Wednesday 19 June 2013

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La giustizia del Dna
  • di Silvia Bencivelli

    Su quella umana, a volte, non si può contare. Anche quella divina troppo spesso fa acqua. Eppure, in certi casi, la giustizia può anche avere l’aspetto di una signora in camice bianco che al posto della bilancia ha in mano due provette. E allora la storia comincia a cambiare. Piano piano, un frammento alla volta, si restituisce un’identità a chi l’ha persa tra le dita di un carnefice, a chi è stato cresciuto con un nome diverso da quello con cui è nato, a chi è stato ingannato e costretto ad amare la famiglia dell’assassino dei suoi genitori come se fosse la propria. Si torna a essere Carla, Francisco, Victoria, figli di desaparecidos, di una delle cinquecento donne incinte sequestrate e uccise dopo il parto dalla dittatura militare argentina, o già madri ma di bambini troppo piccoli per ricordare: cinquecento tra i trentamila scomparsi negli anni tra il 1976 e il 1983.


    È successo a centodue persone. Ed è successo per la testardaggine e il coraggio di un gruppo di signore che trentatre anni fa cominciarono a farsi chiamare nonne, pur non avendo conosciuto i nipoti, e a sfilare ogni giovedì con un fazzoletto bianco in testa. Le Abuelas de Plaza de Mayo, oggi “più vecchie ma più forti” come ha detto la loro presidentessa in occasione del loro ultimo compleanno, continuano a cercare i figli dei propri figli, apropriados dalla dittatura, molti dei quali nati nei centri di maternità clandestini e smistati tra le famiglie dei militari come un lugubre bottino di guerra. Continuano a farlo affidandosi alla giustizia in camice bianco e non solo a quella.
    Perché il tempo, dal 1977 a oggi, non è passato solo per loro. Adesso che sono grandi, molti hijos hanno cominciato a cercare le nonne: non sono più bambini spuntati dal niente nelle famiglie dei militari, segnalati da vicini di casa insospettiti; spesso sono adulti che hanno dubbi sulla propria identità e che si sottopongono consapevolmente ai test genetici di identità. E sono cambiate anche le prove biologiche per l’attribuzione dell’identità: si è passati dagli esami dell’HLA (o di istocompatibilità), un gruppo di proteine che partecipano alle risposte immunitarie e che sono molto variabili da persona a persona, agli esami del Dna mitocondriale e poi nucleare, ancora più affidabili e precise. Questo grazie all’impegno e al lavoro di genetisti di mezzo mondo, tra cui Victor Penchaszadeh, argentino in esilio a New York (vedi intervista a fianco), Eric Stover, che a metà degli anni Ottanta era direttore del programma per la scienza e i diritti umani della AAAS (l’American Association for the Advancement of Science, l’editore della rivista Science), e Marie Claire King, dell’università di Berkeley, che ebbe un ruolo chiave nello sviluppo dei nuovi test. Infine è cambiata la cornice legale della questione: finita la dittatura, nel 1984, la ricerca dei nipoti si è fatta sistematica e nel 1987 è stato istituito per legge il Banco nacional de datos genéticos, dove si raccolgono i campioni di Dna dei familiari dei desaparecidos.
    I primi bambini riassegnati alle loro famiglie cominciarono ad apparire già nel 1984: le abuelas, che venivano ritenute dai militari solo delle innocue e pittoresche vecchiette, pure un po’ rimbambite, erano riuscite a studiare il problema e a prepararsi con anticipo alla fine della dittatura, coinvolgendo i primi genetisti. E così per prima toccò a Paula Logares, che a otto anni rientrò nella casa da cui era stata sottratta a ventitré mesi di età, insieme ai genitori. Era la prima volta che nelle indagini sui crimini della dittatura venivano accettate le prove genetiche in sede giudiziaria ed era il primo ingresso della giustizia in camice bianco in un’aula di tribunale. Nel frattempo le ricerche hanno conosciuto successi e fallimenti, mentre le nonne hanno continuato a invecchiare splendidamente, a farsi investigatrici, scienziate, giustiziere e poi di nuovo nonne, per accogliere in casa quei nipoti rientrati dopo più di trent’anni.
    «Lavoriamo per i nostri bambini e per i bambini delle generazioni che verranno per preservare la loro identità, le loro radici e la loro storia, pilastri dell’intera identità collettiva», spiegano sul loro sito internet: «niente e nessuno ci ha fermato nella ricerca dei figli dei nostri figli». E niente e nessuno le sta fermando dal continuare a cercare i quattrocento nipoti che mancano, anche se loro hanno più di ottant’anni e gli hijos sono ormai sono diventati adulti vivendo una vita di menzogne.
    L’ultimo è stato un avvocato di trentadue anni. Non voleva sottoporsi alle prove del Dna. Ma la legge dice che in questi casi si possono utilizzare campioni biologici prelevati su oggetti personali. Il risultato è stato reso pubblico un paio di mesi fa: l’avvocato è figlio di due militanti dell’organizzazione guerrigliera Montoneros sequestrati nel maggio del 1977 quando la madre era incinta. Mentre lei veniva uccisa, il bambino fu preso dall’ufficiale Juan Carlos Vázquez Sarmento, che oggi risulta latitante. Il suo nome non è noto, le abuelas stesse aspettano con pazienza che lui accetti questo difficile cambiamento di identità. Intanto la sua vera nonna, che oggi ha 86 anni, lo aspetta a Mar del Plata.
    È il centoduesimo punto a favore di nonne e nipoti segnato dalla giustizia in camice bianco. Ma intanto molti di loro, i carnefici, sono riusciti a sfuggire alla giustizia umana e a finire troppo tardi nelle mani di quella divina. Così nessuna delle tre è riuscita a sbattere in carcere Emilio Eduardo Massera prima della morte, avvenuta l’8 novembre scorso, per vecchiaia. Ammiraglio della marina, esponente della P2, Massera fu a capo del golpe del 1976 insieme a Jorge Rafael Videla e a Orlando Ramon Agosti, fu membro della giunta militare e diresse l’Esma, la scuola meccanica della marina, il più grande e feroce centro di detenzione e tortura della dittatura. Nel 1985 fu condannato all’ergastolo, ma scontò solo cinque anni, perché nel 1990 arrivò l’indulto dell’allora presidente Carlos Menem. E quando poi il presidente Nestor Kirchner (anche lui scomparso da poco) riaprì i processi, Massera fu risparmiato per, si disse, motivi di salute. «Massera – denunciano le abuelas – ha goduto fino alla fine di tutte le garanzie offerte da uno stato di diritto, anche agli assassini. Le stesse garanzie che lui stesso negò alle sue vittime all’apogeo del terrorismo di Stato».

di carolafrediani
pubblicato il 26 novembre 2010
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