Friday 24 May 2013

IL MANIFESTO BLOG
   
Archivio di dicembre 2011
  • La struttura del pilot è identica: il protagonista si mostra uomo fermo, determinato a punire i malvagi in una scena iniziale che fa da prologo. L’inizio vero e proprio della storia è spostato alle scene seguenti, quando l’uomo va a portare giustizia e legge in un posto che non ne ha ancora.

    Hell on Wheels - protagonista

    Captain America

    Quando raggiunge finalmente il luogo che sarà al centro del telefilm – la carovana che costruisce la ferrovia americana – il protagonista di Hell on Wheels viene presentato come l’eroe “All-American”, l’uomo accompagnato dalla bandiera e che ha dunque con sé la forza della ragione e può agire con la sicumera di chi difende ciò che gli è dovuto. In un certo senso è lui l’America, una versione di quel Captain America, il supereroe dei fumetti che è stato recentemente rappresentato in film con l’effige di un veterano di guerra.

    Anche il protagonista di Deadwood, al suo arrivo nella cittadina che dà il nome alla serie, osserva il panorama che quella versione del nuovo mondo gli offre e i due telefilm indugiano a descrivere in modo speculare, ma sintomaticamente diverso, gli stessi tipici elementi che costituiscono le fondamenta della vita di frontiera: povertà, alcol, prostituzione e violenza.

    Hell on Wheels - macellaio

    Deadwood - macellaio

    In Hell on Wheels, però, la rappresentazione è edulcorata da una patina di fotoromanzo, o fumetto, e nessuna delle immagini ha la forza di un’immagine nuova o dirompente. Sono invece notevoli, per esempio, in Deadwood, le prostitute al balcone del Saloon, tre signorine degne di un Manet da Far West.

    Hell on Wheels - prostitute

    Deadwood - prostitute

    Manet - il balcone

    Hell on Wheels - scena drammatica

    Deadwood - scena drammatica

    Un altro elemento strutturale identico nei due pilot è la scena della damigella in pericolo. In Deadwood la principessina è una prostituta che si difende dal suo drago, un cliente manesco, piantandogli una pallottola nella testa. In Hell on Wheels l’eroina è una bella giovane sposata da poco che viene aggredita dal drago-indiano brutto e cattivo e si difende anche lei come può salvandosi. Mentre in Hell on Wheels la scena si conclude in modo sdolcinato con un’inquadratura prevedibile e noiosa – la tipica immagine della Pietà in cui una donna piange piegata sul cadavere di un uomo morto – in Deadwood la scena e tragicomica: il cliente della prostituta continua a vivere e a parlare nonostante abbia una pallottola nel cranio ed è visitato dal dottore della città che grida al miracolo della medicina. In Hell on Wheels, tra l’altro, la scena “della pietà” si ripete durante il pilot, con un’inquadratura identica a quella della donna e del marito, quando un uomo di colore piange sul cadavere di un compagno ucciso durante uno scontro. La reiterazione dell’immagine rafforza l’elemento portante di questo telefilm, la contrapposizione di ingiustizia e compianto, in una struttura che ricorda molto quella di una telenovela.

    Hell on Wheels - paesaggio

    Un ultimo elemento da prendere in considerazione è la differenza qualitativa delle immagini dei due telefilm. Deadwood è molto attento all’illuminazione e alla descrizione di ambienti squallidi sebbene affascinanti mentre Hell on Wheels alterna un iper-realismo da telefilm con immagini oleografiche viste ormai troppe volte per essere sopportabili.

    Hell on Wheels ha ricevuto critiche tiepide alla sua uscita ma i critici concordano nel trovare che il telefilm migliora con l’andare delle puntate. O forse sarà che ci si abitua davvero a tutto?

     

di nefeli
pubblicato il 31 dicembre 2011
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  • Iniziera’ ufficialmente il 15 gennaio, con la cerimonia dei Golden Globe  “l’award season”  di Hollywood e la citta’ freme nell’attesa, come Rio prima del carnevale o Detroit prima del salone dell’auto. Gli studios lucidano i titoli di prestigio – gli stilisti aprono gli atelier , gli psicanalisti si preparano al festival del narcisismo. La gestione aziendale del glamour  in realta’ fa  di Hollywood un luogo curiosamente scialbo: ogni party e’ un meeting di lavoro, ogni tappeto rosso una manovra promozionale militarmente pianificata da agenti e uffici stampa secondo la precisa e complicata tassonomia di importanza che regola l’etologia della celebrita’. L’effetto al netto e’ di prosciugare ogni oncia di spontaneita’ da ogni festa,  per cui la fabbrica dell’ entertainment  e’ singolarmente incapace di divertirsi. Business is business, bellezza. Ad accenutuare il taglio solipsista, quest’anno si presentano favoriti  al via un’infornata di film sul cinema: Hugo e L’Artista in primo luogo ma anche My Week with Marylin– il dietro le quinte sul set londinese de Il Principe e la Ballerina nel ’57 e i mitici screzi fra la Monroe e Laurence Olivier, e Super 8 su una troupe di cineasti bambini. Non vogliamo biasimare il  trend: il filone autorefernziale dopotutto ha regalato capolavori del calibro di Sunset Boulvard e del Player di Altman; dovessimo segnalare una critica sarebbe la mancanza di quella sensibilita’ noir che caratterizza il meglio della filmografia sul cinema e annessi psicodrammi. Allo sguardo caustico dei classici del genere, gli aspiranti di quest’anno sostituiscono una solare celebrazione – la voglia di autocomplimentarsi forse in un momento in cui gli studios sono stretti fra la crisi dei finaziamenti e la sfida non risolta di nuovi contenuti e piattaforme (entrate in calo del 4% rispetto al’anno scorso – tornate ai livelli del ’95 – e crollo verticale del mercato DVD) . Ma il cinema e’ cinema e il pathos contemporaneo non puo’ non influire. Non saranno forse protagonisti dei prossimi premi (mai noti per essere eccessivamente coraggiosi),  ma ricordiamo che tre dei piu’ bei film visti quest’anno hanno in comune lo sguardo decisamente malinconico e per certi versi angosciante che fa parte ormai del quotidiano globale. Innanzitutto appunto Melancholia, il “disaster movie”  metafisico di Lars Von Trier, Martha Marcy Mae Marlene psico-thriller su cooptazione e fuga di una ragazza da una setta religiosa dell’esordiente “Sundanceiano” Sean Dunkin,  e Tree of Life malinconica elegia sullo sguardo infantile. Il resto poi e’ contorno.

di luca celada
pubblicato il 31 dicembre 2011
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in varie
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    Raphael Rossi lascia la presidenza dell’Asia al suo posto dovrebbe arrivare Guido Viale, economista, ambientalista, sessantottino, opinionista di lungo corso del nostro giornale. L’annuncio ufficiale dovrebbe arrivare per il nuovo anno, ma già in giornata la fuga di notizie ha costretto Palazzo San Giacomo a dare delle spiegazioni. La separazione è consensuale fanno sapere, anche se arriva dopo soli 6 mesi nei quali il manager venuto da Torino ha collaborato per far partire la raccolta differenziata nella città martoriata dalla crisi dei rifiuti. Secondo i dati forniti dalla partecipata del comune la differenziata sarebbe passata dal 16 al 22%. Solo a Scampìa e Posilippo gli ultimi quartieri rivoluzionati dal riciclo, le cifre sarebbero da record. Proprio oggi in un comunicato ufficiale dell’azienda fanno sapere che con l’area sulla collina più famosa di Napoli, si copre una superficie di 5,4 chilometri quadrati per circa 13mila famiglia, arrivando a essere la seconda città d’Italia per porta a porta. “Il mio augurio ai cittadini per un buon 2012”, ha detto lo stesso ancora presidente della società pubblica.

    Ma i successi sul campo probabilmente non bastano. Alla base della decisione di lasciare la presidenza pare, infatti, ci sia l’impossibilità di corrispondere a Rossi la cifra richiesta per il suo impegno nel risanare l’emergenza, che va avanti da quasi 20 anni. “Il mio era un incarico temporaneo” dice il ragazzo arrivato dal Piemonte e divenuto famoso per aver denunciato, proprio nella sua veste di amministratore della Amiat che si occupa di raccolta rifiuti nel torinese, l’inutile acquisto di un macchinario da 4,2 milioni di euro. L’ingegnere italofrancese aveva poi accusato e fatto processare chi voleva corromperlo per fargli tenere la bocca chiusa con una tangente da 100mila euro.

    Ora Rossi, che ha anche una pagina Facebook Signori Rossi – Corretti non corotti che conta ben 5500 iscritti, potrebbe essere destinato a un altro incarico meno impegnativo. Certo se dovesse essere confermato il mancato accordo su una busta paga più corposa bisognerà spiegarlo bene ai napoletani che in tempi di austerity e sacrifici potrebbero non comprendere la decisione, quando anche Roberto Vecchioni ha accettato di lavorare per il Forum delle culture gratuitamente. Il sindaco De Magistris già in mattinata ha buttato acqua sul fuoco: “Voglio chiarire – ha detto – che non c’è nessuna frattura con il presidente di Asia, che fa parte del gruppo che ha fatto la rivoluzione partenopea. Noi abbiamo una proiezione nazionale e Raphael Rossi ha un ruolo importante per il nostro progetto, non solo a Napoli ma anche fuori e infatti continuerà a collaborare con l’Asia”. Quindi il primo cittadino ha spiegato la decisione di collocare il manager in altri settori: “Il nostro gruppo di volta in volta si adatta alle esigenze: il suo ruolo era fondamentale in prima linea come presidente nei primi sei mesi per rompere il sistema, per rilanciare la differenziata, per fare la rivoluzione ambientale. Tutto questo è stato avviato e lui ha fatto un ottimo lavoro ma adesso si può dedicare anche ad altro, quindi non è una rottura ma un consolidamento del ruolo che ha avuto a Napoli”.

    In serata lo stesso Rossi afferma di aspettare le decisioni del sindaco che pare aver in mente un incarico nel cda delle Terme di Agnano, per il quale è stata già nominata presidente l’avvocato Marinella De Nigris. Quindi il presidente di Asia smentisce che ci siano divergenze sullo stipendio e parla di “notizia costruite sensazionalmente ad arte”. “Del resto, se così fosse stato – fa sapere Rossi in un comunicato - avrei lasciato l’Asia alla firma del contratto mesi fa. Invece ho scelto di restare, sapendo di percepire per un ruolo di massima responsabilità, anche penale, in busta paga 2500 euro al mese, avendo le spese di affitto coperte, visto che ho già una casa mia, a Torino, per la quale pago un mutuo. Gli unici discorsi economici fatti con l’amministrazione riguardano la ricapitalizzazione dell’azienda, deliberata a luglio per oltre 40 milioni di euro, ma mai avvenuta, per problemi finanziari del Comune che attende impegni presi dal Governo”. Per saperne di più il presidente dell’Asia ha dato appuntamento il 2 gennaio per una conferenza stampa dove verranno chiariti i termini delle dimissioni.  

     

     

di francesca
pubblicato il 30 dicembre 2011
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in varie
  • Il manifesto del film di Ejzenstejn

    Ancora un disastro su un sommergibile nucleare russo. Con meno danni alle persone rispetto ad altri disastri del passato recente (questa volta ci sono stati “solo” nove tra feriti e intossicati), ma pur sempre gravissimo e – al solito – molto misterioso. Come sia stato possibile che un banale lavoro di saldatura all’esterno, eseguito in cantiere, abbia provocato un incendio così terribile da resistere per ventiquattr’ore a undici squadre di vigili del fuoco e da mettere ko, forse definitivamente, uno dei vascelli più moderni, potenti e pericolosi della marina militare russa, è cosa difficile da comprendere: non meraviglia che il presidente Medvedev abbia affidato l’inchiesta a ben due vicepremier, nessuno dei quali con le stellette della marina.

    Il sommergibile d’attacco Ekaterinburg, classe Delta-IV, è uno strumento bellico micidiale in grado di lanciare 16 missili intercontinentali R-29, ciascuno dotato di quattro testate nucleari indipendenti, dunque da solo è potenzialmente in grado di annientare 64 grandi città in ogni angolo del pianeta; insieme ai suoi 42 “fratelli” (in realtà ormai molti meno, visto che parecchi sono stati decommissionati) costituisce il nerbo delle forze strategiche nucleari di Mosca. Ci si chiede quindi che razza di gestione sia quella che fa avvolgere un ordigno simile da rozze impalcature di legno, infiammabili, e consente lavori di saldatura a caldo su una superficie a sua volta altamente infiammabile perché rivestita in gomma anti-rumore. A prima vista, sembrerebbe di essere in presenza di una superficialità e approssimazione a dir poco inquietanti, al punto che è lecito chiedersi se siano vere le affermazioni dei comandi della marina secondo cui prima dell’inizio dei lavori i due reattori nucleari del sommergibile erano stati spenti e i missili sbarcati a terra. Ma ancora una volta, nonostante la terrificante e tragica esperienza del Kursk, il sommergibile affondato con tutti i 118 membri dell’equipaggio dopo una misteriosa esplosione nel Mar di Barents, mentre i comandi supremi con menzogne e segreti rendevano impossibile il salvataggio, si ha soprattutto l’impressione che gli stati maggiori cerchino di coprire una realtà assai poco gloriosa, fatta di avidità e corruzione e “risparmi” a spese della sicurezza nazionale e soprattutto a spese della vita di marinai e tecnici – come pare sia tradizione consolidata nella marina russa, visto che i casi non si contano. La storia della corazzata Potemkin, dove la rivolta dei marinai fu per il cibo marcio che veniva loro somministrato dallo stato maggiore, non sembra aver insegnato nulla.

di a. d.
pubblicato il 30 dicembre 2011
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    Il 2011 e’ stato l’anno in cui Steven Spielberg ha esordito nell’animazione motion-capture e Scorsese nel 3D e quello dell’esordio “inverso” di Brad Bird nella “live action”.  L’autore di Gigante di Ferro e degli Incredibili, una delle menti piu’ fine della Pixar, ha firmato Mission Impossible 4 e non e’ un caso che  questo episodio sia il piu’ energetico e visceralmente divertente della serie con Tom Cruise,  proprio grazie ad una sensibilita’ da cartoon. (Un mio amico dice che i registi provenienti dall’animazione hanno l’automatico  vantaggio di non contemplare limiti tecnici). Un anno di cinema ibrido cioe’ in cui diversi rami tecnologici si sono pollinati in modo felice. Perfino Wim Wenders (Pina) e Werner Herzog (Cave of Forgotten Dreams) si sono avventurati nel 3D con documentari (sullo sguardo artistico preistorico e quello di Pina Bausch). Al di la delle esperienze “alte” dei registi tedeschi,  c’e’ stata indubbiamente un’affermazione del cinema come spettacolo, come linguaggio artistico che privilegia l’artificio; un trionfo apparente del cinema come effetto speciale – il vangelo di James Cameron che a Hollywood lo predica instancabile da anni e di Georges Melies che non coincidentalmente e’ oggetto dell’omaggio di Scorsese in Hugo. C’e’ pero’, fortunatamente, ancora differenza fra Martin Scorsese e Michael Bay e se l’ultimo Tranformers potrebbe forse essere letto come la liberazione definitiva dalla logica interna di un film a favore della cinesi pura e caotica, il film “tecno-porn” di Bay e’ tutto fuorche’ anarchico, legato com’e’ agli istinti piu’ bassi del mutisala e alla militarizzazione dell’immaginario. Ma questo era un dato gia’ acquisito e la consueta infornata di mediocri blockbuster e’ come al solito assicurata anche per il prossimo anno (gli studios mica pettinano bambole). Il dato positivo  – e che immaginiamo piacerebbe proprio a Melies, patriatrca dell’arte/illusione -  e’ che puo’ esistere anche una tecnologia cinefila e intelligente. Ci auguriamo che nell’anno a venire produca almeno un film enstusiasmente – e che possano farlo  anche gli altri cinema dall’indie al genere al documentario.

di luca celada
pubblicato il 29 dicembre 2011
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in varie
  • Stefania Noce

    Stefania Noce aveva 24 anni e insieme al nonno, Paolo Miano di 71 anni che ha cercato di difenderla, è stata trucidata la mattina del 27 dicembre con numerosi colpi sferrati con un coltello da cucina per mano dell’ex fidanzato, Loris Gagliano, 24 anni anche lui, che non riusciva ad accettare la fine della relazione. Un atto folle, hanno scritto i giornali trattando il caso di Stefania come uno dei tanti casi isolati di omicidio per troppo amore, per un uomo così legato alla vittima, da tentare di raggiungerla con un tentato suicidio subito dopo il delitto, fino a essere colpito da improvvisa amnesia appena catturato dalle forze dell’ordine. La verità è che Gagliano era andato quella mattina a casa di Stefania con ben 4 coltelli – poi ritrovati in macchina – per eseguire un delitto per cui è azzardato parlare di raptus momentaneo, e quando aveva citofonato insistendo per entrare, Stefania aveva aperto la porta al suo assassino perché forse era convinta di farlo ragionare, di chiarire ancora una volta le sue ragioni senza pensare che quel ragazzo poteva essere pericoloso: perché? Stefania frequentava la facoltà di Lettere a Catania e Loris faceva Psicologia a Roma, due ragazzi normali: “Lei era estroversa, vivace, determinata – ha detto un amico dei due ragazzi a Repubblica – lui possessivo, introverso, quasi ossessivo. Per lei la storia era finita, ma lui non si rassegnava e le scenate erano continue. Ma chi poteva mai pensare che potesse finire così?”, esatto: chi poteva pensarlo? Nessuno perché la cultura insegna che è normale, che un uomo “passionale” è così, è possessivo, ossessivo, e anche violento, e se un marito fa una scenata di gelosia la fa perché “ama”. Quante volte donne che dopo anni di sopportazioni sono andate a denunciare mariti violenti e fidanzati maltrattanti alla questura, sono state rispedite a casa con un “ma signora, è normale, ora vada a casa e fate pace, e stia più attenta la prossima volta, non lo faccia arrabbiare”, quante volte nei tribunali mariti violenti sono considerati al pari della moglie per l’affidamento dei minori con conseguenze devastanti, quante minacce anche di morte da parte di ex partner-stalker sono considerate “normale condimento” di un rapporto conflittuale. Ed è così, per questa cultura che rinnega e relega nel silenzio, con la complicità dell’informazione che smorza, attutisce, rende il caso eccezionale, opera di un folle gesto che non riguarda la normalità, che le donne diventano resilenti, riducendo psicologicamente la paura e non riconoscono il pericolo in un ex, un marito possessivo, un fidanzato geloso, uno spasimante rifiutato, perché anche se questi uomini sono violenti la cultura li rende “normali” e le donne non temono di poter essere uccise, una convinzione letale che le porta a incontrare i loro assassini. (…) Una cultura ancora potentissima in Italia dove a uccidere non sono gli stranieri (meno della metà), ma gli italiani e sono i mariti (22%), gli ex (23%), i conviventi (9%), i figli (11%) e i padri (2%), e per la maggioranza non sono semplici atti di follia isolati ma l’epilogo di violenze fisiche, sessuali, psicologiche, di maltrattamenti e umiliazioni costanti con scoppi d’ira dovuti al possesso che l’uomo decide di voler esercitare sulla donna, perché il femicidio, sia ben chiaro, non è un atto di follia, ma una conseguenza estrema del totale controllo sulla donna, in cui l’uomo decide di disporre del corpo femminile, sia teoricamente che materialmente, fino alla morte. (estratto da www.giulia.globalist.it)

di Luisa Betti
pubblicato il 29 dicembre 2011
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    Niente inceneritore a Napoli est. Questo era stato uno degli imperativi della campagna elettorale del sindaco De magistris e oggi con una delibera comunale, l’amministrazione ha confermato la ferma volontà di non costruire nessun impianto nel proprio territorio. Addirittura la giunta per blindare la decisione, nel documento proposto dall’assessore all’urbanistica De Falco, ha posto vincoli paesaggistici modificando il Prg. Una mossa tattica che conferma quanto la questione stia a cuore anche al vicesindaco Tommaso Sodano che ha un passato politico costruito proprio sulla lotta alle lobby dell’incenerimento.

    Al di là dei buoni propositi le incognite e i problemi irrisolti per l’intera catena di smaltimento restano, visto che un piano regionale per mettere tutti d’accordo non è ancora stato approntato, mentre sul collo di Napoli soffia il fiato dell’Ue pronta a notificare una supermulta all’Italia congelata fino al mese prossimo. C’è poi maretta tra l’assessore di Caldoro, Romano e lo stesso Sodano, per la decisione di spedire i rifiuti della sola città di Napoli in Olanda. Un’operazione che a posteriori il referente per l’ambiente della regione Campania ha definito “una spesa inutile che grava sui contribuenti”. Ma il vice sindaco si difende anche in un’intervista di oggi al Corriere del Mezzogiorno dove conferma i costi contenuti e vantaggiosi dell’accordo con gli olandesi, mentre ricorda a Romano che per bruciare le ecoballe ad Acerra, essendo l’impianto ancora coperto dai vantaggi dei cosiddetti Cp6, l’incenerimento viene pagato con la bolletta dell’Enel da tutti gli italiani.

    Scaramucce a parte è un fatto che l’intera regione, ma soprattutto Napoli si trovi in ambasce per non aver dato l’avvio a un ciclo di smaltimento virtuoso. Nel capoluogo in particolare ancora deve decollare con la differenziata, che sebbene ampliata a diversi quartieri toccando quota 250mila cittadini, resta al palo sotto al 20% del totale. Colpa anche dei tagli del governo e di un’amministrazione con le casse vuote, ma è chiaro che bisogna fare presto. Il tempo stringe anche per la costruzione di un impianto ecologico dell’umido che dovrebbe trattare almeno 60mila tonnellate.

    Ma Sodano è tranquillo e afferma: “Oggi è stato compiuto un passo avanti proprio in questa direzione”. Sottoscrivendo la delibera contro il termovalorizzatore l’amministrazione, infatti, si è coperta le spalle per eventuali decisioni del ministero, è riuscita ad annullare la precedente delibera Iervolino che tanto aveva sostenuto la costruzione dell’impianto nell’area est ed ha aperto la strada ai trattamenti dei rifiuti ecocompatibili. Ora il testimone passa a Giugliano, Taverna del re è stata individuata, anche dal ministro Clini, come probabile sito per il nuovo inceneritore*. Una possibilità che esula, come è ovvio, dalle competenze di De Magistris che pure è stato attaccato per questo dalla stampa locale.

     

     

     

    *su Giugliano: http://blog.ilmanifesto.it/napolicentrale/2011/12/20/giugliano-protesta-no-allinceneritore/

     

di francesca
pubblicato il 29 dicembre 2011
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in varie
  • Il varo del rompighiaccio nucleare "San Pietroburgo", nel 2009

    Il tribunale commerciale di Mosca ha ordinato la vendita forzata delle azioni degli storici cantieri “Baltiysky Zavod” di San Pietroburgo, appartenenti a un oligarca in disgrazia. Le azioni, appartenenti alla International Industrial Bank dell’oligarca Sergei Pugachyov, erano state offerte come collaterale alla stipula di un enorme prestito (oltre un miliardo di dollari) che la Iib aveva negoziato con la Banca centrale russa. All’epoca Pugachyov, pietroburghese doc e amico intimo di Putin, era all’apice delle sue fortune e aveva anche avuto un seggio senatoriale in rappresentanza della remota repubblica autonoma di Tuva, in Siberia. Ma in seguito le sue fortune sono girate al peggio: il fallimento di un gigantesco progetto edilizio sulla Piazza Rossa di Mosca lo ha lasciato in difficoltà; si sono poi aggiunti il fallimento di un’altra banca di sua proprietà, una conseguente inchiesta a suo carico per bancarotta fraudolenta, la perdita del seggio senatoriale “per inadempienze istituzionali” (non era mai andato a Tuva), la perdita dell’immunità parlamentare. Anche la Iib era andata alla fine in default sulle sue proprie obbligazioni, perdendo con ciò la licenza di operare e fallendo. Conseguenza finale, l’ordine di vendita forzosa delle azioni messe a garanzia del prestito, azioni che costituiscono poco meno del 90 per cento del totale emesso e che ora finiranno al miglior offerente.

    I Cantieri del Baltico sono una delle realtà industriali storiche di San Pietroburgo, essendo stati fondati nel 1856 (allora si chiamavano Cantieri Carr & MacPherson, dal nome dei proprietari) ed essendo rimasti in piena attività anche durante il periodo sovietico (col nome di Cantieri Ordzhonikidze). Dalla fabbrica sono uscite oltre 500 navi da guerra (soprattutto) e civili, comprese le maggiori corazzate dell’età imperiale, i sommergibili e poi i rompighiaccio atomici degli anni sovietici; negli ultimi anni la sua attività è stata orientata principalmente sulle unità commerciali, grandi portacontainer, tanker e simili, ma dai cantieri sono anche uscite alcune fregate lanciamissili e altre unità militari minori. Inoltre la fabbrica continua a produrre sistemi missilistici navali e componenti fondamentali per propulsori nucleari.

    Incerto il destino dei Cantieri, che danno lavoro a circa 4000 dipendenti. Qualche settimana fa il vicepremier Dmitrij Kozak ha preannunciato l’intenzione del governo di dar vita a una nuova società a capitale statale che prenda in carico la gestione dell’azienda, considerata strategica.

di a. d.
pubblicato il 29 dicembre 2011
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  • Mercoledì notte F-16 turchi e droni senza pilota hanno bombardato i pressi di un villaggio kurdo, Roboski (Ortasu) nella provincia di Sirnak. Trentasei persone sono state uccise sotto i bombardamenti. Tutti uomini. Molti giovanissimi, tra i 12 e 18 anni. Il massacro è stato giustificato dalle forze armate turche con il fatto che quel sentiero di frontiera è spesso utilizzato dai guerriglieri kurdi del PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan). Mercoledì notte – si legge nel comunicato dell’esercito – è stato avvistato un folto gruppo di persone che si muovevano verso il confine. Abbiamo ritenuto che si trattasse di terroristi e abbiamo dato il via ai bombardamenti”. Le forze armate turche hanno “ritenuto” male. Non solo è stata fatta una strage di civili ma appare con il passare delle ore che si sia trattato di una azione preparata, non una “casualità”, quel gruppo di persone si è trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato, come vorrebbe far credere l’Alto Comando delle forze armate.
    Dopo i giornalisti spediti in carcere (anche, evidentemente, perchè non raccontassero quanto sta accadendo in Kurdistan) un nuovo massacro di civili per chiudere un anno durissimo per i kurdi e l’opposizione di sinistra in Turchia. Quella Turchia osannata da molti come “modello”… di che cosa ?

    Qui il video

di orsola
pubblicato il 29 dicembre 2011
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  • Chi si compra un 8 cilindri con carrozzeria extralarge e interni small -  perché essenzialmente è questa la Chevrolet Camaro appena tornata sul mercato europeo – se ne frega di pagare 1.340 euro in più di superbollo Monti. Chiarito questo, per 40.000 euro un 8 cilindri tedesco o italiano non lo vedete nemmeno da lontano. Una Audi RS5 ne costa il doppio, una Maserati GranTurismo il triplo. Chiarito anche il trascurabile dettaglio del prezzo, non resta che mettere in moto la Camaro, una 45th con un cambio automatico che non mi convince, e non perché qui i cavalli scendano a 405 da 432 (in kilowatt, risparmiate 400 euro di superbollo Monti). Una volta al volante, piace che per sentire il ruggito dell’8 basta girare una normalissima chiave e che tutto sia Old America, niente lussi,  plastiche robuste e i quattro strumenti davanti al cambio come sulla Camaro del 1966, sedili comodi e perfino morbidi. La coppia è una specie di gru che solleva. L’head up display (rara concessione alle mode) riflette sul parabrezza non solo il tachimetro digitale ma l’inserimento del controllo di trazione. Praticamente sempre appena si affonda troppo il piede dell’acceleratore, altrimenti il posteriore se ne va.  Sterzo e assetto sono niente male per un’americana, anche se le sospensioni sono state riviste in chiave europea per migliorare la precisione di guida senza tuttavia pregiudicare un confort più che buono per un’auto sportiva. Per 40.000 euro (in America costa la metà, l’affare è sempre della Chevy), nel bagagliaio trovate un accessorio introvabile sulle auto europee di qualsiasi prezzo: una levetta che apre il cofano dall’interno. A cosa serve? Se per caso finite in un film americano, se vi sequestrano e vi chiudono nella vostra auto, se ci svenite dentro mentre caricate due buste della spesa, se i vostri figli ci giocano a nascondino…Camaro, why not?

di fpaterno
pubblicato il 29 dicembre 2011
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