Sunday 26 May 2013

IL MANIFESTO BLOG
   
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  • La prima mossa di Google dopo il cambio di vertice – fuori Erich Schmidt dentro Larry Page, uno dei fondatori – è in linea con l’immagine di una società che ormai gioca a tutto campo, dai sistemi operativi alla telefonia mobile, all’editoria, alla televisione. Ieri è arrivata infatti la notizia che YouTube, di proprietà della Google, ha annunciato che comincerà a produrre fiction, talk show, insomma contenuti per lanciarsi in un settore pionieristico di una televisione che ha come piattaforma di diffusione la Rete. In una articolo scarno ma informato, come è sua tradizione, il «Wall Street Journal» ha annunciato che la società di Mountain View ha destinato 100 milioni di dollari per lo sviluppo di venti canali tematici e per il restyling del sito di presentazione di YouTube.

    Volontà egemonica
    Cento milioni sono una cifre esigua per sviluppare canali tematici, ma YouTube ha cominciato ad incassare bene con la pubblicità e l’offerta di nuovi contenuti può diventare lo strumento per attirare nuovi inserzionisti. Inoltre, di quella somma ben pochi dollari andranno per costruire l’infrastruttura hardware della televisione che verrà, perché quella già c’è. Il nodo da sciogliere sarà quindi l’individuazione dei contenuti che possono andar bene per un sito che si caratterizza per mettere a disposizione una massa enorme di video amatoriali e di video prodotti da altre televisioni. Sempre il «Wall Street Journal» informa che Google ha già cominciato a sondare il terreno per trovare autori e giornalisti consoni al suo progetto.
    La mossa di Google è però in continuità con quanto hanno sempre detto Larry Page, Sergej Brin e Eric Schmidt. La società del motore di ricerca ha sempre sostenuto che il suo obiettivo era diventare una sorta di piattaforma per stare in Rete e di offrire gratuitamente ai naviganti non solo il software necessario, ma anche i contenuti che più desideravano. E in questi ultimi due lustri Google ha infatti investito molto per diventare uno dei nodi «nevralgici» della Rete. Finora non tutto è filato liscio, ma Google non ha mai mollato la presa. Sui libri ha trattato fino alla fine con editori e autori per risolvere la questione del diritto d’autore. L’accordo sembrava fatto, ma un giudice federale lo ha bloccato. Anche su YouTube ha accettato di venire a patti con le broadcasting statunitensi affinché la questione del diritto d’autore trovasse una cornice soddisfacente per le televisioni, le imprese discografiche e cinematografiche, che chiedevano il pagamento di royalties per i video diffusi sul sito. L’accordo c’è, ma non passa settimana che qualcuno di quelli rimasti fuori chieda per sé lo stesso trattamento. C’è poi la questione del servizio «Google News». In questo caso, Google ha dovuto vedersela con Rupert Murdoch, che si è lanciato in una vera e propria campagna mondiale affinché la società di Mountain View cedesse ai «produttori» delle informazioni una percentuale degli incassi pubblicitari.
    L’annuncio di una televisione via Internet può essere però visto come un gesto ostile proprio contro Murdoch, l’unico attore globale per quanto riguarda la televisione, grazie ai satelliti di cui è proprietario e alla rete di televisioni detenuta dalla sua «News Corporation». Ma a differenza di Murdoch, però, il progetto di Google prevede nessun canone di abbonamento per la sua televisione

    Nel mondo della convergenza
    La decisione di Google di sviluppare una televisione getta infine luce su un altro aspetto sempre più rilevante per quanto riguarda la Rete. In primo luogo va ricordato che si può accedere a YouTube non solo attraverso un computer, ma anche con gli smartphone. È cioè un sito che ha già scelto la strada della convergenza tra telecomunicazioni, televisione e Internet. Da questo punto di vista, Google vuole conquistare posizioni in quei settori dove la convergenza attirerà un pubblico molto più vasto di quello della Rete stessa. Settori che i beni informati ritengono capaci di attirare la pubblicità sia degli inserzionisti «grandi» – solo negli Usa, il mercato della pubblicità televisiva è stimato in 70 miliardi di dollari – che di quelli «minuti», cioè di quelli che hanno, centesimo di dollaro dopo centesimo di dollaro, fatto diventare «grande» Google. Da questo punto di vista, la scelta «televisiva» può far diventare Google la prima grande impresa transnazionale dei contenuti.
    Siamo tuttavia solo agli inizi e non è detto che la strada al successo sia così piana. In primo luogo perché su Internet ci sono già società che offrono contenuti televisivi in streaming – Netflix, ad esempio – che hanno acquisito expertise facilmente convertibili a una televisione via Internet. Inoltre c’è il nodo dei contenuti, settore dove Google poco sa e dove trova un terreno poco simpatizzante. Chi produce fiction, talk show e altri tipi di programmi televisivi non ha mai nascosto diffidenza verso Google, perché spesso ha mostrato indifferenza alla regola aurea del diritto d’autore. Inoltre sulla sua strada c’è anche Hollywood, che ha invece sempre manifestato ostilità verso Google per lo stesso motivo. C’è da scommettere che Google proverà anche in questo caso a dare nuovo lustro e smalto alla sua immagine rispettosa di tutti. In fondo la sua cassaforte è sempre piena, nonostante la crisi economica che ha messo al tappeto molte imprese high-tech.

    Articolo pubblicato su il manifesto del 8/04/2011

di benedetto
pubblicato il 8 aprile 2011
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  • Internet connette, celebra, esalta. È vero, qualche volta ti frega. Ma si può resistere alla tentazione di esserci, magari solo perché latitanti o agli arresti domiciliari? Impensabile, ai giorni nostri. Eppure una regola aurea, ovviamente non scritta, fa del silenzio e della segretezza il punto di forza di ogni organizzazione criminale, anche se molto più che per le persone perbene, per i delinquenti la comunicazione è essenziale.

    Necessaria ma al contempo rischiosa, e le tecnologie più sono moderne tanto più paiono insicure. I criminali però, non sono più quelli di una volta. Così se il vecchio Bernardo Provenzano raccomandava ai suoi complici di non parlare in auto e di non usare mai cellulari o computer, le nuove leve del crimine sanno che per alimentare prestigio e consenso non si può essere troppo invisibili e sono disposti ad accettare qualche rischio, più o meno calcolato. Prendi Scarface, per esempio. Non quello portato sullo schermo nel 1985 da Brian De Palma, con Al Pacino nei panni del trafficante Tony Montana, ma quello alla soppressata, al secolo Pasquale Manfredi da Crotone, elemento di spicco della cosca Nicoscia-Manfredi. Inserito nell’elenco dei cento latitanti più pericolosi del Ministero dell’Interno, a suo carico ci sono accuse di associazione mafiosa, omicidio e detenzione di arma da guerra (bazooka, per la precisione).

    Considerato dagli investigatori “freddo e crudele”, c’è il sospetto che Manfredi abbia anche frequentato una sorta di scuola di guerra, dove si sarebbe specializzato nell’uso delle armi pesanti in campi di addestramento clandestini sulle colline dell’Oltrepò pavese. Insomma un curriculum di straordinario rilievo per un giovane di 33 anni, considerato che molti dei suoi coetanei a quell’età sono costretti a vivere ancora con mamma e papà.

    Questa luminosa carriera però si è interrotta all’improvviso la notte del 16 marzo scorso a Isola Capo Rizzuto, quando gli agenti del Servizio Centrale Operativo hanno fatto irruzione in una palazzina del centro in cui Manfredi si nascondeva, protetto da una fitta rete di fedelissimi favoreggiatori. E infatti a tradirlo non è stato un infame ma il suo profilo su Facebook,  dove si presentava come Scarface e trascorreva molte delle interminabili ore della sua latitanza. Si collegava in rete con una chiavetta, gli investigatori hanno intercettato la sua connessione e sono riusciti a beccarlo nel suo segretissimo nascondiglio.

    Potere e vanità, una miscela indigesta che è andata di traverso anche a Giacomo Alberto, boss del rione Bisignano di Barra, quartiere periferico di Napoli alle pendici del Vesuvio. Era tanto malato lui, che aveva ottenuto gli arresti domiciliari anche se doveva rispondere di associazione mafiosa ed estorsione aggravata.

    Ma il controllo del territorio è una cosa seria, e quando arriva l’annuale appuntamento con la Festa dei Gigli non c’è malattia (vera o presunta) che tenga: il rione si ferma e osserva, dal ciglio della strada applaude il corteo delle paranze, claudicanti altari di legno portati a spalla da decine di accoliti, in cima al quale si esibiscono improbabili musicisti e chansonnier neomelodici. Sembra Sanremo ma la giuria popolare su piazza è lì per misurare le forze in campo e tributare il trionfo alla paranza del clan dominante.

    Così, nel settembre scorso, Giacomo Alberto non ha avuto esitazioni e ha partecipato ai festeggiamenti, sicuro che la sua evasione non sarebbe mai stata scoperta, grazie al bagno di folla che invade le strade del quartiere e impedisce i controlli alle forze dell’ordine. Il boss ha ballato e cantato a squarciagola in favore di pubblico e (ahilui) di telefonini e videocamere amatoriali. Con la sua esibizione sulla paranza di famiglia, detta la “Mondiale”, ha ricordato a tutti chi comanda. Anche agli utenti di YouTube, che già poche ore dopo – potenza della rete – hanno potuto ammirare le sue prodezze. Tra questi c’erano anche i carabinieri, che appurata la resurrezione del moribondo lo hanno immediatamente accompagnato a Poggioreale.

    Walter Molino

    Articolo pubblicato originariamente su Alias del 26 giugno 2010

di Raffaele Mastrolonardo
pubblicato il 29 giugno 2010
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di Nicola Bruno
pubblicato il 23 giugno 2010
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