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Oggi la ministra delle pari opportunità, Josefa Idem, ha dato avvio ufficiale alla task force annunciata dopo la sua nomina e in realtà già avviata da giorni in via informale. Stamattina si sono incontrati i capi di gabinetto dei ministeri dell’Interno, Istruzione, Giustizia, Economia, Lavoro, Difesa, Integrazione, Salute, coordinati dalla Capo di gabinetto, consigliera Germana Panzironi della Presidenza del Consiglio dei Ministri Dipartimento Pari Opportunità, che – come si legge sul comunicato – “hanno condiviso la necessità di avviare relazioni di confronto al fine di adottare, a breve termine, misure di contrasto in particolare contro il femminicidio e la violenza contro le donne”. Si legge, sempre sul comunicato, che “Il prefetto Giuseppe Procaccini, accompagnato dalla consigliera Isabella Rauti, ha assicurato concreto sostegno da parte del Ministero dell’Interno e dei prefetti nel contrasto sul territorio dei fenomeni di violenza. Il consigliere Luigi Fiorentino ha fornito utili indicazioni per diffondere i principi del rispetto verso le donne già a partire dal sistema scolastico. I gabinetti di Giustizia, Lavoro, Salute, Integrazione, Difesa ed Economia hanno esposto le proprie proposte nell’ambito delle rispettive competenze: rafforzare l’impianto sanzionatorio e accelerare il processo penale; adottare misure antidiscriminazione negli ambienti di lavoro; contrastare la violenza sulle donne immigrate; coordinare le strutture sanitarie che si occupano di violenza sulle donne”. Idem ha anche costituito tre gruppi di lavoro coordinati dalle pari opportunità: il primo, diretto da Linda Laura Sabbadini (Istat), dovrà disegnare l’Osservatorio sulla violenza di genere per il monitoraggio del fenomeno, individuando i gap informativi esistenti e le azioni da mettere in atto; il secondo provvederà a ricavare elementi utili all’emissione di un bando per l’istituzione di un numero verde per gli uomini maltrattanti; e un terzo, coordinato dalla giornalista Natascha Lusenti, avrà il compito di studiare azioni di comunicazione e informazione che verranno lanciate nei successivi sei mesi.
Tutte premesse ad azioni ancora da svolgere, e che vedremo, ma di sicuro precedute, qualche giorno fa, da un passo assolutamente inadeguato della guardasigilli e su cui sarà opportuno chiarire alcuni punti fondamentali per non commettere altri errori, soprattutto così gravi. E mi riferisco al decreto-legge della ministra Cancellieri, dal titolo “Disposizioni urgenti per contrastare il sovraffollamento delle carceri e in materia di sicurezza” (26 articoli divisi in cinque capitoli), in cui al capitolo IV si leggono norme per la “Prevenzione e contrasto di fenomeni di particolare allarme sociale”. Un pacchetto che ha trovato in disaccordo il ministro Alfano, tanto da posticiparne la discussione a venerdì (forse) e su cui, come scrive Grignetti sulla Stampa, “C’è la forte possibilità che del decreto originario resti la parte sulla violenza domestica, il furto d’identità e l’assunzione di 1.000 nuovi vigili del fuoco, e che venga stralciata la parte dedicata alle carceri”. Ebbene, diciamo subito che anche il capitolo sulla violenza domestica non va, perché inadeguato e inefficace anche come misura a breve termine, nonché pericoloso. Misure che, se vediamo attentamente, passano sulla testa delle donne che non decideranno ma saranno “decise” da eventuali segnalazioni di terzi (per esempio il medico del pronto soccorso dato che qui si riduce la violenza domestica a lesioni personali “non episodiche”), a prescindere dalla volontà dei soggetti interessati, con tutto quello che comporta – per la donna – intraprendere un percorso del genere. Contraddicendo la Convenzione di Istanbul (che al senato verrà ratificata domani), che dice chiaramente che “la violenza contro le donne è uno dei meccanismi sociali cruciali per mezzo dei quali le donne sono costrette in una posizione subordinata rispetto agli uomini”, l’assunto del provvedimento che cancella l’autodeterminazione della donna a decidere con la scusa di proteggerla, impone chiarimenti in proposito: perché un conto è indicare all’interessata il percorso informandola degli strumenti che ha a disposizione per uscire dalla violenza, e un conto è costringerla a rischiare sul suo corpo. In più, per il contrasto al femmminicidio (parola che comprende l’intera gamma delle violenze che una donna può subire e non solo la morte della donna in quanto donna), questi provvedimenti schiaffati in un pacchetto che parla di altro, e che non sono stati ragionati sulla base di una seria verifica delle mancanze istituzionali e di applicazione di norme già esistenti – come richiesto più volte dall’Onu – risultano un’azione di facciata. La Special rapporteur dell’Onu sulla violenza contro le donne, Rashida Manjoo, ha detto chiaramente e senza indugio, quando è venuta in Italia, che la violenza coinvolge una responsabilità dello Stato italiano e che le donne “non denunciano e non segnalano” sia perché sono all’interno di un “contesto culturale patriarcale incentrato sulla famiglia”, con forte dipendenza economica della donna, sia perché la percezione riguardo alle istituzioni non è quella di uno Stato che protegge le donne, ma al contrario le espone in “un quadro giuridico frammentario con inadeguatezza delle indagini, delle sanzioni e del risarcimento alle vittime, fattori che contribuiscono al muro di silenzio e di invisibilità che circonda questo tema”. Una esposizione che con questo “pacchetto” sarà aumentata.
A cosa è servito allora la ratifica della Convenzione sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica? Forse non ci siamo capite.
Adottare misure efficaci sul femminicidio non è in nessun modo l’adozione di misure “urgenti” buttate lì per far vedere che si fa qualcosa, perché se la violenza domestica si rivela come “la forma di violenza più pervasiva che continua a colpire le donne italiane”, cioè la più diffusa e la più capillare, forse va presa da un’altra parte.
Ma vediamo alcuni provvedimenti.Il primo articolo dice che nei “casi in cui alle forze dell’ordine sia segnalato un fatto che debba ritenersi riconducibile al reato di cui all’articolo 582 (lesioni personali, ndr), secondo comma, del codice penale, consumato o tentato, nell’ambito di violenza domestica, il questore, anche in assenza di querela, può procedere, assunte le informazioni necessarie da parte degli organi investigativi e sentite le persone informate dei fatti, all’ammonimento dell’autore del fatto. Ai fini del presente articolo si intendono per violenza domestica tutti gli atti, non episodici, di violenza fisica, sessuale, psicologica o economica che si verificano all’interno della famiglia o del nucleo familiare o tra attuali o precedenti coniugi o partner, indipendentemente dal fatto che l’autore di tali atti condivida o abbia condiviso la stessa residenza con la vittima”.
Per prima cosa è un po’ ridicolo che vengano citate le parole della Convenzione di Istanbul (riportate qui in corsivo) in maniera riduttiva sia perché ci si riferisce a lesioni personali (quindi fisiche) sia per l’aggiunta della frase “non episodici“, che snatura tutta la portata della Convenzione che invece recita sulla violenza domestica: “tutti gli atti di violenza fisica, sessuale, psicologica o economica che si verificano all’interno della famiglia o del nucleo familiare o tra attuali o precedenti coniugi o partner, indipendentemente dal fatto che l’autore di tali atti condivida o abbia condiviso la stessa residenza con la vittima”. Per caso significa che la violenza nei rapporti intimi è solo quando il partner ti mena più volte e ti lascia i segni? (che è già una sottovalutazione intrinseca della violenza). Ma cosa dice l’articolo 582, secondo comma, del codice penale? tratta di lesioni personali per cui qualora il danno procurato abbia ”una durata non superiore ai venti giorni (…) il delitto è punibile a querela della persona offesa”. Quindi se ti menano e vai al pronto soccorso più volte (“non episodici”), il medico stesso segnalerà il fatto, così poi il questore chiamerà tuo marito e gli dirà di non farlo più. E poi tu come ci torni a casa, armata? ma soprattuto: a che serve?
Un ammonimento “d’ufficio” che non solo è riduttivo ma è ridicolo se pensiamo che ancora oggi spesso le forze dell’ordine rimandano a casa, o al massimo dal giudice di pace, le donne che con grande coraggio invece denunciano consapevoli di quello a cui vanno incontro. A cosa serve questo “pacchetto” se una donna che arriva faticosamente davanti a un giudice dopo aver denunciato con cognizione di causa e convinta di farlo, fatica poi a dimostrare la violenza subita, e soprattutto viene esposta senza tutela al suo offender nel lasso di tempo che passa dalla querela al giudizio, fino a rischiare la vita? e a che serve, se una donna che fa per sua volontà una, due, tre, quattro, anche dieci denunce si vede poi scivolare tutto nei meandri della “giustizia” senza nulla di fatto? se vede le sue denunce di stalking archiviate, procedimenti di affido condiviso coatto anche con procedimenti penali per maltrattamenti in famiglia in corso? perché non cercare di porre fine a questa infinita cultura di “sottovalutazione” della violenza cercando di far applicare le leggi che già ci sono, evitando magari di mettere a rischio la donna che affronta un iter lungo e complesso? e perché non porsi il problema che l’ammonimento senza volontà dell’interessata significa far sapere al coniuge violento che è stato segnalato, così quando torna a casa la massacra o l’ammazza direttamente? Provvedimenti che potrebbero portare le donne, che già non denunciano, a non ricorrere neanche più al pronto soccorso, perché se il medico segnala il partner senza il suo consenso lei avrà il terrore di tornare a casa. E poi al secondo articolo: “Il questore può richiedere al prefetto del luogo di residenza del destinatario dell’ammonimento l’applicazione della misura della sospensione della patente di guida per un periodo da uno a tre mesi”. Sospensione della patente? ma cosa cambia? che l’offender sta a casa per accanirsi ancora di più sulla partner?
La verità è che con questi provvedimenti si spoglia la donna di ogni decisionalità e consapevolezza del percorso che dovrà fare, e che invece di sostenerla, informarla dei suoi diritti, proteggerla, allontanando immediatamente l’offender, la donna viene ulteriormente esposta: un fatto che può anche produrre risultati contrari. Perché è vero che spesso le donne ritirano la denuncia o hanno paura di denunciare ma non è forzandole che si risolve il problema, bensì avviandole a un percorso, come già oggi fanno nei centri antiviolenza avvocate, psicologhe, operatrici, specializzate sulla violenza.
In più l’ammonimento esiste già ed è per gli atti persecutori (stalking) che avvengono per lo più in fase di separazione (mentre le lesioni alla persona avvengono maggiormente quando i due convivono o stanno insieme), e può essere richiesto dalla donna che non vuole fare subito denuncia (Decreto-legge 23 febbraio 2009, n. 11 - “Misure urgenti in materia di sicurezza pubblica e di contrasto alla violenza sessuale, nonché in tema di atti persecutori” – Art. 8. - Ammonimento). Ammonimento che può essere efficace quando l’uomo non vive con te, perché magari in fase di separazione, mentre quando ci vivi insieme è necessario l’allontanamento e non l’ammonimento che invece ti espone, tanto più se viene fatto senza il consenso dell’interessata.
Secondo Teresa Manente – avvocata responsabile Ufficio legale Differenza Donna ONG e referente nazionale rete avvocate dei Centri antiviolenza Ass. Di.Re – “Premesso che la violenza di genere non è un problema di emergenza sociale ma culturale, come ormai ribadito da tutti gli organismi internazionali, l’esperienza ventennale nella difesa dei diritti delle donne vittime di violenza di genere, e in particolare della violenza domestica, maturata nei Centri antiviolenza mi insegna che, quasi sempre, quando la donna chiede l’intervento delle forze dell’ordine aumenta l’escalation di violenza perché l’uomo violento punisce la donna che si è ribellata al suo controllo. Disporre l’ammonimento per l’uomo violento senza predisporre contestualmente una protezione per la vittima, di fatto, significa aumentare il rischio per l’incolumità della stessa. La Convenzione di Istanbul e la Direttiva 2012 del Parlamento Europeo e del Consiglio l’Unione Europea in materia di diritti delle vittime di reato, non a caso, parlano di diritto all’informazione, sostegno e protezione della vittima. A mio parere queste misure servono a poco se non sono inserite in un sistema articolato che dispone di una politica integrata”, (come spiega ulteriormente l’avvocata nel testo riportato sotto riguardo i diritti della persona offesa e la protezione delle donne che subiscono violenza).
Per Barbara Spinelli, avvocata esperta di femminicidio, “Se siamo in un contesto di maltrattamenti, questo reato già prevederebbe l’adozione di misure maggiormente tutelanti della persona offesa rispetto all’ammonimento, come per esempio l’allontanamento. In casi di violenza in famiglia la ricerca e l’assunzione di sommarie informazioni in assenza della denuncia da parte della vittima, potrebbe determinarne l’esposizione ad una escalation di violenza, se non c’è allontanamento dell’aggressore. Questi provvedimenti vanno nella direzione di sminuire la stessa Convenzione di Istanbul, e questo succede perché se non è ancora chiaro che prima bisogna avere i dati, bisogna capire quali sono i nodi da sciogliere con una commissione da hoc che indaghi sulle responsabilità, e poi si agisce: altrimenti si continueranno a fare errori. Se tu ratifichi la Convenzione di Istanbul – continua Spinelli – e riconosci quella definizione di violenza domestica, non lo puoi dopo ridurre nel maltrattamento e nella lesione personale che va a ricadere sull’applicazione di tutte quelle norme previste nella convenzione stessa che è molto più complessa. Cosa significa aggiungere non episodica? legittimare la violenza episodica? è questo il meccanismo che porta in Italia ancora a confondere la violenza domestica con la conflittualità coniugale, e questo è il dato più grave. Non si può ridurre la definizione di violenza domestica così, se si parla di maltrattamento o di lesioni è un conto, la violenza domestica è un’altra cosa”.
Il problema della violenza maschile sulle donne, lo abbiamo detto fino all’esaurimento, va affrontato in maniera strutturale e non emergenziale. Prima della repressione e inasprimento delle pene, lo abbiamo ripetuto, servono strumenti di prevenzione e protezione, e questa consapevolezza, che non appare in questo decreto in cui s’infila la violenza domestica in una contesto “altro”, deve partire dalla piena consapevolezza di cosa sia la violenza: un passo fondamentale per le istituzioni che non possono pretendere questa consapevolezza sulla violenza da parte delle donne, se prima di tutto non la maturano loro. Un Governo che si è impegnato su un lavoro interministeriale guidato dalle pari opportunità, ascoltando la società civile, non presentare provvedimenti di questo tipo, perché fa tornare indietro tutti. Come dice Spinelli il profondo radicamento di pregiudizi sessisti ha impedito una buona applicazione delle leggi esistenti, e anche per questo “urge un cambio di approccio delle istituzioni alla vittimizzazione femminile determinata da violenza di genere, in particolare nelle relazioni di intimità”.
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(di seguito l’esplicativo intervento di Teresa Manente, avvocata responsabile Ufficio legale Differenza Donna ONG e referente nazionale rete avvocate dei Centri antiviolenza Ass. Di.Re, che al Convegno “Violenza di genere: nuove forme di tutela dei diritti fondamentali – Il femminicidio e la Convenzione di Istanbul”, organizzato da ADMI (Associazione Magistrate Democratiche Italiane, ha spiegato cosa andrebbe fatto per la protezione delle donne che iniziano un percorso di denuncia della violenza subita, sulla base di un’esperienza ventennale in proposito e in un quadro di implementazione della Convenzione di Istanbul).
DIRITTI DELLA PERSONA OFFESA E FUNZIONE DEI CENTRI ANTIVIOLENZA
“Buon pomeriggio a tutte e a tutti ringrazio l’associazione Donne Magistrate e vi porto i saluti della mia Associazione, Differenza Donna che è una ONG , fondata nel 1989 e che dal 1992 gestisce i centri antiviolenza del comune e della provincia di Roma per donne e figli minorenni vittime di violenza. In questi venti anni Differenza Donna ha accolto presso i suoi centri oltre 25 mila donne, elaborando buone pratiche di assistenza multidisciplinare per le vittime. Ha contribuito alla creazione e al rafforzamento di una estesa rete tra tutte le istituzioni sul territorio. Ricordo il protocollo di interazione del dicembre 2010 promosso da Differenza Donna tra Tribunale, Procura, Forze dell’ordine, Asl, e ospedali in tema di tutela alle vittime di maltrattamenti stalking e violenza sessuale. Nell’ambito della Rete nazionale delle avvocate dei centri antiviolenza, Ass. Di.Re, abbiamo condotto una ricerca nazionale che ha dato luogo alla prima direttiva del C.S.M. in tema di violenza domestica, relative all’intervento giudiziario e alla posizione della vittima di questi specifici reati. Segnalo inoltre che il mese scorso , il CSM su nostra richiesta, ha avviato un nuovo monitoraggio per verificare lo stato di attuazione delle direttive emanate in materia. In Italia i centri antiviolenza gestiti da associazioni di donne, oggi sono 64, e sono riuniti in un’associazione nazionale: DiRe, donne in rete contro la violenza alle donne. La Convenzione di Istanbul all’articolo 9, riconosce i centri antiviolenza, quali soggetto fondamentale della strategia di prevenzione del fenomeno e di protezione delle vittime perché concorrono a realizzare la tutela dei diritti delle persone offese prima, durante e dopo il procedimento penale.
Profili operativi
Sul piano operativo le mie considerazioni in tema di intervento e assistenza alle donne vittime di violenza di genere e violenza domestica si basano sull’esperienza, ormai ventennale, nella difesa dei diritti delle donne, persone offese e sulla normativa europea ed internazionale in materia. Di certo venti anni fa parlare dei diritti della vittima non era cosa pacifica, ricordo i colleghi della difesa degli imputati, infastiditi dalla presenza della parte civile, perché, a loro dire, intralciava la speditezza del processo. Sono testimone di un cambiamento culturale del sistema giudiziario non solo rispetto alla violenza alle donne, ma in generale sul ruolo della vittima nel procedimento penale. Oggi, il quadro di riferimento dell’azione giudiziaria è completamente mutato sia a livello di normativa europea che di normativa internazionale
Sugli Stati, infatti, oggi incombe l’obbligo
1) di assicurare non solo i diritti dell’imputato/indagato ma anche la piena tutela dei diritti della vittima di reato così come ribadito dalla Direttiva n.29 del 2012 del Parlamento europeo e del Consiglio dell’Unione europea che introduce norme minime in materia di diritti, assistenza e protezione delle vittime di reato.
2) la Direttiva del 2012 riprende e rafforza la prospettiva innovativa della decisione quadro del 2001/220/GAI sulla posizione della vittima nel procedimento penale.
A differenza però della decisione quadro, mai attuata dall’Italia, la Direttiva del 2012, impone nell’immediato un obbligo di conformità. Ciò significa che nel periodo antecedente il termine di attuazione della Direttiva e cioè novembre 2015, lo Stato non può adottare atti in contrasto con gli obiettivi della direttiva.
Inoltre, in caso di mancato recepimento nel termine, poiché la Direttiva contiene disposizioni di precettività immediata e sufficientemente precise, produce effetti diretti in capo ai singoli che possono rivendicare diritti sulla base della direttiva, e in capo ai giudici nazionali che hanno l’obbligo di interpretazione conforme.
Premesso ciò, i diritti riconosciuti alle vittime di violenza di genere e di violenza domestica dalla Convenzione di Istanbul e dalla Direttiva dell’Unione europea riguardano tre aspetti:
1) Diritto all’informazione e sostegno;
2) Diritto alla Partecipazione al processo penale;
3) Diritto alla Protezione;
il sistema che deve essere assicurato, pertanto, sia in vista di riforme legislativa, ma anche nella quotidiana applicazione delle norme attualmente vigenti, deve assicurare che le vittime siano riconosciute e trattate in maniera rispettosa, sensibile, personalizzata, professionale e non discriminatoria.
1) DIRITTO ALL’INFORMAZIONE E SOSTEGNO
E’ opportuno che la vittima di tali reati, sin dall’inizio del procedimento penale,
a) sia accolta da personale specializzato in sede di denuncia, ma anche in caso di accesso al pronto soccorso o ai servizi sociali, (rafforzare sportelli presso i pronto soccorsi, l’istituzione dei cd codice rosa);
b) sia informata dalle forze dell’ordine e dagli operatori tutti dell’esistenza di servizi di sostegno e di ospitalità, come i centri antiviolenza;
c) è necessario che sia informata del diritto di nominare un difensore, anche a spese dello stato (articolo 13 ) sin dall’inizio del procedimento penale, cosa che spesso le vittime ignorano stante l’obbligo attuale di informazione solo per l’indagato;
d) la vittima ha diritto a ricevere informazioni sul proprio caso (articolo 6 direttiva).
Spesso le donne che si rivolgono a noi hanno presentato più querele per singoli episodi e non ne conoscono l’esito perché non hanno indicato ex art. 408 c.p.p. di voler ricevere informazioni sulla richiesta di archiviazioni il diritto di ricevere notifica ex art.408 c.p.p dovrebbe invece prescindere dall’inserimento specifico nella querela di tale richiesta.
415 bis
Il diritto all’informazione della vittima, inoltre, nel nostro ordinamento è compromessa dalla mancata notifica alla stessa dell’avviso del 415 bis, notificato solo all’indagato, precludendo così alla stessa la possibilità di apportare ulteriori elementi di prova. Tale disciplina rappresenta un considerevole vulnus ai diritti della persona offesa, a maggior ragione allorché l’imputato in udienza preliminare esprima la volontà di essere giudicato allo stato degli atti ex art. 438 c.p.p comma 1. L’attività integrativa, infatti, è riservata esclusivamente all’imputato o al giudice.
2. DIRITTO ALLA PIENA PARTECIPAZIONE AL PROCEDIMENTO PENALE
Esso implica innanzitutto il diritto alla comprensione degli atti cui si procede e ciò spesso non è assicurato soprattutto al momento della querela: la Direttiva e la Convenzione di Istanbul stabiliscono l’obbligo di assicurare interpreti con una specifica formazione in materia di violenza di genere e violenza domestica.
a) L’articolo 11 della Direttiva si sofferma sui diritti della vittima in caso di decisione di non esercitare l’azione penale: sul punto di certo è limitativo il termine di 10 giorni per presentare opposizione alla richiesta di archiviazione. L’Articolo 10 si concentra sul diritto a fornire elementi di prova e sul diritto di essere sentiti, anche durante le indagini preliminari.
Allo stesso modo, utile sarebbe assicurare alla vittima l’audizione anticipata in sede di incidente probatorio ex art. 392 comma 1 bis c.p.p. considerato che quasi sempre l’esame testimoniale avviene dopo 2 0 3 anni dai fatti denunciati e nella stragrande maggioranza dei casi l’imputato è il padre dei propri figli , con cui la donna deve continuare ad avere rapporti. E quasi sempre l’uomo violento continua a intimidire la donna, condotta questa che cessa, abbiamo verificato, dopo la testimonianza della donna. Di fatto, è questo il momento in cui l’ uomo violento prende consapevolezza di non aver più controllo sulla vittima e la lascia andare. A riguardo si evidenzia che, nonostante l’ampliamento delle possibilità di richiesta, l’istituto dell’incidente probatorio è poco utilizzato, poiché presuppone la discovery integrale degli atti di indagine, non sempre ritenuta opportuna per la completezza delle attività investigative. Forse disporre la testimonianza della vittima ex art.392 c.p.p. in udienza preliminare risolverebbe tale problematica e risponderebbe contestualmente alle esigenze di protezione della vittima.
Criticabile risulta la mancanza di coordinamento tra l’art. 392 comma 1 bis, e l’art. 398 comma 5 bis. L’art 392 comma 1 bis prevede l’incidente probatorio per le vittime maggiorenni e minorenni nei casi di indagini per i reati ivi indicati, tra cui anche i maltrattamenti, e l’art. 398 comma 5 bis, che permette l’applicazione di misure di protezione durante l’audizione escludendo, del tutto inspiegabilmente, le ipotesi di maltrattamenti. Ciò comporta che un minorenne, in caso di procedimenti per maltrattamenti, potrà essere sentito in incidente probatorio, ma senza modalità protette con grave pregiudizio per i minorenni vittime di maltrattamenti diretti o assistiti.
3. PROTEZIONE DELLE VITTIME
Sia nell’ottica della Convenzione di Istanbul che nella prospettiva della Direttiva , si intende in due accezioni:
a) quella della tutela dell’incolumità psicofisica della persona offesa in caso di pericolo di reiterazione del reato, e quindi si fa riferimento alle misure cautelari specifiche;
b) e quella della tutela dei diritti fondamentali della persona che possono essere lesi dalla partecipazione al procedimento penale (vittimizzazione secondaria).
a – Sotto il primo profilo evidenzio che dall’attuale rilevamento dati da noi condotto in Italia come avvocate dei centri antiviolenza risulta che le misure cautelari ex art. 282 bis e ter, sono ancora poco applicate, benché esse risultino invece efficaci nella stragrande maggioranza dei casi secondo la nostra esperienza, l’uomo interrompe la condotta criminosa. Infatti pochi i casi in cui si è dovuto procedere ex articolo 276 c.p.p. all’aggravio della misura cautelare. Paradossalmente vi è un maggiore utilizzo di custodie cautelare in carcere: ciò a dimostrare che si interviene quando ormai l’escalation di violenza, caratteristica di tali reati , è esplosa in maniera talmente grave da richiedere necessariamente la misura custodiale. Segnalo inoltre la quasi totale disapplicazione dell’art. 282 bis, comma 3 relativo alle misure patrimoniali anche se richiesta dal difensore perché il ricatto economico è molto frequente.
b - Per ciò che riguarda il profilo della protezione avente ad oggetto la prevenzione della seconda vittimizzazione, la Direttiva e la Convenzione impongono:
- una valutazione individuale delle vittime per definire specifiche esigenze di protezione in considerazione, della particolare natura del reato;
- la direttiva si riferisce all’esigenza di assicurare che non vi sia contatto tra vittima e imputato in termini di diritto soggettivo della vittima di reato.
Sarebbe auspicabile predisporre anche qui a Roma una stanza per i testimoni. Mi è capitato proprio ieri che la mia assistita prima di essere esaminata è stata minacciata e intimorita dall’imputato e dai suoi familiari nel corridoio del Tribunale. Protezione anche durante la sua testimonianza, momento molto difficile per la vittima di questi reati: la donna deve ricordare e ripetere umiliazioni profonde che hanno offeso la propria dignità, schiacciato la propria libertà, offese che ha voluto dimenticare per riprendere la sua vita.
Non è un caso che ormai anche gli organismi internazionali si riferiscono alle donne vittime della violenza di genere nei termini di “sopravvissute”, non solo per evidenziare la gravità di quanto patito, del rapporto di soggezione determinato dalla condotta subita, ma anche per valorizzare le risorse impiegate dalle donne per uscire dalla situazione di violenza. Per alcune donne il momento della testimonianza è vissuto come un momento di liberazione, per altre invece rappresenta un vero e proprio calvario così come definito anche dalla Corte EDU ( S.N contro Svezia del 2 luglio 2007). Ricordo, ad esempio, il caso di una donna agente di polizia, vittima di maltrattamenti e violenze sessuali da parte del marito: la quale ha presentato nei giorni prima dell’esame testimoniale addirittura problemi di enuresi notturna, causati dal terrore di dover rivivere con la testimonianza i fatti subiti. In tali situazioni, è stato utile richiedere l’uso di un paravento che ha consentito alla donna di non sentirsi addosso lo sguardo dell’imputato. Ciò ha consentito sia di salvaguardare il principio della genuinità della prova, e allo stesso tempo di salvaguardare l’integrità psico fisica della vittima. Tale prassi NON lede il principio del contraddittorio nella formazione della prova, né mina i diritti di difesa, e rientra in quei trattamenti specifici che la ”particolare vulnerabilità della vittima” impone di adottare in base ai principi della Convenzione di Istanbul e della direttiva 2012.
Quanto al diritto al risarcimento del danno
L’O.M.S considera la violenza domestica come uno dei più gravi problemi di salute pubblica. Si tratta di lesione di diritti inviolabili della persona, (art. 3, art. 2, art. 29 e 32 della cost.), che causa un danno che può essere liquidato, già in sede penale, in via equitativa e definitiva (art. 538, 539 c.p.p e art. 9, decisione quadro) come avviene già in materia di violenza sessuale da parte di alcuni collegi.
E vengo alle conclusioni dicendo che incontri come questi, di denuncia del disvalore sociale e criminale di fenomeni come il femminicidio, simbolo brutale della discriminazione di genere, contribuiscono ad innovare la cultura giudiziaria e a rendere veramente democratico il nostro Paese in quanto solo il pieno riconoscimento e la concreta affermazione dei diritti umani delle donne segnano il grado di avanzamento democratico di una società”.
pubblicato il 18 giugno 2013
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In 60 secondi connessi a internet succedono cose da pazzi. Così tante che nello stesso tempo forse in auto riesco solo ad avviare il navigatore. On line, ogni 60 secondi scattano 2 milioni di ricerche sul motore Google, 27.800 caricamenti di foto su Instagram, 278.000 tweet, 1.875.000 like su Facebook, 200.000 (“low estimate”, avvertono gli statistici), visioni di siti porno. Parola di openculture.com
E in macchina? L’ho scritto su Carblogger e ve lo ripropongo qui. Salgo in auto con un cronometro e provo, sperando che qualcuno non s’attacchi al clacson perché vuole il posto in un nanosecondo, a Roma capita… Solo su una Porsche 911 (che non ho) so sempre esattamente dove infilare la chiave, una delle poche cose di sinistra rimaste. In 60 secondi, il bluetooth per collegare il cellulare è un terno a lotto. La radio è facile, ma nemmeno il tasto d’accensione non è più sempre in alto a sinistra, come sulle auto di una volta. Cinture, già oltre i 60 secondi… almeno nessuno ha strombazzato.
Beati in Ferrari: ogni 60 secondi si vendono 95 prodotti con il logo del Cavallino, dice al Financial Times Andrea Perrone, che gestisce più di 50 Ferrari Store in giro per il mondo e attività su licenza.
Tornando alle nostre macchine, domani potrebbe andare peggio in quanto a complicazioni. L’auto si sta trasformando in un wi-fi spot, sempre connessa non per guidare meglio ma per non perderci nulla di quel che molto, francamente, è perdibile.
Dan Akerson, numero uno di Gm, un manager totalmente di cultura finanziaria, ha annunciato l’altro giorno a Boston che entro il 2015 molti veicoli del gruppo saranno dotati di connessione 4G LTE. Auguri. Akerson, come i suoi omologhi concorrenti, è costretto a puntare su un mondo che capisce ma che (forse) non sa usare. Gm stima che negli Stati Uniti la gente usi smartphone e tablet mediamente per 2,5 ore al giorno, ben al di là delle 15 ore che la gente passa a guidare la propria auto in una settimana.
Su queste e altre tecnologie, il concorrente Ford ha messo a punto un cambio di comunicazione strategico. Per forza e non (solo) per amore: deve recuperare soldi in Europa dove i conti non tornano, con perdite di 1,75 miliardi di dollari nel 2012 (-15,9% nei primi 4 mesi 2013). Per farlo, prevede anche una diversificazione degli investimenti pubblicitari.
Funzionerà? Il problema è che tutti i costruttori puntano (in modo diverso per impegno e capacità) sulla tecnologia, in attesa di avere la macchina sempre connessa e poi una che si guida da sola. Ford però sembra voler rendere piuttosto coerente la comunicazione, oltre che accessibili i costi di diverse opzioni. Se si va su Ford.com, appare subito la maschera con tutti i dispositivi, legati all’immagine dello spot che contemporaneamente passa in tv e su tutta la gamma di schermi attraverso i quali oggi un lettore/consumatore si informa.
Con nuove abitudini. Al mattino tramite smartphone, più tardi su un pc (è anche l’ora in cui qualcuno leggerà ancora la carta, di fatto un altro schermo), la sera in tv e poi su un tablet. Il problema è che non è sicuro che chi guarda, poi compra. Meno che mai in questa Europa depressa dei consumi. Ma questa è un’altra storia. E altri dubbi vengono se, almeno in Italia, il tempo di lettura on line sui siti dei maggior quotidiani è stimato in 70 secondi. Quelli che non ho nemmeno quando mi metto al volante…
pubblicato il 17 giugno 2013
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«Il movimento riformista iraniano non è morto ma sta subendo una repressione preventiva fortissima», ci spiega Riccardo Redaelli, esperto d’Iran, autore della rivista Asia Major e docente dell’Università cattolica di Milano. «I leader del movimento sono agli arresti, il controllo di internet e delle mail frenano la libertà di espressione, ma il sostegno popolare resta ampio. La marginalizzazione del dissenso rende la società iraniana sempre più polarizzata. Nel lungo termine la conseguenza può essere la radicalizzazione del discorso riformista».
Quali possono essere le strategie di un gruppo che non trova nessuna rappresentanza politica?
Operano sempre più con mezzi poco rintracciabili, con media spontanei, organizzando manifestazioni ai margini delle partite di calcio, spingendo per l’astensionismo. Insomma, lo scopo è di evitare la repressione diretta del regime. Ne è un esempio la manifestazione di Isfahan in occasione del funerale dell’ayatollah Taheri: proteste occasionali, difficilmente prevedibili che dimostrano comunque che il dissenso, non è strutturato, ma esiste.
Questa è stata una delle campagne elettorali più appiattite su posizioni conservatrici di sempre?
Una campagna di basso profilo, che rappresenta la rassegnazione della popolazione. In passato nel periodo pre-elettorale bisognava cercarsi i voti. Ora il consiglio dei Guardiani ha permesso solo a candidati controllabili di partecipare alla competizione per ottenere una manipolazione del voto e fare in modo che i riformisti prendano solo i voti decisi dalla Guida suprema, Ali Khamenei.
A questo punto si profila uno scontro tra il moderato Rohani e il conservatore Jalili?
Le voci di una cancellazione dell’ultima ora di Hassan Rohani chiariscono l’intenzione di Khamenei di una normalizzazione totale del quadro politico. Khamenei ha eliminato tutte le sfumature di un panorama politico frammentato. Per questo, un uomo che ha fatto campagna elettorale facendo riferimento alla narrativa del movimento fa paura. Khamenei e i pasdaran temono una replica del 2009. A questo punto la Guida suprema vuole un presidente esecutore e teme sia una deriva radicale, come è avvenuto con Ahmadinejad, sia una riformista, come nell’era Khatami.
Gli iraniani invece soffrono per le sanzioni sul nucleare.
Soprattutto la media e alta borghesia occidentalizzata, mentre gli strati più bassi della popolazione godono di ampi fondi per tenere sotto controllo il malcontento. Negli incontri sul nucleare con i paesi del Consiglio di sicurezza e la Germania sembrava di assistere ad un dialogo tra sordi. E così, con la decisione di eliminare Rafsanjani, Khamenei ha formalizzato la sua intenzione di non arrivare ad un accordo sul nucleare.
Mentre l’establishment viene risparmiato dalle sanzioni internazionali?
I pasdaran non vengono toccati. Anzi aumentano traffici illeciti, di medicinali e tecnologie che arricchiscono i pasdaran. La parte peggiore del regime si sta arricchendo mentre ne sta soffrendo la qualità della tecnologia iraniana. Per questo un uomo come Jalili non chiuderà il negoziato. La sua è la peggiore candidatura possibile, non ha una struttura né un movimento politico alle spalle. Questo potrebbe andare a vantaggio di Qalibaf, ex comandante militare, e buon amministratore che attira le simpatie dei pasdaran.
Sembra improvvisamente scomparso invece lo scontro tra conservatori e ultra-conservatori che aveva segnato la politica iraniana?
Per Ahmadinejad la candidatura di Jalili è la seconda migliore, dopo l’eliminazione di Mashei. Il presidente uscente resta il grande sconfitto di questa fase politica, lo hanno mollato perché troppo radicale.
Ma i più colpiti da questa svolta conservatrice sono i mercanti del bazar?
Hanno perso parte del loro potere, in reazione ai nuovi affari loschi dei pasdaran operano anche loro tramite reti illegali. Così anziché guardare a Rafsanjani o Rohani, i commercianti del bazar si avvicinano ai pasdaran.
pubblicato il 17 giugno 2013
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Il tempo di scrivere l’ultimo post sul dilemma delle aziende di Silicon alla luce dello scandalo Prism, ed ecco i colossi internet passare alla prevedibile controffensiva di immagine. Fare la figura dei collaborazionisti dopotutto non puo’ che nuocere al business model che prevede la rivendita dei dati e metadati di consumo ed e’ predicato sulla libera immissione dei suddetti da parte degli utenti. Di fronte al muro di gomma del governo che per il momento si e’ limitato ad attaccare il “traditore” Edward Snowden come mitomane filoterrorista, Facebook e Microsoft hanno insistito che non esiste un accordo che di accesso illimitato ai loro server ma che le agenzie federali richiedono di volta in volta i dati di untenti “attenzionati”. Per dimostrarlo hanno cominciato a rilasciare informazioni sul numero di tali richieste. Facebook ha reso noto che nella seconda meta’ del 2012 il governo avrebbe chiesto e ottentuto informazioni su 19000 utenti (le richieste comprendono sia normali indagini di polizia che quelle del “controspionaggio”); la Microsoft ha dichirato di avere ricevuto 31000 analoghe richieste nello stesso periodo. Google ha detto di essere “in trattativa” col governo per poter identificare il numero esatto di richieste nell’ambito dell’operazione Prism – dato che i dati sono coperti dal segreto di stato e’ necessaria l’autorizzazione del governo. Uno dei grandi, Yahoo, era ricorso in tribunale federale per impedire l’accesso ai propri dati gia’ nel 2008 ma l’authority segreta sulle intercettazioni (FISA) aveva respinto il ricorso. Twitter fa la figura migliore in quanto avrebbe finora resistito le richieste del governo, secondo gli esperti legali e’ pero’ solo questione di tempo perche’ anche la compagnia dei tweet venga obbligata ad arruolarsi. La Electronic Frontier Foundation intanto ha dato qui le pagelle ai maggiori conglomerati valutando quanto ognuno sia disposto a difendere la privacy dei propri utenti dai soprusi della NSA. Un quadro che da un lato ridimensiona le accuse di collusione totale mosse da Snowden e dall’altro dimostra gli effetti positivi delle sue rivelazioni che stanno obbligando le societa’ a chiamarsi fuori e lo stato a giustificare la sorveglianza segreta difronte ai cittadini e al mondo.
pubblicato il 15 giugno 2013
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pubblicato il 14 giugno 2013
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Nel polverone post-datagate va concisamente al nocciolo Micahel Daly. Il suo lucido pezzo per il Daily Beast sottolinea il paradosso di un opinione pubblica scandalizzata per l’operazione Prism ma che alo stesso tempo non vede nulla di strano nel fornire volontariamente una valanga di dati alle corporation di internet. C’e’ grande scalpore, scrive Daly, per l’invasione della privacy da parte del governo ma la realta’ e’ che nell’era dei social network la privacy da violare e’ rimasta ben poca. I connotati rilevati dallo stato sono in relata’ gia’ stati abbondantmente acquisiti dai vari Google, Amazon, Facebook e tutte quelle aziende il cui business model e’ fondato sulla vendita dei nostri dati “comportamentali” e di consumo ai loro inserzionisti. Non e’ un segreto, sta chiaramente scritto nelle postille per gli utenti che quasi nessuno legge, che il prezzo per l’uso gratuito dei network o dei siti di commercio online e’ la resa incondizionale della privacy. Stranamente quando a spiare le nostre preferenze, i nostri amici e i nostri “mi piace”, perfino la nostra localizzazione via GPS, sono le multinazionali quasi nessuno trova da ridire – e la la normalizzazione del data mining privato si estende in fondo anche alla sorveglianza governativa, dato che i sondaggi rivelano che il 59% degli Americani trova “giustificata” l’attivita’ della NSA. Il bello e’ che ora a temere una ricauta negativa sulla propria immagine a causa delle rivelazioni sono proprio i colossi digitali che preferirebbero che non si presatsse troppa attenzione a quanto sia capillare la loro intrusione nele nostre vite.
pubblicato il 14 giugno 2013
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di Benjamin Petrini
Il movimento di protesta al governo islamista moderato di Recep Tayyip Erdoğan – iniziato ad Istanbul per la difesa dell’eredità storica della piazza Taksim ed estesosi poi a tutta la Turchia negli ultimi giorni – annovera una moltitudine di forze politiche e sociali. Basti pensare che alle poche centinaia di gruppi di studenti, intellettuali e organizzazioni non-governative, i quali hanno condotto manifestazioni quasi continue dal primo maggio in avanti, si sono uniti l’intero spettro delle forze politiche di opposizione al governo, convinti di poter cavalcare la protesta e scalfire il forte consenso di cui gode il partito governativo di Erdoğan, Giustizia e Sviluppo (AKP). Ciò nonostante, che le manifestazioni di questi giorni non siano il frutto di una opposizione unitaria e programmatica al governo, ma di una più strisciante insoddisfazione e rabbia sociale, è testimoniata dalle crescenti e per molti versi incontrollabili manifestazioni di protesta nelle principali piazze turche, ormai teatro di sistematici e sanguinosi scontri con la polizia.
Tra le componenti più accese e coinvolte nelle violenze, vi sono gli Ultras – i gruppi del tifo organizzato delle compagini calcistiche turche, i quali si sono uniti alle proteste nel momento in cui la repressione ha subito un’impennata. La politicizzazione e il ruolo del tifo organizzato nelle proteste anti-governative non sono nuove: durante la Primavera araba, in Egitto, le tifoserie hanno giocato un ruolo importante nella caduta di Mubarak; e soprattutto, rappresentano un elemento di forte instabilità per il nuovo ordine egiziano.
Attraverso comunicati comparsi sui social network il 31 maggio, i maggiori gruppi delle tre principali – e acerrime nemiche – squadre di Istanbul (Galatasaray, Beşiktaş e Fenerbahçe)hanno aderito ad una tregua storica con l’intento di presentarsi in piazza e nelle strade come un blocco unitario, di solidarizzare con il movimento di protesta e di unire le forze nel fronteggiare le forze di sicurezza. Con ogni probabilità, infatti, gli Ultras hanno avuto parte attiva negli scontri con la polizia che si sono succeduti nei giorni seguenti. Alcune fonti sostengono addirittura che tifosi del Galatasaray hanno “liberato” una cinquantina di tifosi del Fenerbahçe, finiti nelle mani della polizia.
Calore, passione e feroci rivalità a volte sfociate in tragedie sono i tratti caratterizzanti il tifo in Turchia. La tifoseria più marcatamente politicizzata è senza dubbio quella del gruppo Çarşı della squadra del Beşiktaş, di cui Elif Batuman ha ritratto un elegante profilo nel 2011 per The New Yorker. Di matrice anarchica, il Çarşı condivide con gli altri gruppi la vocazione anti-statalista e soprattutto di avversione alle forze di pubblica sicurezza. Recentemente, in occasione dell’ultima partita casalinga del Beşiktaş l’undici maggio scorso, il Çarşı si è scontrato a più riprese con la polizia, la quale ha fatto ampio uso di lacrimogeni.
Tornando alle manifestazioni di questi giorni, il tifo organizzato è stato facilmente riconoscibile per le vie di Istanbul: alieni alle forze politiche tradizionali, i tifosi hanno indossato sciarpe e magliette delle rispettive squadre e marciato fianco a fianco. L’unione tra i gruppi del tifo organizzato delle squadre di Istanbul – che alcune fonti locali definiscono “storica” e “unica” in trent’anni e passa di storia del tifo – è stata repentinamente seguita da altri gruppi di squadre turche, tra le quali il Bursaspor e il Trabzonspor. Il primo giugno, la terza città turca, Smirne, è stata anch’essa teatro di violenti scontri: anche qui, le tifoserie di Karşıyaka e del Göztepe, accanite rivali, hanno fatto forza comune contro la polizia.
Articolo apparso sul quotidiano Il Manifesto
pubblicato il 13 giugno 2013
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La campagna elettorale che chiuderà l’era Ahmadinejad entra nel vivo. L’assenza di candidati riformisti forti ha appiattito il dibattito politico. Ma ieri è arrivata la notizia della defezione, negli ultimi giorni prima del voto, di Mohamed Reza Aref, vice presidente dell’era Khatami. A questo punto, l’ex negoziatore per il nucleare, Hassan Rohani resta l’unico candidato moderato in campo. Rohani ha ottenuto l’endorsement dei due uomini forti Mohammed Khatami e Hashemi Rafsanjani. «Chiedo a tutti, in particolare ai riformisti e a coloro che vogliono lo sviluppo del paese di considerare quella di Rohani un’opportunità perché le loro richieste si esaudiscano», ha affermato Khatami.
Questo sostegno di tecnocrati e riformisti rafforza la candidatura di Rohani, ma allo stesso tempo aggrava la posizione del politico moderato agli occhi del clero conservatore. Il consiglio dei Guardiani ha per ora smentito una possibile squalifica di Rohani dal voto di venerdì. Ma, secondo fonti locali, la candidatura potrebbe cadere a causa delle dichiarazioni rese da Rohani sul nucleare nel secondo dibattito tv a cui hanno preso parte gli otto candidati in gara. Secondo i conservatori, il politico avrebbe rivelato informazioni riservate sul programma nucleare. Il secondo dibattito pubblico verteva su cultura, società e ruolo del governo. In quell’occasione, Rohani ha proposto l’espansione delle libertà di espressione, il rispetto della privacy e limiti ai controlli di sicurezza. Non solo, ha chiesto riforme per l’uguaglianza tra uomini e donne e per favorire la partecipazione politica.
Mentre i candidati conservatori Gholam-Ali Haddad-Adel e Saeed Jalili hanno chiesto un intervento statale più forte nelle questioni sociali. A infiammare le polemiche, è arrivata la notizia lo scorso sabato, che le forze di sicurezza hanno preso di mira il quartier generale di Rohani e Rafsanjani a Tehran. Poliziotti in borghese hanno bloccato le strade vicine agli uffici dei due politici, almeno sei persone sono state arrestate, incluso il direttore della campagna giovanile di Rohani, Saeed-Allah Badashti. Mentre, secondo fonti vicine ai tecnocrati, Ziyaedin Reza Tofiqi, dirigente del quartier generale dell’ex presidente e quattro militanti riformisti sarebbero stati arrestati nelle loro case nelle province di Kohgiluyeh e Boyer-Ahmad. Il ministero dei Servizi segreti ha anche emanato un comunicato denunciando l’«arresto di network terroristici» mobilitati dall’intento «di bloccare le elezioni del 14 giugno».
E così, tra alti e bassi, continuano le speculazioni su chi sarà il successore dell’uomo che ha spaccato l’Iran in due. Secondo un sondaggio reso noto ieri, il sindaco di Tehran, Mohammad Baqer Qalibaf risulta in testa, seguito dal candidato indipendente Mohsen Rezaei e dal moderato Hassan Rohani. Ma Ahmadinejad ha duramente criticato la chiusura del quotidiano radicale, a lui vicino, Iran. Il parlamento ha anche bloccato il tentativo degli ultra conservatori di presentare accuse di corruzione di noti politici del campo avverso al ministero della Giustizia. Infine, sono arrivate ieri anche le critiche di Amnesty International, sulle misure repressive aggiuntive adottate contro il dissenso in vista delle presidenziali del 14 giugno.
pubblicato il 12 giugno 2013
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Educazione è stata parola che si è ripetuta più volte durante il seminario parlamentare alla Sala del Mappamondo di Montecitorio voluto dalla presidente della camera Laura Boldrini lunedì scorso. “Parole libere o parole d’odio? Prevenzione della violenza on-line”, era il titolo, e anche se non tutti sono stati proprio educati (uno degli invitati ha preso la porta molto prima che l’incontro finisse per poi scriverne senza completa cognizione del risultato), il concetto chiave di quel seminario è stato, in realtà, il desiderio di un cambiamento culturale molto più ampio che non qualche regoletta per il web. Perché al di là di quello che succede online, la capacità di un confronto senza scontro, la possibilità di dialogo anche su posizioni diametralmente opposte, la volontà di gestire la collera e l’accettazione della diversità, fanno parte di una scommessa ampia che coinvolge la comunità intera, soprattutto se questa comunità vuole sentirsi chiamare civiltà. Al #nohatespeech c’erano la presidente della camera, Laura Boldrini, la ministra delle pari opportunità, Josefa Idem, il professor Stefano Rodotà, la Vice-Segretaria del Consiglio d’Europa, Gabriella Battaini-Dragoni, e tra gli inetrventi: la mamma della ragazza suicida dopo le violenze subite pochi mesi fa, il padre di una ragazza sottoposta a cyberbullismo, Raffaella Milano (Save the Children Italia), Elisabeth Linder (Facebook), Giorgia Abeltino (Google Italia), ma anche giornalisti e blogger, tra cui me medesima, Loredana Lipperini, Lorella Zanardo, Massimo Melica, Stefano Andreoli, Alessandro Bonino, Arturo Di Corinto, Giulia Innocenzi, Clarissa Gigante, Guido Scorza. Moderava Luca Sofri, direttore del “Post”. Non entro qui nel merito di tutto quello che si è detto, perché è stato già fatto altrove, perché è tardi e perché questa non è una cronaca, e quindi dirò solo cosa mi è piaciuto e cosa meno.
Mi è piaciuto che se ne sia parlato, che sia iniziato un dialogo tra istituzioni e diverse realtà che ogni giorno sono a contatto con la rete, e soprattutto sono contenta di aver parlato lì, dove si analizzavano aspetti della violenza in rete, delle conseguenze di quest’odio sulle parti più esposte, cioè le donne e i minori, e in maniera particolare le ragazze. Mi è piaciuto come tra me, Loredana Lipperini e Lorella Zanardo, si sia attivato un solido cerchio “magico”, come solo le donne riescono a fare (e non sempre), mettendo in campo in maniera armonica e straordinaria i vari aspetti del problema, senza alcuna preparazione ma solo con uno scambio rapido di idee iniziali. E mi è piaciuto sentire tante volte ripetere in quella sala che non ci vogliono leggi restrittive sul web o bavagli, che chi fa un reato in rete è già rintracciabilissimo, che la rete è un luogo proficuo di scambio e di libertà delle idee, e che quello che ci vuole è invece una seria educazione alla differenza, ovvero un ben più difficile e complesso cambiamento culturale, che definirei come un’apertura dell’orizzonte di molte teste fuori e dentro la rete, e quindi nella società. Un cambiamento di testa che Idem e Boldrini dimostrano già in atto con quello che fanno: l’ascolto della società civile per affrontare insieme la violenza contro le donne, l’andare pubblicamente al gay pride di Palermo affrontando ogni critica e meraviglia, l’aver combattuto per mettere subito in agenda la ratifica della Convenzione di Istanbul.
Quello che invece non mi è piaciuto è che questo non si sia capito fino in fondo, e non mi sono piaciuti alcuni commenti a posteriori come “il seminario è fallito”. Soprattutto non mi è piaciuto che si sia gridata alla strumentalizzazione del dolore in quella sede dove la madre della ragazza che si è tolta la vita, ha voluto parlare per libera scelta e senza forzature, niente a che vedere coi luoghi della speculazione del dolore, come tanta televisione italiana, in cui la storia serve solo per rizzare lo share e non per rendere conto della realtà. Il dolore va detto, narrato, raccontato, con i dovuti metodi e le dovute cautele. Io ci sto dentro tutti i giorni, tantissime donne mi cercano disperatamente per raccontare le loro storie affinché le istituzioni facciano qualcosa. Non le espongo mai, ma faccio raccontare quello che vogliono, contestualizzando quel dolore e quella sofferenza affinché arrivi il senso ultimo di quella storia: e cioè che la realtà va cambiata, che quella sofferenza deve cessare, e che chi racconta, come tutt*, ha il diritto di vivere una vita libera dalla violenza e da quel dolore. Chi dà voce a chi non ce l’ha, non strumentalizzando ma offrendo il testimone e senza esporre gratuitamente quel dolore, lavora per il bene comune affinché questo arrivi a poter cambiare le cose. E quale palco migliore se non quello che direttamente parla a una ministra e una presidente della camera, dove un cittadino o una cittadina possono dire apertamente: questo deve cambiare perché voi, nel vostro ruolo istituzionale rappresentate tutt* noi e quindi dovete usare quel potere per migliorare la condizione di tutt*? Il principio base della democrazia, direi.
Mi è piaciuto invece il commento di Luca Sofri che moderava e che alla fine dell’intervento Lipperini-Betti-Zanardo, ha voluto sottolineare, a una fitta platea di uomini, che i commenti che possiamo avere nei nostri blog (noi donne) rispetto a loro (uomini) sono certamente diversi. A questo aggiungo che sia io che Loredana abbiamo parlato delle minacce e dei commenti sessiti, discriminatori e violenti che abbiamo ricevuto, compresi la distorsione “violenta” delle nostre immagine ritoccate. A me hanno fatto le zanne e gli occhi rossi, a lei l’hanno messa nuda. Per non parlare di epiteti, calunnie, minacce varie, una palma che ci contendiamo con la presidente Boldrini che è stata mediaticamente lapidata, e che pur non essendo la sola a subire la violenza del web ha finalmente affrontato questa violenza nella sua giusta dimensione: cioè non uno “scherzetto”, come alcuni hanno definito, ma una violenza. Lì, ieri, pochi hanno capito la connessione tra la violenza psicologica, presente in tutte le convenzioni internazionali che riguardano le donne (dalla Cedaw alla Convenzione di Istanbul) e i suicidi delle ragazze che hanno subito assalti mediatici. Non si capisce, e allora lo rispieghiamo: non accettare la violenza in tutte le sue forme, compresa quella psicologica anche mediata dalla nuova tecnologia, non significa censurare perché quella non è libertà. Se tu mi minacci per sms o mi minacci per chat, sempre stalking rimane. Se mi ritrovo il video di una violenza che ho subito che va in giro su youtube o su facebook, è una seconda violenza, e se le autorità non fanno nulla per fermare tutto questo, la violenza si triplica, e se quella ragazza si suicida, diventa complicità alla sua morte, anzi istigazione. Se scrivo una frase o un pezzo, o dico una cosa che non va a genio a qualcuno, o se semplicemente sto antipatica e questo qualcuno mi minaccia e mi ricopre di insulti, e poi istiga altri tanto che gli insulti si moltiplicano, questa non è libertà di espressione ma è violenza. Ed è la stessa dinamica della violenza domestica: se tu non accetti la “libertà” di tuo marito a trattarti come uno straccio da terra e ti ribelli, se non accetti che ti picchi e ti riduca come una zampogna, se non accetti di farti stuprare ogni volta che lui ha voglia di fare sesso, e quindi lo denunci: quello che stai facendo non è non riconoscere il suo amore che si dimostra in “mille modi” nella sua libertà di espressione, ma ti stai difendendo da una violenza.
Una violenza che raggiunge i massimi livelli quando viene narrata, oltre che dalla rete, dai media con una sottovalutazione spropositata. Un’esempio per tutti: lo stupro della ragazza minorenne avvenuta in Ohio (Usa) raccontato dagli offender su youtube come una “bravata”. Ragazzi che, una volta rintracciati, hanno subito regolare processo e che, condannati, sono stati presentati dai principali media nazionali come due poveri ragazzi, studenti modello, ai quali era stata stroncata la carriera da giocatori da questa brutta storia, di cui si è anche nominato il nome della famiglia della vittima dando la possibilità a chiunque di rintracciarne l’identità. Ma non basta, perché poi sulla ragazza molti giovani del luogo hanno infierito attraverso twitter, mettendo in dubbio il fatto che non era stata una violenza perché lei “ci stava”. Un’aggressione, quello della rivittimizzazione e del misconoscimento della violenza attraverso la tesi del rapporto consensuale, non diversa da quella che ha subito e continua a subire la ragazza stuprata qui, a Montalto di Castro, che ha visto i suoi otto stupratori riconosciuti colpevoli dal tribunale dei minori che però ha concesso loro una seconda “messa alla prova”. Esempi che dimostrano come, al di là dei mezzi con cui si comunica e si veicola la violenza, il concetto rimane lo stesso, perché è l’impianto culturale che deve essere cambiato. Riconoscere la violenza è il primo passo per tutti, donne e uomini: altrimenti che senso ha ratificare una Convenzione come quella di Istanbul.
Per quanto riguarda gli adolescenti la cosa è ancora più delicata: perché se cresciuti in un contesto che non riconosce tutto questo, possono anche non rendersi conto di compiere reati, sia che vengano messi in opera attraverso il web che fisicamente, ma con una differenza: il bullismo diretto finisce quando torni a casa mentre quello veicolato dalla rete, entra in casa tua e sta con te 24 ore su 24, con l’optional dell’anonimato di chi ne è responsabile. Come ho già scritto un anno fa su questo argomento, nella rete possono essere veicolate ingiurie, minacce, offese gravi, forme di reato come il furto di identità per diffamare compagn* senza essere riconosciuti, rendere pubbliche informazioni private, postare fotografie o video delle amiche e degli amici senza permesso, rubare il cellulare per carpire informazioni e usarle contro compagn* diffamando pubblicamente, costruire gruppi da cui escludere intenzionalmente amici o fare dei gruppi contro alcuni amici: tutte forme di alienazione sociale dannosa che possono provocare nelle vittime ansia, timore, vergogna, rabbia, frustrazione, fino a depressione e alienazione vera e propria, e anche pulsioni suicide. In alcuni casi si tratta di reati veri e propri che, trattandosi di un minore, non sono perseguibili, ma che non possono essere lasciati senza un controllo dai genitori, i quali per il 56% in Europa non è a conoscenza di quello che i figli fanno sul web, una cifra che in Italia sale all’81%. Eppure una cosa che ho sperimentato io stessa, è che quando spieghi bene agli adolescenti che questi sono reati, alcuni gravi, molti capiscono e si mettono anche paura, mentre più difficile è rendere consapevoli i “grandi” che stanno con loro. Un caso banale che mi ha colpito è stato quello di una ragazza a cui era stato sottratto un cellulare all’interno del liceo che frequentava, un evento subito comunicato dalla studentessa ai genitori, i quali tempestivamente si sono preoccupati di parlare con la dirigente scolastica, che ha semplicemente detto che le dispiaceva e che se fosse ritornato il cellulare indietro, avrebbe restituito l’apparecchio alla ragazza. Alle rimostranze dei genitori che hanno sottolineato il pericolo di appropriazione di immagini e materiale personale della minorenne che si sarebbe potuto divulgare, la dirigente è rimasta basita, e data la sottovalutazione del fatto, i genitori hanno ritenuto opportuno avvertire che avrebbero comunque fatto una denuncia. A quel punto l’intero staff della scuola si è dato da fare per ritrovare l’apparecchio e il cellulare è saltato magicamente fuori.
pubblicato il 12 giugno 2013
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L’anno scorso, a dicembre, ho messo in piedi con Magistratura Democratica, l’incontro “Femminicidio: analisi, metodologia e intervento in ambito giudiziario. Per una strategia concreta di lavoro interdisciplinare”, uno dei tavoli più interessanti sul femminicidio che siano mai stati fatti nell’arco dell’anno: sia perché interdisciplinare, e quindi con competenze diverse tra loro (dalla magistratura al giornalismo e alla psicologia, ecc), sia perché di altissimo livello professionale, e con un intreccio di riflessioni che, una volta uscite da quel tavolo, hanno caratterizzato la campagna di informazione e di mobilitazione sul femminicidio in Italia. Oggi, grazie anche a quell’incontro, la sensibilità è cresciuta enormemente, e con la ratifica della Convenzione di Istanbul possiamo anche immaginare l’avvio di un nuovo percorso. Una svolta. Per questo sono onorata di partecipare oggi al convegno di ADMI, “Violenza di genere: nuove forme di tutela dei diritti fondamentali – Il femminicidio e la Convenzione di Istanbul”. Perché ci sono incontri che fanno la storia e costruiscono cambiamenti di realtà.
Un’emergenza sociale ed un fondamentale banco di prova per le istituzioni: il tema della violenza contro le donne ha solo come punta emergente la tragica statistica delle uccisioni (statistica che registra un inesorabile incremento - da 84 a 124 – del numero delle vittime fra il 2005 e il 2012, con 25 donne già uccise nei primi mesi del 2013, soltanto in Italia). Non meno importante, tuttavia, è il substrato sociale e culturale in cui la violenza matura, devastando sia la persona contro cui direttamente si rivolge, sia l’ambito familiare della stessa, anche in assenza di immediato pericolo per la vita e l’integrità fisica. Si avverte quindi l’urgente necessità di un diverso approccio culturale, prima ancora di un’efficace e rapida repressione dei reati commessi, ad opera di personale specializzato nell’ambito sia delle forze dell’ordine che della magistratura. Quando si parla di “femminicidio” si fa riferimento ad una realtà complessa, che investe il modo di essere delle relazioni fra uomini e donne nella società contemporanea, la struttura della famiglia e le relazioni di coppia in una dimensione chiusa, in cui spesso non c’è denuncia ed in cui le denunce, quando pure vengono presentate, sono ancora più spesso travisate o sottovalutate. Tagli ai servizi per mancanza di fondi, malfunzionamento della giustizia e cecità burocratica sono gli ingredienti di una miscela esplosiva, che sta producendo effetti laceranti in una società in crisi economica e di valori. L’incontro che si propone ha come base di partenza la Convenzione di Istanbul, che prevede forme avanzate di comprensione di un fenomeno – quello della violenza di genere – in crescita e da arginare con urgenza, rilevandone le radici profonde e dettando linee risolutive concrete ed efficaci. L’Associazione Donne Magistrato Italiane, di cui fanno parte colleghe di ogni ordine, vuole farsi promotrice di un dialogo allargato fra operatori - appartenenti alla magistratura, all’avvocatura, alle forze dell’ordine, ai servizi sociali – in grado di dare il proprio apporto per l’individuazione e la soluzione dei problemi esistenti. Si cercherà quindi di fornire spunti per una proposta normativa che, in attuazione della Convenzione, affronti il tema della violenza di genere in modo articolato e completo:promuovendo anche nelle scuole nuovi modelli culturali, potenziando i centri antiviolenza, assicurando forme di tutela che tengano conto della solitudine delle vittime, dell’insostenibilità dei tempi ordinari della giustizia e delle difficoltà di formazione della prova. Ogni passo avanti, su questo difficile fronte, non può che essere un traguardo di civiltà giuridica per il Paese.
pubblicato il 12 giugno 2013
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