Friday 24 May 2013

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  • Tutti ne parlano, aumentare l’Iva o no? Ma che cos’è l’Iva, e cosa c’entra con l’inflazione?

     

    spiega Francesco Piccioni

     

    L’Iva – imposta sul valore aggiunto – è una tassa che si paga su qualsiasi merce che entra sul mercato. Si chiama “valore aggiunto”, appunto perché si riferisce a una merce che non esisteva prima di essere immessa sul mercato. Ci sono, inoltre, delle merci che godono di un’Iva agevolata (ad esempio i libri).

    L’Iva è dunque una tassa che pagano tutti, i ricchi e i poveri. Aumentare l’Iva significa automaticamente aumentare i prezzi: se un telefonino costa 100, con l’Iva al 20% costa 120, con l’Iva al 21% costerà 121. E l’aumento dei prezzi genera inflazione (un aumento dei prezzi, infatti, genera alla lunga una diminuzione del potere di acquisto di una moneta). Dunque in una situazione di crisi, con gli stipendi bloccati, si ritiene che l’aumento anche di un solo punto dell’Iva potrebbe scoraggiare i consumi.

di cinzia
pubblicato il 22 agosto 2011
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  • Dunque l’amministrazione Obama risce a strappare l’inalzamento del tetto del debito e a salvare gli Stati uniti dal defualt, ma i cinesi, a quanto pare, sono poco convinti. Anzi, protestano: “La scelta americana farà salire la nostra inflazione”. E che c’entra? Ce lo spiega per fortuna Antonio Tricarico. Ne approfitto per rispondere a Michele, che non ci vede chiaro nella scelta di Deutsche Bank di vendere i Buoni del tesoro poliennali italiani.

     

    La Repubblica, 4 agosto 2011, pag 5

     

    “Gli Stati uniti –ha scritto l’agenzia Xinhua, espressione del governo – hanno tolto l’ultimo limite ai loro debiti. Il rischio default dunque rimane e questo peggiorerà l’inflazione delle economie emergenti. Resta lo spettro della svalutazione del dollaro, che farà salire i prezzi nei paesi in via di sviluppo. Il piano della Casa Bianca si riduce all’illusoria promessa di ridurre la spesa in dieci anni”.

    Spiega Antonio Tricarico

    Perché un fallimento degli Stati uniti peggiorerebbe l’inflazione dei paesi emergenti?

    Il fatto è che il default si collegherebbe ad una svalutazione o deprazzamento  del dollaro. E ciò renderebbe il dollaro più competitivo con la moneta cinese, riducendo le possibilità di export per la Cina ed aumentando la competitività Usa. Allo stesso tempo ancora più investimenti internazionali si muoverebbero dagli Usa – meno affidabile – verso oriente e la Cina. E ciò genera inflazione.

    Va, infatti, ricordato che il costo del denaro negli Usa viene tenuto basso da anni, è la dottrina Greenspan. Se il denaro costa meno in un certo paese io preferisco indebitarmi lì (dunque, ad esempio, negli Stati uniti) e andare a investire in un altro posto (mettiamo in Cina). Questo movimento di capitali dall’Occidente all’Oriente genera spinte inflattive. Quando aumenta l’inflazione, per scoraggiarla, si alza il costo del denaro in Cina. Questo avrebbe un impatto anche sul tasso di cambio della moneta cinese che si apprezzerebbe rispetto al dollaro e quindi l’export cinese diventerebbe meno competitivo.

    Inoltre oggi le politiche espansive della Fed, la Banca centrale americana, sostengono con forza l’economia statunitense: addirittura compra essa stessa buoni del tesoro (la Banca centrale europea, ad esempio, non lo fa e lo inizierà a fare solo per i paesi della periferia in crisi) in modo da sostenere l’economia ed il rating del paese (cioè il “voto” dato sulla affidabilità per gli investimenti in quel paese dalle agenzie di rating). Allo stesso tempo la Fed mantiene bassissimo il costo del denaro e inietta dollari nelle banche per assicurare la liquidità. Tutto questo capitale, però, non rimane nel mercato interno americano. Ma viene investiti per la maggior parte all’estero, e molti investimenti vengono indirizzati verso le economie emergenti. Spesso sono ingenti investimenti a breve termine con grossi rendimenti (hot money).

    Questo movimento ingente di capitali tende a generare delle spinte inflattive nel paese in cui si investe. Un esempio: da anni le compagnie petrolifere investono pesantemente in Angola, un paese molto povero. Ebbene per assurdo nella capitale dell’Angola ci sono prezzi altissimi, perché di fatto le compagnie tendono a pagare i contratti in un certo modo, importano stili di vita occidentali eccetera. Consideriamo ora – su dati macro – un effetto del genere sulla Cina, che per altro sta già avvenendo.

    Per questo i cinesi criticano da tempo gli americani e gli dicono: dovreste concentrarvi di più sui vostri mercati interni e ridurre la fuoriuscita di investimenti speculativi. A quel punto anche noi faremo lo stesso. Il problema è capire chi comincerà, perché chi comincia un po’ ci perde nella “supremazia” globale. Non è facile uscire dai cosiddetti squilibri globali se non si cambia l’intero sistema monetario internazionale, ossia si supera il dominio incontrastato del dollaro come moneta di riserva internazionale e di scambio nei commerci mondiali.

    Una domanda che non c’entra con l’”inflazione cinese” viene da un lettore, Michele (vedi post precedente). La domanda può essere così riassunta: Deutsche Bank vende i Btp italiani, e tutti si preoccupano. Ma nessuno dice che se vende quei titoli – tutto sommato non molto rischiosi – probabilmente si tiene “in pancia” (Deutsche Bank ha circa 2 trillioni di asset in protafoglio) molto più pericolosi. E’ possibile?

    Sì, si tiene titoli più rischiosi perché non riesce a darli via, certo.
    Ma in generale le banche in Europa hanno ancora problemi di finanziamento e per questo cercano di raggranellare soldi.

     

di cinzia
pubblicato il 4 agosto 2011
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