Sunday 19 May 2013

IL MANIFESTO BLOG
   
Archivi per la categoria ‘Steve Jobs’
  • Alle 8,35, il ministro dell’Istruzione Francesco Profumo, in visita ufficiale in Cina, aveva da poco comunicato in diretta sul Tg1 il codice a stringhe di 25 lettere e numeri per decriptare i segretissimi plichi telematici inviati nelle caselle mail dei dirigenti scolastici. All’esterno delle aule che ospitavano 497.310 studenti (23.944 privatisti) e 12.361 commissioni impegnate nella prova d’italiano della maturità, alcuni siti e bacheche facebook diffondevano la notizia. Il tema di attualità era dedicato al motociclista Marco Simoncelli, deceduto in un incidente durante il gran premio della Malesia, e a Amy Winehouse, la cantante inglese morta circa un anno fa per abuso droghe e alcol.

    Verso le 10, la «bufala» aveva assunto dimensioni tali da spingere il ministero a una smentita ufficiale, confermata dalle immagini che gli studenti – aggirando i divieti delle commissioni – rimbalzavano nel frattempo con i loro smart-phone. Anche quest’anno la tolleranza zero contro i telefonini ha fatto un buco nell’acqua. Nemmeno la video-campagna promossa dal ministero – tra i protagonisti lo stesso ministro – contro le false prove di maturità, che di solito pubblicate sui siti specializzati nei giorni precedenti alle prove, sembra avere avuto un grande successo. Immancabilmente, Simoncelli e Winehouse, insieme a maturità 2012, sono diventati trending topic su twitter.

    Al posto del motociclista e della cantante, gli studenti hanno dovuto affrontare temi più tradizionali, di natura vagamente depressiva, ispirati al malessere del vivere moderno. Ad esempio, «i giovani e la crisi» che riportava brani anche di Steve Jobs, un tema scelto dal 41,2% dei ragazzi, secondo un sondaggio condotto su 419 scuole. Al secondo posto si è classificato il tema ispirato da Paul Nizan «Avevo vent’anni. Non permetterò a nessuno di dire che questa è la più bella età della vita» (con il 21,9%). Al terzo posto, la traccia di ambito tecnico-scientifico, con citazioni da Margherita Hack: «La responsabilità della scienza e della tecnologia» scelta dal 14,5% degli studenti. A seguire l’analisi del testo dell’autore Eugenio Montale con il brano: «Ammazzare il tempo», tratto dal volume di saggi «Auto da fè» del 1966, scelto dal 9,0%, mentre il tema storico sull’Olocausto e’ stato svolto dal 4,7%.

    Al sesto posto nelle preferenze il tema di ambito artistico-letterario: «Il labirinto» scelto dal 4,6%. «L’archetipo del labirinto – ha commentato lo storico dell’arte Achille Bonito Oliva – si presta bene ad una prova di maturità. È senz’altro il parallelo con la condizione umana attuale, dove non esistono direzioni salvifiche, garantite». Ultimo classificato con il 4,1% delle preferenze, il tema sul «bene individuale e bene comune» con brani di Luigi Einaudi, San Tommaso, Rousseau e Giuseppe De Rita, la preferita dal ministro Profumo. «È giusto che i giovani riflettano su questo elemento – ha detto – Discutere di bene comune e di quale atteggiamento dobbiamo avere tutti nei confronti della generosità, del rispetto e dell’attenzione verso gli altri è un elemento di grande positività e interesse». Secondo un sondaggio promosso dal portale Studenti.it, in collaborazione con Swg, le tracce hanno riscontrato il gradimento del 70% dei candidati.

    Profumo ha salutato con enfasi la novità del «plico informatico» definendola una «piccola-grande rivoluzione». Sino all’anno scorso, le procedure erano regolate dalla riforma Gentile in vigore dal 1923. C’erano commissioni che si riunivano per preparare i testi, c’era poi li imbustava e li mandava ai carabinieri che avevano il compito di consegnarli alle scuole. L’abolizione di questo sistema dovrebbe avere permesso un risparmio di 240 mila euro. In molte scuole si sono stati rallentamenti nelle procedure online. La password non è arrivata per tempo attraverso la webmail del Miur, mentre ci sono stati problemi per recuperare la seconda password per accedere alle tracce.

di Roberto Ciccarelli
pubblicato il 20 giugno 2012
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  • Benedetto Vecchi
    Steve Jobs ha avuto la statura di Martin Luther King e di Gandhi. È solo una delle avventate dichiarazioni seguite alla sua morte che testimonia un giudizio diffuso: Jobs imprenditore illuminato, progressista. Un abbaglio che è stato ironicamente commentato in Rete e che fuori dallo schermo ha portato, con un vezzo tutto provinciale, la sezione romana del partito di Nichi Vendola ad affiggere manifesti listati a lutto nella capitale. Quello che colpiva del manifesto non era però il tributo a Jobs, bensì il fatto che il nome del partito – Sinistra Ecologia e Libertà – era iscritto dentro la mela morsicata di Apple, a testimoniare che lo spirito della società di Cupertino era fatto proprio. Le reazioni di Vendola, che ha invitato a guardare più criticamente la realtà e a non farsi sopraffare dall’emozione, hanno amplificato in Rete l’episodio, che è stato sarcasticamente commentato nei social network e da molti mediattivisti. L’episodio, tuttavia, mette in evidenza come il giudizio sull’operato di Steve Jobs sia scandito da iperboli come rivoluzione, libertà. La vicenda di Apple è significativa non per i giudizi che ne danno i suoi apologeti, ma perché esprime un modello di impresa incardinata su alcuni pilastri: downsizing, valorizzazione del marchio, marketing aggressivo e uso dei consumatori in fonti di innovazione del prodotto.
    Il primo che ha messo da parte il silenzio di circostanza è stato Richard Stallman che, indifferente al coro di elogi per la sua attività di imprenditore, ha usato parole durissime verso Steve Jobs, paragonandolo a un demonio che voleva trasformare il computer e la Rete in uno strumento e un luogo antitetici alla libertà di espressione e alla libera circolazione delle informazione. Parole durissime che non concedono nulla a quella pietas che accompagna sempre una morte.
    Le parole di Stallman non possono però essere stigmatizzate come una caduta di stile, perché fanno emergere un modello di impresa che sarebbe troppo facile liquidare come una semplicistica tecnoutopia. Dietro le parole taglienti di Stallman, c’è la convinzione che Apple, e altre imprese come, ad esempio Google, Facebook e Microsoft, sono un ostacolo al libero sviluppo delle forze produttive in un settore, l’informatica, divenuto fattore decisivo nella definizione dei rapporti di potere e sociali nella realtà contemporanea.
    Non è certo una novità che l’ispiratore del movimento del software libero abbia da sempre considerato Apple come un’impresa agli antipodi di una visione libertaria del computer e della Rete. I computer, prima, e l’iPod, l’iPhone e il recente iPad della Apple sono stati liquidati come i prodotti figli di una visione medievale, luciferina del rapporto uomo-macchina, indipendentemente dal fatto che sono facili da usare. Per Stallman, infatti, la loro semplicità è poco cosa rispetto al fatto che non si può accedere al software che li fa funzionare. Sono cioè quei sistemi chiusi contro i quali Stallman ha più volte chiamato a raccolta per boicottarli.
    Richard Stallman è un libertario incline a fare proprio quel filone mistico del populismo statunitense che ha sempre considerato la grande impresa come un moloch che rende schiavi uomini e donne. Non è tuttavia un nemico della proprietà privata. Anzi, ha più volte sottolineato che la produzione di «software libero» è pienamente compatibile con essa. La dichiarazione per la morte di Jobs fanno infatti emergere infatti una concenzione del capitalismo digitale e un modello di impresa antitetica a quella espressa dal fondatore della Apple.
    Stallman, infatti, ha sempre sostenuto che per quanto riguarda la Rete, il libero mercato debba basarsi su piccole imprese che producono manufatti materiali e immateriali «aperti», cioè modificabili dall’utente. Allo stesso tempo ha sostenuto – qui il rinvio sono ai molti interventi comparsi nel sito della «Free software foundation» e agli scritti raccolti in due volumi da Stampa alternativa (Software libero, pensiero libero) – che ogni impresa con propensioni monopoliste è un attentato alla libertà di pensiero. E Apple è tra queste.
    A questo punto è essenziale soffermarsi sul modello di impresa plasmato da Steve Jobs fin dalle origini, individuando i punti di continuità e di discontinuità.
    Apple nasce all’interno di un contesto, quello californiano, dove la controcultura degli anni Sessanta ha perso la sua spinta propulsiva, conservando tuttavia la capacità di attrarre molti studenti universitari che frequentano le facoltà scientifiche, grazie ad alcune personalità che non nascondono il loro impegno nel mouvement statunitense, come attesta l’importante libro Hackers di Steven Levy (Shake edizioni). Da questo incontro si sviluppano alcune esperienze che sono note a Steve Jobs e Steve Woziniak. È in questo contesto che nasce la Apple, impresa che afferma di non volere seguire mai le orme della Ibm, leader indiscussa del settore informatico fino agli inizi degli anni Ottanta. Noto è il video di promozione del primo McIntosh, che vede una donna che si scaglia contro il grande fratello Ibm. I due fondatori vogliono una impresa snella, con poca burocrazia interna e gerarchie tanto esili quanto informali. L’attenzione è data alla qualità dei prodotti, al loro design e alla facilità d’uso, attingendo a manufatti digitali già sviluppati e spesso di public domain, come il software per la gestione delle interfacce grafiche sviluppato dallo Xerox Parc di Palo Alto. È quindi un modello che consente alla Apple di crescere e diventare l’espressione di uno spirito imprenditoriale nuovo, innovativo in senso shumpeteriano e tuttavia alternativo a quello della grande impresa. Ma sono proprio queste caratteristiche – qualità dei prodotti, capacità innovativa – che verranno rimproverati a Jobs, quando sarà defenestrato e messo ai margini. Apple diventa così una impresa come tante altre, arrivando però sull’orlo del fallimento. Il ritorno di Steve Jobs è salutato come un ritorno alle origini.
    Fuori però c’è la Rete, la Microsoft è diventata la big one che vede profilarsi all’orizzonte una tempesta che sarà chiamata web 2.0. Steve Jobs è consapevole che Apple ha perso terreno, smalto e capacità innovativa. Deve compiere un vero e proprio detournement, cercando così di anticipare il prossimo futuro. Il punto da cui parte è la progressiva connessione di uomini e donne alla Rete. Ciò che manca sono gli strumenti di questa connettività pervasiva. Da qui l’iPod per ascoltare musica scaricata dalla Rete, attualizzando quel walk man che aveva fatto la fortuna della Sony nei primi anni Ottanta del Novecento. E visto che Steve Jobs si è convertito senza colpo ferire al sacro rispetto del copyright, mette in piedi iTunes, dove la musica scaricata viene pagata, garantendo all’industri discografica il pagamento del diritto d’autore. È questa la prima discontinuità che introduce in Aplle, che deve diventare la prima impresa di un’«era postpc», dove per pc si intende personal computer. In un inserto di uno degli ultimi numeri della rivista «Economist», viene analizzato quale sarà lo scenario del futuro, dove i computer avranno un ruolo sempre meno rilevante a partire dal sorpasso nelle vendite degli smartphone sui computer.
    L’iPhone voluto da Jobs va in questa direzione. E le vendite e i profitti gli danno ragione. Ma quando arrivano agguerriti concorrenti, nuova intuizione: uno strumento che ha tutte le caratteristiche del pc, ma ultra piatto, semplice da usare – l’interfaccia touch screen viene di nuovo nobilitata dopo che era stata gettata alle ortiche tre decenni decenni prima – e potenzialmente capace di garantire portabilità e connessione continua alla rete. L’iPad è l’evento tecnologico del 2010 che porta Apple nel gotha del capitalismo contemporaneo.
    L’altra discontinuità introdotta da Steve Jobs attiene la produzione dei suoi manufatti e il rapporto tra impresa e consumatori. È una discontinuità che ha implicazioni ben più profonde dell’iPhone e dell’iPad. In primo luogo, il downsizing diventa la regola. Ne sanno qualcosa gli operai e le operaie di molte fabbriche del sud-est asiatico, a partire dalla cinese Foxconn, dove i sucidi degli operai hanno svelato condizioni schiavistiche di lavoro. Anche molto del software usato è «esternalizzato», attingendo a volte tra il software open source o appaltando la sua produzione agli sweet shops disseminati nel Nord e nel Sud del pianeta. Più spregiudicato è invece il rapporto tra impresa e consumatori. È qui che entra in campo il carisma di Jobs.
    Ogni sua apparizione ricordava gli speech dei predicatori statunitensi delle chiese riformate, con Jobs che parla del futuro e il pubblico che commenta ad alta voce, applaude, ride. La piccola comunità dei fan Apple diventa globale e il logo della mela morsicata è sinonimo di uno stile di vita basato sulla convivialità, fiducia nel progresso tecnologico, tolleranza e un controllato anticonformismo. È questa la forza comunicativa della mela morsicata, che presenta una cooperazione sociale pienamente funzionale alla mission imprenditoriale.
    Steve Jobs è stato l’artefice di questa produzione di senso, dando forma a un modello di impresa efficace. Con un limite, tuttavia. Nel mondo «postpc» i contenuti sono essenziali, perché già adesso ci sono prodotti analoghi all’iPad competitivi sul prezzo e di qualità eguale se non superiore al tablet della Apple. Il futuro della Apple è dunque incerto. A meno che nei tanti progetti elaborati prima della sua morte non ci sia come sfruttare l’intelligenza collettiva della «comunità globale» degli adoratori del marchio Apple.

    Articolo apparso il 14 ottobre su il manifesto

di benedetto
pubblicato il 14 ottobre 2011
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  • Il figlio tredicenne di un collega, responsabile per il suo quotidiano dei settori information technology e auto, un giorno sale a bordo dell’ultima macchina del padre e comincia con le dita a ingrandire il cruscotto. Non succede nulla. Poi prova a spostare il manometro dell’olio sempre sfiorandolo, e nulla accade. “Tienitela”, dice deluso al padre. Ma a sognare per l’auto quel che ci ha insegnato la Mela di Steve Jobs non è soltanto la generazione Y, ma tutti quelli che lavorano in quest’industria, tradizionalmente più conservativa e meno veloce dell’hi tech. Il modello Apple è fatto di perfezione formale, minimalismo, qualità e moda. Il sogno di ogni designer di automobili è poter un giorno applicarlo a una quattro ruote, da vendere unica in tutto il mondo. Apple viene sempre più furbescamente  evocata quando si presenta un nuovo modello – è accaduto adesso con la nuova piccola Volkswagen up! – ma la riproposizione nell’auto di un simile fenomeno mi sembra ancora lontana. Mi confermava una decina di giorni fa Thierry Métroz, capo designer della Citroen “Apple? Certo, tutti noi vorremmo un’immagine globale ipercoerente in tutto il mondo con gli stessi prodotti”. La corsa, dunque, è lunga. Ma intanto oggi onore, molto onore allo scomparso Steve Jobs, anche da chi non ha mai ceduto alle lusinghe dei prodotti della Mela.

di fpaterno
pubblicato il 6 ottobre 2011
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  • In un video vintage Steve Jobs (qualche capello in più, qualche posa da guru in meno)  presenta la storica campagna di marketing Think Different che ha rilanciato l’immagine Apple nel 1997.

    Non secondaria (e non c’è mai nulla di secondario nelle esibizioni di Jobs) la scelta dell’abbigliamento (bermuda e sandaletti) che simbolizza il ritorno allo spirito delle orgini, ritenuto necessario in quel momento per fare uscire l’azienda da una crisi che era industriale ma anche di identità. Va visto da chiunque sia appassionato di “mela” e/o  interessato all’evoluzione del capitalismo contemporaneo e delle sue strategie “emotive”. Quelle che Apple ha continuato ad usare magistralmente per tutti i suoi prodotti, anche i più recenti (vedi iPhone 4G, quello dell’antenna ballerina)…

    … e che sono state poi riprese e sintetizzate in un episodio della serie televisiva Mad Men:

    Il video

di Raffaele Mastrolonardo
pubblicato il 30 agosto 2010
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  • Non siamo perfetti ma neanche gli altri lo sono. Il messaggio lanciato ieri da Steve Jobs in quella che è stata probabilmente la più difficile conferenza stampa da quando, nel 1996, è tornato alla guida della Apple suona molto italiano. Non arriva a dire “così fanno tutti” ma poco ci manca. Chiamato a rispondere alle critiche di questi giorni sui problemi di ricezione dell’iPhone 4, il numero uno della mela morsicata ha scelto la linea difensiva della chiamata a correo. «E’ un problema del settore», ha detto mostrando dei video di telefonini concorrenti che denotavano lo stesso difetto. Agli utenti della Apple ha comunque promesso una soluzione palliativa: la distribuzione gratuita fino al 30 settembre di gusci di gomma che, isolando il telefono dalla mano dell’utente, limitano l’inconveniente.
    Il problema, infatti,  riguarda uno degli elementi caratterizzanti del nuovo dispositivo di casa Apple in vendita negli Stati Uniti e in altre 4 nazioni dal 24 giugno: una banda metallica che scorre lungo tutto il bordo del dispositivo. Un tocco di eleganza che serve allo stesso tempo da antenna. Peccato che, nel contatto, la mano dell’utente crei interferenze diminuendo la qualità del segnale del cellulare. Risultato: quello che sembrava un altro riuscito connubio di bellezza e funzionalità della mela morsicata rischia ora di trasformasi in un brutto incubo. E non è detto che con la sua performance di ieri, nella quale ha annunciato fra le altre cose che il telefonino arriverà in Italia il 30 luglio, Steve Jobs sia riuscito a spegnere le polemiche e ad evitare che una brutta crisi di immagine abbia dei riverberi industriali.

    Da tre settimane infatti la Apple, abituata da anni a una luna di miele con i media, è nell’occhio del ciclone. I primi problemi con l’iPhone 4 sono segnalati da utenti e siti web specializzati in gadget come Gizmodo già pochi giorni dopo l’arrivo sul mercato. Lamentano un calo della ricezione quando la mano dell’utente copre l’area del telefonino intorno all’angolo inferiore sinistro del dispositivo. Incerta e ondivaga la risposta alle critiche da parte di Apple che in un primo tempo suggerisce di acquistare una custodia di gomma, poi di impugnare il telefono in modo diverso e infine afferma che il problema riguarda il software, reo di mostrare sullo schermo un segnale più forte di quanto non sia in realtà. Il colpo che fa precipitare la situazione arriva il 12 luglio quando Consumer Report, rivista di un’importante associazione di consumatori americana, dichiara di «non consigliare» l’iPhone 4 proprio in relazione ai problemi dell’antenna. «Quando le dita o la mano toccano un punto nella parte inferiore sinistra del telefono il segnale può degradarsi abbastanza da far perdere la connessione se ci si trova in un’area a bassa ricezione». Secondo la pubblicazione, sia una custodia di gomma che una striscia di materiale isolante piazzata sulla parte del telefonino incriminata possono alleviare il difetto. Tuttavia, ammonisce severamente, «è compito dell’azienda trovare una soluzione e senza costi aggiuntivi per i consumatori».

    Una crisi di immagine con i fiocchi, insomma. Tanto più stupefacente per un’impresa abituata ad ammaliare i media e a gestire la comunicazione in modo magistrale e che è costretta a convocare una conferenza stampa di urgenza, fatto insolito per lei. Resta da vedere ora come reagiranno borsa e consumatori all’annuncio di ieri e quanto l’immagine dalla società, nota per la perfezione dei suoi prodotti, sarà intaccata dalla vicenda. Per ora, assicura Jobs, non ci sono grandi problemi. Le chiamate di utenti insoddisfatti, ha detto, sono state solo lo 0,55 % del totale e gli iPhone 4 restituiti l’1,7%, meno di un terzo rispetto alla versione precedente.

    Al di là delle parole rassicuranti di Jobs, è certo che si tratta di una delle prime vere battute d’arresto (almeno da punto di vista delle relazioni pubbliche) per Apple che negli ultimi anni ha cavalcato successi in serie senza intoppi. iPod, iPhone (fino a quest’ultima versione) e iPad, la tavoletta che ha già venduto 3 milioni di pezzi, hanno rivoluzionato il mercato della musica digitale, dei telefonini intelligenti e dei consumi elettronici in generale imponendo la Mela come l’impresa più “speciale” del mercato hi-tech.

    E per una società così scoprirsi un po’ più simile agli altri potrebbe essere un problema in più.

    Articolo pubblicato su il manifesto del 17 luglio 2010

    Non siamo perfetti ma neanche gli altri lo sono. Il messaggio lanciato ieri da Steve Jobs in quella che ・stata probabilmente la pi・difficile conferenza stampa da quando, nel 1996, ・tornato alla guida della Apple suona molto italiano. Non arriva a dire “cos・fanno tutti” ma poco ci manca. Chiamato a rispondere alle critiche di questi giorni sui problemi di ricezione dell’iPhone 4, il numero uno della mela morsicata ha scelto la linea difensiva della chiamata a correo. ォE’ un problema del settoreサ, ha detto mostrando dei video di telefonini concorrenti che denotavano lo stesso difetto. Agli utenti della Apple ha comunque promesso una soluzione palliativa: la distribuzione gratuita fino al 30 settembre di gusci di gomma che, isolando il telefono dalla mano dell’utente, limitano l’inconveniente.

    Il problema, infatti,  riguarda uno degli elementi caratterizzanti del nuovo dispositivo di casa Apple in vendita negli Stati Uniti e in altre 4 nazioni dal 24 giugno: una banda metallica che scorre lungo tutto il bordo del dispositivo. Un tocco di eleganza che serve allo stesso tempo da antenna. Peccato che, nel contatto, la mano dell’utente crei interferenze diminuendo la qualit・del segnale del cellulare. Risultato: quello che sembrava un altro riuscito connubio di bellezza e funzionalit・della mela morsicata rischia ora di trasformasi in un brutto incubo. E non ・detto che con la sua performance di ieri, nella quale ha annunciato fra le altre cose che il telefonino arriver・in Italia il 30 luglio, Steve Jobs sia riuscito a spegnere le polemiche e ad evitare che una brutta crisi di immagine abbia dei riverberi industriali.

    Da tre settimane infatti la Apple, abituata da anni a una luna di miele con i media, ・nell’occhio del ciclone. I primi problemi con l’iPhone 4 sono segnalati da utenti e siti web specializzati in gadget come Gizmodo gi・pochi giorni dopo l’arrivo sul mercato. Lamentano un calo della ricezione quando la mano dell’utente copre l’area del telefonino intorno all’angolo inferiore sinistro del dispositivo. Incerta e ondivaga la risposta alle critiche da parte di Apple che in un primo tempo suggerisce di acquistare una custodia di gomma, poi di impugnare il telefono in modo diverso e infine dichiara che il problema riguarda il software, reo di mostrare sullo schermo un segnale pi・forte di quanto non sia in realt・ Il colpo che fa precipitare la situazione arriva il 12 luglio quando Consumer Report, rivista di un’importante associazione di consumatori americana, dichiara di ォnon consigliareサ l’iPhone 4 proprio in relazione ai problemi dell’antenna. ォQuando le dita o la mano toccano un punto nella parte inferiore sinistra del telefono il segnale pu・degradarsi abbastanza da far perdere la connessione se ci si trova in un’area a bassa ricezioneサ. Secondo la pubblicazione, sia una custodia di gomma che una striscia di materiale isolante piazzata sulla parte del telefonino incriminata possono alleviare il difetto. Tuttavia, ammonisce severamente, ォ・compito dell’azienda trovare una soluzione e senza costi aggiuntivi per i consumatoriサ.

    Una crisi di immagine con i fiocchi, insomma. Tanto pi・stupefacente per un’impresa abituata ad ammaliare i media e a gestire la comunicazione in modo magistrale e che ・costretta a convocare una conferenza stampa di urgenza, fatto insolito per lei. Resta da vedere ora come reagiranno borsa e consumatori all’annuncio di ieri e quanto l’immagine dalla societ・ nota per la perfezione dei suoi prodotti, sar・intaccata dalla vicenda. Per ora, assicura Jobs, non ci sono grandi problemi. Le chiamate di utenti insoddisfatti, ha detto, sono state solo lo 0,55 % del totale e gli iPhone 4 restituiti l’1,7%, meno di un terzo rispetto alla versione precedente.

    Al di l・delle parole rassicuranti di Jobs, ・certo che si tratta di una delle prime vere battute d’arresto (almeno da punto di vista delle relazioni pubbliche) per Apple che negli ultimi anni ha cavalcato successi in serie senza intoppi. iPod, iPhone (fino a quest’ultima versione) e iPad, la tavoletta che ha gi・venduto 3 milioni di pezzi, hanno rivoluzionato il mercato della musica digitale, dei telefonini intelligenti e dei consumi elettronici in generale imponendo la Mela come l’impresa pi・“speciale” del mercato hi-tech.

    E per una societ・cos・scoprirsi un po’ pi・simile agli altri potrebbe essere un problema in pi・

    Raffaele Mastrolonardo
    www.effecinque.org

di Raffaele Mastrolonardo
pubblicato il 16 luglio 2010
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