Monday 20 May 2013

IL MANIFESTO BLOG
   intrecci e migrazioni a cura di Cinzia Gubbini
Archivio di gennaio 2012
  • Dunque secondo il comico Beppe Grillo la legge che intende riconoscere la cittadinanza ai ragazzi figli di cittadini immigrati (L’Italia sono anch’io) sarebbe “una cosa fuori di testa”, tesa a “distrarre gli italiani” creando due contrapposte squadre di tifosi “una di buonisti e l’altra di leghisti e i movimenti xenofobi che crescono nei consensi per paura della ‘liberalizzazione’ delle nascite”, squadra a cui lui – fosse anche solo per spirito di contestazione – si iscrive.

    In realtà l’uscita di Grillo ieri non fa che dimostrare una volta di più, e in un modo tanto forte da essere inaspettato, che l’Italia quella legge la vuole. La campagna che sta andando avanti da mesi ha convinto tutti, anche gli “anti-politica” per eccellenza, cioè quelle migliaia di persone – spesso giovanissimi – che si riconoscono nel Movimento 5 Stelle. Sono stati loro a “rivoltarsi” contro il fondatore del movimento tanto da invitarlo a fare le valigie. Pesco qualche commento a caso apparso ieri nel suo blog e ripreso dalle agenzie: “Ma stiamo scherzando?  il M5S non è e non sarà mai un covo di FASCISTI e RAZZISTI. Chi ha scritto questo messaggio dovrebbe chiedere scusa ed andarsene dal movimento …» (andrea C. Mialno). «Più tempo passa più deludi è un peccato perchè non so chi votare e tu ti stai sforzando di dimostrare che il movimento a 5 stelle non puo essere un’alternativa valida se dietro c’è uno che ne muove le fila che scrive queste cose. Se non vuoi affossare il movimento 5 stelle con queste cose astieniti o tirati fuori dal movimento che hai fatto nascere» (Giacomo Piromalli, Roma). «Beppe ma come fai a dire cose del genere? sicuramente non è una necessità per il paese…ma ci sono ragazzi nati in italia, figli di stranieri che vivono qui, parlano italiano, vanno a scuola ecc ecc, e non hanno la cittadinanza. Mentre ci sono persone sparse per il mondo, figli di italiani, ma che non sanno niente del nostro paese ed hanno la cittadinanza..com’è questo accettabile?» (Marco).

    Dà soddisfazione vedere come la campagna sulla cittadinanza abbia fatto strada, sia stata in grado di rappresentare in modo positivo un concetto non certo semplicissimo soprattutto in un clima di crisi e spauracchi. Certo facilita la presenza “reale” di questi ragazzi nelle nostre scuole, accanto ai nostri figli. Ma va dato atto anche al loro impegno politico, e alla capacità sia loro che delle “vecchie” organizzazioni antirazziste italiane di coordinarsi e mettere in piedi un atto politico che da tempo non si vedeva in questo martoriato paese.

    Detto questo rimane la domanda: ma la politica, invece, che fa? Dov’è? Che aspetta? Si può dare ragione a Grillo solo nel ritenere che, in effetti, la riforma della cittadinanza sembra ormai giusto un “pour parler”, tutti la vogliono ma nessuno se la piglia (l’onere di portarla a compimento).

    Ed infine ricordo, perché è un punto d’onore ricordarlo sempre, che quando si era a un passo così da mandare un disegno di legge in aula, durante il governo Prodi bis, erano partiti come l’Italia dei Valori a fare battaglie assurde e senza senso in Commissione, come quella di inserire il criterio delle “tasse pagate” per diventare cittadino italiano.

     

     

     

di cinzia
pubblicato il 25 gennaio 2012
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  • A proposito di enti locali e profughi ecco una storia decisamente emblematica che arriva da Sezze, in provincia di Latina, dove all’alba di ieri è finito in manette il consigliere comunale del Pdl Rinaldo ceccano. Ceccano è a capo della cooperativa Fantasia (nome emblematico) che aveva preso in gestione una struttura per i profughi arrivati dalla Libia: lui e i membrid ella cooperativa li tenevano in condizioni terribili, stipati in un appartamento di 60 metri quadri, e con pochissime cose da mangiare. Dalla Regione Lazio percepivano 42 euro al giorno, in realtà ne spendevano non più di 5. I reati contestati vanno da truffa ai danni dello Stato a falso e sostituzione di eprsona, perché chiaramente la gestione era allegrissima e ricca di fantasia, come si evince dal nome della cooperativa.

     

    Il blitz nella struttura è avvenuto a luglio, ma solo ieri i carabinieri della stazione di sezze, finite le indagini, hanno potuto procedere agli arresti. La cooperativa, nel frattempo, continuava a percepire i soldi pubblici, per un totale di 400 mila euro. Quando la Protezione civile decise di chiedere la collaborazione dei territori erano stati in molti a denunciare l’ambiguità di un processo così frastagliato ma senza un controllo efficace. Va benissimo, infatti, coinvolgere nell’accoglienza i piccoli Comuni, ma che un’apertura indiscriminata del cordone delle borse stava portando a strane movimentazioni lo si era capito da subito. 

     

di cinzia
pubblicato il 22 gennaio 2012
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in varie
  • Vi ricordate la battaglia contro i profughi che arrivavano dalla Libia e contro le persone in fuga dalla Tunisia? I respingimenti? L’isola di Lampedusa strapiena di gente e a rischio epidemia, insultata e mortificata, perché Bobo Maroni – ministro dell’Interno – un po’ non sapeva che pesci pigliare, un po’ pensava che lo “scanto” sul fronte immigrazione paga sempre? E poi le tendepoli? La “guerra” con la Francia? La regolarizzazione a tempo? Il braccio di ferro con i Comuni che dovevano accogliere i profughi? E’ stato un bel pezzo di storia dell’anno scorso. Bene, ne è passata di acqua sotto i ponti. E adesso quei profughi nessuno vuole più lasciarli andare. La cosa, in sé, è curiosa, anche se comprensibile sotto vari punti di vista.

    L’ultimo ente locale in ordine di tempo a chiedere che i profughi non vengano espulsi è la provincia autonoma di Trento, che ieri ha annunciato di essere in contatto con il ministro alla Cooperazione e all’Integrazione Andrea Riccardi per evitare che “un alto numero di dinieghi vanifichi gli sforzi profusi finora per dare a queste persone una speranza di futuro”.

    Infatti sta succedendo che le solerti Commissioni per il riconoscimento dello status di rifugiato operino sempre con gli stessi occhiali, e di fatto stiano riempiendo di dinieghi le persone arrivate dalla Libia perché non hanno le caratteristiche né per ricevere uno status di rifugiato (e in molti casi neanche lo vogliono), né per usufruire della protezione internazionale. Si tratta di lavoratori di diverse nazionalità – tra cui sono molto numerosi i maliani e i nigeriani – che avevano un mestiere in Libia, che non pensavano proprio di trasferirisi in Italia, che in alcuni casi guadagnavano addirittura bene. Sono stati caricati a forza sulle navi dai militari di Gheddafi, hanno rischiato la vita, hanno perso tutto, non hanno nessun progetto né in patria, né qui. E’ una situazione molto delicata,  ma abbastanza “ovvia” quando si è vittime di una guerra, come in questo caso. La Commissione di questo si occupa, e non si capisce perché sia così rigida nel riconoscere a questi soggetti quella “protezione internazionale” che è nata proprio per “proteggere” – lo dice anche il nome – chi si trova in una condizione un po’ “speciale”, dovuta a una contingenza improvvisa e imprevista, come può essere una guerra (se poi ad essere colpito è il paese arabo più amico dell’occidente, come era ultimamente la Libia, tanto più, ma questo è un altro discorso).

    Invece niente, si va avanti come i muli: riconoscimento dello status a somali e eritrei, protezione per pochi altri. I maliani, per esempio, sono spacciati: non vengono da un paese in pericolo, quindi raffiche di dinieghi.

    Ma qualcosa è successo, ed è frutto, principalmente, della decisione – presa per il rotto della cuffia e fatta male, ma comunque avviata – di accogliere queste persone in microgruppi in moltissimi Comuni. Maroni era per le mega-tendopoli. Gli enti locali si opposero, ne nacque un tavolo di contrattazione che tra alti e bassi, qualcosa ha messo in piedi. Ora esistono molti micoprogetti di accoglienza sparsi sul territorio. Per fare questa operazione, nel caos e nell’incapacità organizzativa di quel periodo, sono stati spesi milioni di euro. I territori, oltre che incontrare e conoscere queste persone, hanno sicuramente anche messo in campo risorse, attivato nuovi posti di lavoro, avviato processi che fanno intravvedere un futuro di nuovi servizi. E non vogliono lasciarsi scappare tutto questo.

    Razzismo e insofferenza per i “nuovi venuti”, sembrano scomparsi all’improvviso. Tutti vogliono tenersi i profughi e chiedono che non vengano espulsi, soprattutto al nord. Tutti chiedono di poter accogliere, di non buttare per strada questi migranti, e avvertono che le conseguenze potrebbero essere amare dal punto di vista della sicurezza sociale. L’appello lanciato da Meltingpot ha raccolto centinaia di firme, tra cui quella del governatore della Puglia Nichi Vendola e del sindaco di Napoli Luigi De Magistris. Di fronte a questa inedita ma interessante mobilitazione, cosa farà il governo dei professori?

     

di cinzia
pubblicato il 18 gennaio 2012
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in varie
  • Cambia il governo, ma non il vizio, se è vero come riportava l’altro giorno Repubblica che il giudizio dei funzionari del Viminale è lapidario: la crisi economica morde, quindi taglio ai decreti flussi. Quello per gli stagionali, che dovrebbe essere varato a giorni, sarà per 35 mila persone, la metà degli ingressi previsti l’anno scorso. “Le richieste sono minori”, hanno spiegato i funzionari al ministro dell’Interno Anna Maria Cancellieri.

    Certo, avrebbero dovuto spirgarle che il meccanismo del decreto flussi ha cominciato a mostrare le sue inadeguatezze circa…il giorno dopo la sua prima applicazione, ormai 14 anni fa (più o meno). Viene da chiedersi:  ma le inefficienze dei “sistemi” non vanno mai in pensione? Non si discute mai del licenziamento delle “ricette” politiche fallimentari? Solo per questi vige un intoccabile articolo 18?

    Il decreto flussi è il meccanismo escogitato dalla legge Turco-Napolitano – dunque il Presidente ne sa qualcosa – per organizzare l’ingresso dei lavoratori stranieri in Italia. Sulla carta può anche avere un senso, e nel 1998 poteva addirittura sembrare all’avanguardia visto che l’Italia era l’unico paese dell’Unione europea a immaginare un meccanismo legale per l’ingresso dei lavoratori stranieri in Italia – in Europa vigeva come ingresso legale prevalentemente la richiesta di asilo politico, generando non pochi problemi.

    Dopodiché, come sempre accade in Italia, questo slanci avanguardistici si ammosciano e diventano velocemente polversoi, vecchi arnesi che appesantiscono il sistema, e aprono portoni per chi voglia far soldi, imbrogliare e raggirare i bisognosi. Anche lo Stato, da parte sua, ci lucra un po’ su (tutto l’immenso meccanismo ad un certo putno è stato appaltato alle Poste) e chiude volentieri un occhio di fronte a evidenti paradossi (le file di stranieri all’alba davanti agli uffici postali per presentare la domanda di ingresso ma…appunto…dovrebbero trovarsi teroicamente all’estero…).

    Non solo: trattandosi di un meccanismo inefficiente velocemente ha smesso di essere un reale elemento di regolazione del mercato del lavoro – col decreto flussi si fa di tutto, prevalentemente ricongiungimenti familiari, poi anche messa in regola di alcuni contratti già in essere da anni – ed è diventato un elemento tutto politico e puramente simbolico da utilizzare nelle relazioni internazionali. Dunque, sempre di più, i numeri contentui nel decreto (ad esempio: 100 mila lavoratori subordinati) hanno iniziato ad essere frazionati per nazionalità, con l’intento – del tutto teorico – di dare un riconoscimento a quei paesi che negli anni hanno stretto degli accordi di riammissione con l’Italia – finoa  prevedere, per esempio nel decreto flussi 2010,  l’ingresso di mille lavoratori autonomi di nazionalità libica. Saranno mai arrivati? Non risulta che ci fosse questa grossa pressione per una migrazione in Italia dilavoratori libici, dalla Libia cercavano di arrivare in Italia persone di altra nazionalità, persino con le bombe non si è verificato un arrivo massiccio di libici….

    Comunque: il decreto flussi è un fallimento. Non ha diminuito la presenza di persone senza permesso di soggiorno presenti sul territorio nazionale. Invece questo doveva fare.

    Ora, è chiaro che la crisi economica sta causando disoccupazione anche tra gli immigrati, e che questo non è il periodo più adatto a professare una politica di “porte aperte”. Ma va anche riconosciuto che le prime indagini hanno già dimostrato che l’Italia non è più una meta ambita dagli stranieri alla ricerca di lavoro, perché sanno che qui non ce n’è. Né sembra essere una risposta sostenere che l’Italia sta cambiando politiche nel campo degli ingressi per lavoro, privilegiando la “più alta qualità professionale”, non è un discorso sbagliato in sé,  a patto che non ricada nel delirio del controllo che – come questi anni hanno dimostrato – non funziona.

    Bisognerebbe invece dare spazio a nuove sperimentazioni, mettendo in atto un monitoraggio serio e la possibilità di modificare leggi e regolamenti in base ai risultati e non in base ai proclami politici. Da anni le associazioni propongono non di aprire le frontiere, ma di provare a immaginare una possibilità di ingresso flessibile e più vicina alle reali esigenze delle persone e del mercato del lavoro: poter entrare non per “chiamata” da parte di un inesistente datore di lavoro, ma dietro domanda di ingresso, avendo sul proprio conto corrente soldi sufficienti a mantenersi per sei mesi, avere la possibilità di cercare lavoro facendo valere la propria professionalità e la propria faccia, liberi da ricatti. E poi avere la possibilità, se non è il momento giusto, di tornare a casa, e di riprovare più avanti, quando magari si saranno stabiliti nuovi contatti. Sono stati proprio i funzionari del ministero dell’Interno a osteggiare questa sperimentazione, che non ha nulla di rivoluzionario anzi, è molto moderata, sinceramente riformista, se ci è concesso dirlo. Sostengono che i soldi per un conto corrente abbastanza pingue da mantenere una persona sei mesi (non sarebbe male se i mesi fossero di piu’…) chissà da dove verrebbero pescati, e quali mafie aizzerebbero. Davvero una sciocca preoccupazione, in un settore in cui le mafie lucrano su corpi e giovani vite in un modo indecente.

     

di cinzia
pubblicato il 16 gennaio 2012
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  • Sono arrivati in 72, una donna incinta, un bambino di pochi mesi. Partiti dalla Libia, arrivati a Lampedusa, l’isola che ha ereditato dal governo Berlusconi una nuova villa venduta (a Berlusconi appunto) e il “downgrade” a “porto non sicuro” dopo l’incendio del centro di primo soccorso. Per ora poco male, nel senso che la situazione è gestibile: anzi, bene per i 72 profughi – tutti hanno dichiarato di essere di nazionalità somala – perché per una volta tanto l’isola siciliana non sarà la residenza obbligata per settimane, quando secondo “la carta” dovrebbe servire come “angolo di smistamento” per sole 48 ore. Gli immigrati sono stati trasferiti con la nave “Palladio” a Porto Empedocle. Facile previsione immaginare che da qui a qualche settimana altri sbarchi potrebbero di nuovo mettere in ginocchio l’isola, mentre un governo “tecnico” non aiuta a capire quali relazioni si intende stabilire con la “nuova” Libia – che da parte sua ha ribadito sin da subito di essere disponibile  a svolgere più e meglio di prima il ruolo di “cane da guardia” . Certo il probabile crash europeo non espone l’Italia e tutta la sponda sud a una facile situazione in futuro. Soprattutto se l’intenzione sarà di continuare a non affrontare il tema in modo globale, ponendo al centro innanzitutto i diritti della persona.

di cinzia
pubblicato il 13 gennaio 2012
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in varie
  • La pubblicità di Trenitalia sulle nuove classi dei Freccia Rossa – non più I e II, ma ben quattro – ha scatenato polemiche: l’immagine dell’ultima classe, quella Standard, da cui non si può neanche accedere alla carrozza ristorante, è rappresentata da una famiglia di stranieri.

    Trenitalia è dunque stata accusata di razzismo, e la brillante idea del pubbblicitario di accostare una famiglia dalla carnagione scura – a occhi si direbbe indiana – alla Standard (di cui si dice che “a prezzi competitivi” si può usufruire della “velocità, tecnologia e sicurezza” del Frecciarossa. E quell’accenno alla sicurezza è inquietante…perché gli altri treni no?), è suonata a tutti come la trasposizione del più bieco luogo comune: immigrato uguale povero.

     

    In realtà c’è molto di più. Se Trenitalia avesse scelto di rappresentare il viaggiatore della classe Standard con un uomo di origini straniere dall’evidente status di “povero” – o meglio di lavoratore di cui si suppone il reddito non sia altissimo, mettiamo caso i lavoratori immigrati che si incontrano spessissimo sui treni (ma non sui Frecciarossa) carichi delle merci da vendere ai mercati – si sarebbe trattato di un’operazione certamente poco elegante, ma tutto sommato veritiera. Gli istituti di ricerca ce l’hanno raccontato in tutte le salse che i lavoratori immigrati si posizionano prevalentemente nelle fasce più basse del mercato del lavoro, e che anche a parità di mansione con un italiano guadagnano di meno.

     

    L’immagine della famiglia straniera ritratta nei cartelloni di Trenitalia, invece, è del tutto middle class. Bellissima donna lei, in un tailleur elegante, bellissimo uomo lui, in giacca e cravatta e così  affettuoso con la loro deliziosa e riccioluta bambina! Insomma, il razzismo è proprio palese: la coppia bianca in classe Executive e la coppia – identica – ma nera in classe Standard.

     

    Siccome però è sicuramente vero che i pubblicitari di Trenitalia non hanno confezionato questa perla con intenti manifestamente razzisti, è il caso di chiedersi: che cosa ci vuole comunicare Trenitalia? Se per descrivere questa quarta classe Standard al pubblicitario non viene niente di meglio che metterci una famiglia di “negri” – ovviamente infiocchettati, è pur sempre pubblicità – qual è il messaggio? Che la quarta classe di Trenitalia, aldilà del claim incoraggiante, è stata pensata e disegnata per gli sfigati, cioè noi tutti che non possiamo vantare redditi a sei zeri, magari pure “forzati” delle tasse nel senso che neanche possiamo permetterci il “lusso” di immaginare di evadere.

    Gli immigrati rappresentano da parecchi anni, ormai, quella categoria di cittadini ai cui doveri non corrisponde mai certezza di diritto. Quelli che devono pagarsi il permesso di soggiorno, ma senza nessuna assicurazione circa i tempi di rilascio. Quelli che per averlo un permesso di soggiorno che duri più di due anni  devono avere un contratto di lavoro a tempo indeterminato. Quelli che anche se lavorano qui da anni, per ottenere la carta di soggiorno devono avere una casa che risponda a determinati canoni. Quelli che pagano le tasse ma non votano. Insomma, cittadini di serie B.

    Bene, ora quella condizione si sta estendendo un po’ a tutti. A tutti noi, “negri” della società, che viaggeremo nelle classi Standard.

    P.S.: chissà se il pubblicitario è o stesso che concepì la fantastica pubblicità su Matera

di cinzia
pubblicato il 4 gennaio 2012
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