La resistenza è anche tecnologica. Lo è tanto più quando anti-tecnologica è l’offensiva lanciata dai regimi oppressivi. Lo spegnimento delle comunicazioni su protocollo internet ordinato dal governo di Mubarak è stato il black-out di internet più lungo e massiccio della storia. In Iran, durante le ultime elezioni presidenziali, l’interruttore è stato spento per 45 minuti e in Birmania e Nepal, sebbene sia durato più di un’oretta, la popolazione cui è stata negata la rete era di gran lunga inferiore a quella egiziana.
La severità della decisione di Mubarak ha provocato una reazione repentina all’altro capo del mondo, a Palo Alto nel cuore della Silicon Valley, dove un imprenditore iraniano, Shervin Pishevar, ha immediatamente organizzato un piano di lotta che consiste nel procurare gli strumenti necessari per bypassare l’oscuramento delle comunicazioni.
Pishevar, fuggito ancora bambino con la famiglia dalla propria patria durante la rivoluzione islamica, ha prima lanciato un appello a tutti gli ingegneri e programmatori del mondo perché lo aiutassero a realizzare il suo progetto di restituire ai cittadini del Cairo il maltolto. E poi ha inaugurato l’Open Mesh Project, un’iniziativa che vuole riportare la connessione internet nei Paesi in cui questo viene negato, sfruttando le caratteristiche collaborative che la Rete stessa ha insegnato in questi anni. La chiamata di Pishewar non è andata inascoltata e subito sono arrivate le proposte di aiuto.
Il nocciolo di partenza dell’Open Mesh Project è un software che trasforma pc e portatili in router, quei calcolatori presenti nell’infrastruttura della rete che instradano i dati in transito, gestiscono il traffico e permettono alle comunicazioni di giungere a destinazione. Visto che il sostrato fisico della rete, i cavi, erano stati resi inaccessibili dal regime, l’unica alternativa disponibile è passare per quello che nessun dittatore è riuscito ancora a sottrarre ai cittadini: l’aria. La rete di emergenza con cui Pishevar vuole risolvere problemi di oscuramento si basa infatti sul Wi-Fi.Una azienda canadese ha risposto immediatamente all’appello fornendo anche una soluzione hardware: macchine grandi come un mattone che rimbalzano il segnale permettendo ai pc di entrare in comunicazione tra loro. Si viene a creare così una grande intranet che consente di comunicare all’interno del Paese forzatamente disconnesso e di organizzare le azioni di protesta e la circolazione di informazioni. La comodità degli scatolotti di dimensioni ridotte è che di possono facilmente installare e sono altamente trasportabili, sulle auto ad esempio, ma anche nelle borse, per rendere il network il più capillare possibile. È possibile anche trasformare la intranet dei resistenti in una vera e propria internet, collegata cioè al resto della rete mondiale, basta che si trovi un accesso qualsiasi verso l’esterno, ad esempio via satellite. Per l’Egitto si è pensato di far giungere una nave in acque internazionali che sia connessa al web, e di irradiare il segnale tramite la tecnologia WiMax, che vanta ottime prestazioni wireless anche a distanze superiori ai limiti delle acque territoriali (12 miglia nautiche).
Non c’è stato il tempo materiale di inviare le armi di resistenza di massa nel Paese nordafricano, visto che il black-out è durato cinque giorni. Ma non per questo l’Open Mesh Project è meno importante o tantomeno si è arrestato. L’idea anzi è quella di inviare gratuitamente software e hardware in quelle nazioni che hanno leggi che permettono al governo di chiudere l’interruttore della rete, in modo che i cittadini possano non farsi trovare impreparati in caso di bando delle comunicazioni Ip. Insomma la resistenza si fa più sofisticata, si passa dalle pietre lanciate in questi giorni nelle strade del Cairo a dei mattoni da portare con sé per costruire una rete di informazioni e democrazia.
pubblicato il 16 febbraio 2011
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di Carola Frediani
È un numero che finora non era mai riuscito a nessun prestigiatore: far sparire 80 milioni di persone in 13 minuti. Un secondo prima stavano freneticamente parlando, chattando, leggendo, inviando messaggi; un secondo dopo sono state silenziate. Voilà. Il trucco c’è ma non si vede.
Quanto avvenuto in Egitto la sera del 27 gennaio va infatti oltre la semplice censura. Lo hanno chiamato coprifuoco elettronico totale. Significa tagliare tutte le comunicazioni tranne le linee telefoniche fisse, e cioè web, email, sms, cellulari. Un’operazione di oscuramento di un Paese che non ha precedenti, iniziata già qualche giorno prima, con il blocco delle connessioni ai social network più usati dalla rivolta anti-Mubarak, Twitter e Facebook; e proseguita con l’ordine dato ai fornitori di connettività locali – Vodafone Raya, Link Egypt,Telecom Egypt, Etisalat Misr – di chiudere i rubinetti del traffico. Uno switch-off previsto dalle leggi egiziane in caso di richiesta del Ministero delle comunicazioni per emergenza nazionale. Una strozzatura avvenuta a livello di router, i computer che instradano il traffico internet fungendo da snodo delle autostrade digitali. E che si è ripetuta poco dopo per bloccare sms e telefonate via cellulare.
pubblicato il 15 febbraio 2011
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di Silvia Bencivelli
Avete presente il carrello della nonna? Quell’oggetto un po’ fetish, in genere a quadretti o a tinta unita che le signore di una certa età trascinano lentamente tra i banchi dell’ortofrutta riempiendolo di sedani e cipolle? Quell’oggetto che una donna performante in carriera, o una precaria con turni di dodici ore, non utilizzerebbe manco morta, visto come sono comodi i sacchetti di plastica che ti danno direttamente alla cassa del supermercato? Beh, il carrello della nonna sta tornando di moda. E gli “shopper”di cui sopra si preparano a scomparire. Se non lo hanno già fatto. Che succede? Telefonate subito alla nonna.
Scoprirete che è solo l’ultimo capitolo della lunga storia d’amore tra la plastica e la casalinga: una storia iniziata negli anni Sessanta con il Carosello di Gino Bramieri e che oggi cambia strada a colpi di legge con il bando e la scomparsa (lenta, almeno nelle grandi città) dello shopper. Perché il sacchetto si fa col petrolio, non è biodegradabile ed è fragile: lo usi poche volte, ben che vada ci metti dentro la spazzatura, molte volte finisce a svolazzare sopra alle nostre discariche abusive, per le strade, su boschi e spiagge.
pubblicato il 15 febbraio 2011
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di Silvia Bencivelli
Su quella umana, a volte, non si può contare. Anche quella divina troppo spesso fa acqua. Eppure, in certi casi, la giustizia può anche avere l’aspetto di una signora in camice bianco che al posto della bilancia ha in mano due provette. E allora la storia comincia a cambiare. Piano piano, un frammento alla volta, si restituisce un’identità a chi l’ha persa tra le dita di un carnefice, a chi è stato cresciuto con un nome diverso da quello con cui è nato, a chi è stato ingannato e costretto ad amare la famiglia dell’assassino dei suoi genitori come se fosse la propria. Si torna a essere Carla, Francisco, Victoria, figli di desaparecidos, di una delle cinquecento donne incinte sequestrate e uccise dopo il parto dalla dittatura militare argentina, o già madri ma di bambini troppo piccoli per ricordare: cinquecento tra i trentamila scomparsi negli anni tra il 1976 e il 1983.
pubblicato il 26 novembre 2010
Tag: argentina, desaparecidos, dna, genetica
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di Gabriele Cazzulini
Si è concluso a Stoccolma il processo di appello per The Pirate Bay, il noto sito per lo scambio di file accusato dall’industria musicale di essere una fonte di download illegale.
The Pirate Bay era il sito web svedese che “tracciava”, cioè indicizzava, i file BitTorrent, un formato per scambiare file di grandi dimensioni col sistema “peer-to-peer” (p2p), cioè direttamente tra gli utenti. Molti dei file in questione però sono coperti dal copyright. Leggi il resto di questo articolo »
pubblicato il 21 ottobre 2010
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di Alessandro Delfanti
La Sgae o Sociedad General de Autores y Editores è l’equivalente spagnolo della Siae, la Società Italiana Autori ed Editori. Mentre eXgae, come dice il nome, è un gruppo basato a Barcellona che lotta contro l’entità che gestisce i diritti d’autore e ne chiede la chiusura o quantomeno una riforma radicale. eXgae è uno degli esperimenti più avanzati del fronte per la liberazione della produzione culturale dai lacci imposti dal copyright, che sostiene le grandi aziende e i dinosauri della cultura alla faccia delle trasformazioni causate dall’avvento di Internet. Poche settimane fa la Sgae ha fatto pervenire a eXgae una lettera in cui intimava di non usare più quel nome (che richiama troppo da vicino il loro) e di cessare le sue attività. Simona Levi vive a Barcellona ed è una delle principali animatrici di eXgae. Le abbiamo chiesto di spiegarci cosa fa eXgae, quali saranno le conseguenze di un’eventuale causa contro di loro, e cosa accadrà se e quando (perlomeno in Spagna) vivremo in un mondo ex-Sgae.
pubblicato il 19 ottobre 2010
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di Silvia Bencivelli
Le prendi la mano, ti stringi a lei, alzi gli occhi al cielo e le indichi una stella cadente. Proprio sopra di voi. Avete espresso un desiderio? Romantico, sì. Peccato che la stella cadente non sia altro che un cumulo di pattume. Pattume spaziale, astroimmondizia, sfuggita dall’enorme discarica rotante fluttuante sopra alle nostre teste. Bulloni, pezzi di satellite, croste di vernice. Avanzi di missioni spaziali e resti di satelliti sovietici, in giro tra le stelle forse dai tempi di Breznev.
Delusi? Dev’essere così che si sentono gli amanti di Terzigno e quelli della Zisa di Palermo. Con la differenza che nessuno scende in piazza per l’emergenza rifiuti spaziale e che, probabilmente, almeno per quanto se ne sa, la malavita organizzata non ha ancora cominciato a scaricare sulla Luna i resti delle proprie attività.
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pubblicato il 14 ottobre 2010
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- C’è un po’ di Italia nel nuovo browser di Microsoft, Internet Explorer 9, forse il miglior prodotto per stabilità, sicurezza e performance disponibile al momento e presentato il 15 settembre scorso a San Francisco. Uno degli sviluppatori del progetto è infatti Giorgio Sardo, giovane programmatore italiano divenuto uno degli evangelist (un pioniere che leva la propria voce a sostegno di una tecnologia) del colosso fondato da Bill Gates, che porta in giro – negli organi istituzionali preposti alla standardizzazione e tra gli sviluppatori – il verbo dell’Html5. Per le abitudini della Silicon Valley, dove risiede da qualche anno, Giorgio è giovane, per quelle italiane è ancora “un ragazzino”: ventisei anni. Eppure già un curriculum invidiabile alle spalle. Da studente al Politecnico di Torino partecipa nel 2006 al concorso per programmatori promosso da Microsoft e British Telecom, la Imagine Cup Innovator Accelerator, vincendo (il team era composto anche da Massimo Paternoster, Silvia Perrone e Andrea Sossich altri studenti del Politecnico) la finale di Delhi con un progetto software, Hello World, per la raccolta di dati biometrici e comportamentali. Un vittoria che cambia la vita e soprattutto spalanca le porte di quella professionale. Nonostante le attenzioni ricevute dall’industria, Giorgio torna a Torino e termina l’università. A quel punto la chiamata nella sede londinese di Microsoft diventa irrinunciabile, anche se l’Europa sta stretta a chi vuole conquistare il mondo dell’information technology.
pubblicato il 7 ottobre 2010
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C’è uno spettro che si aggira per il mondo, è un virus informatico che si chiama Stuxnet e che ha attaccato hardware e software usati negli impianti di controllo della rete elettrica, del gas e anche delle centrali nucleari iraniane. Il governo di Ahmadinejad ha dichiarato di aver risolto i problemi causati dal virus, ripulito le macchine infette e che non ci sono stati malfunzionamenti alle centrali nucleari dovuti a Stuxnet. La stampa occidentale ha dato subito ampio risalto alla vicenda leggendo nell’episodio un altro capitolo di quella che viene ormai chiamata cyber-guerra, il conflitto condotto con armi tecnologiche, dai codici maligni, come in questo caso, ai sabotaggi delle infrastrutture di comunicazione. Attacchi ad alto tasso hi-tech si sono verificati in Estonia nel 2007, in Georgia nel 2008 (in entrambi i casi, si dice, da parte russa) ma anche negli Stati Uniti all’inizio dell’anno (anche Google tra le vittime e mandante, pare, la Cina). Questa volta, invece, a subirlo è uno dei cosiddetti “stati canaglia” – e si segnalano le prime infezioni anche in Cina proprio in questi giorni – e questo fa pensare che la sorgente dell’offensiva sia occidentale. La minimizzazione giunta da Teheran, non si sa fino a che punto “di rito”, fa il paio con l’enfasi, talvolta esagerata, dei media occidentali. Proprio per questo è utile distinguere nella vicenda quanto, allo stato, è certo da quanto rimane nel campo delle speculazioni. Allo scopo abbiamo chiesto aiuto a Feliciano Intini, uno dei massimi esperti italiani di sicurezza informatica e stratega di cyber-security in Microsoft. “Il virus è complesso, aggrega infatti tante funzionalità, nessuna delle quali particolarmente innovativa ma che non sono mai state messe tutte insieme: è un mosaico di codice maligno scritto anche in diversi linguaggi di programmazione e anche questo è insolito”.
pubblicato il 6 ottobre 2010
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Ci sono stati momenti epocali nella storia delle tecnologie di rete, come quando Tim Berners Lee nel 1989 chiese l’autorizzazione al Cern per avviare un progetto sull’ipertesto, dando luogo niente meno che al web. O quando il programmatore finlandese Linus Torvalds inviò in un newsgroup la sua richiesta di aiuto per sviluppare un sistema operativo open source di cui aveva abbozzato un nucleo: da lì nacque Linux. O la nascita del primo servizio di file-sharing (Napster), o del VoIp (Skype) o della prima rete interoperabile per la comunicazione in mobilità, il Gsm. Insomma accadimenti più o meno noti che hanno cambiato la vita degli utenti. Oggi, anche se non tutti lo sanno, siamo all’inizio di uno di questi momenti e il nome dell’innovazione è Html5 (Hyper Text Markup Language 5). Si tratta della nuova versione dello standard per la scrittura di pagine web. E’ in via di ratifica da parte delle istituzioni preposte (W3C e WHATWG) ma gli sviluppatori di siti e di applicazioni stano già lavorando coi nuovi vocaboli e la nuova sintassi.
pubblicato il 5 ottobre 2010
Tag: browser, Html5, IE9, Microsoft, standard
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