Thursday 20 June 2013

IL MANIFESTO BLOG
   Tecnologie e culture digitali – a cura di effecinque
Archivi per la categoria ‘web’
  • di Carola Frediani

    È un numero che finora non era mai riuscito a nessun prestigiatore: far sparire 80 milioni di persone in 13 minuti. Un secondo prima stavano freneticamente parlando, chattando, leggendo, inviando messaggi; un secondo dopo sono state silenziate. Voilà. Il trucco c’è ma non si vede.

    Quanto avvenuto in Egitto la sera del 27 gennaio va infatti oltre la semplice censura. Lo hanno chiamato coprifuoco elettronico totale. Significa tagliare tutte le comunicazioni tranne le linee telefoniche fisse, e cioè web, email, sms, cellulari. Un’operazione di oscuramento di un Paese che non ha precedenti, iniziata già qualche giorno prima, con il blocco delle connessioni ai social network più usati dalla rivolta anti-Mubarak, Twitter e Facebook; e proseguita con l’ordine dato ai fornitori di connettività locali – Vodafone Raya, Link Egypt,Telecom Egypt, Etisalat Misr – di chiudere i rubinetti del traffico. Uno switch-off previsto dalle leggi egiziane in caso di richiesta del Ministero delle comunicazioni per emergenza nazionale. Una strozzatura avvenuta a livello di router, i computer che instradano il traffico internet fungendo da snodo delle autostrade digitali. E che si è ripetuta poco dopo per bloccare sms e telefonate via cellulare.

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di carolafrediani
pubblicato il 15 febbraio 2011
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  • di Gabriele Cazzulini

    Si è concluso a Stoccolma il processo di appello per The Pirate Bay, il noto sito per lo scambio di file accusato dall’industria musicale di essere una fonte di  download illegale.
    The Pirate Bay era il sito web svedese che “tracciava”, cioè indicizzava, i file BitTorrent, un formato per scambiare file di grandi dimensioni col sistema “peer-to-peer” (p2p), cioè direttamente tra gli utenti. Molti dei file in questione però  sono coperti dal copyright. Leggi il resto di questo articolo »

di carolafrediani
pubblicato il 21 ottobre 2010
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in IPR, web
  • di Alessandro Delfanti

    La Sgae o Sociedad General de Autores y Editores è l’equivalente spagnolo della Siae, la Società Italiana Autori ed Editori. Mentre eXgae, come dice il nome, è un gruppo basato a Barcellona che lotta contro l’entità che gestisce i diritti d’autore e ne chiede la chiusura o quantomeno una riforma radicale. eXgae è uno degli esperimenti più avanzati del fronte per la liberazione della produzione culturale dai lacci imposti dal copyright, che sostiene le grandi aziende e i dinosauri della cultura alla faccia delle trasformazioni causate dall’avvento di Internet. Poche settimane fa la Sgae ha fatto pervenire a eXgae una lettera in cui intimava di non usare più quel nome (che richiama troppo da vicino il loro) e di cessare le sue attività. Simona Levi vive a Barcellona ed è una delle principali animatrici di eXgae. Le abbiamo chiesto di spiegarci cosa fa eXgae, quali saranno le conseguenze di un’eventuale causa contro di loro, e cosa accadrà se e quando (perlomeno in Spagna) vivremo in un mondo ex-Sgae.

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di carolafrediani
pubblicato il 19 ottobre 2010
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in IPR, web
  • C’è un po’ di Italia nel nuovo browser di Microsoft, Internet Explorer 9, forse il miglior prodotto per stabilità, sicurezza e performance disponibile al momento e presentato il 15 settembre scorso a San Francisco. Uno degli sviluppatori del progetto è infatti Giorgio Sardo, giovane programmatore italiano divenuto uno degli evangelist (un pioniere che leva la propria voce a sostegno di una tecnologia) del colosso fondato da Bill Gates, che porta in giro – negli organi istituzionali preposti alla standardizzazione e tra gli sviluppatori – il verbo dell’Html5. Per le abitudini della Silicon Valley, dove risiede da qualche anno, Giorgio è giovane, per quelle italiane è ancora “un ragazzino”: ventisei anni. Eppure già un curriculum invidiabile alle spalle. Da studente al Politecnico di Torino partecipa nel 2006 al concorso per programmatori promosso da Microsoft e British Telecom, la Imagine Cup Innovator Accelerator, vincendo (il team era composto anche da Massimo Paternoster, Silvia Perrone e Andrea Sossich altri studenti del Politecnico) la finale di Delhi con un progetto software, Hello World, per la raccolta di dati biometrici e comportamentali. Un vittoria che cambia la vita e soprattutto spalanca le porte di quella professionale. Nonostante le attenzioni ricevute dall’industria, Giorgio torna a Torino e termina l’università. A quel punto la chiamata nella sede londinese di Microsoft diventa irrinunciabile, anche se l’Europa sta stretta a chi vuole conquistare il mondo dell’information technology.
di gabrieledepalma
pubblicato il 7 ottobre 2010
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  • C’è uno spettro che si aggira per il mondo, è un virus informatico che si chiama Stuxnet e che ha attaccato hardware e software usati negli impianti di controllo della rete elettrica, del gas e anche delle centrali nucleari iraniane. Il governo di Ahmadinejad ha dichiarato di aver risolto i problemi causati dal virus, ripulito le macchine infette e che non ci sono stati malfunzionamenti alle centrali nucleari dovuti a Stuxnet. La stampa occidentale ha dato subito ampio risalto alla vicenda leggendo nell’episodio un altro capitolo di quella che viene ormai chiamata cyber-guerra, il conflitto condotto con armi tecnologiche, dai codici maligni, come in questo caso, ai sabotaggi delle infrastrutture di comunicazione. Attacchi ad alto tasso hi-tech si sono verificati in Estonia nel 2007, in Georgia nel 2008 (in entrambi i casi, si dice, da parte russa) ma anche negli Stati Uniti all’inizio dell’anno (anche Google tra le vittime e mandante, pare, la Cina). Questa volta, invece, a subirlo è uno dei cosiddetti “stati canaglia” – e si segnalano le prime infezioni anche in Cina proprio in questi giorni – e questo fa pensare che la sorgente dell’offensiva sia occidentale. La minimizzazione giunta da Teheran, non si sa fino a che punto “di rito”, fa il paio con l’enfasi, talvolta esagerata, dei media occidentali. Proprio per questo è utile distinguere nella vicenda quanto, allo stato, è certo da quanto rimane nel campo delle speculazioni. Allo scopo abbiamo chiesto aiuto a Feliciano Intini, uno dei massimi esperti italiani di sicurezza informatica e stratega di cyber-security in Microsoft. “Il virus è complesso, aggrega infatti tante funzionalità, nessuna delle quali particolarmente innovativa ma che non sono mai state messe tutte insieme: è un mosaico di codice maligno scritto anche in diversi linguaggi di programmazione e anche questo è insolito”.

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di gabrieledepalma
pubblicato il 6 ottobre 2010
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  • Ci sono stati momenti epocali nella storia delle tecnologie di rete, come quando Tim Berners Lee nel 1989 chiese l’autorizzazione al Cern per avviare un progetto sull’ipertesto, dando luogo niente meno che al web. O quando il programmatore finlandese Linus Torvalds inviò in un newsgroup la sua richiesta di aiuto per sviluppare un sistema operativo open source di cui aveva abbozzato un nucleo: da lì nacque Linux. O la nascita del primo servizio di file-sharing (Napster), o del VoIp (Skype) o della prima rete interoperabile per la comunicazione in mobilità, il Gsm. Insomma accadimenti più o meno noti che hanno cambiato la vita degli utenti. Oggi, anche se non tutti lo sanno, siamo all’inizio di uno di questi momenti e il nome dell’innovazione è Html5 (Hyper Text Markup Language 5). Si tratta della nuova versione dello standard per la scrittura di pagine web. E’ in via di ratifica da parte delle istituzioni preposte (W3C e WHATWG) ma gli sviluppatori di siti e di applicazioni stano già lavorando coi nuovi vocaboli e la nuova sintassi.

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di gabrieledepalma
pubblicato il 5 ottobre 2010
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  • di Gabriele Cazzulini

    Con le masse sempre più immerse nel web, anche i luoghi di tradizionale isolamento, come i penitenziari, iniziano ad aprirsi alla rete. In questo gli Stati Uniti rappresentano un laboratorio interessante, in cui si mischiano esigenze di bilancio (le prigioni in Usa sono un business, come illustra magnificamente il web-documentario Prison Valley) e politiche di rieducazione.

    L’Ufficio Federale per le Carceri, per esempio, ha adottato da alcuni anni in una ventina di penitenziari il sistema TruLincs, Trust Fund Limited Inmate Computer System. E’ un sistema che consente ai detenuti di crearsi, dietro approvazione dell’istituto, una lista di contatti di altri detenuti con cui scambiarsi posta elettronica al costo di cinque centesimi per ogni ora di collegamento. Il sistema non prevede la connessione al web e i messaggi sono sottoposti ad un controllo che scatta in presenza di determinate parole-chiave considerate sospette o pericolose. Nello stato del Kansas, invece, i detenuti possono scambiarsi email, svolgere video-conferenze con parenti ed effettuare operazioni di e-banking attraverso JPay, un sistema apposito per trasferire denaro per i detenuti.

    Si tratta, nel complesso, di servizi a pagamento, finanziati privatamente, che dovrebbero alleggerire i bilanci dei penitenziari a favore di attività educative. Accanto ai motivi economici si affianca la possibilità per i detenuti di raccontare al mondo la vita dietro le sbarre, sviluppando una coscienza condivisa con altri nella propria situazione, dal modo in cui sono finiti “dentro” fino al modo in cui usciranno “fuori”. Il “blogging behind the bars”, il blogging dietro le sbarre, può dunque rivelarsi dunque un’attività socialmente utile. E’ il caso di Michael Santos, condannato a 45  anni di carcere perché vendeva cocaina. Ha creato un blog intitolato “Criminal Justice” che è diventato anche un punto di riferimento per le proposte di riforma della giustizia.

    Un esempio più noto (e più contraddittorio) è quello del rapper afroamericano Lil Wayne, che dallo scorzo marzo sta scontando otto mesi di reclusione a Rikers Island, un carcere di New York, per possesso illegale di arma da fuoco. Wayne scrive sul suo blog, dove ovviamente compare un timer col conto alla rovescia per il suo rilascio, tramite email dal carcere che poi vengono ripostate sul blog dal suo staff. Ogni post scatena quasi un centinaio di commenti, molti dei quali esprimono un chiaro biasimo per la condanna inflitta al rapper.

    Il caso di “Lord Black” è ancora più ambiguo. Al secolo Conrad Moffat Black, nato nel 1944, “Lord Black” è un lord inglese ed era il terzo editore al mondo, possedendo prestigiose testate come il Daily Telegraph e il Jerusalem Post. Nel 2007 una corte americana lo ha condannato a sei anni e mezzo di carcere per frode e sottrazione di fondi, salvo poi essere graziato nel 2010. Mentre era in cella, Lord Black scriveva piccanti editoriali contro Rupert Murdoch per il Daily Beast, un sito web di grido, che fa molto rumore a New York e negli Usa. Da notare che nella breve biografia di presentazione di Black non viene fatta menzione della sua condanna.

di Raffaele Mastrolonardo
pubblicato il 21 settembre 2010
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in web
  • Il rimescolamento dei media è già in mezzo a noi. E coinvolge anche la regina dell’intrattenimento domestico: la televisione. Tra utenti che la guardano mentre conversano su Facebook e grandi colossi del web che provano a portare la rete in salotto, il futuro del piccolo schermo punta sempre di più verso la contaminazione con Internet. A confermare questa tendenza arriva oggi una recentissima ricerca realizzata da Intel, primo produttore mondiale di microprocessori.

    La tv, dice, è uscita dal suo splendido isolamento. Quasi uno spettatore su tre (il 29%) utilizza un computer, un iPad o un telefonino mentre guarda un programma: per stare in contatto con gli amici o anche solo per dire la sua su ciò che sta seguendo. Questa tendenza alla pluri-medialità è confermata a livello europeo soprattutto tra le giovani generazioni: il 42% degli intervistati tra i 18 e i 24 anni usa infatti la chat per scambiare opinioni durante i programmi televisivi, mentre più di un terzo (il 35%) esprime le proprie opinioni sui social network preferiti. Tornando in Italia, le tendenze emerse sono confermate dai desideri espressi dagli utenti. Alla richiesta di un parere sulle funzionalità della televisione di domani, il 38 % degli intervistati afferma di gradire la personalizzazione del palinsesto e la possibilità di godere sullo schermo del soggiorno tanto di programmi tradizionali, quanto di video in streaming da Internet e film archiviati sul proprio Pc.

    Questa voglia di mescolanza è suffragata dal fatto che il 37% dei telespettatori già oggi si ingegna collegando computer e smartphone allo schermo della tv. Come è noto, per venire incontro alle esigenze degli utenti si sono già mossi con prodotti specifici i grandi signori della tecnologia e della rete Apple, Google e Microsoft. Quanto a Intel, azienda che ha commissionato la ricerca, il suo obiettivo non nascosto è quello di essere, con i suoi processori, il motore di questa nuova classe di dispositivi e software che farà da anello di congiunzione tra televisione e web.

    Articolo pubblicato originariamente su il manifesto dell8 settembre 20010

di Raffaele Mastrolonardo
pubblicato il 9 settembre 2010
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  • Nei pochi km che separano Bizerte (Tunisia) e Palermo scorrono, come un fiume sotterraneo, un’infinità di bits. E’ uno dei dati che più saltano all’occhio di questa interessante mappa interattiva dedicata a quel reticolo di cavi sottomarini su cui viaggia internet.

    Un’istantanea della globalizzazione più illuminante di tante analisi.

di carolafrediani
pubblicato il 20 agosto 2010
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  • Google e Verizon hanno presentato un piano in sette punti per regolamentare la neutralità della rete. I punti però presentano alcune contraddizioni interne, molte definizioni troppo vaghe e lasciano completamente fuori dai giochi la parte wireless e mobile della rete. In rete cresce la protesta e la delusione nei confronti di Google, la cui immagine sempre meno coincide con quella che aveva in passato di paladino dei diritti e delle libertà dell’economia digitale.

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di gabrieledepalma
pubblicato il 15 agosto 2010
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