Saturday 25 May 2013

IL MANIFESTO BLOG
   
Archivi per la categoria ‘carcere’
  • Come da manuale: lui e lei stanno insieme, sono una coppia, poi nasce un figlio, ma lui comincia a maltrattarla, a picchiarla, fino a quando lei non si stufa e se ne va. Lui allora perde il controllo, la sua identità di maschio dominante è gravemente minacciata dall’assenza della sua vittima prediletta e comincia a perseguitarla, a controllarla da lontano, fino a quando non decide di agire: l’aspetta fuori dal lavoro, la costringe a seguirlo, la violenta. Lei ha il coraggio di denunciarlo e lo sbatte in galera, ma non ce la fa, alla fine crolla e accetta il compromesso: viene convinta dall’avvocato che difende il suo aguzzino, e che pur di liberare il suo cliente mette a grave rischio la vita della donna, a ritirare la denuncia in cambio di un matrimonio riparatore: la pace. Lei lo fa, e lo fa perché pensa che forse dopo tutto è cambiato o può cambiare, lo fa perché ha un bambino e comunque quello è suo padre, lo fa nella speranza vana che forse  lei potrà, da ora in poi, controllare le cause degli scoppi d’ira del suo torturatore, lo fa perché non si rende conto che è in pericolo di vita, e non si rende conto del rischio: è diventata una donna resilente, abituata ad adeguarsi al pericolo costante, tanto da non riconoscerlo più. Ma non è una storia inventata questa, è una delle tantissime storie di violenza che nel mondo si concludono con un femicidio. E’ successo oggi, nella Giornata Internazionale dei Diritti Umani, a Carla Figueroa, 19 anni, uccisa dal suo novello sposo, Marcelo Tomaselli, 23 anni, nonché padre del suo bambino di due anni, che una volta uscito dal carcere ha ucciso la donna colpendola al collo e al torace con numerose coltellate, davanti al figlioletto dopo un mese e mezzo di matrimonio. Il fatto è successo a General Pico, nella provincia di Buenos Aires, in Argentina, a conclusione di una relazione cominciata 4 anni prima, un rapporto “conflittuale” che sembrava concluso 9 mesi fa, quando Carla aveva deciso di andarsene. La donna forse non aveva previsto che l’uomo l’avrebbe perseguitata fino allo stupro sotto la minaccia di un arma, un reato con cui in Argentina si rischiano dagli otto ai 20 anni di carcere, e soprattutto non aveva capito che a rischio c’era la sua vita. Senza protezione e senza tutela per le donne che subiscono violenza in casa, da mariti, partner, ex fidanzati, quante Carle dobbiamo ancora vedere prima che questo scempio finisca una volte per tutte?

di Luisa Betti
pubblicato il 11 dicembre 2011
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  •  

    “In-Justice: The Story of Afghan Women in Jail”, ovvero “In-giustizia: la storia di donne Afghane in carcere”, il documentario che l’Unione Europea ha commissionato per documentare lo stato delle donne nelle carceri afghane, non sarà divulgato pue essendo stato commissionato dalla stessa UE per denunciare il dramma di queste detenute. Oltre al danno quindi anche la beffa, perché si tratta di una documentazione video sulle donne che in Afghanistan scontano pene detentive nel carcere, anche con i loro figli piccoli, e sono donne che hanno vissuto drammi senza eguali: chi sconta una pena detentiva di 12 anni per aver subito uno stupro dal cugino, e per essersi rifiutata di sposarlo dopo essere rimasta incinta, chi perché è scappata da un marito violento, chi ha fatto sesso fuori dal matrimonio, o chi semplicemente si è ribellata a una schiavitù permanente e legale. “C’è un gran numero di questi casi che finiscono nelle prigioni”, ha detto Heather Barr, ricercatrice dello Human Rights Watch che lavora sulle donne in carcere in Afghanistan. Il motivo è che l’esposizione delle donne in video sarebbe pericolosa, un problema leggittimo che si può superare oscurando o trattando le riprese, ma che in realtà è stata letta da più parti come una scusa, in quanto si ipotizza che l’UE avrebbe paura di danneggiare i suoi rapporti con il governo afghano, che in realtà è complice diretto di questa situazione delle donne nel suo Paese. Secondo l’Onu ci sono circa 300-400 donne che in Afghanistan sono in carcere accusate di “crimini morali”: sesso fuori dal matrimonio, fuga da violenza dpmestica, violenza sessuale, ecc. (fonti: http://www.ap.org/; http://www.giornalettismo.com)

     

di Luisa Betti
pubblicato il 22 novembre 2011
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  • Francesco Morelli

    Aveva diciassette anni, veniva dal Marocco, si è impiccato ieri pomeriggio con un lenzuolo nella doccia del carcere minorile di Firenze, dove era detenuto in attesa di giudizio per tentato furto: il suo nome non lo conosciamo, sappiamo che prima dell’arresto viveva in un paese in Provincia di Lucca, Aulla, dove lavorava come operaio. È stato arrestato il 3 agosto scorso, mentre cercava di rubare degli orologi esposti in una vetrina della stazione ferroviaria.
    Questo ragazzo è il SESSANTACINQUESIMO detenuto che si uccide dall’inizio dell’anno, ma con nostro dossier “Morire di carcere” abbiamo raccolto almeno altri 20 casi di morti “oscure” accadute nel 2009, che abbiamo indicato come decessi per “cause da accertare” (vedi allegato): 85 dall’inizio dell’anno e, questi, sono soltanto la metà dei decessi, perché almeno altrettanti detenuti sono morti per malattia, o per overdose di farmaci e droghe.
    Per ritrovare il suicidio di un minorenne bisogna andare indietro di 6 anni: era il 4 gennaio 2003 e successe nell’Istituto Penale Minorile di Casal del Marmo (RM). Il 25 luglio di quest’anno, invece, un ragazzo di 19 anni si è tolto la vita nell’IPM di Bari ed aveva la stessa età anche il detenuto cileno che si è impiccato il 10 settembre scorso nel carcere di Castrovillari (CS): nel complesso, 20 dei detenuti 65 suicidi avevano meno di trent’anni e altri 20 avevano dai 31 ai 41 anni.
    “Dispiace parlare di carcere solo quando avvengono fatti tragici”, qualcuno sta dicendo ora in televisione. Questo dispiacere, questo disagio, questo improvviso interesse per le morti da galera però non bastano, non possiamo pensare che serva un suicidio al giorno per tener desta l’attenzione e che un po’ alla volta nemmeno questo sarà più sufficiente.
    “Le nostre carceri per la metà sono fuorilegge”, ha dichiarato il ministro Alfano. Allora qualcuno dovrebbe anche spiegare che senso ha che uno Stato, che non rispetta a sua volta la legge, mostri la faccia dura a un ragazzo colpevole di un tentato furto.
    Non dobbiamo quindi solo interrogarci sulle morti in carcere, ma anche sul senso di un uso della galera come parcheggio per tutto quello che ci dà fastidio. È questa, oggi, la dimostrazione che per certe categorie di persone la certezza della pena esiste eccome: si può andare in carcere a diciassette anni per tentato furto.
    Ma qualcuno proverà un po’ di vergogna all’idea di far parte di una società dove un ragazzino sta in carcere per tentato furto e gante che corrompe, truffa, mette sul lastrico migliaia di famiglie se ne sta tranquillamente fuori, magari ad attendere la prescrizione dei suoi reati? E non ci dicano che questa è demagogia, no, questa è vita, questo è quello che vediamo ogni giorno nelle carceri: ragazzi sempre più giovani in celle sempre più affollate. E il sovraffollamento non significa solo poco spazio, significa soprattutto che le carceri oggi sono per lo più luoghi senza speranza, e allora può succedere anche che ci si uccida a diciassette anni.
    Le soluzioni ci sono, basta avere il coraggio di andare controcorrente, e cominciare a pensare a pene diverse dalla galera, invece di continuare a contare i morti e a fingere che QUESTE CARCERI possano farci sentire più sicuri.
    Aveva diciassette anni, veniva dal Marocco, si è impiccato ieri pomeriggio con un lenzuolo nella doccia del carcere minorile di Firenze, dove era detenuto in attesa di giudizio per tentato furto: il suo nome non lo conosciamo, sappiamo che prima dell’arresto viveva in un paese in Provincia di Lucca, Aulla, dove lavorava come operaio. È stato arrestato il 3 agosto scorso, mentre cercava di rubare degli orologi esposti in una vetrina della stazione ferroviaria.
    Questo ragazzo è il SESSANTACINQUESIMO detenuto che si uccide dall’inizio dell’anno, ma con nostro dossier “Morire di carcere” abbiamo raccolto almeno altri 20 casi di morti “oscure” accadute nel 2009, che abbiamo indicato come decessi per “cause da accertare” (vedi allegato): 85 dall’inizio dell’anno e, questi, sono soltanto la metà dei decessi, perché almeno altrettanti detenuti sono morti per malattia, o per overdose di farmaci e droghe.
    Per ritrovare il suicidio di un minorenne bisogna andare indietro di 6 anni: era il 4 gennaio 2003 e successe nell’Istituto Penale Minorile di Casal del Marmo (RM). Il 25 luglio di quest’anno, invece, un ragazzo di 19 anni si è tolto la vita nell’IPM di Bari ed aveva la stessa età anche il detenuto cileno che si è impiccato il 10 settembre scorso nel carcere di Castrovillari (CS): nel complesso, 20 dei detenuti 65 suicidi avevano meno di trent’anni e altri 20 avevano dai 31 ai 41 anni.
    “Dispiace parlare di carcere solo quando avvengono fatti tragici”, qualcuno sta dicendo ora in televisione. Questo dispiacere, questo disagio, questo improvviso interesse per le morti da galera però non bastano, non possiamo pensare che serva un suicidio al giorno per tener desta l’attenzione e che un po’ alla volta nemmeno questo sarà più sufficiente.
    “Le nostre carceri per la metà sono fuorilegge”, ha dichiarato il ministro Alfano. Allora qualcuno dovrebbe anche spiegare che senso ha che uno Stato, che non rispetta a sua volta la legge, mostri la faccia dura a un ragazzo colpevole di un tentato furto.
    Non dobbiamo quindi solo interrogarci sulle morti in carcere, ma anche sul senso di un uso della galera come parcheggio per tutto quello che ci dà fastidio. È questa, oggi, la dimostrazione che per certe categorie di persone la certezza della pena esiste eccome: si può andare in carcere a diciassette anni per tentato furto.
    Ma qualcuno proverà un po’ di vergogna all’idea di far parte di una società dove un ragazzino sta in carcere per tentato furto e gante che corrompe, truffa, mette sul lastrico migliaia di famiglie se ne sta tranquillamente fuori, magari ad attendere la prescrizione dei suoi reati? E non ci dicano che questa è demagogia, no, questa è vita, questo è quello che vediamo ogni giorno nelle carceri: ragazzi sempre più giovani in celle sempre più affollate. E il sovraffollamento non significa solo poco spazio, significa soprattutto che le carceri oggi sono per lo più luoghi senza speranza, e allora può succedere anche che ci si uccida a diciassette anni.
    Le soluzioni ci sono, basta avere il coraggio di andare controcorrente, e cominciare a pensare a pene diverse dalla galera, invece di continuare a contare i morti e a fingere che QUESTE CARCERI possano farci sentire più sicuri.
    * Ristretti orizzonti

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di angelo mastrandrea
pubblicato il 18 novembre 2009
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