- La sentenza della Corte di Strasburgo non farà piacere a chi si batte contro il numero chiuso nel 54% delle facoltà universitarie italiane. Per i giudici della Corte europea dei diritti umani il numero chiuso non viola il diritto allo studio. Nella sentenza emessa ieri sostengono che la soluzione individuata dal legislatore italiano per regolare l’accesso all’università è ragionevole. A presentare il ricorso a Strasburgo sono stati otto studenti italiani. La prima è una studentessa palermitana che ha fallito tre volte la prova d’accesso alla facoltà di medicina dell’ateneo locale. Gli altri sei aspiravano a frequentare il corso di odontoiatria, pur lavorando da anni come tecnici odontoiatri o igienisti dentali. L’ottavo ricorrente è stato escoluso dalla facoltà di odontoiatria dopo otto anni che non dava esame.Il Codacons che ha sostenuto il ricorso non ha preso bene la sentenza della Corte. «Hanno preso una cantonata – sostiene l’associazione che tutela i diritti dei consumatori – il fatto che secondo i giudici il numero chiuso non sia incompatibile con la Convenzione europea dei diritti umani non significa che i test d’ingresso rispettino la normativa italiana, a cominciare dalla Costituzione». È lo stesso argomento sostenuto da tutti gli avversari, studenti e sindacati compresi, del numero chiuso. Esso violerebbe tre articoli della Costituzione che sanciscono il diritto allo studio, il 3,33 e 34, ma anche il libero accesso alle professioni. Su questo si è pronunciata l’Antitrust guidata da Antonio Catricalà, oggi sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Il caso riguardava il numero chiuso dei dentisti e lo si può considerare esemplare per tutte le professioni mediche e tecniche regolate da questa norma.«L’artificiosa predeterminazione del numero dei potenziali professionisti – scriveva Catricalà nel 2009 – determina, dal punto di vista economico, un ingiustificato irrigidimento dell’offerta di prestazioni odontoiatriche, con l’effetto di restringere artificiosamente il numerio dei potenziali professionisti ed innalzare il prezzo delle relative prestazioni». In altre parole, il numero chiuso all’università droga il mercato poiché restringendo l’accesso alla professione concentra il potere nelle mani dei professionisti riconosciuti del settore ed relega un numero crescente di specializzati al precariato o all’esercizio abusivo della professione. Insomma, tutto il contrario di una liberalizzazione del mercato delle professioni. Da qui lo scandalo ribadito ieri dal Codacons che se l’è presa con Monti il quale, pur avendo inserito nelle file del suo governo Catricalà, non ha pensato di liberalizzare l’accesso alle professioni.I singoli atenei hanno il potere di determinare autonomamente il numero chiuso nelle facoltà dove lo ritengono opportuno. C’è anche il caso delle facoltà di ingegneria che hanno dato vita ad un consorzio che fissa la prova nella stessa data a livello nazionale sulla base di un test unico. Lo stesso modello viene seguito dalle facoltà di medicina e odontoiatria. Il risultato è stato quello di generalizzare il ricorso a questa misura di sbarramento all’accesso a più della metà dei corsi di laurea.Il paradosso del governo «liberale» a parole, ma protezionista nei fatti, è stato approfondito dal decreto del ministro dell’Istruzione Profumo che ha anticipato le prove di cultura generale sulla base dei programmi della scuola secondaria superiore prima dello svolgimento degli esami di maturità. Questo avverrà nell’anno accademico 2014-5, quando le prove di accesso all’università verranno anticipate ad aprile. Nel prossimo anno accademico si terranno il prossimo 23 luglio (medicina e odontoiatria), il 15 aprile per i corsi che si tengono in inglese. Questa decisione aveva provocato una selva di polemiche degli studenti contro Profumo.Il numero chiuso è stato introdotto nel 1999 dall’allora ministro di centrosinistra Zecchino e oggi regola l’accesso anche a veterinaria, le lauree triennali di area saniaria, architettura e scienze della formazione primaria. Ricorrono al numero chiuso, tra le altre, le università non statali come la Bocconi, la Cattolica, il Campus Biomedico di Tor Vergata e la Luiss.+++Leggi il dossier :
pubblicato il 3 aprile 2013
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Anche l’Ocse interviene nella campagna elettorale italiana, a sostegno di Mario Monti, dei fratelli Ichino, insomma dei veri o presunti riformatori dell’istruzione a colpi di meritocrazia, indebitamento degli studenti, destrutturazione della scuola e dell’università di massa. Poi si accorge di avere esagerato e chiede misure sociali per gestire il dualismo del mercato del lavoro.Durante una riunione dei ministri e dei governatori del G20 a Mosca, l’organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico ha diffuso il rapporto «Going for Growth» (Obiettivo crescita) nel quale individua le riforme strutturali per rilanciare la crescita nei 34 paesi aderenti. A differenza del precedente rapporto, quello del 2013 contiene una serie di raccomandazioni all’Italia sull’istruzione scolastica e universitaria. L’Ocse auspica l’aumento delle tasse universitarie e chiede di introdurre «un sistema di prestiti per studenti con rimborso condizionato al reddito», cioè il «prestito d’onore», un istituto creato dalla riforma Gelmini. C’è anche un invito pressante a potenziare il sistema della «valutazione nella scuola secondaria cercando di convincere gli insegnanti dei suoi benefici».
Questa osservazione non è casuale. L’Ocse sembra conoscere l’ostilità dei docenti italiani rispetto alle prove Invalsi e al progetto di introdurle nell’esame di maturità, vincolando l’accesso ai corsi universitari – il 54% dei quali sono già a numero chiuso – al voto finale. L’obiettivo è chiaro: smantellare l’istruzione terziaria in Italia restringendo l’accesso ai «meritevoli», cioè a coloro che causalmente, o per vero talento, sono capaci di rispondere ai quiz somministrati dall’Invalsi. L’insistenza del rapporto sulla valutazione scolastica conferma la centralità conferita a questo ente dalla riforma Gelmini. L’approvazione della bozza di regolamento avvenuta al Senato procede velocemente in questa direzione.
L’Ocse aggiunge che il sistema scolastico italiano produce «scarsi risultati nonostante l’elevato livello di spesa», ma non pronuncia una sola parola sugli 8,5 miliardi di euro di tagli alla scuola, o i 960 milioni di euro tagliati all’università che sembrano ormai accadimenti naturali, non meritevoli di una citazione. Forse perché i 10 miliardi di euro tagliati vanno recuperati con le tasse che sono già aumentate in 31 atenei su 61 nel 2011? Questo aumento è stato dimostrato da una ricerca dell’Unione degli Universitari (Udu). Le tasse universitarie sono già aumentate nel 50% degli atenei. All’università di Bergamo del 41,7%, a Ca’ Foscari di Venezia del 36%, a Milano Bicocca del 30,5%, a Bologna del 28,4%. L’annunciato, ma non scontato, default di 20 atenei rischia di aumentare queste percentuali tra il 2013 e il 2014.
L’Ocse si raccomanda inoltre di implementare il contratto di apprendistato a cui il ministro del Welfare Fornero e quello dell’Istruzione Profumo tengono molto, al punto di averlo introdotto tra i 15enni, nel dottorato di ricerca ed esteso fino ai 29 anni. L’apprendistato è il contratto sul quale puntano Cgil, Cisl e Uil e Confidustria, che hanno sottoscritto un documento d’intenti, oltre allo stesso Pd, come ha confermato Cesare Damiano.
L’organizzazione che ha sede a Parigi è anche al corrente del diffuso malcontento sulla riforma Fornero che ha implementato la precarietà, in particolare i contratti a somministrazione, aumentando al 33% entro il 2018 i contributi della gestione separata Inps per le partite Iva, l’Ocse chiede «maggiore flessibilità in entrata e in uscita dal mercato del lavoro riducendo il ricorso ai contenziosi legali, il tutto sostenuto però da una più ampia rete di protezione sociale». Sembra di ascoltare Pietro Ichino che, in un’intervista rilasciata sul sito www.actainrete.it conferma che la riforma Fornero sulle partite Iva è stata rimandata al giugno 2014. Praticamente è stata neutralizzata nei suoi aspetti più incresciosi. Nel rapporto c’è anche una denuncia del «dualismo» del mercato del lavoro che in Italia contrappone i dipendenti ai precari: «L’eccessiva tutela del posto di lavoro per alcune forme contrattuali e una rete di protezione sociale piuttosto frammentata hanno creato un mercato del lavoro duale che ostacola una distribuzione efficiente della forza lavoro». Va inoltre proseguita la lotta all’evasione, ma la strada per la crescita «resta piena di ostacoli». Poi una stoccata al programma elettorale di Berlusconi: «niente condoni tombali» si raccomanda l’Ocse.La «catastrofe» economica è stata evitata, ma bisogna proseguire sulla strada della precarizzazione del lavoro, dell’indebitamento individuale e dell’aumento dei costi dell’istruzione.
+++Leggi il dossier sull’esplosione della bolla formativa (La furia dei cervelli)+++
pubblicato il 19 febbraio 2013
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Credevamo di essercene liberate mandando giù tutto quello che ci ha fatto Monti, ma ci eravamo sbagliate: ora la destra è un mostro a due teste, da una parte il professore che fa patti con la Chiesa e il Papa, e dall’altra un signore che pensavamo di non dover più rivedere, e che invece sta lì come se non se ne fosse mai andato. Un signore che si vanta di essere un latin lover e che i realtà ha ancora sul groppone un processo come imputato per concussione e prostituzione minorile. Un signore che non sentivamo da tempo e di cui pensavamo di esserci liberate per sempre: noi che con la speranza di non dover più sentire battutine maschiliste da ubriaconi in bettole di terza categoria, avevamo accettato il professore che con la bacchetta da maestro c’ha fatto neri a tutti. Noi, che pensavamo di poterci scrollare di dosso – prima o poi – quella prassi italiana, definitivamente sdoganata da lui e da quelli come lui, dei favori sessuali in cambio di lavoro, candidature, carriere, case o soldi sonanti, e che invece oggi ce lo ritroviamo lì, come un lupo travestito da salvatore che promette a tutti quello che non può permettersi di dare in cambio (e lui lo sa che non può), pur di salvare se stesso in una lotta contro il tempo su questioni giudiziarie di cui adesso pochissimi giornali parlano.
Ironia della sorte il sacrificio non è servito, e ora ci ritroviamo con le pezze e nuovamente con la faccia di questo signore davanti che ridacchia e scherza con quelli che erano i suoi nemici, e che adesso non si permettono più di tanto perché “non si sa mai”. Lui, che perde le staffe se qualcuno – pochi in realtà – gli butta la verità in faccia, e cioè che quello che dice “non è vero”. Lui, che tutte noi credevamo cotto, e che invece oggi è più aggressivo che mai perché non ha risolto tutto quello che doveva risolvere nel suo interesse e che quindi ce la deve fare anche stavolta. Ecco questo signore che va per gli ottanta e che in un mese ha ripreso la scena della politica italiana come se non si fosse mai mosso da dov’era, adesso – per far vedere che non ha nessun “pentimento” e che è giusto essere così – su un palco di una piazza italiana davanti a una folla di persone, chiede a una giovane ragazza che presenta l’evento, e di cui potrebbe essere il nonno, quante volte “viene”: quante volte “viene”? E a te che te ne importa quante volte viene questa ragazza? Ed ecco che, come un miracolo, in un attimo si ricrea quell’atmosfera di complicità maschile in cui la gente applaude sciocca la scenetta dove “ironicamente” si mima una contrattazione a sfondo sessuale: scenetta che si conclude con la richiesta del nonno della visione del posteriore della giovane-merce, come fosse al mercato delle schiave.
Cosa crede questo signore, che sia un complimento per noi? Non sa che per le donne suona come un’offesa? Che questo è un messaggio machista che traghetta l’idea che le donne sono merce da comprare, usare, valutare, svendere e se necessario anche da prendere con la forza, da tenere sotto, e se non danno retta anche da uccidere? L’offesa che rivolge a quella ragazza che imbarazzata ride perché non sa come difendersi (invece di dare uno schiaffo sonoro: ma che goduria sarebbe!), è un’offesa che fa a tutte le italiane ormai arcistufe di queste “battutine”. Donne che vivono una forte discriminazione a casa, a lavoro, per strada, nella società e nella politica, donne che rimangono in situazioni di violenza perché costrette a vivere con il proprio aguzzino in casa in quanto economicamente dipendenti, donne che subiscono torti e soprusi sessuali, fisici, psicologici, perché non sanno dove andare, come difendersi. Un’offesa a tutte quelle donne uccise in Italia, prese a forbiciate, a mattarellate in testa, accoltellate in casa propria, strangolate, buttate giù dal balcone dai loro uomini, solo perché hanno detto “no” a quella sottomissione e a quel controllo.
Caro signore, tutto ha un limite e questo è troppo: le donne questo non lo vogliono, perché non fa piacere, non è un complimento e ci siamo rotte di sopportare quella cialtroneria che in questi anni ha ritirato fuori il peggio degli italiani: quell’italietta ignorante, burina, maschilista, che la domenica va allo stadio gridando cori razzisti e sessisti, quell’Italia che dice messa e poi approfitta per “educare sessualmente” i bambini, quell’Italia che la mattina prende la valigetta da professionista per andare a lavoro e la sera quando rincasa tonfa di botte la moglie, questa Italia che fa finta di non sapere e che invece sa che ogni sera il vicino di casa abusa dei figli ma non dice niente, un’Italia becera che ti fischia per strada perché di te vede solo una gigantesca f*ca che cammina, e che sogna una donna un po’ mamma un po’ migno*ta, perché quello che veramente sei non gli interessa. Un Paese in cui le donne si devono difendere con le unghie e con i denti.
L’anno scorso a Torino, al tavolo sui mass media del convegno sulla violenza “Mai più complici” organizzato da Snoq, una donna dell’organizzaione continuava a dire che ormai questa epoca era tramontata, che il peggio era finito e che tutto quello che era stato negli ultimi anni potevamo anche dimenticarcelo. Ecco, proprio a lei, e alle donne che la pensano come lei, dico che se non tiriamo fuori la Beatrix che è in noi, tra poco potrebbe essere anche peggio.
pubblicato il 11 febbraio 2013
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Un rituale indegno e desueto. Così Le Monde ha definito le trattative sul bilancio europeo del settenato 2014-2020. I paesi dell’austerità (Germania) e gli storici avversari del protezionismo agricolo di Francia e Italia (l’Inghilterra) hanno concertato il baratto tra un taglio di 131 miliardi di euro al fondo comune che è passato da 1091 miliardi a 960 miliardi con lo stanziamento di 6 miliardi di euro per le politiche a sostegno dei disoccupati e dei working poors che andranno a beneficio soprattutto dei paesi del Sud Europa (Italia, Spagna, Grecia e Ungheria). Ma colpiscono, in maniera indiscriminata i fondi destinati alla «crescita», tagliando 13,84 miliardi a innovazione e ricerca, che passano dai 139,54 miliardi di euro proposti dalla Commissione agli attuali 125,69, cioé il cuore di quel patetico ideale che è stata la «società della conoscenza» annunciata dal trattato di Lisbona e stancamente riproposta dall’agenda 2020. Monti, che si è giocato un pacchetto di voti sull’esito di questo vertice, arrivando a minacciare un veto dell’Italia, può essere soddisfatto. Tra i contributi europei dovrebbero esserci 3,5 miliardi in più ripartiti sullo «sviluppo rurale», le politiche sociali e le «politiche di coesione» per le regioni meridionali, un settore dove il governo ha puntato moltissimo e il ministro Fabrizio Barca, ora «candidato dirigente Pd» per sua stessa ammissione, si è giocato una parte del suo futuro politico. La politica di coesione perde infatti «solo» il 4% rispetto al budget 2007-2013 e l’Italia manterrà 28 miliardi di euro di contributi, praticamente la stessa cifra che ha portato a casa 5 anni fa. In questo modo il saldo netto migliorerà di 500 milioni all’anno, passando da un saldo negativo di 4,5 miliardi a uno di 4 per il prossimo settennato. Troverebbe così una parziale soluzione lo squilibrio tra i contributi versati all’Ue dall’Italia e i vantaggi ottenuti.
Fino ad oggi l’Italia ha versato molto di più di quanto ha ottenuto in cambio dall’Europa. Di questo successo dimezzato saranno in molti a gioirne, in particolare i governatori delle regioni, anche perché l’«agenda Barca» ha reso più efficiente la spesa di questi fondi europei. Nel 2010 il nostro paese aveva speso il 7,4% dei fondi assegnati contro il 12,5% della media europea. Il patto di Stabilità che vincola gli enti locali ha peggiorato le cose, rallentando il co-finanziamento dei fondi europei. Negli ultimi 14 mesi la spesa certificata è arrivata a 9,2 miliardi, una cifra pari a quella spesa nei 58 mesi precedenti. La riduzione dei vincoli sul co-finanziamento nazionale ha rimesso in circolo 12,1 miliardi, per un totale di 18,3 miliardi. Questa svolta ha permesso alla Puglia di Vendola o alla Campania di Caldoro di sbloccare opere attese da decenni come la linea ferroviaria Bari-Napoli, o di completare la metropolitana di Napoli.
Il Fondo che finanzia le infrastrutture (Fesr) è stato speso per il 41,8% dalla Puglia (per l’Ue doveva arrivare almeno al 36,1%), per una spesa di 1.876 milioni (la soglia minima era 1.621). Con le nuove regole persino la Sicilia, la regione che ha superato tutti i record nel non impiego del Fesr, ha cambiato rotta spendendo 1.133,7 milioni contro il minimo di 958,3 milioni. In attesa dei nuovi fondi Ue, restano da spendere un tesoretto da 31,2 miliardi. L’impegno di Barca a sinistra potrebbe garantire la continuità. La vittoria è sua e di Monti, che potrà rivendicare un successo perché quelli europei sono denari sonanti, che pesano in campagna elettorale. «Scelta Civica», come il Pd, promettono di investire tra i 7,5 e gli 8 miliardi nell’edilizia scolastica ridotta ai minimi termini dal 1974, «per produrre un po’ di lavoro» ha detto Bersani.
Detto così saranno fondi per le strutture e non per il «capitale umano», cioè l’assunzione dei precari nella scuola o università. Senza contare che i 400 milioni di euro promessi per l’occupazione giovanile nel Mezzogiorno saranno una molecola rispetto ai 10 miliardi necessari per finanziare il reddito minimo o per estendere le tutele universali a precari o ai lavoratori indipendenti, visto che Aspi e mini-Aspi sono del tutto inadeguati. Il «successo» di Monti è dunque la sconfitta di un’Europa che consegna anche l’ultima sua «reliquia del passato», cioè il bilancio, alle politiche dell’austerità. E lo è ancora di più perché, come sempre, ha voluto barattare la politica agricola, che aumenta i fondi di 1,25 miliardi, e le infrastrutture con i fondi per l’università, la ricerca, l’innovazione e la mobilità degli studenti. L’Erasmus non vale un goccio delle quote latte.
pubblicato il 9 febbraio 2013
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Durante il suo governo è passata una delle riforme più gravi che siano state mai fatte in Italia per il mondo del lavoro, riforma a cui è stata chiamata una donna, la ministra Elsa Fornero, perché, come disse lei stessa al Convegno di Snoq sulla violenza a Torino l’anno scorso, “quando ci sono problemi gravi da risolvere, chiamano noi”. Un governo che diminuendo drasticamente il welfare (e quindi asili e assistenza ai bambini) è andata a incidere sulla possibilità delle madri – che in Italia sono ancora le prime a prendersi cura dei figli così come degli anziani svolgendo un lavoro che spetta allo Stato e in maniera del tutto gratuita – di andare a lavorare, un governo che alzando il tetto di età per andare in pensione, sia per le donne che per gli uomini, ha anche tolto a queste madri la possibilità di accudimento dei figli da parte dei nonni. Un governo che per le donne ha fatto ben poco, primo fra sul problema del femmincidio, di cui si è parlato constantemente sui media per un anno come mai era stato fatto negli anni precedenti, contro il quale Monti ha fatto firmare sì la Convenzione Europea contro la violenza sulle donne e la violenza domestica (Istanbul 2011) – con anche un ddl di ratifica firmato da Napolitano il giorno prima della chiusura dei lavori – ma che come politiche immediate e concrete non ha mosso un dito. Monti ci ha tolto quello che non aveva ancora tolto Berlusconi: l’ex presidente del consiglio ci aveva tolto la dignità ma Monti ci ha tolto il diritto alla vita, o meglio alla sopravvivenza.Oggi la cartina di tornasole sono le donne che entrambi hanno messo nelle loro liste, una componente di genere di cui solo una piccola minoranza ha la possibilità di essere eletta. E se contro Berlusconi tuona Feltri, uno dei “suoi”, dicendo che in quelle liste ci sono “Almeno dieci migno*te”, Monti dopo aver scritto su Twitter che “La priorità per l’Italia è valorizzare il ruolo delle donne”, ha candidato 216 donne su 904 di cui 11 capolista donne su 51, a cui si aggiunga che le “montiane” sono piazzate nelle retrovie con pochissime possibilità di essere elette e che saranno pochissime quelle che potranno arrivare in Parlamento.
Ma non basta, perché esistono anche i paradossi.
Mario Monti, durante il suo mandato, non ha mai risposto direttamente alle sollecitazioni che gli sono state fatte dalla Convenzione No More! contro la violenza maschile sulle donne che chiedeva, ancora oggi chiede, al governo politiche precise e la revisione del Piano antiviolenza varato dalla ex ministra delle Pari opportunità, Mara Carfagna, durante il governo Berlusconi, per verificarne l’impatto anche in base alle raccomandazioni Onu.
Monti però forse ha la memoria corta, o non si rende conto che non può dire una cosa e farne un’altra: non può dire che le donne sono una risorsa se poi non considera grave il fatto che una donna può essere uccisa in quanto donna, o che basta avere un terzo di quote rosa nelle liste – oltretutto mal piazzate – per farci stare zitte. Ma soprattutto, dopo quello che ha fatto, non può mandare la seguente lettera alla assemblea delle associazioni femminili sulla democrazia paritaria che si è svolta lunedì scorso.
Messaggio del Presidente del Consiglio Mario Monti
UNA AGENDA PER LA DEMOCRAZIA PARITARIA
Roma, lunedì 28 gennaio Sala della Mercede,
“Mi dispiace non poter essere presente oggi a questo interessante incontro, che già nel titolo evoca un approccio a me familiare, e del tutto condivisibile, cioè quello della definizione di un’”Agenda”.
In effetti ho molto apprezzato l’iniziativa di tante e diverse associazioni, più di 50, che sono riuscite a trovare un terreno d’intesa e sottoscrivere un “Accordo di azione comune per la democrazia paritaria”. E di riunire le candidate e i candidati alle prossime elezioni politiche per presentare, discutere e condividere tale Agenda.
L’Accordo ha indicato importanti e significativi obiettivi: per la presenza delle donne nelle liste e in posizioni eleggibili, norme di garanzia per una rappresentanza di genere paritaria, per le riforme elettorali e i rimborsi, par condicio e presenza e rispetto della figura femminile nei media.
II metodo disegnato costituisce un buon esempio, anche per la politica in generale, e auspico pieno successo alla realizzazione della vostra Agenda per la democrazia paritaria nella prossima legislatura e la qualità della partecipazione civica.
L’Italia non è un Paese per donne e deve diventarlo. Ho indicato, peraltro in sintonia con i programmi europei, come una delle priorità del mio programma il miglioramento della condizione delle donne, partendo dall’occupazione, sia in termini di misure per la partecipazione, che di sostegno alla scelta di avere figli e alla responsabilità della cura degli anziani per entrambi gli adulti nel nucleo familiare. L’obiettivo non è solo quello di incoraggiare le donne ad avere una carriera e un reddito proprio ed equo , ma anche quello di fare in modo che arrivino ad occupare con autorevolezza posizioni di responsabilità, condizione necessaria affinché l’organizzazione del lavoro e la comunicazione sulle donne cambino davvero.
Il Parlamento che sarà eletto nel prossimo febbraio dovrà affrontare senza ulteriori rinvii la riforma della legge elettorale: mi impegnerò in questa direzione e opererò affinché si trovi una soluzione condivisa tra le forze politiche che agevoli l’obiettivo della democrazia paritaria.
Questo Paese ha bisogno di utilizzare le proprie risorse migliori, dei giovani e delle donne. Ha anche bisogno di regole, trasparenza, contrasto efficace alla corruzione. Voi donne, e voi donne delle associazioni che siete riuscite a parlare con una voce sola, potete contribuire in maniera decisiva in questa operazione di risanamento, ma anche di rilancio e credibilità dell’Italia.
Anche le forze politiche devono guardare al proprio interno e promuovere maggiore partecipazione femminile, mobilità e ricambio; già in questa tornata elettorale si possono effettuare importanti scelte”.
Per tutti questi motivi auguro buon lavoro a tutte le partecipanti all’incontro e certamente esaminerò personalmente con grande attenzione i risultati delle vostre discussioni”.
pubblicato il 31 gennaio 2013
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Il piano del lavoro che Susanna Camusso illustrerà oggi e domanial Palalottomatica di Roma è un manifesto anti-rigorista e neo-keynesiano che lancia un chiaro avvertimento a Bersani e Vendola in prima fila a prendere nota delle proposte per la crescita della Cgil.Il nuovo, auspicato, governo Pd-Sel, con o senza il supporto al Senato della Scelta Civica di Monti, non deve scendere a patti con le proposte di Pietro Ichino (ex Pd e ex Cgil), Giuliano Cazzola (ex Pdl) e Alberto Bombassei già candidato alla presidenza di Confindustria, schierati al gran completo sul fronte della contro-riforma della riforma Fornero.
Il conflitto ha già prodotto un duro conflitto interno al Pd quando Ichino duellava con Stefano Fassina, responsabile lavoro del partito, e con Cesare Damiano sul «contratto unico», l’«apartheid» dei non garantiti voluta a suo avviso dai garantiti, l’abolizione dell’articolo 18 e le tutele per i precari, in particolare il reddito minimo.
E nei prossimi mesi si riproporrà su scala ancora più grande quando si tratterà di «collaborare», come più volte annunciato dal Pd, con Monti. Quindi niente sospensione dell’articolo 18 per due o tre anni per i neo-assunti (proposta Ichino-Cazzola) e niente «contratto unico» di Ichino a sostituzione della panoplia dei 46 esistenti. Cazzola ha già annunciato che non lo riproporrà, visto che già il nome fa inorridire la sinistra Pd e Cgil al solo parlarne. Ma non basterà se i «montiani» continueranno a ripetere che l’«apartheid» dei non garantiti è stata prodotta «dalle resistenze del sindacato a difesa degli insider» come si è letto in una delle bozze del «piano» circolate in questi giorni.
In realtà segnali di avvicinamento tra montiani e bersaniani sono in corso da tempo. Fassina al Financial Times ha già detto che la riforma Fornero non si stravolge, di cambiare la riforma dell’articolo 18 non se ne parla, il fiscal compact nemmeno. Insomma le differenze tra le controparti, ancora prima degli accordi ufficiali, sono già molto attenuate. Il problema sarà come la Cgil recepirà il pacchetto di governo già pronto.
I “montiani” pensano a contratto “sperimentale”. Obiettivo: cancellare le varie forme di precariato, varando uno schema contrattuale a tempo indeterminato “più flessibile, meno costoso e con maggiori tutele in caso di licenziamento”. Nei primi due anni dopo l’assunzione - secondo la bozza - il datore di lavoro potrà in ogni caso licenziare il dipendente pagando un indennizzo proporzionato ai mesi di impiego. Oltre i due anni il contratto sarà rafforzato offrendo, in caso di licenziamento, un crescente sussidio di disoccupazione. Almeno in una prima fase, come ovvio, questa formula sarebbe opzionale e il rodaggio dovrebbe essere fatto entro un quadro identificato da accordi collettivi territoriali, settoriali o aziendali
La Cgil, per quanto si è capito negli ultimi mesi, vorrebbe dare una raddrizzata ai 46 contratti precari, ma non è chiaro se e voglia abolirli o drasticamente ridimensionarli. Di certo, li vuole allineare ai minimi stabiliti dalla contrattazione nazionale. Questo significa introdurre un salario minimo – come confusamente ancora ieri Bersani sosteneva a Radio anch’io (mentre giornalisti e agenzie capivano “reddito minimo”)? No, Camusso ha escluso decisamente l’adozione sia del “salario minimo” (dopo l’uscita dell’ex presidente dell’Eurogruppo Juncker) che del reddito minimo (la Cgil è storicamente estranea a forme universalistiche di tutela dei lavoratori, su questo non ha mai fatto una seria riflessione). Cesare Damiano del Pd, che è in un certo senso uno dei collegamenti con il mondo sindacale, oscilla:
“Non so se la risposta sia quella di creare un salario minimo, ma di certo vanno stabiliti degli standard minimi per chi non è tutelato da un contratto nazionale. Non sono contrario al salario minimo per chi non è tutelato da un contratto nazionale di riferimento ma allo stesso tempo bisogna lavorare per indicizzare le pensioni sbloccando l’attuale tetto”.
In realtà, la due giorni della conferenza programmatica dovrebbe servire a saggiare le differenze tra Pd e Cgil e provare a riavvicinarle. Perché sembra che la Cgil abbia le idee chiare e non perfettamente coincidenti, almeno a parole, con quanto sostenuto da Fassina e Bersani al Financial Times. la «politica liberista che ha indebolito la legislazione del lavoro, la sindacalizzazione e la tutela contrattuale del lavoro «atipico». Una strada da cui però sarà difficile distogliere i montiani, convinti sostenitori dell’individualizzazione del rapporto di lavoro. Per la Cgil la riforma Fornero va, se non abolita, di certo rivista perché favorisce il licenziamento dei precari, invece di rafforzarne la posizione. La vittoria della partita per l’autosufficienza al Senato sarà dunque decisiva anche, se non soprattutto, sul lavoro. Se Bersani-Vendola la perderanno i «montiani» impediranno di ascoltare la Cgil che ha in progetto di risollevare un’economia tecnicamente in depressione. Rifacendosi al «piano del lavoro» voluto da Di Vittorio nel 1949, Corso Italia vuole «ridare centralità dell’intervento pubblico come motore dell’economia».Agente principale dovrebbe essere la Cassa Depositi e Prestiti presieduta dal Pd Franco Bassanini per finanziare con circa 60 miliardi di euro un «piano di legislatura» Una ventina di miliardi dovrebbero andare alla creazione di posti di lavoro, tra i 5 e i 10 agli ammortizzatori sociali e circa 15 per un «nuovo» Welfare, 4-10 ai progetti operativi e 15-20 da una riforma «organica» del sistema fiscale in senso progressivo e una patrimoniale sulle grandi ricchezze (Igr) a sostituzione dell’Imu che Bersani non intende rimuovere. Altri 20 miliardi da una spending review sui costi della politica. L’occupazione dovrebbe crescere del 2,9% in tre anni. Gianni Rinaldini (Cgil che vogliamo) ha denunciato che sul piano del lavoro il Direttivo nazionale Cgil e la conferenza di programma non si sono pronunciate: «È stata la segreteria a convocare la conferenza di programma in piena campagna elettorale e a scegliere quali forze politiche invitare». Per Giorgio Cremaschi (rete 28 aprile), Camusso «non chiede la cancellazione delle controriforme del lavoro», fa uno spot elettorale per il centrosinistra e appoggia la candidatura al Quirinale di Giuliano Amato «il pensionato di platino autore nel 92 di un disastroso accordo che Trentin definì come un agguato».
pubblicato il 25 gennaio 2013
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Il primo ateneo che rischia il default nel 2013 è quello di Foggia. Il rapporto tra spesa per il personale e le entrate stabili supera l’89%, una quota che lo porterà al commissariamento, alla chiusura dei dipartimenti, ad un colossale ridimensionamento della didattica e della ricerca, già gravemente compromesse da cinque anni di austerità forzata. Seguiranno l’ateneo di Cassino (88,1%) e la seconda università di Napoli (85,5), Sassari (85,2%), Bari (84,6) e la Federico II di Napoli (83,7%). Andranno in fallimento Tor Vergata (83,4%), Messina (83%), l’università del Molise (82,4%) e quella di Palermo (82.1%). Sono almeno venti gli atenei (su 61 statali) ad avere già superato il rapporto fissato all’80%, la maggioranza sono quelli del Centro-sud. Il governo Monti ha abbassato la soglia dal 90 all’80% perchè altrimenti, come testimonia una proiezione elaborata dalla Flc-Cgil già nel 2009, gli atenei in default sarebbero stati 33. Truccare la partita non è però bastato per evitare la catastrofe.
L’eredità politica che il governo Monti lascia al paese sarà il commissariamento per i prossimi cinque anni di 20 atenei che dovranno rientrare dal debito attraverso accorpamenti, vendita del patrimonio e blocco totale delle assunzioni. Nel frattempo continueranno a imporre contratti a un euro, o gratis, ai ricercatori precari. Accade a Sassari o a Genova, dove quasi il 60% non percepiscono lo stipendio, a Roma e in tutti gli atenei che non possono più contare su docenti che stanno andando in pensione (altri 7 mila entro il 2015).
I ricercatori che hanno vinto un concorso non saranno assunti. La vicenda simbolo di questo scandalo è senz’altro quella di Bari dove ci sono 25 ricercatori vincitori di una cattedra in attesa dell’assunzione dal 2008. D’ora in poi, i pochi posti che saranno banditi a tempo determinato, come prevede la riforma Gelmini, subiranno lo stesso destino: il concorso si svolgerà regolamente, ma il vincitore resterà in un limbo in attesa di una risposta che forse non verrà mai.
Il ministro Profumo ha taciuto per un anno intero questa situazione. Ignorando, o facendo finta di non averlo visto, che il taglio di 400 milioni di euro al Fondo ordinario di finanziamento (Ffo) degli atenei (poi ridotto a 300) era già presente nella prima versione della legge di stabilità. Il taglio non è stato modificato nella versione approvata ieri alla Camera, nonostante Profumo abbia lanciato quattro giorni fa un appello al parlamento. Nessuno è intervenuto perchè il taglio in questione è solo l’ultima tranche stabilita dalla legge finanziaria approvata nel 2008 dal governo Berlusconi che ha sottratto agli atenei almeno 960 milioni di euro, il 12,5% dei fondi erogati dal governo ogni anno.Non avere ammesso nemmeno questo restituisce la cifra morale, e la caratura politica, di un governo che solo apparentemente si è sgolato evocando investimenti a favore della ricerca (ma non della scuola né dell’università) per l’intera durata del suo non memorabile mandato. Dopo avere sostenuto a spada tratta la riforma Gelmini, il presidente della Repubblica Napolitano, sponsor ufficiale dell’esecutivo, non si è mai soffermato sul saccheggio compiuto ai danni dell’istruzione in questa legislatura. Come se i tagli fossero un dato di natura, un destino irreversibile. Quello che accadrà nel 2013 è il risultato di una tragica, e generalizzata, ipocrisia. Una conferma della farsa messa in scena dal governo Monti, a poche ore dalla sua fine, è la bocciatura dell’ordine del giorno presentato ieri alla Camera in cui è stato chiesto di ripianare il taglio di 300 milioni. Gli atenei sono a un passo dal collasso.
Per la storia del crack annunciato dell’università leggi: il grande crack dell’università italiana sulla furia dei cervelli
pubblicato il 22 dicembre 2012
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I giovani devono abituarsi all’idea che non avranno un posto fisso per tutta la vita. E poi, diciamolo, che monotonia. E’ bello cambiare e accettare delle sfide».
La pedagogia sociale applicata, per via di sermoni televisivi, dal professor Monti agli sfigati, ai bamboccioni, ai monotoni e a quelli che l’indimenticato Brunetta definì gli «italiani peggiori», cioè i precari, è un costume adottato dai presidenti del Consiglio sin dall’approvazione del «pacchetto Treu» il 4 giugno 1997.
«Il tasso di crescita e lo sviluppo – disse l’11 settembre 1999 il premier di centro-sinistra Massimo D’Alema agli imprenditori baresi riuniti alla Fiera del Levante – devono garantire che da un’esperienza (di lavoro) temporanea si possa passare a un’altra non dare l’illusione che si possa trovare il posto fisso».
La dalemiana chiarezza progettuale trovò in Silvio Berlusconi una ben più tormentata oscillazione tra il polo «statalista» (posto fisso per tutti) e quello «liberista» (opportunità di carriera). Nell’ultima legislatura, l’umore del tycoon brianzolo è in gran parte dipeso dalle esternazioni di Giulio Tremonti, e dalle contestazioni mosse dai marines del fronte liberista nel Pdl.:
«Per struttura sociale – disse Tremonti il 19 ottobre 2009 – come le nostre è il posto fisso la base su cui organizzi il tuo progetto di vita e una famiglia. La variabilità del posto lavoro, la precarietà, a mio avviso non è un valore in sé».
Berlusconi lo appoggiò, convinto:
«Confermo la mia completa sintonia con Tremonti. È del tutto evidente che il posto fisso è un valore e non un disvalore».
Non era però di questo avviso l’8 aprile 2008 quando sostenne:
«il paradigma del posto fisso mi piacerebbe [avesse] meno importanza».
Alla posizione statalistica, che rispecchiava le virtù colbertiste di un ministro che sedeva accanto all’iper-liberista Sacconi, rispose coerentemente D’Alema: «È una demagogia intollerabile». Stesse parole, dal senatore Pd Pietro Ichino: «Pura demagogia». Il solido Cesare Damiano: «assicuri un lavoro stabile ai precari della scuola e della formazione». Un appello mai accolto.
Due anni dopo, non sembra essere cambiato nulla nel Pd. «La nettezza di Monti – assicura il mite Follini, mentre l’ala veltroniana attacca a testa bassa – pone anche il Pd di fronte ad un bivio». Bersani ieri ha assicurato: «Non inchiodiamo Monti ad una battuta. Il suo pensiero, che conosco, è un po’ più articolato»: maggiori garanzie per chi non ha un «posto fisso».L’intento sarebbe lodevole, salvo il fatto che Monti considera «pernicioso» assicurare l’articolo 18 ai nuovi assunti (che per almeno il 70% sono a tempo determinato). Non che l’articolo 18 possa tutelare alcunché, visto che lo sogna solo il 21% dei «precari», come si legge tra i dati forniti ieri dalla Cgil, ma è evidente lo scambio proposto: un lavoro qualsiasi, in cambio della licenziabilità a tutte le ore.
Twitter è diventato il tribunale del popolo dove si processa il paternalismo ministeriale. «Prima gli #sfigati ora #monotonia #postofisso – scrive F.B. – “clamore” suscitato e’ involontario o ricercato?». In dieci anni di sermoni sulla «fine del posto fisso» è valida la seconda ipotesi. Quella che si ascolta è stata definita da Stefano Bartezzaghi su twitter «monoritmia», anagrammando «Mario Monti» e «monotonia». Questo neologismo allude in realtà alla «omoritmia», cioè ad un coro che canta al ritmo sempre uguale, ma con variazioni di toni.
Sulla scena mediatica, come su quella del micro-blogging, spirano correnti paurose. Lo humor nero di Monti continua a suonare il tasto di una vita senza tutele né garanzie. L’opposizione reagisce pensando che, forse, la soluzione stia nel ritorno al posto fisso ( «viva la monotonia»), anche se qualcuno crede in una prospettiva universale, il rifiuto di una società costruita sul ricatto del lavoro:
«Professor Monti – scrive su facebook Cayce Pollard (un nick dal romanzo di W. Gibson “L’accademia dei sogni” – c’è stato un terribile malinteso: non avrà mica capito che vogliamo lavorare?».
pubblicato il 2 febbraio 2012
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Luigi Einaudi
Indiscrezioni rumorose sostengono che venerdì prossimo il governo Monti abolirà il valore legale del titolo di studio. C’è la possibilità che il voto della tesi non sarà più valutato nei concorsi pubblici. E si dice che modificherà anche il sistema di «accreditamento» degli atenei.
Sullo sfondo c’è il progetto di formalizzare la differenza tra università di «serie A» e «serie B», tra atenei (del Nord) che si dedicano alla ricerca d’eccellenza e atenei (del Sud) destinati a produrre più laureati possibili con fondi decrescenti. Insomma, una laurea presa a Bari avrebbe un valore formale inferiore di quella presa alla Bocconi di Milano.
«Così non si va nessuna parte – afferma il rettore dell’università di Bari Corrado Petrocelli – negare il valore legale della laurea significa compromettere definitivamente la mobilità sociale. Dietro queste proposte, c’è l’idea di concentrare le eccellenze in poche realtà, lasciando che tutti gli altri atenei svolgano attività derubricate a rango inferiore. Si rischia di compromettere l’omogeneità del nostro sistema universitario, fondata sull’inscindibilità tra ricerca e didattica. Invece di collaborare per raggiungere un obiettivo, qui si vorrebbe imporre un criterio di governo estraneo alla nostra attività. È già successo con la regola del 90% nel rapporto tra spese fisse e fondi statali».
Gli esperti come Carlo Finocchietti – direttore di un centro specializzato nel riconoscimento dei titoli, il Cimea – provano a mettere ordine nel polverone alzato da un appello sottoscritto, tra gli altri, da Francesco Giavazzi, Alberto Alesina, Margherita Hack e Andrea Ichino, fratello del più famoso Pietro. «Abolire il valore legale del titolo di studio è irrealistico – afferma – c’è bisogno di una riforma costituzionale che, con i tempi che corrono, non mi sembra possibile. E poi si dovrebbe eliminare l’ordinamento didattico nazionale, cancellare il concorso come strumento di accesso alle professioni». Ipotesi peraltro già esclusa: chi vorrà fare il medico, o l’avvocato, dovrà laurearsi e fare l’esame di stato.
Ma allora di cosa si sta parlando, in realtà? «Si contrappone il modello “liberista” degli Stati Uniti a quello “corporativo” italiano, ma da decenni la situazione è cambiata su entrambe le sponde dell’oceano – spiega Finocchietti – in Italia c’è già stata una liberalizzazione che ha depotenziato il valore legale a favore dell’autonomia degli atenei che definiscono la propria offerta formativa. Anche negli Stati Uniti, si sono stabiliti standard minimi verificati da società di accredimento su base di disciplinare o territoriale».
Ma se il governo facesse sul serio? «È probabile allora – risponde Finocchietti – che invece di ottenere una concorrenza verso l’alto tra atenei, ci sarà una competizione al ribasso. Si verranno così a creare fabbriche di diplomi contro le quali già oggi ci si difende a fatica. Eliminando, o riducendo, la protezione legale, si aprirebbe il campo ad un grandissimo numero di atenei fasulli, con titoli privi di contenuto».
Gli studenti della Rete della conoscenza intervengono nel dibattito sostenendo che la “liberalizzazione” del sistema universitario attuale equivale alla sua definitiva deregolamentazione. I tagli al fondo per gli atenei (1,3 su un budget di 7,4 miliardi di euro annui nel 2008) e la forte sperequazione territoriale tra atenei del nord e del sud, tra mega-atenei e piccoli atenei, e poi tra atenei che sorgono in territori depressi economicamente e quelli invece che vivono in luoghi più produttivi, equivale a ridurre i servizi (e le spese) e imporrà ai rettori di far cassa aumentando le tasse agli studenti universitari. Ad esser penalizzati dai tagli sono stati principalmente le Università meridionali. La maggior parte dei 29 Atenei che hanno subito un taglio maggiore della media (7.2%) si trova al Sud. Anche le organizzazioni sindacali sono su queste posizioni.
«A questo progetto – sostiene Francesca Coin, ricercatrice della Rete 29 aprile, tra le prime a denunciare il progetto del governo – c’è anche l’introduzione dei prestiti d’onore e l’aumento delle tasse. Con una disoccupazione giovanile al 30%, si rischia il crollo delle immatricolazioni. La stessa Moody’s ha di recente definito “worrisome”, preoccupanti, gli effetti che potrebbe avere questo progetto».
La proposta dell’abolizione del valore legale del titolo di studio ha attraversato sottotraccia anche questa legislatura. Nel 2011 è stato oggetto di un larghissimo dibattito accademico presso la Commissione cultura della Camera. In quella sede, i rappresentati del Consiglio Universitario Nazionale (Cun) sono intervenuti sulle possibili implicazioni che avrebbe questa decisione rispetto alla “liberalizzazione” delle professioni tentata oggi dal governo Monti.
“Nei concorsi pubblici e negli esami di abilitazione per le professioni il valore preselettivo della laurea è molto scaduto per cui l’abolizione totale del valore legale del titolo porterebbe ad un rafforzamento di quei criteri selettivi extra-scolastici che già oggi sono percepiti dagli interessati come più importanti della laurea, ai fini del raggiungimento dell’obiettivo finale. L’effetto più probabile sarebbe quello di stimolare la concorrenza nei servizi privati di preparazione alle prove finali. Inoltre, va posta attenzione che l’abolizione legale del valore della laurea darebbe un maggior peso agli ordini professionali che potrebbero influenzare pesantemente le scelte culturali degli atenei”.
La partita inaugurata dal governo dei professori sulle liberalizzazioni e, a cascata, sul vecchio motto di Luigi Einaudi, quello di abolire il valore legale del titolo di studio, nasconde dunque questo scenario: il rafforzamento del potere delle corporazioni che da sempre desiderano intervenire sulla formazione dei loro membri (e non solo sull’accesso alla professione).
E’ questo il parere dei rappresentanti dell’ordine professionale degli ingegneri:
“Tale processo potrebbe essere abrogato solo e soltanto se, contemporaneamente, fossero introdotti uovo meccanismi di verifica e validazione dei percorsi formativi (accreditamento) e delle conoscenze e competenze dei candidati all’esercizio della professione (nuovo esame di Stato preceduto da un congruo periodo di tirocinio) affidati alla completa ed autonoma responsabilità dell’Ordine professionale”.
Oggi in Italia conosciamo la moltiplicazione di atenei privati o para-pubblici, di università telematiche e di università sedicenti. Nel caso di una “liberalizzazione” del titolo di studio assisteremmo alla nascita di un altro mercato, quello dell’accreditamento dei corsi e delle sedi da parte di soggetti indipendenti dalle università (e dalle scuole). Ciò non toglie che le “colorazioni” (vale a dire i moderni “ordini professionali”, insieme alle università più forti (quelle “eccellenti”) non possano creare i propri enti di accreditamento. Avviando così una “competizione” viziata all’origine. Secondo la ricostruzione del Cun, il governo Monti darebbe il via a questo scenario.
I rappresentanti di Confindustria ne sono certamente consapevoli. E infatti, nell’audizione del 25 maggio 2011 alla Camera, hanno sostenuto:
“L’abolizione del valore legale del titolo di studio (…)va accompagnato da un sistema di accreditamento dei corsi di studio. La crescita di strumenti di valutazione deve andare di pari passo rispetto all’abolizione del valore legale. Per Confindustria è importante, a tutela del consumatore di formazione e degli studenti , la “sostituzione” del valore legale con un sistema di accreditamento svolto da agenzie indipendenti, che assicuri la verifica del “valore reale” dei corsi di studio universitari. In questa direzione peraltro si sta già andando da parte del Miur sia attraverso i “requisiti minimi” che attraverso l’istituzione dell’Anvur”.
E’ curioso notare come i difensori della tesi “abrogazionista” non vogliano “liberalizzare” completamente il mercato dell’accreditamento (se non relativamente ad alcune professioni), bensì di affidare ad un ente controllato dallo stesso ministero (quindi dal governo), l’Anvur, questa missione. Questo ente, che rappresenta una delle colonne portanti della riforma Gelmini dell’università, si troverebbe a ricoprire un doppio ruolo: dovrebbe innanzitutto valutare la qualità della ricerca, della qualità dei “servizi” erogati dagli atenei agli studenti (“Consumatori”) e poi anche determinare i criteri a partire dai quali un corso di laurea può partire. In altre parole, questa è un’ulteriore sottrazione di autonomia agli atenei. L’Agenzia di valutazione della ricerca svolgerà un ruolo politico di indirizzo e di controllo sugli atenei, come sui singoli ricercatori. Nel disegno della riforma Gelmini (e non solo nei pareri degli esperti di Confindustria) emerge il progetto di individuare i ricercatori e le migliori università sulle quali valga la pena investire, assegnando “premi” economici, sulla base del potere conferito a questa agenzia governativa.
Tutto il contrario, dunque, di una “liberalizzazione”. La confusione di questi progetti, che mescolano suggestioni liberiste e prevedibili ricadute corporative, non permettono di avviare un dibattito sereno sulle policies della ricerca, e dell’organizzazione della conoscenza in Italia.
pubblicato il 24 gennaio 2012
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