Sunday 19 May 2013

IL MANIFESTO BLOG
   
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  • Roma è la giungla del lavoro immateriale sottopagato, senza diritti, non tutelato. Lontanissima dall’immagine della capitale dormiente e assistita, ministeriale e mollacciona, dei film di Alberto Sordi, nel racconto che ne fanno i giornalisti precari del coordinamento romano “Errori di stampa“, la Capitale vive sospesa nella zona grigia tra lavoro dipendente e indipendente.

    Le ormai famigerate “false partite Iva” rappresentano solo la superficie di un continente popolato da apolidi che lavorano al nero, gratuitamente o, quando c’è un refolo di legalità, come consulenti, collaboratori a tempo determinato nei servizi alle imprese, nelle agenzie pubblicitarie o negli studi di architettura, nell’informatica, nella comunicazione o nel reticolo degli enti di ricerca o delle università. La vita dei 936 giornalisti freelance, età media 33 anni, romani e non romani, descritta da Errori di stampa, è la rappresentazione della crisi del “terziario avanzato”.

    Al centro di questo racconto c’è il freelance: il risultato della trasformazione del «lavoro post-fordista» che ha reso difficile distinguere una prestazione lavorativa da un’attività d’impresa, l’attività autonoma da una subordinata. Una realtà già da tempo emersa, grazie a ricerche come quella svolta da Sergio Bologna e Andrea Fumagalli per l’Osservatorio sul mercato del lavoro della Provincia di Roma (2010)Solo quando la statistica aggiornerà i suoi parametri di analisi sarà possibile conoscere i numeri di una realtà mobile che ancora oggi viene definita attraverso una macro-categoria che comprende lavoratori dipendenti a tempo determinato, interinali e «ditte individuali». Per l’ufficio Statistiche del Comune, nel 2008 gli autonomi oscillavano tra le 230 e le 240 mila unità. Per la banca dati Asia dell’Istat nel 2009 erano oltre 320 mila. Se si aggiungono i «precari» (collaboratori e lavoratori a progetto) la quota complessiva arriva al 23,02% dell’occupazione totale. Questi dati trovano riscontri anche in un precedente rapporto (2009-2010).

    Il mio licenziamento è avvenuto all’improvviso: solo tre giorni prima avevo passato 11 ore al consiglio regionale del Lazio raccontando le vicende del piano casa. Da quel giorno mi sono ritrovato con poche certezze, senza un lavoro, un sussidio, uno stipendio e senza avere la possibilità di farmi valere, attraverso vie legali, con il mio ex datore di lavoro. Al mio posto, e al posto di altri tre colleghi cui è stato riservato lo stesso trattamento da parte dell’agenzia stampa, oggi lavorano tre stagisti pagati a lancio.

    Dal racconto di un giornalista, 41 anni, otto passati in un’agenzia stampa, con uno stipendio partito da 200 euro e arrivato a 1000, emerge il primo dato: l’aspetto contrattuale, come quello retributivo, è vincolato alla necessità degli editori di mantenere un’ampia rotazione nelle redazioni Il professionista viene licenziato e, al suo posto, ci sono gli stagisti. Questo significa: abbattimento del valore del lavoro, sfruttamento intensivo di quello gratuito (o quasi). Il giornalista è una manovalanza, non importa se qualificata o meno.

    L’altro aspetto che questa inchiesta solleva è l’impossibilità di regolamentare i rapporti con gli editori, elemento che mette in profonda difficoltà sia il sindacato che l’ordine dei giornalisti, che dovrebbero controllare questi aspetti determinanti. Racconta un ex giornalista di E-Polis:

    Il problema è che, spesso, a un contratto non corrisponde la serietà di un’azienda che subito dopo l’espansione verso nord, inizia a rallentare i pagamenti degli stipendi. Siamo nel 2007. A luglio il giornale non esce. E’ la vigilia della prima crisi di EPolis: l’azienda ha 50 milioni di euro di debiti verso tutti. I dipendenti, gli enti previdenziali, la cassa sanitaria, le edicole dove ogni mattina prendevamo i giornali (che, nell’ultimo periodo, pagavamo di tasca nostra) e addirittura i fornitori dei mobili delle redazioni. Passano i mesi, gli stipendi scarseggiano. I contributi – scopriremo poi – anche. Buste paga falsificate (detrazioni mai versate all’Inpgi, alla Casagit e ai fondi complementari per il trf), appelli del cdr caduti nel vuoto. L’azienda boccheggia, i giornalisti nonostante tutto, trascinano la baracca fino a luglio del 2010.

    Parliamo pur sempre di giornalisti regolarmente assunti che, davanti al fallimento dell’azienda, possono ricorrere ad un tribunale, sperando di recuperare i loro crediti, oltre che i versamenti previdenziali all’Inpgi. Ma nella giungla del lavoro giornalistico questa è un’eccezione, ormai. Nella storia di Anna, responsabile milanese delle pagine del quotidiano “Terra”, viene confermata un’altra realtà: giornalisti, anche giovani, vengono collocati nella “macchina”, ma vengono pagati come collaboratori, e cioè una o due volte all’anno, per un totale – in questo caso – di 2 mila euro:

    Anche se hai un contratto che fa schifo ti senti miracolato, prendi e porti a casa. E rimandi a un futuro più o meno definito l’ottenimento di qualcosa di più legittimo, trasformandoti tu stesso in quella benzina che fa camminare il circolo vizioso del precariato” (…) Quella contrattuale non era l’unica anomalia. I pagamenti erano sempre in ritardo, il direttore prometteva in continuazione il saldo degli arretrati”.

    Il compenso è al centro della denuncia di Errori di Stampa. Parliamo di redditi, che in media, oscillano sui 5 mila euro, ottenuti molto spesso da più collaborazioni. Nel prospetto pubblicato da Errori di Stampa l’articolo, lunghezza media 2 mila battute, viene pagato da un minimo di 5 euro ad un massimo di 120. Ma la realtà sta nel mezzo:

    Attualmente vengo pagato ad articolo – direi meglio: a cottimo – da tutti i miei datori di lavoro tra i quali mi divido. E ogni giorno torna la domanda: a cosa è servita la famosa “gavetta” di cui sopra, costata alle tasche dei miei genitori, il più diffuso ammortizzatore sociale d’Italia, ben 10mila euro in due anni? A nulla.

    Lavoro a cottimo. La condizione del giornalista freelance rientra pienamente in quella postfordista che ha generalizzato la prestazione occasionale, e l’attività di subfornitura, degli “independent contractors” (cioè i “freelance”) a regola universale della società. La filiera giornalistica è organizzata come la società italiana: al centro c’è un nucleo di iper-garantiti, vicino al comando dell’azienda (da qui le consuete polemiche contro i “raccomandati”), o comunque assunti secondo le regole del contratto di categoria, oppure di quello nazionale. 

    Poi c’è la galassia incontrollabile dei cottimisti a disposizione del comando d’impresa, o di Stato, cioè il maggiore produttore di precariato in Italia. Un confronto con i dati della Cgia di Mestre dimostra che questa realtà è addirittura trattata peggio degli oltre 3.900 milioni di precari, a bassa qualificazione, che ricevono un salario medio di 1.068 euro mensili. Questa moltitudine lavora “in subfornitura accomandataria”. Con questa formula Weber descrisse la tipologia del lavoro nell’agricoltura. Oggi questa formula può essere usata nell’edilizia, come nella comunicazione, nel terzo settore come nel precariato dei servizi. I giornalisti non fanno alcuna eccezione.

    Nel mezzo ci sono i vecchi istituti dell’intermediazione sindacale, o professionale, che dopo vent’anni dicono di volersi riscuotere dal letargo, anche se scontano il peso di una verità tremenda: rispetto a questa organizzazione sociale dello sfruttamento, il sindacato non può nulla, se non garantire chi possiede un contratto a tempo indeterminato. L’unica tutela sulla quale i “freelance” possono contare è la magistratura. Il ricorso al tribunale, in mancanza di un diritto del lavoro e istituzioni di garanzia per i singoli (e non le corporazioni), è ormai la regola in Italia, ma non sempre va a buon fine:

    Ho fatto causa. Non prima di aver sentito l’avocato di Stampa romana, che mi diede l’idea e il consiglio di non procedere perché difficile che, con le carte che avevo, potesse essere sentenziato il reintegro. Ma io non mi sono arreso e ho sentito un avvocato. Che quando ha letto le mie carte e mi ha ascoltato, ha detto che la mia era chiaramente una causa fondata e che si sarebbe risolta per il meglio. Beh, la causa l’ho persa, almeno in primo grado. Perché oltre ad un sistema lavorativo poco chiaro riguardo al merito, a volte ci si mette anche la Giustizia (?) a metterci lo zampino, per far sì che la propria storia lavorativa, oltre che in maniera informale, sia certificata anche da un Tribunale come “sfruttamento senza soluzione”.

    Da questa fenomenologia della condizione dei freelance del giornalismo romano ricaviamo alcuni elementi utili per la descrizione di una città travolta dalla crisi del terziario avanzato. Esiste, ormai, una mescolanza tra la sua «prima generazione» (l’artigianato e il commercio) e la «terza», cioè le attività legate alla gestione del tempo libero, all’informatica, alla produzione culturale-artistica e comunicativa che non rientrano nel rango delle professioni ordinistiche. La deregolamentazione della professione giornalistica è dovuta anche a questa violentissima trasformazione, e non solo dalle istituzioni di auto-regolazione che non l’hanno mai compresa e, talvolta, semmai agevolata.

    La riforma del mercato del lavoro prospettata dal governo Monti, incentrata sull’apprendistato come “contratto prevalente” nei rapporti di lavoro dei “giovani” con età inferiore ai 29 anni, non modificherà in nulla questo assetto a Roma, come in tutte le città dov’è diffuso il lavoro immateriale nei servizi. Il significativo appoggio dei sindacati su questo punto della riforma conferma l’ignoranza del lavoro contemporaneo. Pensare che gli editori descritti in questa inchiesta accettino di pagare di più, o assumere i “precari” in cambio di sgravi fiscali, ha lo stesso valore di un vespro mattutino prima del massacro quotidiano.

di Roberto Ciccarelli
pubblicato il 17 febbraio 2012
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  • Camillo Longone io non lo conoscevo, o forse non leggo le cose che scrive, ma oggi mi capita sotto gli occhi questo titolo: Togliete i libri alle donne e torneranno a fare figli, e scopro che si tratta di un articolo firmato appunto da Camillo Longone sul quotidiano Libero, che decido di leggere perché mi riguarda: perché sono una donna, grande, laureata, giornalista e ho una figlia soltanto perché, essendo troppo indaffarata tra i libri, ho deciso di non mettere al mondo un asilo nido.  Che dire della lettura dell’articolo di Longone: sconcertante? Vergognoso? Privo di senso? Delirante? Assurdo? Senza base logica? No, semplicemente violento. Violento nel linguaggio, nell’ideologia, violento nei messaggi che comunica, violento verso le donne come genere, come esseri umani che, secondo Longone, sono incapaci di discernere se è meglio mettere al mondo figli come conigli o cercare di vivere come persone umane. Violento nelle intenzioni, perché portare come esempi i numeri della natalità di paesi come Niger e Uganda, in cui le donne vengono martoriate, stuprate, uccise, e i bambini che mettono al mondo, se non muoiono prima, possono essere arruolati come soldati, è assecondare la violenza che questa parte di mondo subisce. Violento e razzista, quando parla dei barconi che arrivano in Italia da paesi in conflitto come la Libia o la Siria, dove la gente scappa per non morire ammazzata sotto tortura, con donne e bambini, anche lì, che hanno subito ogni tipo di violenze fisiche e sessuali. Violento nei modi, perché manipolare i numeri per dedurre che se le donne scolarizzate fanno meno figli, allora non devono studiare ma stare a casa e badare alle culle, è come riportare le donne al Medioevo e non avere rispetto per quelle che ancora oggi non andranno a scuola ma si sposeranno a 8-9 anni, o poco più che adolescenti, con uomini che non conoscono perché quello è il loro destino. Ma perché lo fa? Forse invidia perché lui ha solo un diploma in Agraria? Poi leggo che Longone ha anche scritto sul Foglio dell’anno scorso: “Genitori che avete una figlia in età da università: se volete nipotini che vi tramandino e che la realizzino, risparmiate sulle tasse universitarie e regalatele un bel vestito” (Il Foglio, 1.9.2010). Ma allora quest’uomo è recidivo, odia il genere femminile, è misogino, che problemi ha? Auspicherei che prima o poi qualcuno smettesse di mettergli la penna in mano perché chi permette la diffusione di ideologie violente e sessiste come queste non è da meno di chi le scrive.

    L'articolo pubblicato da Libero

di Luisa Betti
pubblicato il 30 novembre 2011
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  • Sono passati già 3 anni da quando Franco Carlini, all’improvviso, ci ha lasciato. Era il 30 agosto 2007 e se con lui ne è andata una delle menti più lucide e brillanti tra quelle che provano a riflettere su come le nuove tecnologie cambiano il mondo in cui viviamo. Tre anni e non ci manca di meno, anzi. Per questo, domenica 5 settembre i suoi amici organizzano una passeggiata nei boschi per ricordarlo. Niente di formale, ovviamente, tanto meno di faticoso: un’ora e mezza di camminata a dislivello zero e un pranzo al sacco nell’entroterra ligure.

    Per chi fosse interessato, l’appuntamento è per le ore 10.00 presso la stazione ferroviaria di Rossiglione. Chi arriva in treno può partire alle 9:05 con un regionale dalla stazione di Genova Sampierdarena. Per chi arriva in auto, l’uscita autostradale è quella di Masone poi si seguono le indicazioni stradali
    per Rossiglione.

di Raffaele Mastrolonardo
pubblicato il 2 settembre 2010
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  • Probabilmente non è vero che, come dice qualcuno, ha realizzato più scoop «in tre anni che il Washington Post negli ultimi 30». E’ vero, però, che può vantarne parecchi, moltissimi se si pensa che è nato alla fine del 2006 e che, in questo breve tempo, si è imposto nell’universo dell’informazione globale come un punto di riferimento per rivelazioni scottanti. Governi, aziende, eserciti, ma anche sette religiose hanno imparato a conoscere (e a temere) WikiLeaks.org, sito che si propone come un luogo sicuro per chiunque abbia documenti riservati e voglia rivelarli al mondo. Basta avere del materiale inedito di interesse pubblico, diplomatico, sociale, aprire la pagina del sito preposta al caricamento, inserire il file e il gioco è fatto.

    Tra le istituzioni che ha fatto infuriare c’è la chiesa di Scientology, dopo che nel 2008 ha pubblicato i costosissimi manuali della setta. Nel 2009 è toccato al governo del Sud Africa adirarsi quando il sito ha messo a disposizione del mondo la versione senza omissis di un rapporto sul sistema bancario del Paese destinato ad essere divulgato solo parzialmente. In Perù a tremare è stato l’establishment politico-petrolifero quando sul sito sono comparse più di 80 intercettazioni telefoniche a proposito dello scandalo denominato Petrogate.

    Quanto al Pentagono, c’è solo l’imbarazzo della scelta: nel tempo WikiLeaks ha sbattuto in piazza le procedure seguite dai militari americani nelle prigioni di Guantanamo, oltre 500 mila messaggi sms inviati da dipendenti governativi il giorno dell’attacco alla torri gemelle e, nell’aprile 2010, un video che documenta l’uccisione di civili e giornalisti da parte di un elicottero Usa a Baghdad nel 2007. Per anni la Reuters, per la quale lavoravano i reporter uccisi, aveva cercato invano di ottenere le immagini. WikiLeaks le ha rivelate sotto l’eloquente titolo «Collateral Murder», omicidio collaterale.

    Alla guida di questa curiosa organizzazione la cui utopia è la trasparenza totale c’è Julian Assange, 39 anni (ma lui non conferma) e un passato da hacker. In gioventù, insieme a un gruppo di sodali chiamati International subversives, si divertiva a penetrare nei sistemi informatici del complesso militar-industriale statunitense («ma non distruggevamo nulla», dice 20 anni dopo). Oggi non entra da nessuna parte ma continua a fare arrabbiare il Pentagono facendo uscire dai suoi archivi quello che le teste d’uovo a stelle e strisce vorrebbero nessuno leggesse.

    Per difendersi dai rischi della sua missione pericolosa, conduce un’esistenza nomade tra Australia, Kenya e Islanda (dove recentemente è stato tra gli ispiratori di una rivoluzionaria legge sulla libertà di espressione), usa i telefoni con parsimonia e molteplici indirizzi e-mail. La sua creatura è apolide, internazionale e circospetta almeno quanto lui. Come il suo demiurgo, Wikileaks salta da una nazione all’altra alla ricerca dell’ambiente più adatto ai propri obiettivi: non ha un quartier generale, è registrata in varie nazioni del mondo e mantiene i suoi server in Paesi, come Belgio e Svezia, che garantiscono le maggiori tutele alla libertà di espressione.

    Può contare sugli forzi di 8 persone a tempo pieno, 40 collaboratori assidui e tra gli 800 e i 1200 saltuari. La sicurezza e la segretezza delle fonti sono garantiti da sofisticati meccanismi di cifratura e anonimizzazione (il sito impiega una versione modificata di Tor, popolare sistema per impedire la sorveglianza in rete) anche se l’organizzazione consiglia alle sue gole profonde di inviare i materiali in un cd rom o sulla carta attraverso la cara vecchia posta ordinaria.

    Con la sua chioma color argento Assange entra ed esce dalla scena mediatica a piacimento. A giugno si è dato alla macchia dopo l’arresto di Bradley Manning, soldato americano accusato di avere passato a WikiLeaks il video «Collateral murder». E’ riapparso al parlamento europeo qualche settimana dopo solo per far sapere al governo Usa che gli dava la caccia che aveva altri scoop in serbo. La pubblicazione dei documenti segreti sulla guerra in Afganistan di domenica scorsa dimostra che non mentiva. L’esclusiva concordata con New York Times, Guardian e Der Spiegel segnala invece che la credibilità del sito non è stata intaccata dalle polemiche seguite all’arresto del milite e che la missione di WikiLeaks per combattere la corruzione e riscrivere le regole del giornalismo contemporaneo può continuare.

    «Se fai il poliziotto seriamente la morte fa parte del gioco. Lo stesso dovrebbe accadere per i reporter», ci ha detto una volta lamentando che nei Paesi democratici la professione di informare è diventata troppo pigra. L’ultimo scoop, che ha coinvolto tre delle più importanti testate del mondo, dovrebbe servire anche a questo: a infondere un po’ di coraggio in più ai media occidentali.

    www.effecinque.org

    Articolo pubblicato originariamente su il manifesto del 27 luglio 2010

di Raffaele Mastrolonardo
pubblicato il 27 luglio 2010
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  • Neanche il tempo di smaltire la sbronza da iPad, ed ecco arrivare una nuova proposta indecente per l’industria dei media che non riesce più a decidersi davanti al bivio «notizie a pagamento o gratis?».

    Entro la fine dell’anno Google dovrebbe lanciare NewsPass, un servizio pensato per convincere gli utenti a versare piccole somme di denaro per leggere un reportage online, guardare un video esclusivo o un pacchetto multimediale ben curato.

    Per una volta tanto, la prima ad arrivare sulla notizia è stata una testata italiana: nei giorni scorsi il quotidiano La Repubblica ha bruciato l’ipercompetitiva stampa anglosassone, diffondendo i dettagli di «una piattaforma già in fase di test». Ecco come dovrebbe funzionare: quando si naviga online e si trova una notizia chiusa dietro lucchetto (perché l’editore ha deciso di concederla solo a pagamento) basteranno pochi click per poterla visualizzare, scalando in automatico la somma dal proprio conto Checkout (il servizio di pagamenti di Google simile a PayPal). Con un solo account si potranno acquistare i contenuti di tutte le testate che aderiranno, senza doversi ogni volta registrare su un diverso sito.

    Una sorta di iTunes per le notizie, quindi, con la differenza però che NewsPass non intende chiudere gli utenti su un solo dispositivo (così come fa Apple con suo iPad): le notizie potranno essere lette su qualsiasi gadget, dal computer al cellulare, passando per i tablet che ora vanno tanto di moda.

    Insomma, dopo i ripetuti scambi d’accusa con i colossi dell’informazione (nei mesi scorsi un manager di Wall Street Journal di Rupert Murdoch aveva definito Google «un parassita, un verme solitario nell’intestino di internet»), ora il motore di ricerca californiano sembra voler intraprendere la strada della collaborazione.

    L’annuncio di NewsPass arriva proprio nel momento in cui le principali testate internazionali si preparano a lanciare il controverso paywall. Ovvero un «muro a pagamento», simile a quello già presente sulla versione online del Wall Street Journal, dove è necessario essere abbonati per accedere a gran parte delle news finanziarie o agli articoli in esclusiva. Sull’esempio del WSJ, ora decine di grandi testate si preparano a costruire il proprio paywall. Dal New York Times al Sole24Ore, passando per il Times di Londra, tutti vogliono andare oltre l’attuale modello dell’abbuffata gratuita e trasformarsi in una sorta di supermercato digitale, in cui ogni notizia ha il suo prezzo.

    «Era il sogno di Murdoch. Google lo ha realizzato», hanno subito ironizzato alcuni analisti non appena la notizia è trapelata sulla stampa. Ma ora resta da vedere quale sarà lo scotto effettivo da pagare, ovvero quale sarà la percentuale che Google tratterrà su ciascuna transazione. A differenza di Steve Jobs, la cui «tavoletta magica» si è per ora rivelata solo fumo negli occhi (risulta infatti troppo chiusa e costosa), Google si gioca la carta dell’apertura e dell’interoperabilità. Ma per gli editori si tratta pur sempre di scendere a patti con un colosso che potrebbe diventare il prossimo monopolista dell’informazione online (così come è stato per la pubblicità). Faranno bene a fidarsi? E soprattutto, avranno effettivamente alternative migliori?

    Foto Flickr/Spencer E Holtaway

    Articolo pubblicato su il manifesto del 22 Giugno 2010

di Nicola Bruno
pubblicato il 23 giugno 2010
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  • Le frontiere delle notizie non sono tutte uguali. Ci sono quelle virtuali, raccontate qui sopra e a fianco, e ce ne sono di reali e pericolosamente concrete: macchine bruciate, minacce di morte, pallottole inviate in busta o recapitate direttamente nell’auto. Il giornalismo contemporaneo cambia pelle, soffre l’avvento delle nuove tecnologie che sgretolano modelli di business consolidati e aprono opportunità ancora non del tutto esplorate. Alla fine però, rete o carta, il principio resta (o dovrebbe restare) sempre quello: raccogliere fatti e farli diventare notizia, costi quel che costi.

    Il punto è che – quotidiano o sito Internet – ci sono luoghi dove costa di più, come certe aree del nostro Mezzogiorno. Taci infame. Vite di cronisti dal fronte del sud (il Saggiatore, 2010) di Walter Molino racconta del sovrapprezzo di rischio e solitudine che sborsa chi fa il giornalista in Sicilia, Calabria, Campania e tratta di argomenti che toccano gli interessi della criminalità organizzata.

    E’ un’imposta indiretta che interessa tanto reporter di lungo corso quanto giovani alle prime armi. C’è chi la paga da trent’anni, come Rosaria Capacchione, cronista di giudiziaria del Mattino di Napoli e chi ha appena cominciato a versare il tributo, come Angela Corica, collaboratrice del quotidiano Calabria Ora. La prima, negli ultimi due decenni, ha subito varie minacce di morte e “visite” non annunciate in piena notte; dal 2008 vive sotto una scorta dopo che in un’udienza d’appello del processo Spartacus i legali di Antonio Iovine e Francesco Bidognetti, boss del clan dei Casalesi, hanno letto una dichiarazione di guerra contro di lei e Roberto Saviano. La venticinquenne Corica appena 6 mesi dopo l’inizio della sua collaborazione con la testata, ha visto il lunotto posteriore dell’auto distrutto da cinque colpi di pistola. La causa, secondo gli inquirenti, tre articoli sulla raccolta differenziata organizzata nel comune di Cinquefrondi (Reggio Calabra) che non differenziava un bel nulla. Niente violenze per Carlo Ruta, che vanta però l’onore di essere il primo blogger europeo condannato per il reato di stampa clandestina. Le sue inchieste danno fastidio al blocco di potere economico-mafioso del ragusano. Risultato: due siti oscurati (AccadeinSicilia.net e Leinchieste.com) e una serie di querele, citazioni e richieste di risarcimento.

    Walter Molino, giornalista a sua volta autore di inchieste sul Sud, viene da Partinico (provincia di Palermo), terra di mafia ma anche paese scelto, a partire dagli anni ’50, dal sociologo Danilo Dolci per le sue battaglie di riscatto sociale. Segue i reporter in un “fronte” che consce bene, ricostruisce meticolosamente processi, guerre tra clan e accende il registratore. Una volta su carta, il nastro racconta di un repertorio di minacce alla libertà di stampa dalle molteplici sfumature: avvertimenti sotto forma di teste di pesce sui parabrezza, baci provocatori ai cronisti durante le presentazioni dei libri, auto che esplodono, incontri ravvicinati, botte. Se non sul singolo giornalista, le intimidazioni fanno presa su chi lo circonda. “A parte una mia amica di infanzia, intorno, ho il deserto”, dice Angela Corica.

    Dalle parole di alcuni protagonisti intervistati arrivano riflessioni profonde sul rapporto tra mafia, potere e informazione, come quelle di Lirio Abbate, unico giornalista ad assistere alla cattura di Bernardo Provenzano (per lui, come premio, un ordigno sotto la macchina). Ma il cuore più originale e interessante di Taci infame sono le testimonianze dei cronisti più giovani, al tempo stesso disorientati e coraggiosi. Il linguaggio degli intervistati, a volte impacciato e inadeguato rispetto alla complessità emotiva prima che criminale e sociale delle situazioni vissute, è rivelatorio.

    Più che le analisi di giganti della cronaca giudiziaria come Capacchione, la lingua un po’ immatura di questi ragazzi che faticano a interpretare una realtà difficile ci sbatte in faccia il dramma di territori che, tra pallottole e abusi, rubano presto l’innocenza e impongono scelte precoci. E’ questo humus complicato che spiega molto del “fenomeno Saviano”: non un eroe (ché tale non vuole essere), ma il cittadino più rappresentativo di una terra dove il prezzo di raccontare i fatti è così alto che chi decide di pagarlo deve essere necessariamente molto ricco. Non di denaro ma di coraggio, forza morale e incoscienza. Danilo Dolci apprezzerebbe.

    Articolo pubbiicato originariamente su Alias / il manifesto il 12 giugno 2010

di Raffaele Mastrolonardo
pubblicato il 16 giugno 2010
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  • La storia di Twitter (letteralmente ‘cinguettatore’) è breve ma già densa di eventi e significato. Dalla sua diffusione, iniziata in una conferenza per sviluppatori nel 2007, a oggi il social network composto di microblog con contenuti in formato sms e condivisi con gli amici ha superato i cento milioni di utenti.

    I motivi del successo e le nuove possibilità abilitate in vari settori della vita professionale e privata – impreviste dai suoi inventori Jack Dorsey, Biz Stone ed Evan Williams – sono ora raccontati in Comunicare con Twitter. Creare relazioni, informarsi, lavorare (Hoepli, 2010), instant book di Luca Conti, noto blogger autore di Pandemia.info e giornalista free-lance da tre anni, per scelta.

    Molti degli avvenimenti che hanno segnato la vita di Twitter e che lo hanno portato nella storia della comunicazione sono connotati dall’uso della piattaforma per informare in tempo reale, grazie alla possibilità di pubblicare con un semplice sms. Quasi tutti trovano spazio nel capitolo dedicato a Giornalismo e informazione. Dalle foto dell’aereo nel fiume Hudson, scattate da un pendolare e pubblicate online mentre le operazioni di soccorso non erano ancora terminate, alle cronache da Teheran in occasione delle ultime sanguinose elezioni, alle rivolte delle minoranze cinesi.

    Anche in Italia c’è il celebre caso in occasione del terremoto in Abruzzo, quando i primi a parlare del sisma – prima delle agenzie di stampa – furono i cinguettii degli utenti italiani. Tutti casi, questi, del cosiddetto giornalismo partecipativo, fatto da testimonianze dirette sul campo per mano di dilettanti della comunicazione. Casi virtuosi in cui questi dilettanti hanno fornito ai professionisti materiale nuovo, fonti alternative e istantanee. Nella cronaca dai Paesi i cui regimi censurano i media tradizionali, poi, spesso i brevi tweet sono le uniche fonti di controinformazione, spesso più attendibili di quella ufficiale.

    Ma c’è anche l’altra faccia del rapporto Twitter-informazione, quella in cui sono i professionisti dei media tradizionali dell’informazione a usare o abusare della piattaforma. Disprezzarla o sopravvalutarla. Tra i primi ad accorgersi delle potenzialità dei tweet è l’ex direttore dell’edizione online di Business Week, John A. Byrne, che nel 2008 propose alla redazione di aprire account con cui tenere aggiornati i lettori sulla loro attività. Cinquanta giornalisti accettarono la sfida e si dotarono di account @BW. Ovviamente la trasparenza della vita di redazione non è totale, un certo riserbo è necessario per le notizie su cui c’è concorrenza, ma tutto il resto, a partire dall’apertura dell’edizione del giorno dopo o il motivo dell’esclusione di alcune storie, viene condiviso coi lettori più affezionati. Che ripagano con la tanto agognata fedeltà a testata e giornalisti.

    La Cnn invece è stata imbeccata da uno spettatore all’adozione di Twitter come strumento di relazione col pubblico. Un fan del canale all news aprì un account non autorizzato a nome Cnn aggregando centinaia di migliaia di seguaci (“followers” in twitterese) con la semplice riproposizione delle notizie sfornate a ciclo continuo dall’emittente. Resasi conto del fenomeno nel 2009, anziché citare in tribunale l’impostore, l’emittente lo assoldò facendolo diventare consulente per la formazione e l’aggiornamento dei propri dipendenti. Un caso analogo è in corso in Italia, con un account @corriereit che rilancia gli articoli della versione online del Corsera, pur facendo capo a un privato utente senza relazioni con, né reazioni da, via Solferino.

    Il tempo reale però espone i professionisti dell’informazione a rischi nuovi, o meglio aumenta pericoli già noti come la mancata verifica dell’attendibilità delle fonti, accentuata da una cronaca che si fa quasi diretta ma per interposta persona. Solo una buona conoscenza della twittersfera permette di capire l’autorevolezza di un utente e la veridicità delle sue informazioni. I recenti aggiornamenti che permettono la geolocalizzazione dei tweet in questo senso faciliteranno le cose. Ci sono poi i formati che il nuovo mezzo di comunicazione origina, come l’intervista in tweet (twintervista), fatta da venti domande e risposte in centoquaranta caratteri. Non è quindi un caso se lo slogan di Twitter è stato modificato meno di un anno fa da What are you doing? a What’s happening?

    (articolo pubblicato originariamente su Alias del 12 giugno 2010)

di gabrieledepalma
pubblicato il 15 giugno 2010
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  • Blogger appassionati e comunicatori online di lungo corso, prendete nota: il New York Times cerca un nuovo community and social media producer da affiancare alla propria redazione. I requisiti ideali? Un giusto equilibrio tra capacità di valutazione delle notizie, conoscenze tecniche, esperienza con i mondi di Twitter e Facebook. E ovviamente, una forte propensione a lavorare in gruppo e rapidamente. Tra i compiti di questa nuova posizione rientrano la supervisione dei commenti, delle foto e dei contenuti generati dagli utenti; il coinvolgimento dei lettori attraverso idee nuove e creative; la stesura di standard efficaci per la gestione e moderazione dei contenuti dal basso; e la definizione di strumenti e strategie per l’utilizzo dei social media insieme agli informatici.

    È la frontiera del nuovo giornalismo, bellezza. Un confine, che visto dall’Italia, è ancora una labile linea d’ombra – a partire dal fatto che il New York Times cerchi questa figura con un annuncio online, e non per cooptazione: una modalità che nel nostro panorama editoriale è praticamente fantascienza. 
Un Far West – ma senza indiani ‘cattivi’ – lucidamente esplorato da Sergio Maistrello in Giornalismo e nuovi media. L’informazione al tempo del citizen journalism, un saggio appena pubblicato da Apogeo. Dove l’autore – che essendo un giornalista è ben consapevole dei limiti attuali di questa professione nonché della Grande depressione in cui è caduta l’editoria tradizionale – cerca uno sguardo ottimista, soffermandosi sulle opportunità offerte dalla rete per far rinascere l’informazione dalle sue ceneri.

    In questo senso il social media editor incarna il futuro.  Il «redattore della socialità», il «costruttore di relazioni», come lo chiama Maistrello, stende un ponte tra la redazione e i lettori; porta le notizie sui social network mentre fruga Twitter & co. alla ricerca di informazioni, fonti, fatti. E non si tratta di una moda o di mero “socialwashing”, cioè di un’adesione superficiale se non fittizia alle piattaforme online per rinfrescare il proprio brand. I dati parlano chiaro: tra il 2008 e il 2009 il New York Times ha decuplicato la quota di traffico generata dal solo Twitter, che ha superato il 10 per cento del totale. Del resto, dallo scorso gennaio, anche la BBC ha una figura analoga, investita del ruolo di tessitore di relazioni e di segugio delle soffiate online.

    Ma se da un lato stanno nascendo nuove professionalità, è anche vero che dall’altro tramontano vecchie impostazioni e pratiche deontologiche. Come spiega Maistrello, non solo chi sta sul fronte del giornalismo-community, ma anche tutti i redattori camminano ormai in bilico tra pubblico e privato. La conversazione in rete si nutre di spontaneità, istinto ed empatia, qualità che d’altro canto possono mettere a repentaglio la credibilità e l’immagine di indipendenza di una testata giornalistica. Un dilemma che il Los Angeles Times ha risolto col seguente principio: «Occorre partire dal presupposto che la vita professionale e la vita personale finiranno per coincidere online, a prescindere dall’attenzione che ci si mette nel separarle». Pertanto, è la raccomandazione ai giornalisti, bisogna evitare di «scrivere o postare qualunque cosa che possa mettere in imbarazzo il Times o mettere a rischio la possibilità di fare il vostro lavoro».

    Del resto, anche la fisionomia del redattore tipo sta cambiando. La rete di corrispondenza delle grandi redazioni viene progressivamente sostituita da reporter con lo zainetto (backpack journalist, li chiamano in inglese), o all-platform journalist. Professionisti senza sede fissa, muniti di tutte le tecnologie miniaturizzate necessarie per trasmettere testi, immagini, audio e video, abili nel destreggiarsi tra diverse piattaforme, senza orari fissi di lavoro. E soprattutto equipaggiati con la giusta dose di entusiasmo. Perché anche se, come dice Maistrello, «saranno anni tremendi», comunque «non c’è mai stato un momento migliore per essere giornalisti». Sembra una professione di fede. Ma alla fine del libro ci ha quasi convinti.

    (Articolo pubblicato su Alias del 12 giugno 2010)

di carolafrediani
pubblicato il 14 giugno 2010
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  • Le notizie sulla mia rivoluzione sono state alquanto esagerate. Parafrasando Mark Twain, The Guardian spiega perché in occidente abbiamo tutti frainteso e caricato di aspettative una Twitter-revolution in Iran che non c’è mai stata.

    E’ passato un anno dalle controverse elezioni presidenziali in Iran (12 giugno 2009) e in questi mesi in tanti hanno sventolato ai quattro venti la retorica del tweet rivoluzionario.

    Hillary Clinton ne ha fatto un baluardo della nuova politica estera statunitense. E qualche tecno-entusiasta nostrano ha addirittura proposto di candidare Internet al Premio Nobel per la Pace.

    Per fortuna, però, iniziano ad arrivare le analisi più serie e affidabili. Foreign Policy ha pubblicato un interessante dossier sulla “rivoluzione mancata” dei Green. E la giornalista iraniana Golnaz Esfandiari sfata molti dei luoghi comuni, spiegando perché “non c’è mai stata una Twitter-revolution in Iran”.
    In larga parte – scrive Esfandiari – si è trattata solo di un’allucinazione occidentale: “Erano quasi tutti americani che si scrivevano tra loro”. E se anche “un gruppo di attivisti dell’opposizione ha usato Sms, email e blog per pubblicizzare le azioni di protesta, il tradizionale passaparola è stato di gran lunga il mezzo più influente per organizzare l’opposizione”. Al limite, sottolinea Esfandiari, è stato Facebook ad avere un ruolo più centrale nel diffondere le informazioni online. Non di certo Twitter.

    Anche sulle colonne del GuardianHamid Therani, editor persiano di Global Voices, spiega che “non c’erano più di 1000 utenti attivi su Twitter al tempo delle elezioni”. Più importante si è invece rivelato YouTube perché in molte occasioni (come l’omicidio di Neda Soltan) “ha rappresentato l’unica prova vivente di ciò che accadeva”.

di Nicola Bruno
pubblicato il 12 giugno 2010
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  • Le voci globali vogliono farsi sentire di più. E chiedono un piccolo aiuto. Global Voices, progetto internazionale che raccoglie e traduce blog di tutto il mondo (anche e soprattutto da quei paesi che stanno fuori dai radar linguistici dei grandi media), ha lanciato una raccolta fondi o, come si dice nel gergo della rete, di crowdfunding.

    L’obiettivo, si legge sul sito di YouCapital, iniziativa nata per ospitare progetti dal basso in cerca di contributi, è quello di raccogliere 2400 euro per “presentare e diffondere nel panorama italiano le attività di questa importante iniziativa centrata sul giornalismo partecipativo”.

di Raffaele Mastrolonardo
pubblicato il 11 giugno 2010
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