Li si poteva incontrare tra i banchetti equosolidali di Terra Futura, la mostra-convegno sulla sostenibilità sociale e ambientale appena conclusasi a Firenze. O, mesi addietro, tra le banane fair-trade e il cotone biologico della fiera milanese Fa’ la cosa giusta. Solo che loro non vendono nulla. Né hanno in esposizione qualcosa di tangibile. Il loro manufatto è un software, creato da un’organizzazione “artigianale” di migliaia di volontari. Un programma che non solo è ormai conosciuto in tutto il mondo, ma è stato in grado di incunearsi nel muro di gomma di Microsoft, che oltre ad essere un colosso commerciale era il monopolista di fatto del mercato dei browser. Quel software, l’avrete già capito, si chiama Firefox.
Ma perché un manipolo di informatici dovrebbe mischiarsi alle bancarelle della solidarietà glocal e del volontariato? Basta essere no profit, come è la Mozilla Foundation, casa madre del Panda rosso e degli altri prodotti sviluppati? Ovviamente no, anche se per capire il senso di questa partecipazione bisogna considerare la storia e l’anima (il sorgente, direbbe uno smanettone) che hanno plasmato la realizzazione e il lancio di Firefox. E forse si arriverà a cogliere il segreto del suo stesso successo.Oggi il Panda rosso ha una quota di mercato globale del 24,3 per cento (dati Netapplications), con punte significative in Europa – in Polonia, per dire, ha superato addirittura il 50 per cento. Ciò lo rende il secondo browser più usato al mondo dopo Internet Explorer. Ma per capire l’impatto della sua ascesa bisogna fare un salto indietro, alla fine degli anni ’90, quando Microsoft col suo peso ha tolto di mezzo Netscape, in pratica l’unico concorrente. Sono seguiti anni di quiete immobile, in cui sembrava, per citare la Thatcher, che non ci fosse alternativa. Finché nel 2004 è comparso Firefox, dalle ceneri (e dal codice) dello stesso Netscape, e le rotte della navigazione web hanno cominciato a infittirsi. Rotto il monopolio, si sono fatti avanti anche Safari e Opera, mentre Google ha lanciato il suo Chrome, e lo stesso Explorer è stato costretto a darsi una vigorosa strigliata per stare al passo coi nuovi concorrenti.
E’ il bello del mercato, direbbe qualcuno. Solo che a fare la differenza, questa volta, non sono stati manager urlanti (in stile Ballmer, per intenderci), né una irreggimentazione post-fordista del lavoro, e tanto meno i dividendi da spartire, bensì una rete di volontari. Tolti infatti circa 270 dipendenti, in buona parte della Mozilla Corp, braccio operativo controllato dalla Fondazione e creato sostanzialmente per ragioni fiscali, vanno contati circa 1000 volontari che creano il codice regolarmente, e 20mila persone che scaricano quotidianamente le versioni provvisorie (in gergo nightly, create nella notte), le testano e segnalano eventuali difetti. A questi vanno sommati un milione di utenti che fanno da beta tester, provano cioè i prodotti rilasciati in fase beta, non ancora definitiva. Infine non bisogna dimenticare i piccoli gruppi nazionali che si occupano della traduzione e del supporto agli utenti del proprio Paese: un lavoro fondamentale nelle aree in cui non si parla inglese.
Mozilla Italia, ad esempio, conta una quindicina di persone. Arrivate con quei percorsi casuali e istintivi tipici di chi fa volontariato. Giacomo Magnini – che è Vice Presidente dell’associazione e il pioniere del gruppo – è un informatico romano che aveva “l’hobby” di tradurre i programmi nella nostra lingua per aiutare gli amici meno esperti con l’inglese. Nel 2000 scopre l’esistenza del progetto Mozilla e si offre di aiutare l’unico traduttore italiano, Andrea Salmaso. Da quel momento sia il suo impegno che il progetto Mozilla sono cresciuti di pari passo. “Siamo partiti in sordina, quando sono arrivato avevamo una quota sotto il 2 per cento e sembrava che il mercato fosse morto, nessuno faceva niente”, commenta al manifesto. La possibilità di rompere un monopolio era allora quasi fantascientifica. “Il momento di svolta è stato nel 2004, con l’uscita di Firefox (prima il prodotto di punta era la Mozilla Suite, un pacchetto di applicazioni che comprendeva anche un browser, ndr). Da lì in poi abbiamo registrato una crescita lenta ma continua, senza avere alle spalle un’azienda, pubblicità, un brand. La diffusione si è basata soprattutto sul passaparola”. Quello che i teorici del web marketing chiamano word of mouth. E che nel caso di Firefox non si limita a coinvolgere informatici in senso stretto.
E’ il caso di Michele Rodaro, architetto udinese cinquantenne, che il computer lo usa solo per lavoro. “Quando nel 2005 ho scoperto Firefox, sono andato sul forum di Mozilla Italia per chiarirmi alcuni dubbi, per capire insomma come sfruttarlo al meglio. Non ero un grande appassionato di internet e non avevo neppure mai partecipato all’attività di un forum. Ma piano piano sono diventato esperto e ho iniziato a dare il mio contributo, rispondendo alle domande degli altri. Tanto che sono stato coinvolto anche sulle traduzioni, in particolare quelle relative a Sumo, il forum di supporto internazionale”. Un volontariato che nasce dunque spesso da una propria esigenza e che poi si trasforma nel desiderio di condividere quanto appreso con altri. “Mi piace dare una mano e trovo frustrante non riuscire a risolvere il problema di un utente”, continua Michele che, essendo spesso connesso a internet per lavoro, partecipa ogni volta che può, controllando il forum o, nel caso delle notifiche per i testi da tradurre, la posta. Una partecipazione che, specie all’inizio, è del tutto virtuale. “Subito era un po’ strano parlare con tutte queste persone del forum senza averle mai conosciute; ma poi l’occasione c’è stata a un meeting europeo della comunità”.
Nell’ultimo incontro, che si è tenuto lo scorso ottobre a Praga, c’è stata anche una presentazione sul perché è importante per Mozilla uscire dall’ambito ristretto dell’informatica e degli esperti di web 2.0 e dintorni, per andare a eventi, feste, fiere come può essere appunto Terra Futura. A proporla è stato proprio un volontario italiano, Iacopo Benesperi, studente fiorentino di 24 anni. Nel gruppo è arrivato sette anni fa: cercava spiegazioni sul perché una versione di un software non fosse stata già tradotta e alla fine la traduzione l’ha fatta lui. “Mi piace aiutare le persone e mi piace il software libero”, spiega. Iacopo fa parte del progetto internazionale Drumbeat, nato da pochi mesi, che ha l’obiettivo di inventarsi idee, incontri e modalità per raggiungere le persone e spiegare loro cosa è Mozilla, e quale filosofia la contraddistingue: dalla promozione del software open source e di tecnologie interoperabili alla difesa di internet che, in quanto risorsa pubblica globale, deve restare aperta e accessibile. Il tutto in modo trasparente e partecipativo.
I volontari di Drumbeat stanno dunque lavorando a dei documentari per spiegare cosa è l’open web o come si declina la privacy online. Ma soprattutto vogliono organizzare incontri locali, offline, aperti a tutti: “per rendere le persone più consapevoli dell’utilizzo di internet”, spiega Iacopo. Così come del fatto che non si può dare per scontata la libertà del web.
Non è una novità assoluta: già lo scorso settembre si era svolta La Sette Giorni di Mozilla per la Collettività, una settimana in cui i volontari erano invitati a donare parte del loro tempo e delle loro competenze al servizio di associazioni, scuole, anziani. Ma ora andare fra la gente sta diventando la parola d’ordine quotidiana.
pubblicato il 5 luglio 2010
Tag: browser, firefox, mozilla, volontariato
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