Friday 24 May 2013

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Una spesa verde
  • di Silvia Bencivelli

    Avete presente il carrello della nonna? Quell’oggetto un po’ fetish, in genere a quadretti o a tinta unita che le signore di una certa età trascinano lentamente tra i banchi dell’ortofrutta riempiendolo di sedani e cipolle? Quell’oggetto che una donna performante in carriera, o una precaria con turni di dodici ore, non utilizzerebbe manco morta, visto come sono comodi i sacchetti di plastica che ti danno direttamente alla cassa del supermercato? Beh, il carrello della nonna sta tornando di moda. E gli “shopper”di cui sopra si preparano a scomparire. Se non lo hanno già fatto. Che succede? Telefonate subito alla nonna.

    Scoprirete che è solo l’ultimo capitolo della lunga storia d’amore tra la plastica e la casalinga: una storia iniziata negli anni Sessanta con il Carosello di Gino Bramieri e che oggi cambia strada a colpi di legge con il bando e la scomparsa (lenta, almeno nelle grandi città) dello shopper. Perché il sacchetto si fa col petrolio, non è biodegradabile ed è fragile: lo usi poche volte, ben che vada ci metti dentro la spazzatura, molte volte finisce a svolazzare sopra alle nostre discariche abusive, per le strade, su boschi e spiagge.

    Nei Paesi poveri è una specie di malattia della povertà, l’illusione del benessere che aggrava la devastazione ambientale (in Sudafrica c’è chi lo chiama, ironicamente, il fiore nazionale perché lo si trova in cima a ogni cespuglio molto di più del vero fiore nazionale in petali e foglie: la Protea gigante). Da noi è stata più semplicemente un’inutile ossessione. Siamo il Paese europeo col più alto consumo di buste di plastica: esce dai nostri supermercati un quinto o forse addirittura un quarto di tutti i sacchetti d’Europa. Eppure non ne avremmo bisogno. Non sempre, almeno. Così, la Finanziaria del 2007 ha deciso il divieto della commercializzazione di sacchi non biodegradabili (secondo normativa comunitaria), divieto che sarebbe dovuto diventare effettivo a gennaio 2010 e invece è slittato a gennaio 2011, peraltro senza periodo di sperimentazione preliminare, ma insomma. Adesso i supermercati stanno smaltendo le scorte dei vecchi sacchetti e presto ci dovremo adeguare tutti. Come?

    Rassegnandosi al carrello della nonna, ad esempio. Oppure facendo come gli altri cittadini europei: uscendo da casa coi sacchetti di stoffa o di qualsiasi altra roba che possa essere utilizzata e riutilizzata all’infinito. Oppure comprando di volta in volta (e non sarà così economico) i sacchetti fatti con le bioplastiche. Lo faremo senza traumi, almeno stando a sentire quelli di Legambiente, che da anni stanno lottando per la scomparsa della sportina di plastica. Si sono appostati fuori dai supermercati di ottanta comuni italiani e lo hanno chiesto a ventimila clienti: nessuno si è stracciato le vesti e tre su quattro hanno detto che useranno senza problemi le sporte riutilizzabili. Probabilmente lo stanno facendo già, proprio adesso, stramaledicendosi per averne portate solo due e poi aver fatto la spesona. Ma impareremo anche questo.

    Se però chiamate la nonna, lei col suo carrello fetish, vi sentirete dire che la plastica non è poi così male. Che sì, non è biodegradabile ma che alle donne di un tempo ha cambiato la vita. Fu quando arrivarono i colapasta in plastica, le bacinelle, gli oggetti per la casa leggeri, flessibili, resistenti e facili da pulire. Vi ci voglio voi, donne performanti e precarie stressate, a lavare i panni in un catino di zinco smaltato. La nonna ringrazia ancora il famoso Moplen, pubblicizzato da Bramieri nei panni del casalingo moderno alle prese con la pasta da scolare, coi giocattoli dei bambini, con secchi e pattumiere. Il Moplen per cui il chimico Giulio Natta prese il Nobel nel 1963, unico italiano a essere stato insignito del titolo, lanciando un bel pezzo di (gloriosa e ingloriosa) storia industriale italiana.

    Però i punti critici non finiscono qui e bisogna fare qualche distinguo. I materiali in plastica, tutti, bacinelle comprese, che vengono prodotti ogni anno nel nostro paese, sono circa sei milioni e molti di loro durano a lungo nelle nostre case. I sacchetti sono 250 000 tonnellate: la parte piccola della questione, ma quella con un ciclo vitale ultraveloce. Il problema, infatti, è lo smaltimento. Perché la plastica è una specie di petrolio solido, dicono i chimici, un combustibile perfetto: bruciare un chilo di plastica fornisce tanto calore quanto bruciare il petrolio usato per produrla. Però va fatto bene, distinguendo i vari tipi di plastica. Quindi forse un giorno potremmo smettere di bruciare il petrolio per riscaldarci, ma di certo intanto dovremmo occuparci della gestione dei rifiuti che non è proprio il nostro forte. E dove li mettiamo, in genere, i nostri rifiuti? In un sacchetto di plastica, bravi.

    Infatti la nonna, saggia, vi ricorderà anche che si devono sempre eliminare gli sprechi e che si deve imparare a riutilizzare quel che si può riutilizzare: una cosa è lo shopper, un’altra il colapasta che dura decenni. Non ha senso consumare, bruciare, consumare, bruciare, insomma. Non è questione di diventare pasdaran e di rinunciare del tutto alla plastica: come si fa? Ma se gli altri ne utilizzano molta meno, una ragione e un modo ci dovranno pur essere. Il suo carrello della spesa, che è foderato di plastica, funziona alla grande e non si rompe mai. Il vostro shopper finisce sotto al frigo per mesi e poi lo buttate via.

    D’accordo, se proprio non volete il carrello e tendete a dimenticare a casa le sporte di stoffa della vostra collezione, ci saranno sempre le bioplastiche, pronte per voi alla cassa. Sappiate però che non sono tanto resistenti, non abbastanza da metterci le scarpe della palestra per mesi, e a qualcuno sembrerà anche che abbiano un odore cattivo. Se vi state chiedendo che cosa farete, da oggi, per le scarpe della palestra e per i rifiuti sappiate che a Legambiente rispondono così: «per la spazzatura compreremo i sacchetti neri al supermercato e per gli usi tipo le scarpe della palestra sacchetti analoghi, oppure i bioshopper sapendo che dovremo cambiarlo spesso».

    Comunque, non abbiamo ancora risolto la questione. Perché, per esempio, noi italiani abbiamo un secondo record, quello del consumo di acqua minerale. E l’acqua minerale viaggia quasi sempre in bottiglie di plastica. Bottiglie con tappi di (un altro tipo di) plastica ed etichette di (un altro ancora) tipo di plastica.

    Siamo il primo paese per produzione e il terzo per consumo pro-capite di acque minerali, preceduti solo da Emirati Arabi Uniti e Messico. Spendiamo circa 320 euro a famiglia ogni anno. E, a differenza di quel che facevamo qualche anno fa e di quello che si fa sempre in molti altri Paesi del mondo, non abbiamo i vuoti a rendere di vetro. Plastica e ancora plastica, per la gioia della donna performante che non deve caricare nel bagagliaio chili di bottiglie di vetro.

    Intanto la nonna, col suo carrello, che fa? Probabilmente, pur essendo ancora innamorata di quella sua vecchia e indistruttibile bacinella di Moplen, è ancora più furba di noi. Niente pesanti bottiglie di vetro, nel suo carrello fetish. Ma nemmeno quelle di plastica che, in fondo, piene, sono un chilo e mezzo l’una da trascinarsi fino a casa e poi vanno buttate via. Beve l’acqua di rubinetto, che è economica, sana e soprattutto comoda. Se poi la trova troppo clorata, la versa nella sua vecchia caraffa e aspetta un po’ prima di berla. Ah: di che cosa è fatta la caraffa? Di plastica, probabilmente.

di carolafrediani
pubblicato il 15 febbraio 2011
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