Wednesday 16 May 2012

IL MANIFESTO BLOG
   Tecnologie e culture digitali – a cura di effecinque
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Cinguettii in redazione
  • La storia di Twitter (letteralmente ‘cinguettatore’) è breve ma già densa di eventi e significato. Dalla sua diffusione, iniziata in una conferenza per sviluppatori nel 2007, a oggi il social network composto di microblog con contenuti in formato sms e condivisi con gli amici ha superato i cento milioni di utenti.

    I motivi del successo e le nuove possibilità abilitate in vari settori della vita professionale e privata – impreviste dai suoi inventori Jack Dorsey, Biz Stone ed Evan Williams – sono ora raccontati in Comunicare con Twitter. Creare relazioni, informarsi, lavorare (Hoepli, 2010), instant book di Luca Conti, noto blogger autore di Pandemia.info e giornalista free-lance da tre anni, per scelta.

    Molti degli avvenimenti che hanno segnato la vita di Twitter e che lo hanno portato nella storia della comunicazione sono connotati dall’uso della piattaforma per informare in tempo reale, grazie alla possibilità di pubblicare con un semplice sms. Quasi tutti trovano spazio nel capitolo dedicato a Giornalismo e informazione. Dalle foto dell’aereo nel fiume Hudson, scattate da un pendolare e pubblicate online mentre le operazioni di soccorso non erano ancora terminate, alle cronache da Teheran in occasione delle ultime sanguinose elezioni, alle rivolte delle minoranze cinesi.

    Anche in Italia c’è il celebre caso in occasione del terremoto in Abruzzo, quando i primi a parlare del sisma – prima delle agenzie di stampa – furono i cinguettii degli utenti italiani. Tutti casi, questi, del cosiddetto giornalismo partecipativo, fatto da testimonianze dirette sul campo per mano di dilettanti della comunicazione. Casi virtuosi in cui questi dilettanti hanno fornito ai professionisti materiale nuovo, fonti alternative e istantanee. Nella cronaca dai Paesi i cui regimi censurano i media tradizionali, poi, spesso i brevi tweet sono le uniche fonti di controinformazione, spesso più attendibili di quella ufficiale.

    Ma c’è anche l’altra faccia del rapporto Twitter-informazione, quella in cui sono i professionisti dei media tradizionali dell’informazione a usare o abusare della piattaforma. Disprezzarla o sopravvalutarla. Tra i primi ad accorgersi delle potenzialità dei tweet è l’ex direttore dell’edizione online di Business Week, John A. Byrne, che nel 2008 propose alla redazione di aprire account con cui tenere aggiornati i lettori sulla loro attività. Cinquanta giornalisti accettarono la sfida e si dotarono di account @BW. Ovviamente la trasparenza della vita di redazione non è totale, un certo riserbo è necessario per le notizie su cui c’è concorrenza, ma tutto il resto, a partire dall’apertura dell’edizione del giorno dopo o il motivo dell’esclusione di alcune storie, viene condiviso coi lettori più affezionati. Che ripagano con la tanto agognata fedeltà a testata e giornalisti.

    La Cnn invece è stata imbeccata da uno spettatore all’adozione di Twitter come strumento di relazione col pubblico. Un fan del canale all news aprì un account non autorizzato a nome Cnn aggregando centinaia di migliaia di seguaci (“followers” in twitterese) con la semplice riproposizione delle notizie sfornate a ciclo continuo dall’emittente. Resasi conto del fenomeno nel 2009, anziché citare in tribunale l’impostore, l’emittente lo assoldò facendolo diventare consulente per la formazione e l’aggiornamento dei propri dipendenti. Un caso analogo è in corso in Italia, con un account @corriereit che rilancia gli articoli della versione online del Corsera, pur facendo capo a un privato utente senza relazioni con, né reazioni da, via Solferino.

    Il tempo reale però espone i professionisti dell’informazione a rischi nuovi, o meglio aumenta pericoli già noti come la mancata verifica dell’attendibilità delle fonti, accentuata da una cronaca che si fa quasi diretta ma per interposta persona. Solo una buona conoscenza della twittersfera permette di capire l’autorevolezza di un utente e la veridicità delle sue informazioni. I recenti aggiornamenti che permettono la geolocalizzazione dei tweet in questo senso faciliteranno le cose. Ci sono poi i formati che il nuovo mezzo di comunicazione origina, come l’intervista in tweet (twintervista), fatta da venti domande e risposte in centoquaranta caratteri. Non è quindi un caso se lo slogan di Twitter è stato modificato meno di un anno fa da What are you doing? a What’s happening?

    (articolo pubblicato originariamente su Alias del 12 giugno 2010)

di gabrieledepalma
pubblicato il 15 giugno 2010
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