Sono passati già 3 anni da quando Franco Carlini, all’improvviso, ci ha lasciato. Era il 30 agosto 2007 e se con lui ne è andata una delle menti più lucide e brillanti tra quelle che provano a riflettere su come le nuove tecnologie cambiano il mondo in cui viviamo. Tre anni e non ci manca di meno, anzi. Per questo, domenica 5 settembre i suoi amici organizzano una passeggiata nei boschi per ricordarlo. Niente di formale, ovviamente, tanto meno di faticoso: un’ora e mezza di camminata a dislivello zero e un pranzo al sacco nell’entroterra ligure.Per chi fosse interessato, l’appuntamento è per le ore 10.00 presso la stazione ferroviaria di Rossiglione. Chi arriva in treno può partire alle 9:05 con un regionale dalla stazione di Genova Sampierdarena. Per chi arriva in auto, l’uscita autostradale è quella di Masone poi si seguono le indicazioni stradali
per Rossiglione.
pubblicato il 2 settembre 2010
Tag: Franco Carlini
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Probabilmente non è vero che, come dice qualcuno, ha realizzato più scoop «in tre anni che il Washington Post negli ultimi 30». E’ vero, però, che può vantarne parecchi, moltissimi se si pensa che è nato alla fine del 2006 e che, in questo breve tempo, si è imposto nell’universo dell’informazione globale come un punto di riferimento per rivelazioni scottanti. Governi, aziende, eserciti, ma anche sette religiose hanno imparato a conoscere (e a temere) WikiLeaks.org, sito che si propone come un luogo sicuro per chiunque abbia documenti riservati e voglia rivelarli al mondo. Basta avere del materiale inedito di interesse pubblico, diplomatico, sociale, aprire la pagina del sito preposta al caricamento, inserire il file e il gioco è fatto.Tra le istituzioni che ha fatto infuriare c’è la chiesa di Scientology, dopo che nel 2008 ha pubblicato i costosissimi manuali della setta. Nel 2009 è toccato al governo del Sud Africa adirarsi quando il sito ha messo a disposizione del mondo la versione senza omissis di un rapporto sul sistema bancario del Paese destinato ad essere divulgato solo parzialmente. In Perù a tremare è stato l’establishment politico-petrolifero quando sul sito sono comparse più di 80 intercettazioni telefoniche a proposito dello scandalo denominato Petrogate. Leggi il resto di questo articolo »
pubblicato il 27 luglio 2010
Tag: afghanistan, Julian Assange, The War Logs, WikiLeaks
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Neanche il tempo di smaltire la sbronza da iPad, ed ecco arrivare una nuova proposta indecente per l’industria dei media che non riesce più a decidersi davanti al bivio «notizie a pagamento o gratis?».Entro la fine dell’anno Google dovrebbe lanciare NewsPass, un servizio pensato per convincere gli utenti a versare piccole somme di denaro per leggere un reportage online, guardare un video esclusivo o un pacchetto multimediale ben curato.
Per una volta tanto, la prima ad arrivare sulla notizia è stata una testata italiana: nei giorni scorsi il quotidiano La Repubblica ha bruciato l’ipercompetitiva stampa anglosassone, diffondendo i dettagli di «una piattaforma già in fase di test». Ecco come dovrebbe funzionare: quando si naviga online e si trova una notizia chiusa dietro lucchetto (perché l’editore ha deciso di concederla solo a pagamento) basteranno pochi click per poterla visualizzare, scalando in automatico la somma dal proprio conto Checkout (il servizio di pagamenti di Google simile a PayPal). Con un solo account si potranno acquistare i contenuti di tutte le testate che aderiranno, senza doversi ogni volta registrare su un diverso sito.
pubblicato il 23 giugno 2010
Tag: giornalismo, Google, murdoch
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Blogger appassionati e comunicatori online di lungo corso, prendete nota: il New York Times cerca un nuovo community and social media producer da affiancare alla propria redazione. I requisiti ideali? Un giusto equilibrio tra capacità di valutazione delle notizie, conoscenze tecniche, esperienza con i mondi di Twitter e Facebook. E ovviamente, una forte propensione a lavorare in gruppo e rapidamente. Tra i compiti di questa nuova posizione rientrano la supervisione dei commenti, delle foto e dei contenuti generati dagli utenti; il coinvolgimento dei lettori attraverso idee nuove e creative; la stesura di standard efficaci per la gestione e moderazione dei contenuti dal basso; e la definizione di strumenti e strategie per l’utilizzo dei social media insieme agli informatici. Leggi il resto di questo articolo »
pubblicato il 14 giugno 2010
Tag: giornalismo, social_media_editor; maistrello
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Le notizie sulla mia rivoluzione sono state alquanto esagerate. Parafrasando Mark Twain, The Guardian spiega perché in occidente abbiamo tutti frainteso e caricato di aspettative una Twitter-revolution in Iran che non c’è mai stata.E’ passato un anno dalle controverse elezioni presidenziali in Iran (12 giugno 2009) e in questi mesi in tanti hanno sventolato ai quattro venti la retorica del tweet rivoluzionario.
Hillary Clinton ne ha fatto un baluardo della nuova politica estera statunitense. E qualche tecno-entusiasta nostrano ha addirittura proposto di candidare Internet al Premio Nobel per la Pace.
Per fortuna, però, iniziano ad arrivare le analisi più serie e affidabili. Foreign Policy ha pubblicato un interessante dossier sulla “rivoluzione mancata” dei Green. E la giornalista iraniana Golnaz Esfandiari sfata molti dei luoghi comuni, spiegando perché “non c’è mai stata una Twitter-revolution in Iran”.
In larga parte – scrive Esfandiari – si è trattata solo di un’allucinazione occidentale: “Erano quasi tutti americani che si scrivevano tra loro”. E se anche “un gruppo di attivisti dell’opposizione ha usato Sms, email e blog per pubblicizzare le azioni di protesta, il tradizionale passaparola è stato di gran lunga il mezzo più influente per organizzare l’opposizione”. Al limite, sottolinea Esfandiari, è stato Facebook ad avere un ruolo più centrale nel diffondere le informazioni online. Non di certo Twitter.Anche sulle colonne del Guardian, Hamid Therani, editor persiano di Global Voices, spiega che “non c’erano più di 1000 utenti attivi su Twitter al tempo delle elezioni”. Più importante si è invece rivelato YouTube perché in molte occasioni (come l’omicidio di Neda Soltan) “ha rappresentato l’unica prova vivente di ciò che accadeva”.
pubblicato il 12 giugno 2010
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«L’idea è stimolante visto che si tratta dell’iniziativa di un Paese sovrano che decide di fasi carico del problema della libertà di stampa ai tempi della rete». A Guido Scorza, avvocato, sempre in prima linea per la difesa della libertà di espressione la Icelandic Modern Media Initiative (IMMI) piace. La apprezza nel merito, nel metodo e per le possibili ripercussioni in un’Italia sempre a rischio bavaglio. «E’ bello che abbiano deciso di non inventare di nuovo la ruota ma di prendere il meglio delle varie legislazioni già in essere nel mondo. E’ una modalità 2.0».
Tra i Paesi citati come modello noi non ci siamo…
E questo è sintomatico. Dopo tutto, l’attuale orientamento italiano diverge molto dai principi espressi nella proposta.
pubblicato il 9 giugno 2010
Tag: Guido Scorza, IMMI, Intervista
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Una proposta in discussione in parlamento potrebbe trasformare l’isola artica nella terra promessa della libertà di stampa: un luogo dove editori e giornalisti vorrebbero trasferirsi per sfuggire alla censura
L’isola che non c’è ma potrebbe esserci è lontana (in particolare dall’Italia), piena di vulcani e, soprattutto, senza bavagli che limitino il desiderio di informare di giornalisti e blogger. Ai suoi abitanti garantisce le più sofisticate protezioni giuridiche alla libertà di espressione. Ai poteri di tutti i tipi impone per legge il massimo rispetto del diritto di parola e l’estrema trasparenza. Al resto del mondo offre un esempio virtuoso da seguire, agli editori un rifugio, a chiunque un computer dove ospitare documenti che si vogliono far conoscere al pubblico, senza rischi di vederli sequestrati.
Un’isola così non c’è ancora ma potrebbe materializzarsi molto presto nel caso una proposta di legge in discussione nel parlamento islandese ricevesse il via libera dall’assemblea. Si chiama Icelandic Modern Media Initiative (IMMI) e, se approvata, trasformerebbe l’Islanda nella terra promessa della libertà di stampa, un luogo dove editori e reporter avrebbero grande interesse a stabilirsi e operare.
pubblicato il 8 giugno 2010
Tag: IMMI, Islanda, WikiLeaks
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editoriale
F. C.
Questo non è giornalismo. Lo sostiene un editoriale del Los Angeles Times, in polemica con l’ultima iniziativa di Google. Il popolare motore di ricerca ha annunciato che presto tutte le notizie che compaiono su Google News (http://news.google.com) saranno commentabili dai lettori. Oggi questa forma di aggregazione di news crea una sorta di giornale automatico, pescando i titoli e i relativi link da migliaia di fonti online. Ma presto chi legge potrà dire la sua, in questo modo arricchendo dal basso questa specie di «testata» anomala. Google News è solo indirettamente una forma di giornalismo, dato che a monte ci sono dei giornali veri, di carta o di rete, non importa, e dei giornalisti veri. Ma l’impacchettamento è automatico, realizzato da qualche segreto algoritmo, che genera un prodotto un po’ strano, di solito persino troppo ovvio e senz’anima. Ma non è questa la critica avanzata dal giornale di Los Angeles; l’editoriale sostiene che aprire la strada alle osservazioni dei lettori, singoli o organizzati, significa implicitamente ammettere che le notizie fornite sono incomplete e non adeguate (anche se derivano da migliaia di fonti, le più diverse), mentre il «buon giornalismo» consiste invece nel saper porre le domande giuste invece che limitarsi ad aggregare le news altrui, pur se aprendo il forum a qualsivoglia commento. Per questa strada, suggerisce il quotidiano, si rischia di avere molti commenti fuori tema, spazzatura, divagazioni, come del resto succede in moltissimi luoghi della rete aperti al pubblico. Il rischio c’è, e chiunque frequenti i forum dei grandi quotidiani italiani, avrà notato che essi spesso rigurgitano di espressioni del pensiero fazioso, dove la passione partigiana spinge più a schierarsi (e a insultare i nemici) che ad argomentare. È senza dubbio un limite costitutivo di questa forma di partecipazione, che peraltro può essere limitato da una gestione redazionale insieme attenta e propositiva: il ruolo dei moderatori intelligenti dei forum non sta tanto nel censurare, quanto nel coordinare, variamente interloquire senza prevaricare. Perché allora tanto nervosismo?
pubblicato il 24 agosto 2007
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In «Republic. com 2.0», Cass Sunstein (università di Chicago) analizza, preoccupato, gli sviluppi dei blog e dei social network Una analisi di quel che, grazie a Internet, sembra essere un «mercato perfetto» dell’informazione e dell’intrattenimento
Franco Carlini
I social network rischiano di relegare i partecipanti delle singole community e di isolarli dagli stimoli di realtà diverse. Il paradosso del web sociale è la sua mancanza di pluralismo e di contraddittorio. L’ultimo saggio di Cass Sustein – Republic.com 2.0 – ne illustra le dinamiche.
All’apparenza, grazie all’internet, quello dell’informazione e dell’intrattenimento è finalmente un «mercato perfetto», sia sul fronte della produzione che su quello della distribuzione. Chiunque infatti può produrne a bassissimo costo, senza ricorrere ad agenzie di intermediazione, e se è bravo avrà successo; viceversa la rete globale permette a ognuno di trovare tutto quanto gli piace e solo quello, dalle migliori musiche del Burkina Faso alle ricette di cucina a base di fragole. C’è spazio per tutti, grazie al fenomeno della «Long Tail» (ben descritto nel saggio La Coda Lunga di Chris Anderson, Codice edizioni). Vale per musica, romanzi, film, così come per le notizie, anche per effetto del crescere impetuoso del giornalismo iperlocale, grazie al quale chiunque può sapere come sono andate le feste di fine anno scolastico nella più piccola delle contee americane. Eccetera, eccetera, in abbondanza e sovrabbondanza.
Ma è davvero tutto così bello e meraviglioso? Non c’è alcun problema? I problemi ci sono, e non sono pochi. Molti intellettuali tradizionali, ultimo Giorgio Bocca sull’Espresso, lamentano l’eccesso di informazione: già il fatto che sia troppa è un bel guaio, cui si aggiunge che spesso è poco affidabile, diventando solo noise, rumore.
Ha scritto Bocca sul numero del 2 agosto: «Dietro la moltiplicazione, l’invasione, l’infatuazione delle macchine non si vede una crescita delle conoscenza, una maggiore pienezza di vita, ma un soffocamento della fantasia, un nozionismo invadente. L’uso generalizzato di un archivio colossale come internet che vantaggi dà se non il moltiplicare notizie e conoscenze vecchie e mal digerite?». Questa è un’obiezione classica, che è sempre stata avanzata in occasione di ogni salto delle tecnologie della comunicazione, fin dai tempi della stampa a caratteri mobili di Gutenberg. Ogni volta scatta l’angoscia, ogni volta si percepisce che lo scibile umano non è più riconducibile a pochi testi o enciclopedie e che occorre imparare a gestire l’abbondanza delle idee con nuovi strumenti, pratici e concettuali (tale è il tema di un recente saggio di Alex Wright, Glut: Mastering Information Through the Ages che ripercorre il tema dell’information overload attraverso i secoli e il sogno di un sapere universale).
A questo problema la rete offre oggi molte soluzioni, sia tecniche che sociali, e sono tutte all’insegna dei filtri. Filtri non per censurare, ma per scegliere. Sono tali i motori di ricerca, che offrono un sottoinsieme delle pagine web in risposta alla query (domanda) fatta dall’utente attraverso delle parole chiave. Ma non sono gli unici utensili: il sistema degli Rss Feed permette al lettore di selezionare le fonti cui abbeverarsi quotidianamente, per esempio, dall’Economist, tipico settimanale generalista, solo le notizie di Scienza e Arte, e da Endgadget solo quelle sui cellulari, e via selezionando.
Ci sarà anche chi fa ricorso a uno dei diversi siti che aggregano in proprio le notizie, pescando da migliaia di fonti, e le suddividono per categorie: tipico Google news, ma anche Individual.com oppure Reddit.com. Infine ci sono le versioni più o meno spinte di giornale personalizzato, che fu un sogno-proposta di Nicholas Negroponte, il cosiddetto MyJournal. E’ una possibilità che diversi siti e testate offrono da tempo, anche il prestigioso Wall Street Journal: ogni lettore compone una sua prima pagina individuale, che mette in evidenza gli argomenti che gli interessano e solo quelli; ogni copia del giornale online è dunque diversa da quella di ogni altro lettore.
Non è meraviglioso? Non è il trionfo dell’estrema libertà e personalizzazione dei consumi? La tendenza percorre tutti i media, non solo quelli internet; palinsesti personalizzabili offrono le tv, magari attraverso apparecchi dedicati alla bisogna, come Tivo (un videoregistratore su hard disk, dove prenotare gli spettacoli e i canali da registrare).
Ma qui nasce un nuovo problema, che uno studioso americano, Cass Sunstein dell’università di Chicago, ha già affrontato nel 2001 con il suo libro Republic.com e che ora ripropone, in versione aggiornata agli ultimi sviluppi dei blog e dei social network. Il titolo, persino un po’ troppo ovvio è Republic.com 2.0. La sua preoccupazione, del tutto condivisibile, è questa: una tale perfetta possibilità da parte di ognuno di selezionare quanto gli interessa e di escludere tutto il resto genera una pericolosa frammentazione della sfera pubblica che a sua volta si riflette negativamente sull’idea stessa di democrazia e di libertà di espressione. Il Daily Me o il My Journal, rinchiudono ognuno nel guscio dei suoi interessi attuali, senza esporlo mai ad altre informazioni e ad altri punti di vista. Così avviene spesso anche per i forum, i blog, le comunità: frequentare solo i luoghi dove si sa a priori che la pensano come noi può essere tranquillizzante e gratificante. Allineare il proprio sito a quelli simili è utile e fa comunità. Ma può anche accecare e limitare.
Al contrario, sostiene Sunstein, un ben congegnato sistema della libertà di espressione dovrebbe rispondere a due requisiti. Primo: «Le persone devono essere esposte a materiali (notizie e punti di vista, ndr) che non hanno scelto in anticipo. Degli incontri non pianificati, non anticipati, sono un elemento essenziale della democrazia». È la differenza che corre tra il frequentare un club chiuso (di tifosi di una squadra, di appassionati di arte digitale, di cultori di una sottocorrente del buddismo) e invece circolare per le piazze e negli angoli di strada, dove si incrocia, e magari si dialoga con altra umanità. È la differenza tra coltivare l’identità in maniera esasperata e lasciarsi coinvolgere dalla diversità. Questo atteggiamento, da strada e piazza pubblica, è un potente antidoto a razzismi, settarismi ed estremismi.
Secondo: è utile e opportuno che «molti cittadini condividano delle esperienze. Senza esperienze condivise una società eterogenea avrà una difficoltà molto maggiore nell’affrontare i problemi sociali. Le persone possono trovare difficile capirsi gli uni con gli altri». Questo aspetto di piattaforma comune di informazioni è stata la grande caratteristica virtuosa della stampa quotidiana generalista: offre a ogni comunità, a diverse scale di grandezza, dal comune alla nazione, un contesto a partire dal quale stare assieme, ma anche se del caso discutere e litigare civilmente. È una condizione essenziale della democrazia. E non si tratta solo dei grandi fatti della politica: anche la cronaca nera e bianca, i nati e i morti, sono il tessuto comune che i quotidiani tradizionalmente offrono. È una funzione di collante (glue) sociale. In questo essi sono favoriti dalla loro struttura fisica, che obbliga a sfogliare: per arrivare alle pagine dell’amato sport uno è costretto a muovere i fogli e lo sguardo magari gli cadrà sul Darfur o sul riscaldamento globale: viene «esposto», appunto ad altri temi e problemi, e va a vedere che non si soffermi.
Se questi due elementi – l’esposizione e la condivisione di esperienze – vengono a mancare perché ogni individuo si costruisce il proprio media personale, le sue «camere ad eco» che appunto echeggiano le sue preferenze e i suoi punti di vista predeterminati, allora sono guai.
Il rischio segnalato da Sunstein è reale e già presente nelle nostre società, anche indipendentemente dalle tecnologie digitali, e non basta esorcizzarlo sostenendo che tanta informazione, anche se frammentata, è comunque un progresso. Ciò è vero, è sempre vero, ma non basta. Questi sono tempi di informazione sovrabbondante e dove, contemporaneamente, l’attenzione è la risorsa scarsa. Per questo «il filtraggio è un fenomeno inevitabile, un fatto della vita». Ma altrettanto utile è continuare ad alimentare e a valorizzare i luoghi della diversità e del libero confronto. Anzi proporsi esplicitamente di costruirli.
pubblicato il 24 agosto 2007
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Addio stampa locale, è l’ora degli «aggregatori» (ma le radio resistono)
Uno studio di Harvard University esplora la popolarità delle fonti di news online
Valentina Tubino
Un report della Harvard University ha preso in esame i visitatori di 160 siti americani di informazione tra quotidiani, network televisivi e radio: i giornali locali perdono visitatori rispetto alle testate più importanti, mentre resistono le piccole radio e spopolano gli aggregatori.
Lo studio, intitolato «Creative Destruction: An Exploratory Look at News on the Internet» esplora la popolarità delle fonti di news online, con uno sguardo particolare all’andamento dei giornali web locali, è stato realizzato avanti dal Centro Joan Shorenstein rivolto alla stampa, alla politica e agli affari pubblici e finanziato dalla Carnegie Corporation di New York. Sono stati presi in esame 160 siti di news nell’arco di un anno. I risultati sembrano evidenziare che, negli Usa per lo meno, gli utenti web in cerca di notizie stanno cambiando rotta: sempre maggiore è l’afflusso alle grandi sorgenti di informazione mentre vengono lentamente trascurate le testate locali. Secondo il Professor Thomas Patterson, del Centro Shorenstein, «con l’aumento dell’uso di internet come fonte di informazione, l’audience dei vecchi media è diminuita proporzionalmente». Vanno bene i siti dei quotidiani più popolari e venduti a livello nazionale, come New York Times, Washington Post e USA Today, con un incremento medio di visite del 10 per cento rispetto all’anno precedente. Perdono lettori invece i giornali locali, sia testate di città grandi, sia di città medie o piccole.
Ancora maggiore è il successo dei siti web di colossi televisivi come Cnn, Abc, Cbs, Nbc, Msnbc e Fox, che in 12 mesi hanno richiamato un buon 30 per cento in più di visitatori. Ma in questo caso le piccole radio e tv locali tengono testa, incrementando le utenze, anche se a un ritmo ovviamente più contenuto.
La sorpresa più grande però è il boom delle fonti non tradizionali, degli aggregatori e dei blog, vera novità dell’informazione online. I siti che pubblicano news tratte, adattate, interpretate o semplicemente linkate da altre fonti online hanno ottenuto, nell’ultimo anno, un ampio favore di pubblico. I nomi che più di tutti minacciano il dominio delle grandi testate giornalistiche americane sono Google, Yahoo, Aol e Msn, ma anche siti che usano software per monitorare e pubblicare in modo semi-automatico le notizie come Newsvine, Topix, Digg e Reddit. Per esempio, negli ultimi dodici mesi, gli utenti unici mensili di Digg, sono cresciuti da 2 milioni a oltre 15 milioni. Inoltre, gli aggregatori di informazione registrano in media circa 100 milioni di visitatori mensili, contro i 7,4 milioni dei principali network televisivi americani. Secondo Nancy Palmer, direttore esecutivo del Shorenstein Center, «il declino degli utenti di testate e televisioni locali corrisponde a una perdita potenziale di informazione».
pubblicato il 24 agosto 2007
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