Blogger appassionati e comunicatori online di lungo corso, prendete nota: il New York Times cerca un nuovo community and social media producer da affiancare alla propria redazione. I requisiti ideali? Un giusto equilibrio tra capacità di valutazione delle notizie, conoscenze tecniche, esperienza con i mondi di Twitter e Facebook. E ovviamente, una forte propensione a lavorare in gruppo e rapidamente. Tra i compiti di questa nuova posizione rientrano la supervisione dei commenti, delle foto e dei contenuti generati dagli utenti; il coinvolgimento dei lettori attraverso idee nuove e creative; la stesura di standard efficaci per la gestione e moderazione dei contenuti dal basso; e la definizione di strumenti e strategie per l’utilizzo dei social media insieme agli informatici.È la frontiera del nuovo giornalismo, bellezza. Un confine, che visto dall’Italia, è ancora una labile linea d’ombra – a partire dal fatto che il New York Times cerchi questa figura con un annuncio online, e non per cooptazione: una modalità che nel nostro panorama editoriale è praticamente fantascienza. Un Far West – ma senza indiani ‘cattivi’ – lucidamente esplorato da Sergio Maistrello in Giornalismo e nuovi media. L’informazione al tempo del citizen journalism, un saggio appena pubblicato da Apogeo. Dove l’autore – che essendo un giornalista è ben consapevole dei limiti attuali di questa professione nonché della Grande depressione in cui è caduta l’editoria tradizionale – cerca uno sguardo ottimista, soffermandosi sulle opportunità offerte dalla rete per far rinascere l’informazione dalle sue ceneri.
In questo senso il social media editor incarna il futuro. Il «redattore della socialità», il «costruttore di relazioni», come lo chiama Maistrello, stende un ponte tra la redazione e i lettori; porta le notizie sui social network mentre fruga Twitter & co. alla ricerca di informazioni, fonti, fatti. E non si tratta di una moda o di mero “socialwashing”, cioè di un’adesione superficiale se non fittizia alle piattaforme online per rinfrescare il proprio brand. I dati parlano chiaro: tra il 2008 e il 2009 il New York Times ha decuplicato la quota di traffico generata dal solo Twitter, che ha superato il 10 per cento del totale. Del resto, dallo scorso gennaio, anche la BBC ha una figura analoga, investita del ruolo di tessitore di relazioni e di segugio delle soffiate online.
Ma se da un lato stanno nascendo nuove professionalità, è anche vero che dall’altro tramontano vecchie impostazioni e pratiche deontologiche. Come spiega Maistrello, non solo chi sta sul fronte del giornalismo-community, ma anche tutti i redattori camminano ormai in bilico tra pubblico e privato. La conversazione in rete si nutre di spontaneità, istinto ed empatia, qualità che d’altro canto possono mettere a repentaglio la credibilità e l’immagine di indipendenza di una testata giornalistica. Un dilemma che il Los Angeles Times ha risolto col seguente principio: «Occorre partire dal presupposto che la vita professionale e la vita personale finiranno per coincidere online, a prescindere dall’attenzione che ci si mette nel separarle». Pertanto, è la raccomandazione ai giornalisti, bisogna evitare di «scrivere o postare qualunque cosa che possa mettere in imbarazzo il Times o mettere a rischio la possibilità di fare il vostro lavoro».
Del resto, anche la fisionomia del redattore tipo sta cambiando. La rete di corrispondenza delle grandi redazioni viene progressivamente sostituita da reporter con lo zainetto (backpack journalist, li chiamano in inglese), o all-platform journalist. Professionisti senza sede fissa, muniti di tutte le tecnologie miniaturizzate necessarie per trasmettere testi, immagini, audio e video, abili nel destreggiarsi tra diverse piattaforme, senza orari fissi di lavoro. E soprattutto equipaggiati con la giusta dose di entusiasmo. Perché anche se, come dice Maistrello, «saranno anni tremendi», comunque «non c’è mai stato un momento migliore per essere giornalisti». Sembra una professione di fede. Ma alla fine del libro ci ha quasi convinti.
(Articolo pubblicato su Alias del 12 giugno 2010)
pubblicato il 14 giugno 2010
Tag: giornalismo, social_media_editor; maistrello
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4 Commenti a “Cronisti con lo zainetto”
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[...] Continua sul manifesto.it [...]
15 giugno 2010 alle 03:46
[...] Cronisti con lo zainetto – il manifesto – [...]
16 giugno 2010 alle 09:01
[...] frontiere delle notizie non sono tutte uguali. Ci sono quelle virtuali, raccontate qui sopra e a fianco, e ce ne sono di reali e pericolosamente concrete: macchine bruciate, minacce di morte, [...]
16 giugno 2010 alle 10:24
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