GlaxoSmithKline (Gsk), la seconda multinazionale farmaceutica al mondo per fatturato, ha deciso di provare a sconfiggere la malaria adottando una strategia aperta, quella che in gergo informatico si chiamerebbe open source. Per trovare un rimedio a una delle patologie più devastanti per il genere umano, l’azienda ha infatti “regalato” più di 13mila composti da lei brevettati negli ultimi anni, rendendoli disponibili su due siti web governativi e su quello del Collaborative Drugs Discovery. D’ora in poi chiunque, anche chi non avrebbe potuto pagare i diritti sui brevetti, potrà utilizzare questo patrimonio di ricerca per scovare un vaccino ad una malattia che insidia il 40 per cento della popolazione mondiale, falcidiando un milione di persone soprattutto i bambini (uno ogni 30 secondi, almeno 7 o 8 prima che abbiate finito di leggere l’articolo) e le donne gravide. Gsk, inoltre, ha messo a disposizione dei ricercatori anche le strutture del centro spagnolo di Tres Cantos dove ospiterà sessanta accademici.
La notizia in sé ha del clamoroso visto che Gsk, come gli altri giganti della farmaceutica, prospera sui brevetti che impediscono ad altri di replicare ciò che hanno prodotto. Ma quali sono le ragioni dietro a tanta generosità? La prima è una questione di efficacia. Dai composti donati al mondo fino ad ora i dipendenti di Gsk non sono riusciti a cavare molto di più che un generico antagonismo, non risolutivo. Il secondo motivo, invece, è squisitamente economico. Quasi tutte le vittime e i contagiati di malaria vivono nell’Africa subsahariana e in altre aree caldo-umide del pianeta dove prolifica il suo veicolo principale, la zanzara anofele. Aree calde, umide e molto povere, tanto da non garantire un ritorno degli investimenti in ricerca per lo sviluppo di farmaci. Per stessa ammissione dell’amministratore delegato della big pharma, Andrew Witty, i composti anche se si rivelassero validi per l’elaborazione di un vaccino, non garantirebbero all’azienda profitti. Molto più remunerativi sono i farmaci utili ai malati ricchi e su quelli infatti nessuna casa farmaceutica pensa di fare regalie di sorta.
Terza ragione del beau geste di Gsk, infine, è la voglia, sempre più una necessità per le grandi aziende, di avere un’immagine rispettabile perché rispettosa della propria responsabilità sociale. È la cosiddetta Corporate social responsibility (Crs) che muove le multinazionali a intraprendere percorsi virtuosi e azioni meritevoli nei confronti dei meno fortunati, siano essi persone o ambiente e che non è priva di contraddizioni. BP, per esempio, aveva un ottimo piano di Crs, salvo poi lesinare sui fornitori delle valvole di sicurezza per le piattaforme in mezzo al mare. E le conseguenze, purtroppo, sono ancora sotto gli occhi di tutti.
Grazie al dono dei 13mila composti alla comunità di ricercatori, Gsk si è assicurata il primo posto nella classifica dei meriti sociali delle case farmaceutiche, l’Access Medicine Index curato dall’ex consulente olandese Wim Leevereld e pubblicato il mese scorso. Non è però la prima volta, fra l’altro, che Gsk si è dimostrata generosa riguardo la ricerca di medicine per le malattie che affliggono i paesi in via di sviluppo. Nel 2001 ha attivato l’African Malaria Partnership per promuovere la conoscenza dei rischi e delle più semplici contromisure per evitarli. Mentre Pfizer, altro colosso farmaceutico, l’anno scorso ha finanziato la nascita della Drugs for Neglected Disease Initiative. Mai però si era giunti a una concessione di tale portata, dal valore anche altamente simbolico, come quella di eliminare i brevetti su un database tanto vasto di principi attivi. Per assicurarsi quei brevetti sono stati pagati non pochi soldi e, come tutto il patrimonio di proprietà intellettuale, rappresenta l’essenza stessa del modo in cui viene condotta la ricerca.
Per questo, nonostante le ragioni elencate sopra, probabilmente Andrew Witty non avrebbe avallato una simile decisione se non fosse intervenuto un deus ex machina che non ti aspetti. Sembra infatti, stando a quanto riportato dal Puget Sound Business Journal, che a tirare per la giacca Gsk ci abbia pensato niente meno che la Bill & Melinda Gates Foundation, la fondazione benefica del fondatore di Microsoft. E qui la sorte è proprio ironica visto che l’ispiratore di una simile operazione di apertura è, in campo informatico, uno dei più acerrimi avversari dell’open source, lo sviluppo di programmi informatici aperti che possono essere liberamente modificati da chiunque.
Alla fine, quali che siano le vere motivazioni e quali abbiano pesato maggiormente, non si può che augurare tutto il bene all’iniziativa, sperando che i risultati che otterrà siano simili a quelli ottenuti nel campo del software, dove l’open source ha cambiato il mercato e l’ecosistema di sviluppo del software, accelerando la scrittura di codice di programmazione e migliorando gli strumenti (come il browser Firefox di cui si parla qui a fianco) di cui oggi possiamo beneficiare.
pubblicato il 6 luglio 2010
Tag: brevetti, open source, ricerca, volontariato
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Un Commento a “Contro la malaria ci prova l’open source”
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8 luglio 2010 alle 01:23
[...] Contro la malaria ci prova l’open source – il manifesto – GlaxoSmithKline (Gsk), la seconda multinazionale farmaceutica al mondo per fatturato, ha deciso di provare a sconfiggere la malaria adottando una strategia aperta, quella che in gergo informatico si chiamerebbe open source. Per trovare un rimedio a una delle patologie più devastanti per il genere umano, l’azienda ha infatti “regalato” più di 13mila composti da lei brevettati negli ultimi anni, rendendoli disponibili su due siti web governativi e su quello del Collaborative Drugs Discovery. [...]