di Franco Carlini, il manifesto, pag. 3
Catherine Sialo ha 36 anni; è sposata con due figli e vive a Kiserian nel Kenya. Il 5 ottobre ha chiesto un prestito di 300 dollari che si impegna a rimborsare in 12-18 mesi e con cui acquistare parrucche, shampoo e altri prodotti per rifornire il suo negozio di parrucchiera. Iniziò quasi per caso, facendo treccine nei capelli alle ragazzine di scuola. Ebbe un primo prestito di 117 dollari nel 2004, che ha restituito agevolmente; quello successivo, di 200 dollari, venne usato per acquistare un asciugacapelli e altri prodotti cosmetici. Ora vuole migliorare le sue forniture e per questo si è rivolta al sito Internet Kiva.org, aperto due anni fa dai coniugi americani, Matthew e Jessica Flannery. Lo fecero di ritorno dall’Africa dove erano rimasti colpiti dalla quantità e qualità di alcuni progetti di imprenditoria di villaggio. Erano esempi di microfinanza, dove delle banche locali prestavano qualche centinaio di dollari a piccole imprese, quasi sempre gestiti donne, per aprire una qualche attività, per lo più di commercio. Il caso più noto, internazionalmente è quello della Grameen Bank che iniziò le sue attività nell’ormai lontano 1979, in Bangladesh. Ma il denaro costa comunque, specie quando chiesto alle banche, e allora come trovarlo senza oneri eccessivi? La parola Kiva in Swahili significa «accordo» o «unità». Usa un meccanismo simile a quello di eBay, dove si svolgono le aste online sugli oggetti più disparati, ma in questo caso tutto è rigorosamente non profit: il sito perciò raccoglie, vaglia e segnala in rete le richieste di prestito che arrivano dai paesi più diversi come Honduras, Uganda, Samoa, e sollecita noi singoli finanziatori volontari a contribuire alla raccolta, da un minimo di 25 dollari in su. In questo modo il rischio viene ripartito e risulta minimo. Il prestito avviene attraverso un’istituzione di microcredito che agisce come partner locale. Nel caso di Catherine si tratta per esempio del Women`s Economic Empowerment Consort. Le Ong dunque non fanno ricorso alle banche esose, ma al volontariato di rete. Periodicamente coloro che hanno prestato dei soldi vengono aggiornati, sia sul sito che via e-mail, riguardo allo sviluppo del progetto che hanno finanziato. L’interesse caricato al creditore viene usato solo per le spese di gestione e chi presta non riscuote alcun interesse; semplicemente gli vengono restituiti i soldi, di solito nel giro di un anno. Ognuno di questi business è anche una storia umana e per ogni progetto c’è una scheda personale, con foto, del destinatario/a del prestito.
Siti analoghi, ma anche assai diversi, sono Prosper.com, cui ricorrono specialmente cittadini americani per pagare i debiti contratti col le carte di credito, e Zopa.com. In entrambi i crediti vengono remunerati con un certo interesse. Prosper in particolare usa un meccanismo di fiducia: i singoli aderenti possono associarsi in gruppi e più un gruppo è puntuale nella restituzione, più facilmente riceverà altri prestiti. In tutti questi casi vale lo slogan che un prestito può cambiarti la vita.
pubblicato il 14 ottobre 2006
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di Franco Carlini, il manifesto
Nell’anno domini 1984 avvenne in America un atto di «banditismo», per chi voglia usare il linguaggio di Silvio Berlusconi. A seguito di una causa antitrust aperta 10 anni prima, il monopolista telefonico At&t venne rotto, creandosi d’imperio «statalista» sette società telefoniche regionali (Rboc, Regional Bell Operating Companies) e lasciando alla vecchia At&t il traffico a lunga distanza, con l’aggravante per lei, di dover competere infine con altre aziende come Mci.
Nell’anno del signore 2006 due oligopolisti della televisione e della relativa pubblicità, Rai e Mediaset, dopo 12 anni di sentenze della Corte Costituzionale e di richiami dell’Unione Europea, saranno forse obbligate a liberare un po’ di frequenze e a trasferire uno dei loro canali (a scelta) su un’altra piattaforma (a loro scelta). Potranno decidere per il digitale terrestre, come è probabile, visto che al 2012 tutta la tv italiana sarà tale, ma anche il satellite, che però pare oggi in relativa stagnazione, oppure, se avventurosi, la televisione via Internet, la cosiddetta IpTv.
Il governo non privilegia una tecnologia, ma si limita ad allargare lo spazio per altri concorrenti, con lo scopo (1) di aumentare il pluralismo delle voci televisive e (2) di incentivare anche in questo modo la modernizzazione del nostro sistema tv, tra i più fermi in Europa. Non lo fa con un esproprio, ma con regole valide per tutti, allo stesso modo che il ministro Di Pietro propone una nuova convenzione per le autostrade. In entrambi i casi a un bene pubblico e scarso (l’etere e l’asfalto in forma di autostrada) viene proposto un nuovo contesto.
La differenza tra la rottura dell’At&t e quello che potrebbe succedere in Italia sta nel fatto che il primo, dopo molte resistenze, avvenne in accordo col monopolista, che decise di accettare la sfida della competizione aperta, mentre da noi il solo annuncio di un progetto che il parlamento poi discuterà ha suscitato reazioni verbalmente esagerate. Esse confermano peraltro che in molta industria italiana, e in Mediaset in particolare, non esiste la cultura del mercato. Si ricorderà che la conquista della Mondadori da parte di Berlusconi non avvenne grazie a superiori capacità di industriali, ma in virtù di una sentenza che il tribunale ha riconosciuto taroccata; così come la riaccensione delle reti Mediaset, dopo che alcuni pretori le avevano dichiarate fuori legge, avvenne grazie a uno scambio politico con Bettino Craxi, un fatto ormai pacificamente riconosciuto con pubblica esternata gratitudine dai vertici di Mediaset.
Ma come mai sono così enfatici gli strilli di Berlusconi-Confalonieri? Non è credibile la motivazione solo politica («una vendetta contro di noi»). Più sensato pensare che sia una vera questione di fatturato e di utili, dato che Mediaset, malgrado i suoi successi più recenti (3,678 miliardi di euro nel 2005, con una crescita del 7,5 % rispetto all’anno precedente) comincia a mostrare segni di stanchezza, perché stanco e in rallentamento è il mercato pubblicitario italiano. E il tetto del 45 per cento del mercato pubblicitario che il ministro Gentiloni propone per ogni emittente dominante significa per Mediaset una ulteriore riduzione dei profitti. Con il modello matematico della legge Gasparri, che calcolava in altro modo i tetti pubblicitari, Fedele Confalonieri aveva pronosticato una crescita di 1-2 miliardi di euro, che ora non ci saranno più. Attenzione: non si parla qui di andare in deficit,né di licenziamenti, ma di una crescita minore, o di una stasi rispetto allo sperato.
Le regole dal capitalismo ci dicono che là dove ci sono affari interessanti, presto giunge la concorrenza e che non va fermata. Chi è arrivato per primo godrà il vantaggio di avere già conquistato una fetta importante, ma ogni imprenditore serio sa che nessuna fetta è per sempre, e meno che mai sempre in crescita, specie nei settori maturi: i profitti dell’oggi vanno usati per esplorare i nuovi settori in crescita. Così i più saggi tra i calzaturieri, sapendo che i cinesi arrivavano, si sono attrezzati per tempo, mentre i più imprevidenti si sono rifugiati sotto le ali della neoprotezionista Emma Bonino.
Mediaset, forse fidando nel peso politico del suo fondatore, non si è attrezzata per il nuovo, né ha saputo utilizzare in maniera «visionaria» i miliardi di liquidità che si trova in cassa. Per quanto entrambi sinceramente reazionari, Murdoch e Berlusconi hanno seguito strade diverse. L’uno non si è messo in politica (ma l’ha influenzata pesantemente) e comunque ha deciso di avventurarsi con coraggio in settori a lui fino a ieri ignoti come la free press, la rete Internet e i relativi mercati pubblicitario. L’altro invece si è rintanato nel flusso di cassa costante degli spot e dei format stantii e se oggi ne paga il prezzo non è colpa di Gentiloni.
pubblicato il 14 ottobre 2006
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