Tuesday 18 June 2013

IL MANIFESTO BLOG
   
Archivi per la categoria ‘Uzbekistan’
  • Un vecchio rifugio antiaereo alla periferia di Mosca, dentro l’area di un’azienda che lavora per le forze armate, trasformato in un villaggio sotterraneo per immigrati clandestini impiegati dalla stessa azienda. Da non credersi: 110 persone tra cui moltissime donne – riferisce la rivista online Lifenews.ru vivevano in questo rifugio di soli 200 metri quadri a 15 metri di profondità, senza sistemi di ventilazione, riempito di letti a castello, diviso in due settori per maschi e femmine, con un’area riservata alla preghiera e perfino con acqua corrente e docce. Ora gran parte di questi immigrati, quasi tutti provenienti dall’Uzbekistan e dal Kirghizstan, rischiano la deportazione.

    La polizia controlla i documenti di una immigrata nel rifugio scoperto a Mosca

    Due anni di carcere rischia invece il direttore dell’azienda Mostochlegmash, un’impresa che ufficialmente produce lame per rasoi e aghi per macchine da cucire ma che secondo i media – e la polizia – produce in realtà componenti per i razzi “Igla” destinati all’industria della Difesa: è chiaro infatti che è stata la direzione dell’azienda a consentire (se non addirittura a costringere) che i lavoratori immigrati clandestini abitassero nel bunker. Alcuni di essi hanno detto di non essere mai usciti dal recinto aziendale per oltre un anno.

    Anche se può sembrare incredibile, la maggior parte dei migranti clandestini nella capitale vive proprio nei sotterranei di aziende d’ogni tipo, gentilmente “ospitati” dalle relative direzioni: negli ultimi mesi un rifugio dove vivevano decine e decine di immigrati centroasiatici è stato scoperto in febbraio sotto la stazione ferroviaria Kievskaya, in occasione di una visita del presidente Medvedev; in marzo è stato trovato un altro rifugio-prigione in una fabbrica di confezioni d’abbigliamento fuori Mosca, dove 500 vietnamiti erano rinchiusi senza poter mai uscire.

di a. d.
pubblicato il 14 aprile 2011
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  • Il mufti Ravil Gainutdin con il rappresentante del Cremlino Ivan Demidov

    Ha iniziato nei giorni scorsi a trasmettere, per ora a livello di test ma dal 1 marzo dovrebbe andare in onda a pieno regime con tutto il campionario dei programmi. E’ 1M, il primo canale tv satellitare islamico di Russia (perlomeno la prima tv  ”tradizionale” via etere, perché una web-tv chiamata Islam tv esiste in realtà già da anni)  sostenuta nel modo più ufficiale dal Consiglio dei Mufti nella persona del suo presidente Ravil Gainutdin, che ha presentato l’iniziativa insieme a Ivan Demidov, vice capo dipartimento del Cremlino per gli affari di politica interna. Il nome 1M, acronimo del fantasioso “1° canale musulmano”, appare scritto nel logo della nuova emittente con una grafia di tipo arabo, ma tutti i programmi saranno rigorosamente in russo; va ricordato che sul territorio russo si possono ricevere peraltro numerosi canali religiosi islamici, sia mediorientali che occidentali – in particolare il britannico Islam Channel (in inglese) e Al Islah Tv, sempre trasmesso dalla Gran Bretagna ma in lingua araba.

    “Sarà una televisione schiettamente religiosa, che tratterà di argomenti religiosi e di cultura”, dice il direttore generale Farit Farisov: un po’ sul modello di altre due tv confessionali ufficiali che operano nel paese, Soyuz Tv (unione) e Spas tv (salvezza), entrambe controllate dalla chiesa ortodossa. A differenza di queste, però, 1M dovrà presumibilmente fronteggiare la violenta ostilità degli ambienti nazionalisti di destra russi, che già l’anno scorso hanno condotto una campagna furiosa (e di buon successo tra la gente) contro la nascita di una nuova moschea nella capitale. Anche il patriarcato ortodosso poi, pur ufficialmente favorevole alla pacifica convivenza di strumenti propagandistici delle diverse religioni sul suolo (e nell’etere) della Russia, in realtà non nasconde un certo fastidio per le iniziative dei mufti: Non sarà quindi una navigazione facile per la nuova emittente, nonostante l’appoggio esplicito del Cremlino, che già nel 2009 con Medvedev aveva auspicato la nascita di una emittente rivolta alla vasta platea di cittadini russi di fede islamica (si calcola che siano tra i 15 e i 20 milioni) con il chiaro obiettivo di propagare un’idea moderata dell’Islam, in contrapposizione alle sue versioni più radicali che da anni trovano terreno molto fertile nel Caucaso.

    Fra l’altro in teoria esiste anche una tv islamica cecena, Put (la via), e diverse tv locali della regione caucasica e del Tatarstan hanno una connotazione abbastanza confessionale. L’altro obiettivo del Cremlino con la nascita di 1M, in effetti, potrebbe essere quello di raggiungere la vasta e incontrollata diaspora centroasiatica presente in Russia – formata soprattutto da lavoratori emigrati dall’Uzbekistan e dal Tagikistan – poco sensibili alle tematiche portate avanti dalle tv russe e spesso già “contagiati” da una visione islamista radicale. Difficile credere che una strategia del genere possa avere molto successo, soprattutto se pensata in una chiave di lotta preventiva al terrorismo.

di a. d.
pubblicato il 13 febbraio 2011
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  • La manifestazione di ultras dello Spartak e nazionalisti, sabato pomeriggio davanti al Cremlino

    Gli sviluppi delle manifestazioni di ultras dello Spartak Mosca dopo l’uccisione di un tifoso la settimana scorsa sono diventati davvero inquietanti. La giornata di sabato ha visto diversi raduni di ultras, a Mosca come a San Pietroburgo: alcuni si sono svolti tranquillamente, per coGli sviluppi delle manifestGli sviluppi delle manifestazioni di ultras dello Spartak Mosca dopo l’uccisione di un tifoso la settimana scorsa sono diventati davvero inquietanti. La giornata di sabato ha visto diversi raduni di ultras, a Mosca come a San Pietroburgo: alcuni si sono svolti tranquillamente, per coGli sviluppi delle manifestazioni di ultras dello Spartak Mosca dopo l’uccisione di un tifoso la settimana scorsa sono diventati davvero inquietanti. La giornata di sabato ha visto diversi raduni di ultras, a Mosca come a San Pietroburgo: alcuni si sono svolti tranquillamente, per commemorare la figura di Egor Sviridov, il tifoso ucciso da un giovane caucasico; ma ci sono stati anche gravissimi episodi di violenza, provocati da gruppetti di estremisti di destra e culminati in una vera e propria caccia allo straniero messa in atto sulla Piazza del Maneggio, davanti alle mura del Cremlino e nelle aree limitrofe, comprese le stazioni della metropolitana centrali. Diversi cittadini “di aspetto non slavo”, come recitano le agenzie russe, sono stati aggrediti a casaccio e selvaggiamente picchiati, mentre migliaia di manifestanti intonavano canti e slogan razzisti e nazionalisti. Il tutto, in parecchi casi, letteralmente sotto gli occhi della polizia schierata massicciamente sul posto proprio per prevenire incidenti. Testimoni hanno riferito anche di alcuni agenti aggrediti e picchiati con grande violenza perché cercavano di proteggere e mettere in salvo alcuni passanti centroasiatici.

    Solo con molto ritardo gli agenti dei reparti speciali, i ben noti Omon, sono intervenuti per disperdere i manifestanti inferociti, mentre alcuni di questi reclamavano minacciosamente la presenza del capo della polizia “per negoziare”. Ciò è effettivamente avvenuto, e Viktor Biryukov – responsabile per la capitale delle forze dell’ordine – doveva promettere agli ultras che l’inchiesta sull’omicidio di Sviridov sarebbe stata condotta “fino in fondo”. Alla fine la situazione è comunque degenerata e ci sono stati scontri violentissimi su tutta la piazza: il bilancio finale è di una cinquantina di feriti, anche gravi (all’inizio si è parlato di un morto, ma la notizia è stata poi smentita), tra cui diversi innocenti passanti aggrediti dagli ultras per il loro aspetto. Un uzbeko, assalito nella stazione della metropolitana Teatralnaya, è stato ridotto in gravi condizioni. Tutti i facinorosi arrestati sono stati comunque rilasciati entro poche ore, salvo un gruppo di sei che sono accusati dell’aggressione nella metropolitana.

    Potrebbe andare peggio agli arrestati durante l’altra manifestazione, quella delle opposizioni liberali, che si è svolta oggi in Piazza Pushkin: a differenza del giorno prima con gli ultras e i nazionalisti di destra, in questo caso non ci sono stati scontri ma solo qualche tafferuglio quando i manifestanti hanno cercato di lasciare la piazza per andare ad affiggere un cartello sul vicino palazzo del Municipio. Un giovane ha colpito in faccia un poliziotto con un fumogeno, provocandogli serie lesioni, ed è stato arrestato. Rischia fino a cinque anni di prigione. In carcere sono finiti anche, per una decina di giorni, gli organizzatori della manifestazione tra cui il leader del “Fronte di sinistra” Sergei Udaltsov e l’ex ministro Boris Nemtsov, ora leader del movimento liberale “Solidarietà”. Nessun provvedimento sarebbe stato invece preso finora contro i responsabili dei gruppi di ultras e dei nazionalisti che hanno impegnato la polizia negli scontri di sabato.

di a. d.
pubblicato il 12 dicembre 2010
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  • A Khotkovo non è rimasto più neanche un migrante. Ne vivevano alcune centinaia in questa cittadina a un’ora da Mosca, e nel giro di una notte sono scomparsi tutti. Per qualche ora si era temuto anche il peggio, cioè un vero e proprio pogrom contro gli immigrati asiatici, sullo stile di quanto accaduto quattro anni fa a Kondopoga, in Karelia; poi in un modo o nell’altro sono state evitate le violenze, ma le minacce sono bastate a far fuggire dalla città tutti gli immigrati.

    Discussione agitata tra cittadini e autorità a Khotkovo

    Analogo a quello di Kondopoga il retroterra sociale ed economico in cui è maturato il conflitto: disoccupazione elevata, presenza di numerosi immigrati (260 “ufficiali” e probabilmente oltre il doppio “reali”, su una popolazione di 25mila anime) impiegati soprattutto in edilizia, sconvolgimento della tranquilla seppur misera normalità del paese da parte dei nuovi arrivati, a loro volta frustrati e infelici. Analoga anche la scintilla che ha fatto precipitare la situazione: l’omicidio di un residente locale ferito a coltellate da un immigrato durante una rissa. A Kondopoga gli immigrati erano “interni”, cioè cittadini russi provenienti dalla Cecenia; a Khotkovo invece si trattava di immigrati dall’estero, anche se “senza visto”, cioè provenienti dalle repubbliche dell’Asia centrale e in particolare da Tagikistan e Uzbekistan – il che li rende più esposti e ricattabili.

    Il fatto è avvenuto il 26 ottobre scorso e già il 2 novembre la polizia aveva arrestato il responsabile, un tagiko. Ma tre giorni dopo, una folla di qualche centinaio di locali ha bloccato per alcune ore la strada principale, chiedendo che tutti i lavoratori stranieri presenti nel territorio di Khotkovo venissero espulsi “per sempre”. Sono iniziate allora delle complesse trattative tra il Comitato appena formatosi, che reclamava la cacciata degli stranieri, le autorità locali (che volevano evitare una misura così drastica), la polizia e altri soggetti, arrivati anche da Mosca: un rappresentante della “Camera sociale” (un organismo federale che dovrebbe occuparsi dei diritti dei cittadini), un altro di un’associazione che tutela gli immigrati tagiki, e poi alcuni dirigenti del movimento ultranazionalista “Unione slava” e di altri gruppetti analoghi, che già si stavano preparando a calare in massa su Khotkovo.

    Ben presto anche il municipio e la polizia di Khotkovo decidevano che la cosa migliore era assecondare almeno in parte le richieste dei dimostranti, che avevano già preparato un elenco con tutte le case in cui vivevano i migranti (in realtà un paio di dormitori, una ex scuola e pochi altri indirizzi) e minacciavano di dar vita a un pogrom, una caccia allo straniero. Domenica 7 novembre, in un clima di tensione, veniva deciso di espellere tutti gli “illegali”, fissando l’inizio dell’operazione per il giorno successivo; ma lunedì mattina, in pratica, già non era più possibile vedere un tagiko o un uzbeko in giro per le strade, e anche i loro luoghi di residenza risultavano vuoti, abbandonati in fretta e furia. A un controllo più attento risultava in effetti che nessun migrante si trovava più in paese. E il sindaco a quel punto emetteva l’ordinanza che il comitato dei cittadini pretendeva e aspettava: il divieto “d’ora in avanti” a qualsiasi lavoratore straniero di insediarsi sul territorio di Khotkovo. Ci sono poi voluti alcuni giorni prima che le notizie su questa vicenda arrivassero fino ai media nazionali, a partire da Gazeta.ru, che ha dedicato un lungo servizio ai fatti di Khotkovo; anche perché a questo punto, pur se sono state sventate le minacce dei comitati e dei gruppi nazionalisti di “far giustizia da soli” e di “vendicare i caduti”, tutta la storia resta comunque un segnale allarmante del clima che aleggia non soltanto a Khotkovo ma in tutta la Russia, dove ogni anno arrivano 1,8 milioni di immigrati dall’Asia centrale e dove le situazioni di estrema sofferenza sono ormai la normalità, ancor più in provincia che nelle città importanti.

di a. d.
pubblicato il 16 novembre 2010
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  • Una serie di attacchi armati di violenza crescente e infine, domenica, un agguato a un convoglio militare che ha lasciato sul terreno 25 morti e molti feriti. Non si sono ormai più dubbi sul fatto che nelle aspre regioni montuose del Tagikistan centro-orientale è in atto una guerriglia molto pericolosa, dopo tredici anni di relativa pace seguiti all’accordo di spartizione del potere fra i principali gruppi tribali del paese. Il governo di Dushanbé, subito dopo il sanguinoso assalto al convoglio avvenuto nelle gole di Kamarob, nel distretto di Rasht (circa 180 km a est della capitale) ne ha attribuito la responsabilità a due ex comandanti militari dell’opposizione islamica, Abdullo Rakhimov e Allovedin Davlatov, che avrebbero agito con il supporto di “mercenari afghani, pakistani e ceceni”. La conferma del ruolo svolto da Davlatov nell’attacco – che secondo il governo avrebbe fatto strage di “un gruppo di giovani reclute diciottenni, quasi tutte disarmate” – è venuta dallo stesso fratello di Davlatov, Khusmiddin, che lo ha raccontato alla tv di stato tagika con dovizia di dettagli sui “campo terroristi” messi in piedi da Allovedin (evidentemente tra i due fratelli non corre buon sangue).

    Nella guerra civile combattuta in Tagikistan fra il 1992 e il 1997, Davlatov e Rakhimov erano comandanti di milizie locali della regione di Rasht, di ispirazione islamica e legate all’Opposizione Unita, l’alleanza di partiti e movimenti dominante in alcune regioni e che per un certo periodo ebbe in mano anche il governo centrale di Dushanbé prima di cedere al più organizzato Fronte Popolare, sostenuto dalle truppe russe ed erede del vecchio regime del Tagikistan sovietico. La guerra finì con un accordo (mai accettato da Davlatov e Rakhimov) in base al quale anche alcuni esponenti dell’Opposizione Unita avrebbero fatto parte del governo centrale; in effetti il discrimine fra i due opposti fronti era più che altro di natura tribale e di clan, e il conflitto affondava negli interessi materiali legati ai posti di potere ben più che in radici ideologiche o religiose. Anche se non accettato da tutti, l’accordo tuttavia funzionò: di fatto ogni clan mantenne il controllo della propria regione.

    La situazione ha preso a peggiorare progressivamente con l’incapacità del governo del presidente Emomali Rahmon di affrontare i problemi sociali ed economici terribili che attanagliano il paese (disoccupazione, povertà, analfabetismo, enormi diseguaglianze); e ancor più con la sua pretesa di “modernizzare” le diverse regioni. Il “casus belli” più significativo è costituito dalla diga di Rogun – sempre nel distretto di Rasht – che dovrebbe formare un grande lago artificiale e sommergere una vasta area coltivabile e una sessantina di villaggi; gli abitanti della regione, da sempre una roccaforte dell’Opposizione Unita, hanno ripetutamente giurato di non accettare questa catastrofe senza combattere.

    Il presidente tagiko Rahmon con quello afghano Karzai

    Inoltre, nei tredici anni trascorsi dall’accordo del 1997, molte cose sono cambiate intorno al Tagikistan: l’esplodere del radicalismo islamico “stile al Qaeda” non solo in Afghanistan e Pakistan ma anche in seno alle opposizioni islamiste in Uzbekistan; il crescere del traffico di droga dall’Afghanistan verso la Russia e l’Occidente attraverso le incontrollabili montagne del Pamir tagiko; l’infiltrazione crescente di miliziani di varia fedeltà attraverso le permeabili frontiere, soprattutto dall’Afghanistan e dall’Uzbekistan (paesi nei quali esistono grosse minoranze etniche tagike). Ancora, la crescente instabilità che da diversi anni tormenta il confinante Kirghizstan, con ripetuti scoppi di violenza e tensioni sulle frontiere. Il governo tagiko dopo il ’97 ha pensato bene di “laicizzare” a forza il paese per prevenire pericolosi contagi, ma lo ha fatto con scarsa efficacia, con il risultato di dare ancor più spazio alla propaganda islamista e soprattutto lasciando che nelle aree “de facto” controllate dall’Opposizione Unita il radicalismo prendesse piede.

    Infine, c’è una componente geopolitica importante nelle dinamiche in corso in Tagikistan. Il paese è oggi forse il più stretto alleato di Mosca in Asia centrale, ma è corteggiato dagli Stati uniti per la sua posizione strategica lungo il confine settentrionale afghano; durante il primo anno della guerra afghana (2001-2002) il territorio tagiko è stato utilizzato massicciamente come retroterra di operazioni militari sia da parte degli Usa e dei loro alleati sia da parte dei “signori della guerra” afghani di etnia tagika, sia infine dagli stessi Talebani. Oggi il governo di Dushanbé vorrebbe in un modo o nell’altro incassare un dividendo, sotto forma di aiuti militari ed economici.

di a. d.
pubblicato il 21 settembre 2010
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  • Le riunioni si susseguono una dopo l’altra al Cremlino, mentre il Kirghizstan è in preda al peggior incendio da vent’anni in qua, sconvolto da violenze inter-etniche e politiche completamente fuori controllo. Intervenire o non intervenire? Scendere in campo manu militari per cercar di riportare l’ordine, o restare alla finestra? Questo è il dubbio tremendo che attanaglia la leadership russa, di fronte a una scelta che rischia di essere disastrosa qualunque sia la soluzione scelta.

    Civili e militari kirghizi su un tank durante gli scontri etnici a Osh

    Restare fermi e non fare nulla, mentre la violenza dilania un paese che si considera stretto alleato, che ospita una importante base militare russa, che ha recentemente cambiato (e sanguinosamente) regime proprio su ispirazione di Mosca, sarebbe una sconfitta terribile. Non c’è solo l’aspetto “morale”, della lealtà verso uomini e istituzioni che confidavano nell’aiuto russo e che in queste ore lo stanno disperatamente reclamando: c’è anche il possibile, se non probabile, allargamento dell’incendio anche a paesi vicini e a loro volta alleati di Mosca come il Kazakhstan e soprattutto l’Uzbekistan – in altre parole la passività russa di fronte alla tragedia kirghiza rischia di dare un colpo mortale alla tradizionale amicizia fra la Russia e i regimi centroasiatici, che ovviamente non si sentiranno più protetti dal potente vicino.

    Dall’altro lato, intervenire mandando truppe russe in Kirghizstan per “ristabilire la pace” – cioè per sostenere il nuovo e pericolante regime guidato da Roza Otunbaeva – non può non evocare in tutta la Russia, dal presidente all’ultimo contadino, il fantasma dell’Afghanistan e insieme quello, non meno spaventoso, della Cecenia. Mandare truppe in un montagnoso e remoto paese islamico in preda alla violenza dev’essere l’ultima delle cose che un dirigente o un qualunque cittadino russo possono oggi auspicare. E, dopo le lezioni apprese sulla propria pelle (nonché quelle che europei e americani stanno apprendendo oggi in Afghanistan) dev’essere molto chiaro al Cremlino che una volta partite le truppe, ogni fantasia di “intervento limitato” è destinata a sparire rapidamente in una voragine mortifera.

    Per questo i leader russi stanno disperatamente cercando una via d’uscita “terza”. C’è chi sollecita un intervento multinazionale, in cui la Russia sia sì presente ma solo come partner di un corpo di spedizione internazionale, magari sotto mandato delle Nazioni unite; c’è chi spera di convincere gli uzbeki a intervenire loro in proprio – visto che al centro della violenza interetnica c’è proprio la minoranza uzbeka che vive nelle aree meridionali del Kirghizstan; c’è soprattutto chi pensa che forse si potrebbe dare una mano al nuovo regime  di Bishkek con soldi armi e i classici “consiglieri militari”, perché se la cavi da solo usando la mano forte… Le ricette sono molte, e chiaramente nessuna appare convincente, vuoi perché richiede troppo tempo (la spedizione internazionale a targa Onu o simili), vuoi perché rischia di accendere un conflitto peggiore (affidare il lavoro sporco all’Uzbekistan di Islam Karimov).

    Tanto per mettere le cose in chiaro, Karimov ha già fatto chiudere la frontiera per respingere le decine di migliaia di profughi uzbeki in fuga da Osh e Jalal-Abad (e quei 40-45mila che sono riusciti a passare prima della chiusura rischiano di finire male…). Se ci sarà da agire, l’Uzbekistan lo farà senza mettersi i guanti bianchi. Per giunta sulla scena sono presenti anche gli Stati uniti, che in Kirghizstan hanno una base aerea molto importante per la loro guerra in Afghanistan e che quindi sono estremamente preoccupati per gli avvenimenti in corso ma, proprio per via del loro impegno afghano, ancor meno dei russi possono permettersi di fare mosse azzardate.

    Oggi Dmitrij Medvedev ha definito “intollerabile” la situazione in Kirghizstan, e una riunione ministeriale dei paesi del Patto di sicurezza collettiva russo-centroasiatico ha detto che bisognerà usare “tutto l’arsenale dei mezzi disponibili” per riportare la tranquillità nel paese sconvolto. A ore dovrebbe esserci anche un summit con i presidenti dei paesi del Patto, che dovrebbero decidere operativamente qualcosa. Purtroppo non c’è da essere molto ottimisti.

di a. d.
pubblicato il 14 giugno 2010
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  • Un nuovo grave episodio è avvenuto ieri al confine tra Uzbekistan e Kirghizstan, nella turbolenta regione della valle di Fergana. Truppe di frontiera uzbeke hanno sparato su una guardia kirghiza in pattugliamento, ferendola, e l’hanno poi portata via. Secondo il governo kirghizo, citato dal sito Fergana.ru, gli uzbeki sono sconfinati deliberatamente; a Tashkent non si vuole per il momento commentare l’episodio. Che non è il primo del genere: negli ultimi mesi anzi gli scontri e i rapimenti di guardie di frontiera si sono ripetuti con preoccupante regolarità, quasi sempre a iniziativa dei soldati uzbeki. Solo nei primi diciotto giorni di quest’anno sono avvenute già tre sparatorie con feriti.

    Posto di frontiera tra Uzbekistan e Kirghizstan

    Posto di frontiera tra Uzbekistan e Kirghizstan

    L’ultimo incidente è avvenuto nella località di Chek, ed è stato accompagnato da un tafferuglio generale cui hanno preso parte anche civili uzbeki, che hanno lanciato sassi contro i militari kirghizi. Va ricordato che l’Uzbekistan è retto fin da prima del dissolvimento dell’Urss da un regime dittatoriale semi-monarchico, guidato da Islam Karimov, feroce nemico di tutti i movimenti a sfondo religioso e/o democratico, da lui combattuti con carceri, torture e uccisioni di massa; il Kirghizstan è retto da un regime pseudo-democratico, in realtà asservito al presidente Kurmanbek Bakiev. Entrambi i regimi si barcamenano tra Russia e Stati uniti cercando di farsi sostenere ora dall’una ora dagli altri in cambio di basi militari e facilitazioni logistiche.

    Le tensioni tra i due paesi sono in crescendo, anche a causa di una frontiera mal delimitata in tutta l’area: i confini sono ancora quelli tracciati negli anni Venti dalle autorità sovietiche, che non tengono granché in conto né le delimitazioni tra gruppi etnico-linguistici né gli elementi geografici: vi è un vero e proprio pulviscolo di énclaves reciproche (anzi, “à trois”, perché anche la frontiera del Tagikistan con entrambi i paesi corre nella stessa zona) con villaggi appartenenti all’uno o all’altro paese sparsi quasi a casaccio sul territorio.

    Ma alla radice del conflitto tra i due stati c’è soprattutto la questione dell’acqua, bene prezioso in una regione – l’Asia centrale – che ne ha assai poca. Il Kirghizstan, con le sue alte montagne, ghiacciai e laghi, è il paese con le maggiori risorse idriche mentre l’Uzbekistan, per larga parte desertico o semidesertico, ne ha poca e ne consuma moltissima per le proprie piantagioni di cotone, tra le più importanti del mondo. I fiumi da cui gli uzbeki prelevano l’acqua per l’agricoltura (nonché per il consumo urbano) hanno le loro sorgenti in Kirghizstan, e quest’ultimo paese sta progressivamente chiudendo i rubinetti, con dighe e bacini artificiali, per generare elettricità. Altra causa di tensioni interstatali è il gas, che Tashkent fornisce al governo di Bishkek a tariffe sempre crescenti.

    A questo si aggiunge una generale confusione nell’area della valle di Fergana, dove la “legalità”, nel senso del pieno controllo dello stato sull’attività dei cittadini, è quantomeno vaga e dove operano attivamente diversi gruppi – anche armati – di oppositori dell’uno o dell’altro regime: gruppi islamisti, clan nemici di quelli al potere, semplici bande criminali, un po’ di tutto. In una situazione del genere, di estrema instabilità, le occasioni per scaramucce e scontri armati sono all’ordine del giorno: quello che è più preoccupante è che non si vede alcuna via d’uscita di fronte al progressivo peggioramento generale.

di a. d.
pubblicato il 18 gennaio 2010
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  • Con l’inaugurazione, lunedì, del nuovo gasdotto che collega i giacimenti di gas naturale del Turkmenistan con la Cina, passando attraverso le reti di Uzbekistan e Kazakhstan, la grande guerra globale del gas, che finora ha avuto come teatro principale l’Europa, è entrata in una nuova fase con nuovi protagonisti. Uno dei quali, la Cina, pare destinato ad assumere un ruolo ancor maggiore in futuro, dopo aver giocato con grande oculatezza le proprie carte negli ultimi anni.

    gazprom-gasdottiIl nuovo gasdotto dovrebbe raggiungere entro il 2012 una capacità di 40 miliardi di metri cubi all’anno (attualmente molto di meno, dato che in gran parte è costituito da una rete già esistente), e potenzialmente assorbire una quota preponderante della produzione di gas del Turkmenistan, che è il maggior produttore coinvolto (nonché uno dei maggiori del mondo): il che significa una sfida diretta alla Russia, che oggi acquista (o meglio dovrebbe acquistare, in base a un contratto che non viene però onorato) dal Turkmenistan 44 miliardi di metri cubi; e soprattutto significa un colpo quasi mortale alle residue chances del progetto euro-americano Nabucco, che prevede un gasdotto dal Turkmenistan al Mediterraneo via Azerbaigian, Georgia e Turchia. Realizzare Nabucco, a questo punto, sarebbe costosissimo e soprattutto inutile, dato che non ci sarebbe abbastanza gas per riempirlo; a meno di non usarlo per esportare il gas dell’Iran, secondo produttore mondiale; ma questa sembra ancora un’ipotesi irreale dato lo stato dei rapporti fra Tehran e l’Occidente.

    In compenso diventa adesso chiaro che Pechino si sta proponendo anche in questo teatro come attore di primo piano. Usando tempismo e abilità i dirigenti cinesi si sono fatti avanti con il Turkmenistan (con il quale avevano contatti e discussioni già da molto tempo) offrendo un grossissimo prestito di 4 miliardi di dollari proprio nel momento in cui i turkmeni avevano gravi difficoltà con la Russia. Gazprom, a causa della crisi e del conseguente crollo dei prezzi dell’energia,  in pratica aveva stracciato il contratto con cui nel 2008 si era impegnata ad acquistare a caro prezzo (375 dollari per mille metri cubi) la maggior parte della produzione turkmena. C’era anche stato un grave guasto al gasdotto che collega i giacimenti turkmeni alla Russia, un’esplosione che aveva messo fuori uso per mesi la pipeline e che secondo Gazprom era un “puro incidente tecnologico” mentre per i turkmeni era frutto di un’azione deliberata – la chiusura di alcuni “rubinetti” a valle – mirata proprio a fermare il flusso del gas.

    In pochi mesi, Pechino è riuscita così a entrare con tutto il suo peso in una partita già molto tesa e complessa, che coinvolge ormai Nord America, Europa, Medio Oriente e Asia e intorno alla quale si sta combattendo una guerra (in Afghanistan) sempre più costosa e sempre più inutile. Non va dimenticato infatti che già da quasi vent’anni gli Stati uniti coltivano il progetto di aprire una via di transito verso l’oceano Indiano, attraverso l’Afghanistan e il Pakistan, per il petrolio e il gas centroasiatici: il classico “grande gioco”, quello che da fine Ottocento contrappone in questa regione le ambizioni di Mosca e quelle di Londra/Washington. Adesso la partita diventa a tre.

di a. d.
pubblicato il 17 dicembre 2009
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