Wednesday 16 May 2012

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Una discarica tra le stelle
  • di Silvia Bencivelli

    Le prendi la mano, ti stringi a lei, alzi gli occhi al cielo e le indichi una stella cadente. Proprio sopra di voi. Avete espresso un desiderio? Romantico, sì. Peccato che la stella cadente non sia altro che un cumulo di pattume. Pattume spaziale, astroimmondizia, sfuggita dall’enorme discarica rotante fluttuante sopra alle nostre teste. Bulloni, pezzi di satellite, croste di vernice. Avanzi di missioni spaziali e resti di satelliti sovietici, in giro tra le stelle forse dai tempi di Breznev.

    Delusi? Dev’essere così che si sentono gli amanti di Terzigno e quelli della Zisa di Palermo. Con la differenza che nessuno scende in piazza per l’emergenza rifiuti spaziale e che, probabilmente, almeno per quanto se ne sa, la malavita organizzata non ha ancora cominciato a scaricare sulla Luna i resti delle proprie attività.
    Ma non è che l’igiene spaziale sia poi meno importante di quella dei tradizionali ambienti umani. Per un motivo etico, intanto (“copriranno di fango persino i pianeti”, cantava lungimirante Pierangelo Bertoli), per un motivo economico (avete idea di quanti miliardi di euro girino nello spazio?). Ma soprattutto perché non è tanto intelligente riempire di immondizia la fascia orbitale tra i 750 e i 1000 chilometri di distanza dalla Terra, se è proprio lì che dobbiamo piazzare i nostri satelliti artificiali per le comunicazioni. E non è tanto furbo lasciare che quest’immondizia si depositi sulla superficie venusiana e marziana o lunare, dove si stima che ci siano 20 tonnellate di pattume, se pensiamo di colonizzare quegli spazi o anche solo di considerarli una dependance di casa nostra. E poi ci sono le questioni militari, che sembrano preoccupare i Governi più delle altre.

    Tant’è che se ne occupa il Comando Strategico degli Stati Uniti, ora in possesso di un catalogo (molto parziale) di 13 000 astrorifiuti da non confondere con i missili nemici. E tant’è che se ne occupa anche l’Onu, che ha aperto un’agenzia dedicata proprio all’igiene dello spazio: la Iadc (Inter Agency Space Debris Committee) a cui partecipano le principali agenzie spaziali del mondo. Insomma: anche lassù ci salveranno i caschi blu. E sì che l’astrodiscarica sembra contenere soprattutto resti innocui. Ci sono i panni sporchi lanciati dagli astronauti della Stazione spaziale internazionale, che non hanno lavatrici a bordo e infilano la biancheria usata in un modulo da lanciare fuor di finestra, verso il nostro pianeta,
    dove l’atmosfera dovrebbe bruciarlo. Dovrebbe. Poi ci sono un paio di oggettini di culto per gli astrofili, come il guanto di Edward White, che si sfilò delicatamente dalle mani dell’astronauta della Gemini 4 durante la prima passeggiata umana tra le stelle, ma che poi ha preso a viaggiare a28 000 chilometri all’ora rischiando di schiaffeggiare sonoramente gli altri passanti della zona. O la macchina fotografica di Michael Collins, persa durante la missione Gemini 10, e quella diSunita

    Williams della missione STS-116. E cose dal sapore più prosaico, come una chiave inglese, un pinza, una cassetta degli attrezzi e uno spazzolino da denti. Soprattutto ci sono frammenti metallici
    di tutte le dimensioni: milleduecento pezzi di astrocose che girano intorno alla Terra e centinaia di migliaia di schegge grandicelle o minuscole. E ci sono da più di cinquant’anni, da quando lasciammo lassù il satellite Vanguard I, in giro dal 1958, intitolato a pieno diritto il primo rifiuto spaziale della storia.
    Ma tanto innocui non sono. Perché, un po’ come le astropatatine di Homer Simpson nello spazio, anche questi rifiuti ondeggiano, vorticano, sfrecciano: possono raggiungere i 36 000 chilometri all’ora (venti volte la velocità di un aereo di linea) e se incontrano altri oggetti in viaggio si scontrano e li danneggiano, creando altri detriti, polveri e frammenti, che a loro volta cominceranno a spargersi nello spazio. Anche questi si scontreranno con altri oggetti per scheggiarli e produrre nuovi pezzetti di monnezza. E così via. Oppure finiranno addosso a strumenti funzionanti, come quando, nel 1996, il satellite francese Cerise fu investito da un frammento dell’Ariane grandequanto una valigetta, alla velocità di 53.172 km/h. O come quando, nel febbraio del 2009, un satellite americano di 560 chili appartenente alla costellazione Iridium, in orbita dal 1997, e il russo Cosmos 2251, lanciato nel 1993 e in pensione da cinque anni, cioè abbandonato a sé nei suoi giri intorno al pianeta, si scontrarono con una velocità relativa di impatto di poco meno di quarantamila chilometri orari. Distruggendosi reciprocamente, certo, e creando una nube di altri rifiuti che sta
    ancora lassù, sulle nostre teste.

    Ma se vi sembra che l’astrodiscarica, a differenza di quelle terrene, in fondo non comporti rischi per gli esseri umani, considerate questi tre episodi. L’ultimo, a marzo scorso, quando l’equipaggio della Stazione spaziale internazionale è stato costretto a una rapida evacuazione della stazione perché sulla sua traiettoria stava arrivando un detrito spaziale e sembrava che la collisione fosse inevitabile. In precedenza, a marzo del 2007, anche i 270 viaggiatori di un normalissimo Airbus delle linee aeree cilene hanno rischiato di andare a sbattere con un vecchio satellite spia russo, che stava precipitando a folle velocità per inabissarsi nelle profondità dell’Oceano Pacifico. Mentre nel 1979 ci fu chi ci lasciò davvero la pelle: una mucca australiana.

    Fu uccisa dallo Skylab, la prima e unica stazione spaziale Usa, che, lanciata nel 1973 e subito danneggiata nell’impatto con alcuni meteoriti, cominciò a precipitare senza controllo verso la
    Terra e si spezzò in volo, lasciando cadere i suoi frammenti in una vasta zona (fortunatamente poco abitata, mucche a parte) a sudest di Perth. E poi questi oggetti possono essere tossici. Tipo: il carburante che si portano dietro, l’idrazina,
    che anche se ha un nome da spray nasale non dev’essere respirato. Per questo ogni tanto la Marina militare statunitense lancia un missile verso i vecchi satelliti spia fuori controllo cercando di evitare la pioggia di idrazina su parti indifese del nostro pianeta.

    Ma un astrospazzino che volesse fare un po’ di pulizia tra le stelle e restituire al cielo la sua dimensione romantica, oltre a quella tecnologica e strategica, che cosa dovrebbe fare? Intanto
    potrebbe modificare la traiettoria del pattume e indirizzarlo verso la disintegrazione per l’attrito con l’atmosfera. Oppure potrebbe dotarsi di astroramazza e astropaletta, o meglio di un astroretino: un enorme cavo con cui acchiappare i detriti più grandi, ma non potrebbe far niente con i detriti piccoli, con le polveri e le schegge. Chissà cosa ne pensano gli amanti romantici degli altri pianeti.
    Ma voi, adesso che conoscete la vera verità potete anche giocarci su. Basta non dirlo alla fidanzata. Perché l’astrospazzino non è ancora passato e di false stelle cadenti ne potete mostrare ancora tante.
    E poi, finché non si rompono, i satelliti Iridium sono ricoperti da una superficie riflettente, per cui, a seconda di come si posizionano, sembrano una lucina nel cielo che cresce di intensità, lancia un lampo di luce e poi piano piano si spegne. Siccome la loro orbita è prevedibile, è prevedibile anche questo effetto e c’è anche un sito internet che dice dove e quando si potrà vedere un Iridium. Non solo stelle di pattume, quindi: anche satelliti artificiali luccicanti, futura immondizia spaziale. C’è di che far girar la testa a più di una terrestre.

di carolafrediani
pubblicato il 14 ottobre 2010
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