Wednesday 16 May 2012

IL MANIFESTO BLOG
   
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  • La GlaxoSmithKline (GSK), la più grande casa farmaceutica del Regno Unito, è stata condannata dal tribunale argentino per aver sottoposto a esperimenti i neonati di famiglie povere nelle province di Santiago del Estero, San Juan e Mendoza, in Argentina, per la ricerca di un vaccino contro la polmonite e l’otite acuta – vaccino Synflorix contro le malattie da pneumococco – tra il 2007 e il 2008, con il conseguente decesso di 14 piccoli. Sempre secondo “La Nacion”, la Administración Nacional de Alimentos, Medicamentos y tecnología (Anmat), che dipende dal Ministero della Salute della Nazione, tempo fa dichiarò, all’epoca dei decessi, l’esistenza di irregolarità durante la sperimentazione del vaccino sui neonati, come  la mancanza di documentazione di cartelle cliniche per la somministrazione di farmaci, la violazione dei controlli di sicurezza e alcune irregolarità nelle autorizzazioni per i bambini per partecipare all’esperimento, multando la società produttrice del vaccino e i due medici che avevano materialemente lavorato sui bambini, una multa che portò la società produttrice a impugnare la sanzione portandola in Tribunale. Ora però il giudice Marcelo Aguinsky, non ha fatto che confermare la multa ordinata da Anmat, in quanto sembra che alcuni consensi siano stati dati da nonni o tutori non autorizzati, o addirittura da genitori analfabeti, e in un caso sembra che sia stata interpellata anche una madre psicotica valutata come incapace di intendere e di volere. I medici, inoltre, avrebbero anche fornito il vaccino senza conoscere la storia dei bambini e senza un corretto monitoraggio delle possibili reazioni alle sostanze somministrate. Quindi la multa è stata divisa in tre: Glaxo pagherà 400 mila dollari, Ettore Abate, ricercatore principale dello studio a Mendoza, e Miguel Tregnaghi, coordinatore degli studi in Argentina, dovranno pagare 300 mila dollari ciascuno. La società ha reso noto in un comunicato che “nessuna delle morti è legata al vaccino” e farà appello alla sentenza. Infine GlaxoSmithKline ha anche dichiarato che “la sentenza si riferisce al processo di sperimentazione clinica e non al vaccino”, che invece è stato approvato nel 2009 dall’agenzia per la vendita, mentre Anmat ha fatto sapere che ha messo sotto sorveglianza questo vaccino, in vigore in oltre 80 paesi, tra cui Argentina. In verità secondo il sito statunitense “clinicaltrials.gov” lo studio realizzato da GlaxoSmithKline, chiamato COMPAS, sarebbe stato completato a giugno nelle province argentine e a questo esperimento sarebbero stati sottoposti 14.000 bambini tra i 6 e 16 settimane in Argentina, Colombia e Panama dal 2007 in poi. Infine, secondo il sito “Bloomberg”, Synflorix avrebbe realizzato nel 2010 un fatturato globale di 221 milioni di sterline (346 milioni).

di Luisa Betti
pubblicato il 4 gennaio 2012
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  • Come da manuale: lui e lei stanno insieme, sono una coppia, poi nasce un figlio, ma lui comincia a maltrattarla, a picchiarla, fino a quando lei non si stufa e se ne va. Lui allora perde il controllo, la sua identità di maschio dominante è gravemente minacciata dall’assenza della sua vittima prediletta e comincia a perseguitarla, a controllarla da lontano, fino a quando non decide di agire: l’aspetta fuori dal lavoro, la costringe a seguirlo, la violenta. Lei ha il coraggio di denunciarlo e lo sbatte in galera, ma non ce la fa, alla fine crolla e accetta il compromesso: viene convinta dall’avvocato che difende il suo aguzzino, e che pur di liberare il suo cliente mette a grave rischio la vita della donna, a ritirare la denuncia in cambio di un matrimonio riparatore: la pace. Lei lo fa, e lo fa perché pensa che forse dopo tutto è cambiato o può cambiare, lo fa perché ha un bambino e comunque quello è suo padre, lo fa nella speranza vana che forse  lei potrà, da ora in poi, controllare le cause degli scoppi d’ira del suo torturatore, lo fa perché non si rende conto che è in pericolo di vita, e non si rende conto del rischio: è diventata una donna resilente, abituata ad adeguarsi al pericolo costante, tanto da non riconoscerlo più. Ma non è una storia inventata questa, è una delle tantissime storie di violenza che nel mondo si concludono con un femicidio. E’ successo oggi, nella Giornata Internazionale dei Diritti Umani, a Carla Figueroa, 19 anni, uccisa dal suo novello sposo, Marcelo Tomaselli, 23 anni, nonché padre del suo bambino di due anni, che una volta uscito dal carcere ha ucciso la donna colpendola al collo e al torace con numerose coltellate, davanti al figlioletto dopo un mese e mezzo di matrimonio. Il fatto è successo a General Pico, nella provincia di Buenos Aires, in Argentina, a conclusione di una relazione cominciata 4 anni prima, un rapporto “conflittuale” che sembrava concluso 9 mesi fa, quando Carla aveva deciso di andarsene. La donna forse non aveva previsto che l’uomo l’avrebbe perseguitata fino allo stupro sotto la minaccia di un arma, un reato con cui in Argentina si rischiano dagli otto ai 20 anni di carcere, e soprattutto non aveva capito che a rischio c’era la sua vita. Senza protezione e senza tutela per le donne che subiscono violenza in casa, da mariti, partner, ex fidanzati, quante Carle dobbiamo ancora vedere prima che questo scempio finisca una volte per tutte?

di Luisa Betti
pubblicato il 11 dicembre 2011
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  • di Silvia Bencivelli

    Su quella umana, a volte, non si può contare. Anche quella divina troppo spesso fa acqua. Eppure, in certi casi, la giustizia può anche avere l’aspetto di una signora in camice bianco che al posto della bilancia ha in mano due provette. E allora la storia comincia a cambiare. Piano piano, un frammento alla volta, si restituisce un’identità a chi l’ha persa tra le dita di un carnefice, a chi è stato cresciuto con un nome diverso da quello con cui è nato, a chi è stato ingannato e costretto ad amare la famiglia dell’assassino dei suoi genitori come se fosse la propria. Si torna a essere Carla, Francisco, Victoria, figli di desaparecidos, di una delle cinquecento donne incinte sequestrate e uccise dopo il parto dalla dittatura militare argentina, o già madri ma di bambini troppo piccoli per ricordare: cinquecento tra i trentamila scomparsi negli anni tra il 1976 e il 1983.


    È successo a centodue persone. Ed è successo per la testardaggine e il coraggio di un gruppo di signore che trentatre anni fa cominciarono a farsi chiamare nonne, pur non avendo conosciuto i nipoti, e a sfilare ogni giovedì con un fazzoletto bianco in testa. Le Abuelas de Plaza de Mayo, oggi “più vecchie ma più forti” come ha detto la loro presidentessa in occasione del loro ultimo compleanno, continuano a cercare i figli dei propri figli, apropriados dalla dittatura, molti dei quali nati nei centri di maternità clandestini e smistati tra le famiglie dei militari come un lugubre bottino di guerra. Continuano a farlo affidandosi alla giustizia in camice bianco e non solo a quella.
    Perché il tempo, dal 1977 a oggi, non è passato solo per loro. Adesso che sono grandi, molti hijos hanno cominciato a cercare le nonne: non sono più bambini spuntati dal niente nelle famiglie dei militari, segnalati da vicini di casa insospettiti; spesso sono adulti che hanno dubbi sulla propria identità e che si sottopongono consapevolmente ai test genetici di identità. E sono cambiate anche le prove biologiche per l’attribuzione dell’identità: si è passati dagli esami dell’HLA (o di istocompatibilità), un gruppo di proteine che partecipano alle risposte immunitarie e che sono molto variabili da persona a persona, agli esami del Dna mitocondriale e poi nucleare, ancora più affidabili e precise. Questo grazie all’impegno e al lavoro di genetisti di mezzo mondo, tra cui Victor Penchaszadeh, argentino in esilio a New York (vedi intervista a fianco), Eric Stover, che a metà degli anni Ottanta era direttore del programma per la scienza e i diritti umani della AAAS (l’American Association for the Advancement of Science, l’editore della rivista Science), e Marie Claire King, dell’università di Berkeley, che ebbe un ruolo chiave nello sviluppo dei nuovi test. Infine è cambiata la cornice legale della questione: finita la dittatura, nel 1984, la ricerca dei nipoti si è fatta sistematica e nel 1987 è stato istituito per legge il Banco nacional de datos genéticos, dove si raccolgono i campioni di Dna dei familiari dei desaparecidos.
    I primi bambini riassegnati alle loro famiglie cominciarono ad apparire già nel 1984: le abuelas, che venivano ritenute dai militari solo delle innocue e pittoresche vecchiette, pure un po’ rimbambite, erano riuscite a studiare il problema e a prepararsi con anticipo alla fine della dittatura, coinvolgendo i primi genetisti. E così per prima toccò a Paula Logares, che a otto anni rientrò nella casa da cui era stata sottratta a ventitré mesi di età, insieme ai genitori. Era la prima volta che nelle indagini sui crimini della dittatura venivano accettate le prove genetiche in sede giudiziaria ed era il primo ingresso della giustizia in camice bianco in un’aula di tribunale. Nel frattempo le ricerche hanno conosciuto successi e fallimenti, mentre le nonne hanno continuato a invecchiare splendidamente, a farsi investigatrici, scienziate, giustiziere e poi di nuovo nonne, per accogliere in casa quei nipoti rientrati dopo più di trent’anni.
    «Lavoriamo per i nostri bambini e per i bambini delle generazioni che verranno per preservare la loro identità, le loro radici e la loro storia, pilastri dell’intera identità collettiva», spiegano sul loro sito internet: «niente e nessuno ci ha fermato nella ricerca dei figli dei nostri figli». E niente e nessuno le sta fermando dal continuare a cercare i quattrocento nipoti che mancano, anche se loro hanno più di ottant’anni e gli hijos sono ormai sono diventati adulti vivendo una vita di menzogne.
    L’ultimo è stato un avvocato di trentadue anni. Non voleva sottoporsi alle prove del Dna. Ma la legge dice che in questi casi si possono utilizzare campioni biologici prelevati su oggetti personali. Il risultato è stato reso pubblico un paio di mesi fa: l’avvocato è figlio di due militanti dell’organizzazione guerrigliera Montoneros sequestrati nel maggio del 1977 quando la madre era incinta. Mentre lei veniva uccisa, il bambino fu preso dall’ufficiale Juan Carlos Vázquez Sarmento, che oggi risulta latitante. Il suo nome non è noto, le abuelas stesse aspettano con pazienza che lui accetti questo difficile cambiamento di identità. Intanto la sua vera nonna, che oggi ha 86 anni, lo aspetta a Mar del Plata.
    È il centoduesimo punto a favore di nonne e nipoti segnato dalla giustizia in camice bianco. Ma intanto molti di loro, i carnefici, sono riusciti a sfuggire alla giustizia umana e a finire troppo tardi nelle mani di quella divina. Così nessuna delle tre è riuscita a sbattere in carcere Emilio Eduardo Massera prima della morte, avvenuta l’8 novembre scorso, per vecchiaia. Ammiraglio della marina, esponente della P2, Massera fu a capo del golpe del 1976 insieme a Jorge Rafael Videla e a Orlando Ramon Agosti, fu membro della giunta militare e diresse l’Esma, la scuola meccanica della marina, il più grande e feroce centro di detenzione e tortura della dittatura. Nel 1985 fu condannato all’ergastolo, ma scontò solo cinque anni, perché nel 1990 arrivò l’indulto dell’allora presidente Carlos Menem. E quando poi il presidente Nestor Kirchner (anche lui scomparso da poco) riaprì i processi, Massera fu risparmiato per, si disse, motivi di salute. «Massera – denunciano le abuelas – ha goduto fino alla fine di tutte le garanzie offerte da uno stato di diritto, anche agli assassini. Le stesse garanzie che lui stesso negò alle sue vittime all’apogeo del terrorismo di Stato».

di carolafrediani
pubblicato il 26 novembre 2010
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