo i fautori del piano Alemanno, i benpensanti del “più controllo, più integrazione”, i pasdaran dell’”eccezione” rom che è meglio rinchiudere dentro ghetti “fatti apposta”.

    Salone è ormai un campo circondato da telecamere, dove per entrare e uscire devi mostrare i documenti, sotto il controllo continuo – un controllo occhiuto, va da sé – di vigili urbani e operatori del Comune. Un luogo chiuso e iper controllato, una scelta perlatro costosissima. Cosa succeda dentro quelle mura istituzionali è difficile saperlo. Per carità, mostri il documento, se qualcuno ti ha invitato, e puoi entrare liberamente. Ma il campo è diventato davvero una sperimentazione di socialità controllata, e come tale non si alligna facilmente alla nascita di liberi scambi e magari – sia mai – sommovimenti e proteste.

    Si tratta di un esperimento agghiacciante, ma come tutti gli esperimenti è interessante osservarne gli effetti. Il campo rom di via di Salone, si può dire, si è trasformato in un campo da caccia. Infatti: serve un luogo dove riallocare le famiglie dell’ex Casilino 900 – chiuso, grande “vittoria” del sindaco Alemanno. Non c’è problema: fanno spazio le famiglie rom di via di Salone. Qualcuno ha protestato? Per la verità pare di sì, ma nessuno se ne è accorto. Ha deciso papà Comune, ci si può lamentare? Serve dimostarre che l’integrazione è sulla buona strada, e che il sindaco Alemanno è molto amato, nonostante i suoi trascorsi fascisti, dalla popolazione romanì? Non c’è problema: il campo d via Salone gli tributa la cittadinanza onoraria, come era successo solo pochi giorni prima del rogo della stazione Tiburtina. C’è da crederci con grande felicità dei rom, non sono pochi quelli che infatti sono stati conquistati dalle promesse di inclusione controllata del sindaco di Roma. Ma anche: scoppia un incendio incredibile alla stazione Tiburtina (ma dove erano i controlli? Ed è vero che non c’era acqua? E come mai si blocca una stazione e i disagi continuano per giorni e giorni?) e la popolazione ferma alle stazioni di tutta Italia è leggermente irritata? Per fortuna che il danno potrebbe essere causato dal furto di rame. E per fortuna, soprattutto, che c’è il campo rom di via Salone, dove esce furoi una bella tonnellata di rame rubato.

    Ma come, e le telecamere? E i controlli? come è possibile che si trovi rame rubato e droga in un campo dove le telecamere sono costate 4 milioni di euro? Delle due l’una: o le telecamere, simbolo-feticcio della società controllata, non servono a un bel niente, come non serve a un bel niente il controllo del nucleo per gli insediamenti nomadi di Antonio di Maggio, che al campo div ia Salone è di casa, poiché l’integrazione e l’ingresso nell’econmia “lecita” passa per altre strade. O qualcuno è colluso, e chiude volentieri un occhio. Magari le due cose non si escludono a vicenda.

    Invece verrà fuori che con quei “diavoli” di rom non c’è proprio niente da fare, sono incorreggibili, infidi e traditori. Condannati a vivere ai margini. Ma condannati da chi?

     

     

di cinzia
pubblicato il 28 luglio 2011
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in varie
  • Nura, 16 anni, di origine pachistana, ha lottato per dieci giorni tra la vita e la morte all’ospedale Sant’Orsola di Bologna. Ha bevuto acido muriatico perché non voleva sposare l’uomo – ovviamente un”cugino” – scelto per lei dalla famiglia. Invece pare avesse una simpatia per un giovane pachistano che vive nella sua stessa città. Ora la ragazza sta meglio, e secondo le cronache il fratello – allontanato, insieme al padre, dal tribunale che ha aperto un fascicolo – sostiene che avrebbe “chiesto scusa”. Il fratello sostiene che Nura sia “un po’ matta” e che a proposito del matrimonio l’aveva rassicurata che l’avrebbe aiutata, ma poi lei all’ennesima scenata (dello stesso premuroso fratello, per altro) per quella presunta simpatia, avrebbe fatto il “colpo di testa”.

    Questo è quanto riportano le cronache, e ovviamente toni e parole vanno prese con le pinze – ve lo dice una che nei giornali ci lavora. Ma il contesto è verosimile: è proprio questa la “ragnatela” in cui si devono di battere le giovani donne strette tra due mondi – è una realtà che può capitare a molte donne, anche italianissime ovviamente, ma è evidente che la questione è molto più stringente per le ragazze immigrate. Chi, tra di loro, sceglie di aderire a uno stile di vita più simile al contesto in cui vivono, ma che non necessariamente scelgono di “rompere” con la loro famiglia, si trovano a dover fare i conti con un infinito gioco di equilibri, pesi e contrappesi, odio e amore. Difficile per chiunque, figurarsi a 16 anni.

    Quella di Nura una storia isolata? Neanche per idea. Solo due mesi fa, a Imola, l’associazione Trama di Terre ha organizzato un convegno internazionale sui matrimoni forzati, in cui veniva presentata tra l’altro una ricerca svolta dalla setssa associazione un paio di anni fa sulle persone vittime di matrimoni forzati in regione. Erano stati analizzati 33 casi, tre dei quali erano storie di ragazzi a cui era stata imposta una moglie. In alcuni casi erano stati “consuamti”, in altri no, in alcuni casi “digeriti”, in altri la situazione era scoppiata. E diversi erano i gradi di consapevolezza delle persone di cui erano raccontate le storie. Ma una cosa sottolineavano la ricerca e il convegno – che ovviamente ha molto faticato a trovare albergo sui media – e cioè il vuoto pneumatico in cui si inserivano le storie di queste persone, la difficoltà a trovare un orecchio adatto a cogliere la richiesta di aiuto. Hai voglia a dire, come fa il minstro per le Pari Poortunità Mara Carfagna, di denunciare. La polizia nella casa di Nura c’era stata quattro volte perché il padre picchiava i figli, e quattro volte se ne era andata. Come spesso succede anche per le donne italiane che vengono picchiate dai mariti e alle quali spesso i poliziotti suggeriscono di “fare pace”. C’è bisogno di qualcosa di più, formazione, informazione, intervento e anche semplicemente smetterla con il taglio alle spese sociali, come denunciavano molti degli operatori intervistati.

    Chissenefrega? Hai visto mai che cominciando ad aprire gli occhi sugli scontri e gli incontri che le migrazioni portano sui nostri territori si ricominci a parlare di diritti, di libertà delle donne, di cultura patriarcale, di dignità delle persone e delle loro scelte, del contributo inestimabile che i presidi sociali – considerati solo un costo e spesso un’inutile ingerenza – offrono al benessere di tutti noi. Diversamente? L’incapacità di ragionare, prendere coscienza e mettere le mani nel piatto della società interculturale genera mostri, come la strage di Oslo dimostra tragicamente.

     

di cinzia
pubblicato il 24 luglio 2011
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in varie
  • La nave De Burbòn, spagnola in forze al comando Nato in missione di guerra in Libia, ha raccolto ormai sei giorni fa 111 profughi in mare, tra cui 17 donne e otto bambini piccoli – almeno uno è un neonato – a 78 miglia da Tunisi. Cioè in mezzo al mare, lontano dai due porti “sicuri” che per primi si incontrano cercando salvezza in Europa: Malta e Italia. A quanto raccontano le cronache al momento del salvataggio – motore rotto, natante alla deriva – il porto più vicino era quello di Lampedusa, 88 miglia. La nave Nato, che dopo le polemiche scatenate dai media internazionali per almeno un non-salvataggio certificato da parte delle nai militari che pattugliano le acque di fronte alla Libia e che invece hanno l’obbligo di intervenire, ha fatto il suo dovere e ha raccolto il profughi, ha poi lanciato l’allarme verso i due paesi europei. Risposta: non ci interessa. L’Italia ha rifiutato lo sbarco, sostenendo che la nave si trovava troppo lontano e che il centro di accoglienza di Lampedusa è saturo (e allora a maggio?). E lo stesso ha fatto Malta che, anzi, quando la Burbòn ha iniziato a dirigersi verso la Valletta ha addirittura bloccato il porto e inviato una nota di protesta alla Nato, quasi uno sgarro diplomatico.

    Ma mente Italia, Malta e la Nato disquisivano su chi avesse ragione e su quante miglia marine contano di più o di meno, 111 persone, tra cui dei bambini, stavano male, erano allo stremo delle forze. Non sono chicchiere: nonostante la chiara intenzione di “tenere il putno” Malta ha acconsentito al traporto via aereo di una donna, di un neonato di dieci mesi e di un ragazzo, cioè delle persone che stavano più male. Ma non è che gli altri stiano messi meglio.

    Bene, alla fine qualcuno li prenderà – forse l’Italia. Ma ancora risuonano le parole d Maroni secondo cui in caso di avvistamento di natanti con a bordo persone che scappano dalla Libia – paese che il nostro stesso governo sta bombardando – andrebbero riportati indietro.

    Se non si scatenano proteste, ma proteste serie, a livello europeo e non solo italiano (ma anche) questo è quello che accadrà  con il Cnt il governo provvisorio dei rivoltosi libici, appena riconosciuto anche da Washington. L’alleanza che ha attaccato la Libia si è data il nome di “volenterosi”, ma sembra che la “voglia” scatti solo quando si tratta di sganciare bombe con l’idea di garantire nuovi equilibri politici e economici in quell’area del nordafrica. Gli “effetti collaterali” non devono esistere, neppure quando si tratta di poche migliaia di esseri viventi che l’Europa potrebbe accogliere senza nessun problema.

    Intanto il messaggio è chiaro: lasciateli morire in mare, salvarli costa solo fatica. E per i profughi, per tutte quelle persone che non hanno diritto di cittadinanza in nessuno luogo del mondo, il messaggio è ancora peggiore: partite nelle condizioni più disperate, magari con un bimbo in pancia, o appena nato. La vostra condizione potrà essere valutata con un occhio di riguardo in più. Ma fino a quando?

    P.S.: è finita che i profughi sono stati accolti dalla Tunisia, in base a un accordo con la Spagna. La notizia si commenta da sola.

di cinzia
pubblicato il 16 luglio 2011
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in varie
  • Due notizie degli ultimi giorni danno più senso di soffocamento del caldo afoso che ha investito l’Italia. A chiudere porte e finestre siamo bravissimi, anche in senso metaforico. La prima è la notizia che le Poste italiane hanno messo in vendita alcuni immobili escludendo dalla possibilità di acquisto i cittadini extracomunitari. La seconda riguarda il Censimento 2011. Anche in questo caso i regolamenti per il reclutamento degli opratori del censimento eslcudono chiunque non abbia la cittadinanza italiana.

    A proposito delle Poste è proprio il caso di dire: oltre al danno al beffa. Le Poste hanno deciso di dismettere un po’ del proprio patrimonio, si tratta di qualche palazzo, tutti situati al nord, tra Brescia e Verona, tranne uno a Taranto. Ebbene il disciplinare di gara dice esplicitamente che possono partecipare al bando per l’acquisto di questi beni patrimoniali soltanto chi è in possesso – oltre ad altri requisiti – della cittadinanza italiana. E perché mai? Da quel che si capisce il contorto ragionamento parte dal fatto che il patrimonio delle Poste possa essere equiparato all’Ediliza residenziale pubblica, e forse chi ha steso il disciplinare fa parte di quella schiera – purtroppo per loro diverse volte battuta presso i tribunali – che ritiene di dover escludere chi non è cittadino italiano, benché paghi le tasse, dal welafre state (quel poco che ne è rimasto). Il caso delle Poste poi è lampante di un rapporto squilibrato che abbiamo introdotto nel nostro paese, e che non a caso stra travolgendo tutti in un continuo saccheggio dei diritti acquisiti. Gli immigrati, infatti, sono una delle perincipali fonti di guadagno per l’Ente postale, a cui per uno sciagurato diegno – appoggiatod al governo dic entrosiinistra che nei fatti firmò il decreto già preparato dall’ex ministro Pisanu – decise di affidare il rinnovo dei permessi dis oggiorno alle Poste invece che ai Comuni. Servizio a pagamento, ovviamente, che fa guadagnare alle Poste 12,5 milioni di euro all’anno.

    L’altra notizia, ugualmente, racconta di una burocrazia che fatica a mettersi al passo con i tempi, e rappresneta egregiamente un paese che resiste a tutto, fuorché al farsi mettere in mutande. Vedi la storia del Censimento. Per la quindicesima volta, a partire da ottobre, l’Italia si conta. Conterà quanti siamo, uno per uno. Italiani e stranieri, va da sé. Ma non si sa perché dai bandi che stanno emettendo i Comuni per trovare i rilevatori sono eslcusi gli stranieri. L’Associazione studi giuridici sull’immigrazione ha subito segnalato l’esistenza di una disparità di trattamento, spiegando che – quanto meno – nei bandi dovrebbero essere inseriti rifugiati, lungo soggiornanti, nonché famigliari di cittadin comunitari che provengono da paesi terzi. ma in generale l’Asgi ritiene che questo tipo di approccio violi la parità di trattamento, e con questa motivazione anche l’Ufficio nazioanle antidiscriminazione ha aperto una istruttoria. Mentre l’Asgi ha scritto sia all’Associazione dei Comuni che alla Comunità europea.

     

di cinzia
pubblicato il 15 luglio 2011
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