Wednesday 16 May 2012

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Usa, il web in carcere
  • di Gabriele Cazzulini

    Con le masse sempre più immerse nel web, anche i luoghi di tradizionale isolamento, come i penitenziari, iniziano ad aprirsi alla rete. In questo gli Stati Uniti rappresentano un laboratorio interessante, in cui si mischiano esigenze di bilancio (le prigioni in Usa sono un business, come illustra magnificamente il web-documentario Prison Valley) e politiche di rieducazione.

    L’Ufficio Federale per le Carceri, per esempio, ha adottato da alcuni anni in una ventina di penitenziari il sistema TruLincs, Trust Fund Limited Inmate Computer System. E’ un sistema che consente ai detenuti di crearsi, dietro approvazione dell’istituto, una lista di contatti di altri detenuti con cui scambiarsi posta elettronica al costo di cinque centesimi per ogni ora di collegamento. Il sistema non prevede la connessione al web e i messaggi sono sottoposti ad un controllo che scatta in presenza di determinate parole-chiave considerate sospette o pericolose. Nello stato del Kansas, invece, i detenuti possono scambiarsi email, svolgere video-conferenze con parenti ed effettuare operazioni di e-banking attraverso JPay, un sistema apposito per trasferire denaro per i detenuti.

    Si tratta, nel complesso, di servizi a pagamento, finanziati privatamente, che dovrebbero alleggerire i bilanci dei penitenziari a favore di attività educative. Accanto ai motivi economici si affianca la possibilità per i detenuti di raccontare al mondo la vita dietro le sbarre, sviluppando una coscienza condivisa con altri nella propria situazione, dal modo in cui sono finiti “dentro” fino al modo in cui usciranno “fuori”. Il “blogging behind the bars”, il blogging dietro le sbarre, può dunque rivelarsi dunque un’attività socialmente utile. E’ il caso di Michael Santos, condannato a 45  anni di carcere perché vendeva cocaina. Ha creato un blog intitolato “Criminal Justice” che è diventato anche un punto di riferimento per le proposte di riforma della giustizia.

    Un esempio più noto (e più contraddittorio) è quello del rapper afroamericano Lil Wayne, che dallo scorzo marzo sta scontando otto mesi di reclusione a Rikers Island, un carcere di New York, per possesso illegale di arma da fuoco. Wayne scrive sul suo blog, dove ovviamente compare un timer col conto alla rovescia per il suo rilascio, tramite email dal carcere che poi vengono ripostate sul blog dal suo staff. Ogni post scatena quasi un centinaio di commenti, molti dei quali esprimono un chiaro biasimo per la condanna inflitta al rapper.

    Il caso di “Lord Black” è ancora più ambiguo. Al secolo Conrad Moffat Black, nato nel 1944, “Lord Black” è un lord inglese ed era il terzo editore al mondo, possedendo prestigiose testate come il Daily Telegraph e il Jerusalem Post. Nel 2007 una corte americana lo ha condannato a sei anni e mezzo di carcere per frode e sottrazione di fondi, salvo poi essere graziato nel 2010. Mentre era in cella, Lord Black scriveva piccanti editoriali contro Rupert Murdoch per il Daily Beast, un sito web di grido, che fa molto rumore a New York e negli Usa. Da notare che nella breve biografia di presentazione di Black non viene fatta menzione della sua condanna.

di Raffaele Mastrolonardo
pubblicato il 21 settembre 2010
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