Servizi igienici in condizioni «raccapriccianti», una struttura nel complesso «non abitabile, inidonea all’uso per il quale è utilizzata» e che «non assicura agli immigrati una necessaria assistenza e il pieno rispetto della loro dignita», ma che «compromette e limita fortemente la loro libertà personale». Non ci è andato leggero l’ingegnere incaricato dal Comune di Bari di fare una perizia sulla struttura del Cie di Bari Palese nel giugno del 2011. Siamo verso la fine del picco di emergenza degli sbarchi da Tunisia e Libia, ma dentro i Cie ci sono ovviamente ancora persone arrivate a Lampedusa poche settimane prima. E altri che sono lì rinchiusi da chissà quanti mesi visto che ormai la permanenza dei Cie – nata come “sosta” funzionale solo all’identificazione – si è trasformata in una vera e propria sanzione penale, visto che si sta chiusi in uno pseudo carcere per sei mesi.
Lo stesso professionista nella sua relazione dice che è «un eufemismo considerare gli immigrati prigionieri nel Cie di Bari ‘ospitì e non detenuti». E il paragone con gli istituti carcerari torna anche più avanti, quando sottolinea che «i parametri dimensionali fissati dal ministero dell’Interno per la progettazione dei Cie, non sono rispettati». Anzi, per dirla in modo esplicito: «nel centro non sono garantiti neanche gli standard minimi previsti dalle norme sull’ordinamento penitenziario».
Si finisce con la ciliegina sulla torta, e con l’ennesimo esempio di come le politiche migratorie – anche quando si riferiscono a qualcosa considerato necessario e incontrovertibile dallo Stato – si basino sempre ed esclusivamente sull’emergenza. L’ingegnere, infatti, ha scoperto che il Cie di Bari è in termini di legge abusivo: «il Comune di Bari, per la costruzione del Cie – si legge nella relazione – non ha emesso alcun titolo concessorio e non risulta agli atti alcun procedimento o rilascio di certificazione di agibilità». Certamente all’epoca della costruzione del Cie – voluto da Pisanu insieme a quello di Gorizia – non si saranno considerate queste quisquillie. La legge sarà stata bypassata in nome della consueta emergenza. Quanto ai servizi igienici, la perizia rileva che sono collocati «in piccoli vani», solo «con vasi alla turca» e «sono, oltre che insufficienti per una ricettività adeguata, in pessime condizioni». “Buona parte dei box doccia e dei vasi igienici sono vetusti e rotti», oltre che «del tutto insufficienti ad un consono movimento”.
Si fa presto a dire – come molti sicuramente diranno – che il Comune di Bari, guidato dal sindaco “rosso” Emiliano, si è da sempre dichiarato contrario al Cie. E che quindi la perizia sembra suggerita dal coro politico. Quando si parla di cessi rotti si sta parlando di dati materiali e immanenti. Le chiacchiere stanno a zero.
pubblicato il 3 marzo 2012
Tag: Bari Palese, Cie, Comune
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4 marzo 2012 alle 12:47
I CIE, ex CPT, sono dei carceri low cost a gestione mista pubblica- privata poiché l’aggiudicazione della gestione avviene con normali gare al massimo ribasso, puntualmente oggetto di ricorso al TAR da parte dei perdenti e puntualmente gestiti in proroga fino al termine del giudizio. Perché l’ingegnere del mio Sindaco si stupisce che il Cie sia peggio di un carcere, visto che quest’ultimo svolge la stessa funzione e costa di più? Mi scuso per la franchezza, ma credo che questo accada per uno strano tipo di ipocrisia: si vogliono espellere le persone senza permesso ma non si vuole dire che nel frattempo sono detenuti; si vorrebbe che siano “detenuti amministrativi” ma che non cerchino di scappare, anche in via non amministrativa; si vorrebbe spendere poco per la gestione ma anche ricevere i ringraziamenti degli utenti. Non sarebbe male evitare queste liturgie ipocrite e discutere un po’ più seriamente di espulsioni, sicurezza ma anche di sistema degli ingressi, perché se quello funziona meglio ci saranno certamente meno persone da espellere. Conosco molte persone che sono stati in quel CIE e che oggi hanno il permesso di soggiorno e pagano le tasse. Non erano dei delinquenti allora e non lo sono adesso. Su questo si dovrebbe riflettere più che che sui cessi rotti.