Saturday 25 May 2013

IL MANIFESTO BLOG
   
Archive del 11 dicembre 2011
  • Bone
    Jeff Smith
    Bao Publishing
    1344 pagine

    € 35
    Secondo la bombastica definizione di «Time Magazine» è una delle dieci opere a fumetti più importanti di tutti i tempi. Difficile però far sfoggio di understatement di fronte a un fumetto che vanta dieci premi Eisner e undici premi Harvey, amatissimo dal gotha dei comics Made in Usa. La storia tenera ed epica dei cugini Bone di Boneville e della sfida per la salvezza del loro mondo è un fantasy molto sui generis che frulla insieme con grande efficacia narrativa le rotondità di Walt Kelly e Carl Barks e gli spuntoni metallici di J.R.R. Tolkien. Disponibile in due edizioni: quella economica, e la raffinatissima Phoney Bone Edition stampata in sole 110 copie da 110 euro.

    Rocketeer
    Dave Stevens
    Saldapress
    144 pagine
    € 24,50

    Di tutti i super-eroi, Rocketeer è forse il più apertamente derivativo, con un frullato di precedenti concettuali che vanno dai romanzi pulp di Doc Savage e The Shadow, ai serial Republic degli Anni 30 e 40, fino all’architettura art deco streamline degli anni 30 e alle curve della leggendaria Betty Page. La storia è quella dell’incontro-scontro fra il pilota collaudatore Cliff Secord e un avveniristico zaino-jet che gli permette di librarsi nel cielo a velocità folle come un vero Nembo Kid sulle tracce della fidanzata in fuga. Il mood è molto simile a quello di «I predatori dell’arca perduta», di cui non a caso Stevens disegnò gli story-board. Due volumi, per una bella edizione ricca di schizzi preparatori e contenuti extra.

    Asterios Polyp
    David Mazzucchelli
    Coconino Press
    344 pagine
    € 29

    Dieci anni di lavoro, tre premi Eisner e tre premi Harvey più il premio della giuria al festival di Angoulême: è con queste credenziali che arriva sugli scaffali il magnum opus di David Mazzucchelli. Abbandonato il fumetto mainstream che alla fine degli Anni 80 aveva rivoluzionato lavorando a quattro mani con Frank Miller, Mazzucchelli ha progressivamente piegato la grammatica di base del fumetto ad ambizioni narrative dichiaratamente joyciane. Lo dimostra questo «Asteryos Polyp», storia di un intellettuale in fuga dal proprio doppio e dal proprio mondo: una lettura sperimentale, ambiziosa, ricca di reference filosofiche e culturali, perfetta soprattutto come «conversatione piece». Per molti, ma non per tutti.

    Cinquemila chilometri al secondo
    Manuele Fior
    Coconino Press
    144 pagine
    € 17

    Dopo Mattotti e Gipi, ecco un altro italiano di cui non bisogna vergognarsi andando all’estero: Cinquemila chilometri al secondo ha vinto il primo premio come Miglior Fumetto al Festival di Angoulême del 2011. Un riconoscimento conquistato con un linguaggio visivo più affine al cinema animato e alla pittura che al fumetto popolare. Autentico Bildungsroman disegnato, il volume documenta il passaggio dall’adolescenza alla maturità di tre giovani e i progressivi, inesorabili mutamenti che piagano le loro anime. Un romanzo grafico visivamente sontuoso, sottilmente inquietante, liquido come gli acquerelli che Fior stende con lucidità e autentica maestria.

    Incal L’integrale
    Jodorowsky & Moebius
    Magic Press
    308 pagine
    € 25

    In edizione integrale realizzata con la supervisione del Maestro Moebius per sottrarre le tonalità pastello delle sue tavole all’oltraggio del tempo e delle infinite ristampe, ecco l’intera saga dell’Incal. Sei capitoli di divertito potere immaginifico per raccontare le gesta di John Diffool, anonimo detective di classe R che in seguito al ritrovamento fortuito di un misterioso artefatto alieno si ritrova coinvolto in una avventura picaresca fra mercenari, fanatici tecnologici, mutanti e poltici senza troppi scrupoli. Le atmosfere sono le stesse di vecchi Magazine come «Metal Hurlant», «Alter Alter» o «L’Eternauta», ma a 30 anni dall’uscita del primo capitolo il fascino di questa space opera resta sempre attuale.

    A Panda piace… Essere raccolto
    Giacomo Bevilacqua
    Edizioni Bd
    224 pagine
    € 16

    Narrano le cronache che l’idea di A panda piace sia nata dalla combinazione fortuita dei dialoghi di «Il meraviglioso mondo di Amelìe» e le confidenze di un’amica sul proprio Pet del cuore: sta di fatto che il romanissimo Giacomo Bevilacqua ha distillato da tutto questo una strip comica che è passata in men che non si dica dalla Rete alla carta. Merito di un tormentone degno degli Esercizi di stile di Raymond Queneau, infinita variazione sul tema della frase “A Panda piace…”. Il sospetto, giustificato da questo «best of» che raccoglie le migliori fra le strip dedicate a questo orsetto irriverente e paraculo, è che a Panda piaccia piacere. Ma a Natale siamo tutti più buoni.

    Il Mago Wiz
    Brant Parker e Johnny Hart
    Panini Comics
    172 pagine
    € 19,90

    Dagli anni 60 al 2007, anno in cui è andato a disegnare su una nuvoletta, il formidabile Johnny Hart ha legato il proprio nome ad alcune fra le property più pirotecniche del mondo delle syndicated strip. Dopo B.C., fra le più diffuse c’è sicuramente The Wizard of Id, saga pluridecennale dedicata a un tirannello bassotto, immorale e volgare e alla sua corte dei miracoli. Una striscia gustosa e prodiga di salutari graffi satirici che alla luce di 17 anni di governo da parte di un tirannello bassotto, immorale e volgare suona più fresca e attuale che mai. E che Panini, reduce dalla ristampa integrale dei Peanuts di Charles M. Schulz, inaugura con un primo volume cronologico dall’ottimo rapporto presso/qualità.

    Tormenti
    Furio Scarpelli
    Rizzoli-Lizard
    128 pagine
    € 17

    Chi lo conosce lo ha apprezzato per lo humour urticante di tutte le migliori commedie all’italiana, da La Grande guerra a Straziami ma di baci saziami, da Riusciranno i nostri eroi… a C’eravamo tanto amati. Ma oltre che scrivere maledettamente bene, Furio Scarpelli è stato un ottimo disegnatore satirico, con collaborazioni a riviste come «Il travaso delle idee» e «Don Basilio». Tormenti è un romanzo a fumetti postumo, curatissimo, molto scritto e insospettabilmente attuale, che ha lo stesso respiro del grande cinema italiano: un triangolo amoroso che riunisce nello scenario corrusco della guerra civile spagnola una stiratrice diciannovenne, Lolli, e i suoi pretendenti.

    Classici DC: Batman di Englehart/Rogers
    Steve Englehart, Marshall Rogers
    Planeta DeAgostini Comics
    344 pagine
    € 22

    È un Batman da non perdere quello firmato a metà degli Anni 70 dallo sceneggiatore Steve Englehart e dal penciller Marshall Rogers. Un Batman che somiglia molto a quello della recente incarnazione cinematografica firmata da Chris Nolan. O per rifarsi ai bei tempi andati, a quello originale, noir e un tantino manicheo di Bill Finger e Bob Kane. Tramontata la leggerezza camp ereditata dal serial con Adam West e Burt Ward, in questo cartonato il Cavaliere Oscuro recupera il suo fascino ruvido e vampiresco, insieme con una galleria di comprimari su cui spiccano villains come Joker e lo strizzacervelli folle Hugo Strange, e la femme fatale Silver St. Cloud, protagonista di un epocale smascheramento dell’eroe.

    Attack N. 1
    Chikako Urano
    Jpop
    326 pagine
    € 6,50

    Per ogni neofita, riuscire a orientarsi nel mare magnum dei manga è una vera impresa: fra generi, personaggi e testate c’è davvero di che perdere la testa. Meglio partire dai fumetti che hanno ispirato i cartoon passati in Tv negli Anni 80. Dopo Ken il guerriero, Georgie, Le rose di Versailles alias Lady Oscar e L’uomo Tigre, ora tocca ad Attack No. 1, meglio noto come Mimì e le ragazze della pallavolo: un fumetto “shojo”, cioè “per signorine”, ma solo in apparenza: perché fra allenamenti stile Full Metal Jacket, cameratismo e fame di vittorie in questi sette volumi c’è abbastanza ciccia per qualunque macho.

di Andrea
pubblicato il 11 dicembre 2011
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in varie
  • Igor Smirnov (al centro) presidente-padrone della Transnistria

    Dopo la Sud Ossezia e la Federazione Russa, si vota oggi anche in un’altra singolare dépendance della Russia, la secessionista repubblica di Transnistria, già parte della Moldova ma mai realmente controllata dalle autorità di Kishinev, fin dal momento della disintegrazione dell’Urss. Se non ci saranno altre sorprese, dovrebbe vincere facilmente – e ottenere il suo quinto mandato presidenziale consecutivo – l’attuale leader Igor Smirnov, al potere fin dal 1991 e a quanto pare intenzionato a restarci tutta la vita. I suoi avversari sono funzionari del suo regime, come lo speaker del parlamento Anatoly Kaminski e l’ex-speaker Yevgeniy Shevchuk, cui si aggiungono il leader del Partito Comunista Oleh Horjan e quello del movimento Proryv (sfondamento) Dmitry Soin. La Transnistria ha formalmente un regime multipartitico, ma finora l’unico potere che conta è stato quello del presidente, e le elezioni tenute regolarmente per la presidenza e per i 43 seggi del parlamento sono state regolarmente macchiate da pesanti sospetti di brogli e manipolazioni. Nella giornata di oggi, per la prima volta, dovrebbero esserci anche degli exit polls (finora proibiti) mentre i risultati del voto dei 400mila elettori verranno comunicati domani.

    Negli ultimi tempi la tenuta del regime di Smirnov, considerato in generale come “il buco nero d’Europa” per l’altissimo livello di illegalità che vi regna, tanto da farne un vero porto franco per le più importanti organizzazioni mafiose della Russia, dell’Ucraina e di altri paesi dell’Europa orientale, ha visto formarsi qualche crepa, soprattutto per le crescenti difficoltà con i protettori di Mosca (la Russia mantiene un contingente militare in Transnistria, ufficialmente con compiti di peacekeeping rispetto al mai del tutto risolto conflitto con la Moldova). Il figlio di Smirnov, Oleg (che ha come moltissimi abitanti della Transnistria anche la cittadinanza russa) è stato incriminato e messo sotto processo (in contumacia) in Russia per appropriazione indebita: avrebbe rubato gran parte dei 5 milioni di euro stanziati da Mosca per aiuti umanitari alla piccola repubblica. Più in generale, le autorità russe cominciano forse a sentire il loro impegno a favore della Transnistria “smirnovizzata” come un peso fastidioso che crea loro parecchi problemi, dalla difficoltà di rapporti con la Moldova alle spine che frenano i negoziati sul disarmo europeo con la Nato, oltre che generare spese non indifferenti.

di a. d.
pubblicato il 11 dicembre 2011
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  • Uno sturpo (a quanto pare inventato da una ragazza di 16 anni), una manifestazione di protesta, un campo rom dato alle fiamme, perché la ragazza aveva individuato come “possibili” aggressori due ragazzi rom che vivono in un campo abusivo di Troino, in zona Continassa. Per dire, la ragazza – aldilà del fatto se la violenza sessuale ci sia stata o meno – non ha mai indicato con certezza i rom come aggressori, aveva persino detto “forse”. Ma in certi casi basta il mero sosetto, perché quel che si cerca è la scusa per poter fare ciò che – si pensa – andrebbe comunque fatto. Dunque, nel caso del campo rom dato alle fiamme ieri a Torino, non è il caso di parlare né di “rabbia” né di manifestazione “degenerata”. Perché è sicuro che chi ha gettato bombe carta causando un rogo impressionante che avrebbe potuto ammazzare qualcuno – e solo per miracolo non è successo – ha coscientemente sfruttato un’occasione.

    Questo tanto per mettere i puntini sulle “i”.

    Dopodiché vien da pensare che in questa nuova era del governo Monti – l’era della compostezza e della “testa” al posto della “pancia” – il nuovo ministro dell’Interno, Annamaria Cancellieri, si è trovata a fare i conti con la sentenza europea che boccia l’emergenza decretata dal suo predecessore ronerto Maroni sui campirom, con cui era stato permesso di sgomberare qualsiasi insediamento abusivo tramite i “poteri speciali” conferiti ai prefetti diventati comissari. L’Europa ci dice che la presenza dei rom nelle nostre città non è questione da trattare come “emergenza”. “Faremo subito qualcosa”, ha detto Cancellieri, senza entrare troppo nel merito. Chiaro che per un ministro dell’Interno in Italia che voglia ragionare con la testa le priorità sono altre.

    Ma una cosa è certa: le guerre tra poveri portano con sé inevitabilmente violenze e aggressioni nei confronti di chi è ritenuto “privilegiato” perché in quqlche modo convive con maggiore “esxpertise” con quella povertà che fa tanta paura. Stiamo diventando tutti più poveri  – come le lacrime di Fornero ci hanno fatto capire più di mille parole – i pogrom nei confronti di chi vive in baracca potrebero doventare sempre più frequenti.

    Seconda questione: parlare di emergenza, insegna l’Europa , è un errrore nei confronti dei rom. Ma in tutte le istituzioni internazionali se si parla di emergenza a proposito della minoranza rom lo si fa per evidenziare la situazione di pericolo che vivono i rom, e non – al contrario – la situazione di emergenza che vivono i quartieri in cui esiste un insediamento rom. Ovvero: sono i rom quelli in pericolo, quelli a cui viene negato il diritto alla vita. E, aggiungiamo per andare sul pratico, il diritto ad essere conosciuti: le azioni positive per sostenere e far uscire dal ghetto la stessa immagine del rom sono sostenute sia dall’Unione europea che dal Consiglio d’Europa. A volte, è anche possibile avere qualche finanziamento. Se i nostri ministeri, e i nostri enti locali – oltre che le associazioni, ovviamente – volessero far parte della partita, potrebbero guadagnarne in cultura e sicurezza.

     

di cinzia
pubblicato il 11 dicembre 2011
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in varie
  • Come da manuale: lui e lei stanno insieme, sono una coppia, poi nasce un figlio, ma lui comincia a maltrattarla, a picchiarla, fino a quando lei non si stufa e se ne va. Lui allora perde il controllo, la sua identità di maschio dominante è gravemente minacciata dall’assenza della sua vittima prediletta e comincia a perseguitarla, a controllarla da lontano, fino a quando non decide di agire: l’aspetta fuori dal lavoro, la costringe a seguirlo, la violenta. Lei ha il coraggio di denunciarlo e lo sbatte in galera, ma non ce la fa, alla fine crolla e accetta il compromesso: viene convinta dall’avvocato che difende il suo aguzzino, e che pur di liberare il suo cliente mette a grave rischio la vita della donna, a ritirare la denuncia in cambio di un matrimonio riparatore: la pace. Lei lo fa, e lo fa perché pensa che forse dopo tutto è cambiato o può cambiare, lo fa perché ha un bambino e comunque quello è suo padre, lo fa nella speranza vana che forse  lei potrà, da ora in poi, controllare le cause degli scoppi d’ira del suo torturatore, lo fa perché non si rende conto che è in pericolo di vita, e non si rende conto del rischio: è diventata una donna resilente, abituata ad adeguarsi al pericolo costante, tanto da non riconoscerlo più. Ma non è una storia inventata questa, è una delle tantissime storie di violenza che nel mondo si concludono con un femicidio. E’ successo oggi, nella Giornata Internazionale dei Diritti Umani, a Carla Figueroa, 19 anni, uccisa dal suo novello sposo, Marcelo Tomaselli, 23 anni, nonché padre del suo bambino di due anni, che una volta uscito dal carcere ha ucciso la donna colpendola al collo e al torace con numerose coltellate, davanti al figlioletto dopo un mese e mezzo di matrimonio. Il fatto è successo a General Pico, nella provincia di Buenos Aires, in Argentina, a conclusione di una relazione cominciata 4 anni prima, un rapporto “conflittuale” che sembrava concluso 9 mesi fa, quando Carla aveva deciso di andarsene. La donna forse non aveva previsto che l’uomo l’avrebbe perseguitata fino allo stupro sotto la minaccia di un arma, un reato con cui in Argentina si rischiano dagli otto ai 20 anni di carcere, e soprattutto non aveva capito che a rischio c’era la sua vita. Senza protezione e senza tutela per le donne che subiscono violenza in casa, da mariti, partner, ex fidanzati, quante Carle dobbiamo ancora vedere prima che questo scempio finisca una volte per tutte?

di Luisa Betti
pubblicato il 11 dicembre 2011
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  • Tawakkul Karman, Leymah Gbowee, Ellen Johnson-Sirleaf

    Nella Giornata Internazionale dei Diritti Umani tre donne con splendidi copricapo colorati, la presidente liberiana, Ellen Johnson Sirleaf, la connazionale creatrice di uno dei movimenti pacifisti più imponenti della storia, Leymah Gbowee, e l’attivista yemenita Tawakkol Karman,  durante la solenne cerimonia che si è svolta oggi a Oslo, hanno ricevuto il premio Nobel per la pace: “Nelle guerre moderne, la maggior parte delle vittime è costituita spesso da civili e molti di loro sono donne e bambini”, ha detto Thorbjorn Jagland, capo del Comitato Nobel norvegese, ricordando come lo stupro sia diventato “parte delle tattiche di guerra” e come le donne siano spesso escluse dai colloqui di pace”. Johnson-Sirleaf e Gbowee “la rossa” hanno contribuito in maniera determinante alla fine del conflitto che da 14 anni devastava la Liberia, mentre Karman ha rischiato la vita per contestare il presidente dello Yemen, Ali Abdullah Saleh, ponendosi alla guida del movimento yemenita costituito sia da uomini che da donne. “Voi rappresentate una delle più importanti forze motrici del cambiamento nel mondo di oggi: la battaglia per i diritti umani in generale e per la parità delle donne e per la pace in particolare”, ha sottolineato ancora Thorbjorn Jagland nel suo discorso. “Vedo all’orizzonte il barlume di un nuovo mondo”, ha detto Karman sottolinenando una comunità occidentale poco attenta alle proteste in Yemen che “non hanno ottenuto la comprensione, il supporto e l’attenzione internazionale delle altre rivoluzioni nella regione”, ha concluso la leader che a giugno ha pubblicato sul New York Time un articolo intitolato “La rivoluzione incompiuta dello Yemen” dove ha attaccato frontalmente gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita per il loro sostegno al regime corrotto di Saleh. “Alzate la vostra voce. Lasciate che sia una voce per la libertà”, ha aggiunto Ellen Johnson Sirleaf che ha augurato una guida femmiile anche alla Casa Bianca.  “Questo premio è  arrivato in un momento in cui le donne, un tempo vittime silenti e oggetto del potere degli uomini, stanno abbattendo i muri delle tradizioni repressive con l’invincibile forza della non-violenza”, ha aggiunto Leymah Gbowee, che nel 2002 fondò Women of Liberia Mass Action for Peace dando vita alle “donne in bianco” rimaste nella storia per lo sciopero del sesso imposto ai mariti affinché facessero pressione per la pace, e che nel 2003 portò una delegazione silenziosa ad Accra, capitale del Gana, per influenzare i colloqui di pace che in quel momento sembravano impossibili, un gruppo di donne vestite di bianco che si mise a sostare davanti al palazzo presidenziale in silenzio fino a quando il veredetto non fu: pace.

di Luisa Betti
pubblicato il 11 dicembre 2011
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  • Manifestanti dell'opposizione fronteggiati dai militari a Tskhinvali

    Un esperimento-pilota di surreal-politik tra le valli impervie del Caucaso, anticipazione di quello che potrebbe diventare un’enorme svolta politica a Mosca. Dopo quasi due settimane di pericoloso stallo, un compromesso politico sembra esser stato raggiunto nella piccola repubblica della Sud Ossezia, autoproclamatasi indipendente dopo la guerra russo-georgiana dell’agosto 2008 ma rimasta de facto un protettorato di Mosca. Il presidente uscente Eduard Kokoity si è dimesso nominando presidente ad interim il premier Vadim Brovtsev fino al 25 marzo 2012, quando si dovrebbero tenere nuove elezioni presidenziali al posto di quelle svoltesi il 28 novembre scorso e annullate alcuni giorni dopo dalla Corte suprema. Insieme a Kokoity lasciano il loro incarico anche alcuni alti esponenti della magistratura: quelli, in sostanza, responsabili dell’annullamento delle elezioni di novembre.

    Il compromesso è stato raggiunto fra Kokoity – che l’ha motivato con la necessità di “evitare una nuova rivoluzione come in Ucraina e in Georgia” – e la vincitrice delle elezioni annullate, Alla Dzhioyeva, che si era imposta a sorpresa sul candidato governativo appoggiato da Kokoity e da Mosca. Dopo l’annullamento del voto, motivato con non meglio precisate “violazioni” da parte dei sostenitori della Dzhioyeva, questi ultimi avevano iniziato una protesta con l’occupazione permanente delle piazze centrali della capitale Tskhinvali, passando poi a proclamare la Dzhioyeva presidente e a minacciare la guerra civile. Lo stallo è durato quasi due settimane, in un’atmosfera di grande tensione, e ha visto fallire la mediazione tentata da un inviato speciale di Mosca. In cambio delle dimissioni la Dzhioyeva, che ha ottenuto di partecipare alle nuove elezioni, da cui i magistrati l’avevano esclusa, ha chiesto ai suoi sostenitori di tornare a casa e smettere l’assedio al palazzo del governo.

di a. d.
pubblicato il 11 dicembre 2011
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