Daresti il tuo voto a quest’uomo? A quest’uomo: quest’uomo spelacchiato, grassottello, mal rasato, con gli occhiali fuori moda e i denti storti. Non pensare di essere creduto, se dici che dipende dal suo programma politico e non dal lavoro del suo dentista. Siamo il paese del presidente liftato e della ministra più bella del mondo (secondo la rivista tedesca Bild, mica secondo noi), quella capace di ammettere con invidiabile candore che l’aspetto gradevole facilita la vita, soprattutto in un mondo maschilista come quello della politica. Non ti crede nessuno, insomma. Ma sappi che non è perché sei italiano. Pensa ai presidenti americani: bellocci, in forma e capelluti. Tra loro, anche un attore. E non è nemmeno una roba moderna: Franklin D. Roosvelt era zoppo per una poliomielite, ma non giravano foto di stampelle, e prima di lui suo cugino Theodore aveva pagato con anni di palestra il fatto di avere il fisico segaligno, inadatto alla virile politica americana. A questo punto ci aspettiamo che tu ti rassegni all’evidenza e che alzi le spalle.
Ma come reagiresti se proseguissimo dicendoti che tutto questo ha molto a che fare con la struttura biologica del tuo cervello? Lo sappiamo: ci accuseresti, come al solito, di essere dei riduzionisti. Di voler scomporre al microscopio i fenomeni più complessi della meravigliosa complessità umana per ridurli a frammenti di niente, strumentali solo alla descrizione scientifica dell’universo e quindi alla sensazione di onnipotenza tipica di chiunque indossi un camice bianco. Forse non avresti nemmeno tutti i torti. Ma intanto, intorno a te, ci saranno sempre più scienziati e sempre più umanisti pronti a indagare insieme sul perché il nostro mondo va come va: perché votiamo in un certo modo e abbiamo comportamenti sociali di un certo tipo. O perché certe comunità si comportino in un modo e altre in un altro. E ci saranno sempre più politici con accanto un esperto di neuroscienze o di neuromarketing o di neuroqualcosa. Tra l’altro, qui nascono le neuroscienze culturali, all’incrocio tra le antiche due culture (quelle umanistiche e quelle dure), che non si occupano solo di politica in senso stretto e comunque, come al solito, si portano dietro un po’ di maretta.
Tra i neuroscienziati sociali, per esempio, c’è già chi è pronto a spiegare come compiamo le scelte nel seggio elettorale, dove Stalin non ci vede, dio chissà, ma il nostro cervello sì. Sono cambiate le apparecchiature, possiamo esplorare più cose, spiegano, e sono cambiati anche i paradigmi della scienza e il nostro sguardo sulla società. E allora ecco un articolo sul New York Times di tre anni fa (non una rivista scientifica, quindi) a spiegare che chi ha una maggiore attività nelle aree cerebrali deputate alla soluzione dei conflitti tende a compiere scelte più liberali e meno conservatrici. E poi che l’attività di un pezzo di cervello chiamato amigdala in risposta all’ascolto delle parole democratico e repubblicano è diversa, perché certe cose mettono l’ansia. Ne è seguita una rettifica tagliente (sempre sul New York Times) da parte di altri ricercatori: vanno bene le neuroscienze culturali, ma questo è peggio del riduzionismo.
Valle a interpretare certe attivazioni del cervello: va’ ad attribuire loro, con certezza, una causa descrivibile con un’unica parola come ansia. Mica ovvio. Anzi, un po’ troppo pop per essere credibile. Poi è saltato fuori che gli autori dell’articolo erano legati a una ditta di marketing a sua volta legata ai democratici, e la faccenda è diventata un banale caso di conflitto di interessi e di cattiva comunicazione della ricerca.
Per cui continuiamo con le neuroscienze culturali. Quella umana è una specie sociale. Ma se possiamo pensare che la nostra biologia influenzi la costruzione delle comunità in cui viviamo, dobbiamo anche provare a pensare alla possibilità del contrario: cioè dell’influenza delle strutture sociali sulla nostra biologia. Per esempio, crescere in un mondo individualistico come quello americano, o in uno più collettivistico, come quello cinese, modifica il cervello? Alt, siamo pronti ad anticipare l’obiezione: questi sono stereotipi, sì, ma in questo esempio funzionano alla grande.
Se prendiamo un cinese e un americano e chiediamo loro di leggere una lista di aggettivi, per poi indicare quelli che si prestano meglio a descrivere la propria personalità, dopo un po’ di tempo i due ne ricorderanno più o meno lo stesso numero. Se però si chiede loro di indicare quale di quegli aggettivi si presti meglio a descrivere la propria mamma o il proprio presidente del consiglio, e si aspetta un po’, si scopre che l’americano ricorda un numero di aggettivi decisamente più basso di quello di prima. Mentre il cinese rimane più o meno lì, sullo stesso numero, soprattutto per la mamma.
L’esperimento è vecchio, ma la novità è che adesso lo possiamo fare con le neuroimmagini, cioè in modo, in un certo senso, quantitativo. Si vede così che una specifica parte del cervello (la corteccia prefrontale mediale, legata alla descrizione delle persone) fa un gioco simile: con sé o con la mamma si attiva quasi nello stesso modo per il cinese, in modo decisamente diverso (e la mamma raggiunge il presidente) con l’americano.
Ma come si fa a dire che è una faccenda culturale e non biologica? Cioè che non dipenda dai geni in primo luogo (i cinesi potrebbero avere una qualche peculiarità genetica che gli americani, discendenti degli europei, non hanno) ma che sia derivata dalla cultura? Ci sono ottimi indizi e probabilmente basta inserire nel protocollo di ricerca qualche volontario immigrato o figlio di immigrati per verificarlo. E poi si sa che anche i geni che codificano per i neurotrasmettitori e che influenzano le espressioni delle emozioni sono influenzati dall’ambiente esterno (come dire che anche i nostri stati d’animo e il nostro carattere dipendono dagli stimoli che ci vengono offerti), perché vengono modificati nella loro espressione e quindi entrano in gioco solo in certe condizioni, o entrano in gioco di più o di meno.
E comunque, gli immigrati nei protocolli di ricerca possono essere inseriti per un sacco di altre ragioni. Per esempio per studiare il razzismo. Una ricerca italiana, firmata dal gruppo di Salvatore Aglioti della Sapienza di Roma, ha fatto come sopra: ha preso un classico della psicologia e lo ha ripetuto con le neuro immagini, per capire, stavolta, se ci siano correlati neurologici della propensione al razzismo. E li ha trovati. I suoi quaranta soggetti, italiani bianchi e neri, dovevano guardare l’immagine di una mano in cui viene piantato un ago. Se la pelle della mano era dello stesso colore di quella del soggetto, si osservava l’attivazione del pezzo di cervello legata all’empatia, sennò… Dipende.
In chi aveva mostrato, nei test preliminari, un basso pregiudizio razziale non succedeva niente di diverso. In quelli più razzisti, l’attivazione era molto inferiore. E qui, come si fa a dire che è un pregiudizio appreso e non una questione genetica? Si prende una mano viola: una mano di un colore che non esiste nella pur infinita gamma di colori della pelle umana. In questo caso, tutti mostravano una forte attivazione empatica alla visione dell’ago che penetrava nella carne, a spiegare che non è tanto l’oggettività del colore diverso a renderci (o renderli) razzisti, ma è il crescere in un mondo che ci insegna a distinguere le persone sulla base della loro apparenza. E allora, ricominciamo: daresti il tuo voto a quest’uomo alto, bello e magro ma nero come la notte?
Silvia Bencivelli
Articolo pubblicato originariamente su il manifesto / Alias del 19 giugno 2010
pubblicato il 21 giugno 2010
Tag: cultura, neuroscienza
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22 giugno 2010 alle 00:34
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