Thursday 23 May 2013

IL MANIFESTO BLOG
   
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  • The Ballerina and the Bull, Adbusters, Vancouver, 18 luglio 2011

    All’origine del movimento Occupy Wall Street, per una contro-storia dell’immaginario ribelle.

    Il declino del marketing politico, il ruolo degli artisti, dei graphic novelist, degli attivisti digitali nella creazione dell’epifania #Occupy.

    Tutto parte da questa immagine diffusa il 18 luglio 2011 dal magazine radicale Adbusters: il toro, il simbolo di wall street, la ballerina simbolo del virtuosismo, della grazia, di chi vive nella più violenta crisi del capitalismo dal 1929, e resta in equilibrio, domandola senza redini, con la pressione di un solo piede che calza, appunto, una ballerina. La bestia oscilla, scalcia. La ballerina, imperturbabile, resta sul dorso. Un incanto perfetto, mentre la bestia sembra cedere sotto la gentile, ma inflessibile, pressione del piede calzato. Dietro i lacrimogeni, emergono le maschere antigas degli attivisti.

    Il gioco del primo piano con lo sfondo è significativo. Ad esempio, a Seattle, nel 1999, anno di nascita del movimento no-global, primo episodio di resistenza e di contrasto del capitale globale, il primo piano dell’immagine simbolo della rivolta era invece occupato dalla maschera antigas di un attivista, circondato dalle fiamme. gioco del primo piano con lo sfondo è significativo. Il simbolo del Wto emerge dalla nebbia dei lacrimogeni sullo sfondo:

    Il rovesciamento del piano ottico dell’immagine testimonia innanzitutto una chiarezza politica di fondo: il nemico, l’avversario, il soggetto è sempre il capitale finanziario, incarnato nel suo vero simbolo, il toro. E la sua antagonista è donna, e in particolare il virtuosismo, l’arte, di chi trascorre la vita sul filo di un equilibrio precario. Il tutto saldato nella stessa immagine. Il toro e la ballerina rappresentano plasticamente l’inscindibilità del conflitto tra la leggerezza e la pesantezza, la grazia e la bestialità, il lavoro vivo e il lavoro morto, la produzione incarnata in un corpo contro la speculazione. Per tutto il resto, si intuisce che il contesto resta lo stesso: scontri con la polizia, lacrimogeni, fiamme, insorgenze, tutto quello che abbiamo visto dalla grecia all’egitto, passando anche per l’Italia dal 2008 all’altro ieri.

    Micah White, Senior Editor, Adbusters, Vancouver

    L’immagine divenuta simbolo del movimento Occupy Wall Street è stata commissionata ad un anonimo (inutile cercarne il nome) dalla rivista canadese “Adbusters“, specializzata in “culture jamming”, cioè in subvertizing e nella critica radicale al consumismo e al capitalismo globale, con base a Vancouver. E’ apparsa in rete poche ore dopo il 18 luglio 2011.

    Quel giorno Adbusters propose l’occupazione pacifica di wall street contro l’ingerenza delle multinazionali, delle banche e delle agenzie di rating sulla democrazia, e le conseguenze sulla crisi finanziaria globale.

    L’idea fu quella di cambiare la comunicazione politica dei movimenti.

    In un’intervista alla rivista Link dell’ottobre scorso, Micah White, Senior Editor della rivista, spiega la strategia:

    “Il modello teorico di Adbusters – afferma White – è stato quello di evitare i tradizionali modelli commerciali di mobilitazione delle persone interessate. “ci affidiamo alle parole appassionate, sulla pertinenza dei fatti e sulla bella arte per cercare di provocare epifanie!”.

    Il toro e la ballerina possono essere dunque considerate un’epifania del presente.

    Nelle prime ore del lancio dell’immagine, Adbusters è stata affiancata da Alexa O’Brien,  IT strategist di USD AYOF RAGE, uno degli snodi fondamentali per la creazione della campagna. Alexa, di padre irlandese e madre slava, nata a Seattle e cresciuta con sua madre a New York, ha fondato il movimento di base (grassroots) USDOR, il cui slogan fondam entale richiama quello rivoluzionario americano: One citizen. One dollar. One vote:
    L’epifania concentratausters ha in poco tempo sprigionato un’energia. Daniel O’Brien, il fratello di Alexa, grafico trentenne, ha reinventato la tradizionale iconografia spartachista, degli Industrial Workers of the World (IWW) e, in generale, del movimento operaio e di qualche stilema del realismo socialista per OWS:

    Questo è accaduto PRIMA dell’occupazione pacifica di Zuccotti Parl a New York il 17 settembre 2011. L’appello di Adbusters è stato letto 20 mila volte, tra luglio e settembre, ed è probabile che molte delle persone presenti lo avessero fatto in quel periodo. L’hashtag #occupy spunta con decisione solo il 16 settembre quando dall’account twitter newyorkerist partono 11 mila twits che lanciano l’esperienza.

     

    In più l’intervento massiccio di Anonimous, la sigla dietro la quale si nasconde un vivacissimo e affilato gruppo di hackers transnazionali, è servito certamente a promuovere e a diffondere l’appello. Ciò non toglie che la maggioranza degli americani, il 17 settembre, non era a conoscenza di OWS.

    Ricapitoliamo: all’inizio abbiamo un’epifania del presente nell’immagine del toro e della ballerina. Dopo l’intervento di twitter e di Facebook mediante USDOR si crea un immaginario che pesca – sovvertendola - nella tradizione iconografica del realismo socialista, degli IWW, e dello spartachismo – che già vantano numerose relazioni. L’epifania iniziale, ciò che trattiene l’illuminazione originaria, si estende poi in diversi sottofiloni ispirati alla graphic novel di Alan Miller.

    Ad ottobre, ecco l’idea che chiude il cerchio e rilancia: attorno a Alain Miller e David Loyd, creatori 30 anni fa di V per Vendetta, antitotalitario e anti-capitalista, che oggi appoggiano Occupy Wall Street. L’epifania #OWS è stata concepita dagli artisti, dai graphic novelists. Insieme realizzeranno un volume a sostegno del movimento.
    Questo è il video, strepitoso, che annuncia il volume collettivo che i maggiori graphic novelist americani hanno realizzato per finanziare il movimento: #Occupycomics
    La versione completa del è sullo STORIFY DI FURIACERVELLI.

    View the story “#OWS: la ballerina e il toro: breve storia di un’epifania” on Storify]

di Roberto Ciccarelli
pubblicato il 3 gennaio 2012
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  • HORROR VACUO AMARCORD -  INTERVISTA A GEORGE A. ROMERO

    15 novembre 2011, Trieste Science+Fiction Fest

    George A. Romero

    Per dettagliare il concetto di informazione in Italia, George Andrew Romero attacca come un vero blues del Mississippi, con la chitarra ideologica che profuma di casaro canadese dagli occhiali neri ma proletari, vestito a mò di selvaggio peluche. “Ho parlato con la gente del Paese, l’ho trovata profondamente preoccupata”, dice alcune ore prima di ricevere il Premio alla Carriera Urania d’argento. “La sensazione è quella di un continuo avanspettacolo. Comincia a rumoreggiare l’ipotesi di censura, di ammaestramento dell’opinione pubblica. Giù il cappello a chi cambierà le cose”.
    Ci troviamo a Trieste in occasione del Science+Fiction Fest. Romero, regista, sceneggiatore, direttore della fotografia, montatore e attore, è l’ospite di punta dell’undicesima edizione del festival della fantascienza e sarà Dario Argento a consegnargli il premio. La giornata (storica) è la stessa siglata in prima pagina dal nostro giornale con un Mai più della resistenza a futura memoria. Le dimissioni del presidente del Consiglio investono il padre dei morti viventi proprio come se fosse uno di noi. E’ un regista che ha capito tutto e che è stato capace di rimanere in silenzio per vent’anni, rinunciando ad accapigliarsi coi colleghi di Hollywood. Bush, Berlusconi, Occupy Wall Street, a loro modo, sono la batteria di un cinema letteralmente risucchiato nella tomba.

    Dopo molte traversie, ormai qua si volta pagina. Forse. Come bisognerebbe uscire dal cimitero, secondo lei?
    Con la cultura, per cominciare. Ma senza snobismo o aristocraticismo. In maniera democratica.

    Che idea si è fatto della politica italiana?
    Mi dicono che siete stati governati da persone moleste. Io non ho un’idea precisa ma sembra arrivato anche per voi il momento di bonificare.

    Gli zombi – pardon, ghouls – dei suoi film sono la riproduzione storico-filologica della stupidità umana. Mi dica i primi stupidi che le attraversano il cervello.

    Difficile, il mondo ne è pieno. Una su tutte: l’ex candidata alla vicepresidenza degli Stati uniti, Sarah Palin. Ha rimbecillito l’America con un reality di TLC chiamato Sarah Palin’s Alaska. Ci insegnava a pescare barracuda e a cacciare caribù. Dopo di lei, mi viene in mente il repubblicano Rick Perry. La prego non mi faccia andare avanti…

    Un musical sui morti viventi la intriga?

    Mi sono arrivate diverse proposte da Broadway ma nessuna così speciale.

    A proposito di televisione, come mai ha declinato l’invito dei produttori di AMC a dirigere Walking Dead?

    Non ho trovato il progetto nelle mie corde. Adoro i fumetti da cui è tratta la serie tv e ho guardato solo i primi due episodi diretti da Frank Darabont. Lo show sta avendo molto successo, anche se… corrono tutti! Sembra di sottostare alle leggi del videogame dove tutto deve consumarsi velocemente. I miei zombi invece sono lenti, stupidi, goffi, un disastro della natura con qualche vago ricordo della vita umana. Come ricorda uno dei personaggi de Le cronache dei morti viventi, fa più paura una creatura che si avvicina a carponi sulla preda piuttosto che un invasato in grado di correre senza sosta.

    il manifesto (15 novembre 2011)

    Prolificano i ritornanti e lei festeggia il quarantennale del suo cinema dedicato ai morti viventi. Ha mai pensato alle sue pellicole come a delle profezie?

    Mi piace pensare che i miei lavori siano delle favolette morali, un po’ come i fumetti. Ad ispirarmi in primis è stata l’opera straordinaria I racconti di Hoffmann di Michael Powell. A volte ascolto i critici e le presunte etichette che riservano al genere di cinema che faccio io. E’ come se vedessi un George che più lontano da me non potrebbe essere. Mi è sempre piaciuta la Paura ma non per questo sono cresciuto col tarlo del regista horror. Al netto dei messaggi portati da film come La notte dei morti viventi, oggi dovrei sentirmi un antropologo del cinema. Non è così. Quando scrivo un nuovo film, non mi siedo a tavolino pensando “ora la prossima generazione la faccio  crescere così”. E tutto quel che accade nel ’68 è pura casualità. Il fattore razziale? Il protagonista doveva essere un attore di pelle bianca, all’inizio. Ma un’amica mi convinse a provinare Duane Jones. E la metafora del nero a capo di una comunità nel caos è venuta spontanea. Duane era molto preoccupato: “George, sono io quello che deve uscire dal cinema dopo aver fatto a fettine quei dannati bianchi”, diceva. Ho preso atto del possibile impatto cinematografico solo nei giorni dell’omicidio di Martin Luther King, tentando di vendere il mio film, costato 60.000 dollari, alla Columbia. Oggi riguardo il finale nichilista de La notte dei morti viventi e comprendo perché gli zombi trasmettano quel forte senso di protezione. Sono i razzisti fascisti, quelli con il potere delle armi, i veri mostri. E non te ne liberi.

    Vale la pena di provare cose nuove. Sembra la parola d’ordine ogni volta che riprende in mano i suoi progetti.
    Zombi, primo film che mi ha visto impegnato in prima linea, assieme ad Argento, nella battaglia contro la censura, Il giorno dei morti viventi, La terra dei morti viventi sono nati da un’esigenza che non taglia fuori nessuno: sapere dove vanno e cosa fanno i miei zombi, come si evolvono, quale forza li spinge; articolare la cattiveria degli umani. Influenze politico-economiche ci sono state in passato ed affioreranno sempre, nel mio cinema. Il mio unico rimorso è non aver fatto abbastanza negli anni Sessanta. Le cose dovevano migliorare nella società e invece sono soltanto peggiorate.

    I suoi zombi sono religiosi?
    O Gesù… No. A dire il vero, non ci ho mai pensato. Ho solo scritto questa battuta in Zombi: “Quando non ci sarà più posto all’inferno, i morti cammineranno sulla Terra”.

    Sulla rivista americana Fangoria, il critico Tony Timpone scrive che “Gesù è stato il primo zombi”. E’ d’accordo?
    Gli zombi sono religiosi se per religioso intendiamo un manipolo che combatte per la sopravvivenza, spinto dalla fame e dal risarcimento dei diritti civili. Con l’ultimo, Survival of the Dead, dalla denuncia di un mondo dall’informazione corrotta è passato al western, il suo genere del cuore. The Big Country è il modello di riferimento. Volevo realizzare un film di Frontiera per questo ho utilizzato per la seconda volta nella saga il formato Scope. Ed ora il Confine potrebbe estendersi. Due settimane fa sono stato in Messico e un amico mi ha messo la pulce nell’orecchio: perché non realizzare un film con protagonisti alcuni zombi messicani? La Frontiera è un concetto assai proteiforme, d’altronde. Mi interessa più della crisi finanziaria. Ne ho visti di zombi a Wall Street… Pagliacci in costume che s’ingozzavano di dollari-mou durante le celebrazioni di Occupy Wall Street.

    Da cosa trarrà ispirazione per l’estetica del suo nuovo film?
    Dal noir. Ma gli zombi resteranno buffi in stile Chaplin. E la pellicola rimarrà indipendente: non sono mai stato un giocatore di Hollywood. Anche se ammetto che l’opzione 3D mi affascina. E’ una sorta di riadattamento di ciò che chiamo cubismo. Ci girerei Maschera di cera in 3D.

    Danno per certo un remake di Profondo Rosso diretto da lei.
    Non si farà. Un giorno Claudio Argento mi ha chiamato per coinvolgermi nel progetto in qualità di regista. Di rimando, ho fatto una telefonata a Dario per chiedergli se lui fosse interessato. Non lo era ed io non intendevo certo imbarcarmi in un’impresa contro il volere di Dario, a cui sono legato. Purtroppo Claudio ha fatto ciò che un produttore non dovrebbe mai fare: è andato a Cannes, al Marché du Film, a vendere l’idea col mio nome sopra un manifesto improvvisato di Deep Reed 3D. Non ne sapevo nulla e non ho mai dato il consenso.

    Altri progetti?
    Sogno da sempre di firmare un classico film d’avventura. Tipo Tarzan. Al momento sono impegnato su più fronti. Ho in produzione un fumetto per la Marvel che vedrà zombi e supereroi insieme. Alle mie condizioni, però. E poi una storia di fantasmi il cui titolo provvisorio è Before I  Wake. Ma il progetto a cui sono più affezionato porta il nome di The Zombie Autopsies, scritto da  un amico medico e psichiatra infantile, Steven Schlozman. Nella saga dei morti viventi, non ho mai chiarito la causa del risveglio. Ora sapremo la verità: dobbiamo tutto ad un piano diabolico messo in piedi da una corporation di uomini potenti. Martiri dell’economia con la sola aspirazione di farci credere che viviamo nel lusso e nel benessere mentre loro si arricchiscono e tutto deflagra.

    Ammicca a qualcuno in particolare?
    Berlusconi potrebbe essere finito politicamente, non saprei. Di fatto a lui rimarrà l’arma dei media. A voi quella della coscienza. Buona fortuna!

di Filippo Brunamonti
pubblicato il 16 dicembre 2011
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