Grazie Francesca. Meriti lo status di fuoriclasse anche se non rivincerai l’Open di Francia. A nome degli appassionati del tennis italiano. E grazie al pubblico parigino che riesce a sostenerti meglio di quanto faccia il pubblico romano agli Internazionali d’Italia. La Schiavone è di nuovo tra le prime quattro giocatrici al mondo sulla terra parigina dopo la vittoria in rimonta sulla russa Pavlyuchenkova. Non è stato un fuoco di paglia il successo della milanese al Roland Garros dell’anno passato. Serviva una prova con i fiocchi, non più qualche fiammata di classe piazzata in qualche torneo dopo il successo dell’anno scorso. Per non rischiare di trovarsi di fronte all’etichetta di meteora di lusso. A maggior ragione dopo la deludente performance di due settimane fa al Foro Italico. La Leonessa conserva intatte le sue chances di rivincere il Roland Garros. Incredibile il recupero sulla russa, avanti un set e due break nel secondo. Prima del ritorno impetuoso della Leonessa. Che è una campionessa esplosa alle soglie dei trent’anni. E se domenica la finale la guardasse assieme a noi davanti alla tv, cambierebbe poco. Troppe emozioni ha regalato agli appassionati in crisi d’astinenza da campioni della racchetta e al pubblico parigino. Che l’ha ormai adottata. Incredulo alla crisi della milanese che non beccava palla per oltre un set, poi feroce supporter sino alla sua vittoria. Un rapporto intenso. Viscerale. Che porta la Leonessa a mostrare un repertorio vasto e sconosciuto alle atlete del power tennis contemporaneo. Va bene qualsiasi avversaria d’ora in poi. La beniamina di casa Marianne Bartoli (e non è detto che il pubblico volti le spalle alla Schiavone) oppure un’altra russa, Kuznetsova. Magari in attesa di una finale contro la risorta Sharapova. Assieme alla Schiavone solo tre italiane (Maud Levi, Annelies Ullstein Bossi Silvana Lazzarino) avevano raggiunto le semifinali a Parigi. Ma la milanese ha concesso un fantastico bis.
pubblicato il 31 maggio 2011
| Nessun commento »
La blasfemia è dietro l’angolo. Come la probabile condanna di buona parte dei tifosi del calcio. Lionel Messi è il calciatore più forte della storia. Più di Maradona, Pelè, Di Stefano. Fuoriclasse senza tempo. Forse il confronto è un errore sebbene ieri i quotidiani argentini (“Messi es màs que Diego” scriveva Olè) esprimessero la stessa valutazione. Forse ha ragione chi racconta il tennis e non sceglie tra Federer e Sampras, Borg o Laver. Il calcio però è un eterno uno contro uno, calato in uno sport di squadra. E ci sono i fatti, i numeri che suggeriscono di piazzare ora la Pulce, che a 23 anni ha vinto quasi tutto con il Barça con la sua sigla in calce, addirittura un palmo sopra il mito de El Pibe de Oro.
Messi non ha ancora in bacheca un Mondiale vinto da solo come fece Diego con l’Argentina a Mexico 1986; non ha vinto scudetti e coppe con squadre (il Napoli) di livello assai inferiore rispetto al Barcellona della leggenda. Non gioca con una gamba che funzionava al 70% come ha fatto El Pibe de Oro dal famoso fallo di Goikoetxea nel 1983, così come non palleggia con i limoni nello spogliatoio nell’intervallo per rasserenare i compagni di squadra. Non ha la personalità per farlo, forse neppure gli serve. In Leo non ci sono il furore e la fierezza del popolo argentino incarnato da Diego alla perfezione – che a metà anni ’80 si sentiva depredato dalla crisi economica e dalla perdita delle isole Malvinas a favore del Regno Unito. Leo non deve sorprendere gli altri e se stesso, come ha fatto Maradona selezionando nemici e vizi per una vita, perché non ha demoni contro cui combattere. E’ il migliore a giocare a calcio. E vince. Spesso da solo, nonostante l’orchestra dei palleggiatori che l’assiste. Fuori dal rettangolo di gioco è schivo, quasi anonimo. Il 10 del Barcellona sconta un difetto di poesia nella sua ancor breve storia calcistica. Ma solo perché il pallone contemporaneo a duemila l’ora fagocita ogni riflessione. I gol, le prestazioni sublimi svaniscono troppo presto dalla mente. Tre giorni dopo si torna in campo. Campionato, Coppe, nazionale. La sua vita forse non confluirà nella penna dei “cuentos de futbol” o dietro la cinepresa di un Kosturica o Almodòvar. Però c’è la verità del campo. Che non sempre guarda in faccia alla complessità o all’appeal dei suoi interpreti, ma a cifre e dati di fatto. La Pulce ha realizzato 21 gol nelle ultime due Champions League vinte dal Barcellona. E 138 reti in 159 partite, nell’ultimo triennio. Reti sempre decisive. Sia Eto’o che Ibrahimovic hanno lasciato la Catalogna dopo aver compreso che il genio, la forza della Messi li avrebbe oscurati. Nonostante i gol e l’altruismo dell’argentino che, come Maradona, gioca sempre prima per la squadra. La Coppa dei Campioni di Wembley Messi l’ha vinta da solo. Ferguson ha studiato quasi un mese la sua marcatura. Dopo un quarto d’ora di gioco fermarlo per il Manchester United era diventato più complicato di un cubo di rubik. Poche settimane anche Mourinho aveva variato il suo 4-2-3-1 del triplete interista, portato di sana pianta a Madrid. Lo Special One l’anno passato, con continui raddoppi di marcatura, era riuscito a contenerlo. Stavolta niente da fare, un centrocampista in più faceva il solletico al piccoletto argentino. Che è più veloce palla al piede, punta maggiormente la porta e segna il doppio del fantastico predecessore. Maradona nel Napoli, campionato a 16 squadre, realizzava in media 13-14 gol a stagione. Con il blaugrana il tassametro viaggia fisso oltre quota trenta. E poi, siamo sicuri che sia più agevole guidare alla vittoria dei calciatori discreti in un campionato nazionale piuttosto che un gruppetto di grandi calciatori alla conquista di due Coppe dei Campioni? Il prossimo passo per Messi è il campionato del mondo in Brasile tra tre anni. Avrà 27 anni, l’età di Diego re in Messico. Il campo dirà se la presunta blasfemia sarà una verità anche per gli altri.
pubblicato il 30 maggio 2011
| 5 Commenti »
Nello sport italiano si nascondono. Forse sono costretti a farlo. Allegri alle Iene ammette che un atleta omosessuale potrebbe avere problemi nello spogliatoio del Milan. E molti sui colleghi (Lippi, Capello o dirigenti come Luciano Moggi) hanno più volte detto di non aver mai conosciuto calciatori o allenatori gay. Qui funziona così. Solo illazioni da bar o articoletti sui giornali di gossip. In attesa che qualcuno faccia outing, come si augurava qualche tempo fa il ct della Nazionale Cesare Prandelli. Negli Stati Uniti invece è addirittura un proprietario di una franchigia professionistica a fare coming out. Rick Welts, maggior azionista dei Phoenix Suns, ha confessato pubblicamente al New York Times la sua omosessualità. Per vivere apertamente la sua vita. Una scelta coraggiosa, che cade nel microcosmo al testosterone per eccellenza, la Nba appunto, dove gli atleti europei hanno impiegato vent’anni per essere guardati senza puzza sotto al naso da quelli americani. Prima dell’intervista al NYT, Welts si è confrontato con il commissioner della Nba David Stern e la leggenda dei Boston Celtics, Bill Russell. Ha vissuto una vita all’ombra. Costretto al silenzio quando il suo primo compagno morì nel 1994 per complicazioni dovute al virus Hiv. Lo stesso silenzio vissuto un paio di anni fa, lasciato da un uomo dopo 14 anni di amore. Un mese fa da quest’altra parte dell’Atlantico è uscito allo scoperto anche un giovane calciatore svedese, Anton Hysen, vent’anni, figlio di Glenn, ex roccioso difensore della Fiorentina. Al quotidiano progressista inglese The Guardian ha detto che la sua storia in Italia non avrebbe cittadinanza: “Non ho niente da nascondere, ho fatto coming out per poter vivere me stesso alla luce del sole. Certo vivo in Svezia, un Paese ateo e liberale, una scelta del genere in una nazione cattolica come l’Italia sarebbe stata più difficile. Ai tifosi dovrebbe interessare che sono un giocatore tecnico e non velocissimo, se mi schierano in difesa o esterno di centrocampo, e non con chi vado a letto”. Non in Italia.
pubblicato il 25 maggio 2011
| Nessun commento »
Un calcio vincente a costi sostenibili. Che guarda all’equilibrio delle finanze senza svalutare la cifra tecnica della rosa. Il miracolo Udinese accede ai preliminari della Champions League sei anni dopo l’obiettivo raggiunto con Luciano Spalletti in panchina. E mostra l’altro lato della luna al calcio italiano indebitato e sempre più livellato verso il basso. Cioè imporsi con i giovani di spessore. Provenienti da Cile, Marocco, Ghana, Tunisia, Svizzera. Che costano poco o nulla. Certo, il club ha centrato anche cantonate storiche (si ricordano lo “Zico delle Piramidi”, l’egiziano Hazem Emam oppure l’anonimo danese Allan Gaarde) ma la politica societaria paga. E frutterà dividendi maggiori quando entrerà in azione completamente – tra tre anni – il fair play finanziario (investimenti pari ai ricavi) imposto dal presidente dell’Uefa Michel Platini. Nel modello Udinese l’allenatore è l’ultimo anello della filiera. Non incide sulla programmazione tecnica. I talenti sono selezionati e portati in Friuli dagli osservatori. E poi sottoposti al presidente. Al tecnico di turno tocca valorizzarli e tirare fuori campioni che, una volta venduti ai top club, finanzino il circolo virtuoso. Stavolta l’architetto dell’impresa è Guidolin, che centra il risultato più importante in carriera dopo aver adattato la sua idea tattica alle qualità tecniche dei singoli. Il ruolo di primattore della stagione friulana spetta al presidente Pozzo, al venticinquesimo anno di gestione, che continua a programmare e investire milioni di euro sull’intuito dei suoi collaboratori. Tra gli altri meriti, Pozzo sa resistere alle offerte delle big per i suoi calciatori più giovani. Al massimo vende chi è già maturo, dai 26-27 anni in poi. Dieci anni fa a Udine portò dal Flamengo Marcio Amoroso, venduto tre anni dopo per 63 miliardi al Parma. Ora toccherà a El Nino Maravilla Sanchez. In mezzo ecco Quagliarella, D’Agostino, Inler, Felipe, Zapata, Handanovic, Isla. E la nuova nidiata Armero, Benatia, Asamoah. Il centrocampista ghanese si è affacciato alla prima squadra due anni fa. Qualche presenza al fianco di D’Agostino e Inler nel centrocampo a tre friulano. Venduto il primo, l’anno scorso Asamoah è diventato titolare, spalla dello svizzero, perno del reparto. Se Inler finirà al Napoli o all’estero, sarà lui il leader della mediana udinese nella prossima stagione, Milan permettendo. Fino al prossimo erede.
pubblicato il 23 maggio 2011
| 1 Commento »
Un altro nemico per lo Special One. Andrè Villas Boas, prodigio della panchina che vince l’Europa League con il Porto. La prossima preda mediatica del tecnico del Real Madrid. Il “tattico” del suo staff, uomo che gli metteva a posto gli ingranaggi offensivi sul campo. Le strade tra i due si sono separate nel 2009 all’Inter. Villas Boas comincia la sua avventura all’Accademica in Portogallo. I rapporti tra i due si deteriorano. Con le storie che diventeranno ancor più tese dopo l’omaggio pubblico all’allenatore del Barcellona Guardiola dopo la vittoria in Coppa. “L’Europa League del Porto è dedicata a lui. E’ la mia ispirazione, mi piace il suo approccio al calcio, lo ammiro anche se l’ho incontrato solo un paio di volte”. Dunque Pep luce calcistica per Villas Boas, allievo prediletto di Mou. Tradimento e scelta di campo agli occhi dell’ex interista. E non bastano i successivi ringraziamenti rivoltigli dal suo ex pupillo. Ora Villas Boas è cibo per la sua ego. Finirà a breve nel suo labirintico tritacarne mediatico. In parte ci è già finito. Prima di Porto-Braga Mourinho spedisce un sms di complimenti solo all’avversario in panchina di Villas Boas, Domingos Paciencia, centravanti del Porto nel decennio scorso, idolo pure di Villas Boas e vincitore di sette titoli nazionali. E dallo stesso Paciencia è partita la carriera fulminea del tecnico del Porto. Che, 17enne, fece recapitare a Bobby Robson, allenatore dei lusitani e vicino di porta, una lettera sugli errori tattici commessi in campo dello stesso Paciencia, allora punta del club. L’inglese lo spedì a studiare nella federazione scozzese, poi all’Ispwich, fino ad accoglierlo nello staff del Barça assieme a Mou. La stampa ha a lungo etichettato (a torto) Villas Boas il discepolo erede dello Special One. Per il nuovo profeta non esiste il rumore nemici, non esercita le sue capacità comunicative sulla pelle di media e addetti ai lavori. Spazio a creatività e talento, le squadre di Villas Boas giocano per segnare, non per spedire dallo psicanalista la psiche degli degli avversari. Un Guardiola (per ora) in scala ridotta, per età e tituli. Dice che resterà al Porto per altri dieci anni. Altro passo indietro dal vangelo secondo Mou, che reputava poco competitivo il calcio portoghese dicendo di voler vincere Premier League, Serie A e Liga.
pubblicato il 19 maggio 2011
| 5 Commenti »
L’Asia per allontanare le tenebre del mondiale sudafricano. Diego Maradona riparte da Dubai per il quarto atto della sua carriera da tecnico, la prima fuori dai confini argentini. Guiderà l’Al Wasl, club degli Emirati che lo ricopriranno di petroldollari per due anni. Il ritorno sulla scena de El Pibe de oro segue un lungo surplace mediatico. Con Diego che concede poche interviste a effetto. Soprattutto frecce avvelenate verso il nuovo commissario tecnico della nazionale Sergio Batista e il presidente della federazione calcistica argentina Grondona. Il nemico giurato, “perché il calcio non può finire in mano a chi non ha mai dato un calcio al pallone”. Il nome dell’ex fuoriclasse in questi mesi non è mai accostato a grandi panchine. Neppure alle più piccole. Anche le ultime indiscrezioni che lo volevano in lizza per la panchina del San Lorenzo erano false, come confermava Dieguito al Clarin. Sarebbe sempre il numero uno dell’Afa, assieme al figlio, a impedire il suo ritorno da allenatore in patria: “Di mezzo ci sono sempre i soliti incompetenti. Dobbiamo ancora sopportare che diano lezioni di calcio a chi la storia del calcio l’ha fatta”. La panchina araba per Maradona arriva a pochi giorni dal tam tam mediatico nel suo Paese con un gruppo d’internauti su Facebook, circa ventimila – “Para que un Diego sea un Diego” – che ha proposto di piazzare l’immagine de El Pibe de Oro sulla banconota da dieci pesos. Carta in filigrana per rendergli la gloria eterna. Come Peron o Che Guevara. E un messaggio implicito a Leo Messi, che dall’altro capo del mondo sta ridisegnando le gararchie del pallone. Diego è il re del calcio argentino. E tale resterà. A farne le spese sulla banconota sarebbe Manuel Belgrano, intellettuale e giornalista. L’inventore della bandiera argentina nel 1812, battutosi contro la secessione dalla federazione dell’Uruguay e del Paraguay. In politica, sostenitore dell’autonomia e della laicità dello Stato nei confronti della Chiesa, in economia del sistema liberistico. Insomma, un pezzo grosso della storia del Paese. Sacrificabile, per una parte di fedeli, al cospetto del Mito.
pubblicato il 16 maggio 2011
| 1 Commento »
“Vinciamola per Fuffi”. Gara 2 delle finali Nba 2001 tra Los Angeles Lakers e Philadelphia 76ers. Phil Jackson, coach dei californiani, chiama time out. I suoi subiscono il talento di Iverson. Niente schemi o rimproveri. Solo la richiesta di vincere la gara per il suo cane, morto il giorno prima. Una polaroid dello Jackson-pensiero. Che, dieci anni e sei degli undici – undici – titoli Nba dopo, si ritira. I Lakers perdono 4-0 contro Dallas nella semifinale della Western Conference. E il pubblico gialloviola fischia senza salutare il fuoriclasse della panchina. Che saluta la compagnia come Nixon sconfitto nel 1962 nella corsa a governatore della California. “D’ora in poi non ci sarà più questo ragazzo da prendere a calci nel sedere”. Lo sport statunitense perde un fuoriclasse. Modello comunicativo, come ha scritto Sport Illustrated che rivede (in parte) in Mourinho la sua abilità nella gestione degli atleti. Non discute di basket, Jackson. Anche davanti alla stampa. Si annoia. Irride i giornalisti tv nelle interviste a bordo parquet. Anche in circostanze imbarazzanti. Dopo una sconfitta contro San Antonio commentò: “Abbiamo giocato una partita in stile Brokeback Mountain. Subendo penetrazioni per tutta la partita”. Per poi lavarsi il capo così: “Mi scuso se ho offeso qualche cavallo, texano, cowboy o gay”. Preferisce spiegare i libri di Booker T. Washington o i film di Allen. Oppure raccontare i viaggi solo sognati sulla sua Harley per le anche martoriate. La sua carriera irripetibile è avvolta dallo Zen, filosofia orientale che abbraccia la seconda parte della sua esistenza. La prima fase è segnata dall’incontro con J.F.Kennedy che lo inizia al pacifismo, a un comizio nel 1963. Quattro anni dopo Jackson è scelto dalla Nba. A New York con i Knicks perfeziona il suo stile di vita, rivedendo l’educazione ascetica ed evangelica riservatagli dai genitori pentecostali. Vive in un loft a Manhattan e insegna d’estate basket nelle riserve indiane. Si adopera contro la guerra in Vietnam. Due titoli da cestista alle spalle, torna a casa sua in Montana per lavorare in un centro benessere. Poi fa la storia come coach. Lingua abrasiva che scandisce il comportamento dei suoi atleti dentro e fuori i palazzetti. Sin dal 1989. Jackson sbarca a Chicago. C’è Michael Jordan prigioniero del suo ego. Non era ancora “Air Jordan”, il migliore di sempre. Jackson lo educa assieme ai controversi compagni (Pippen, il multicolore Dennis Rodman, “The Verm”) alla Triple post offence, schema a triangolo inventato dall’assistente Tex Winter. Basket collettivo, movimento e circolazione della palla. Lo definisce il sistema delle pari opportunità. Nel frattempo regala libri ai giocatori. Per stimolarne l’intelletto. Solo MJ non seguiva il canovaccio intellettual-spirituale del coach. Come il suo erede, Kobe Bryant, che Jackson trova a Los Angeles nel 2000. In California il re della franchigia è Shaquille O’Neal. Maestro zen si diverte a stimolare la competitività tra Kobe e Shaq. Arrivano tre titoli di fila, raggiungendo a quota nove titoli nel 2003 il leggendario tecnico dei Boston Celtics, Red Auerbach. Due anni di pausa per viaggi e letture. Poi torna da Bryant. Il bersaglio preferito, assieme al proprietario dei Lakers Jerry Buss (suo coetaneo ma lui è fidanzato con la figlia). Jackson punzecchia Kobe per l’egoismo sul parquet. Anni dopo l’accusa per stupro ai danni di una cameriera nel 2003 in Colorado a carico del cestista di LA, il coach gli regala “Montana 1948”, romanzo su una famiglia distrutta da uno scandalo. Kobe manda a memoria il soggetto, assieme ad altri due anelli, nel 2009 e 2010. Alla stampa dopo l’ultima gara di Jackson in panchina dice di non immaginare la sua vita e l’Nba senza di lui. Non sarà il solo.
pubblicato il 13 maggio 2011
| 3 Commenti »
- Antiviolenza
- Anziparla
- AutoCritica
- Chips&Salsa
- Compagni di squadra
- Dal Giappone con Furore
- EstEstEst
- FranciaEuropa
- Game Odissey
- Horror Vacuo
- Islamismo
- La finanza spiegata ai gatti
- La Rete nel cappio
- Losangelista
- Lo scienziato borderline
- Napoli centrale
- Nuvoletta Rossa
- Popocatépetl
- Poltergeist
- Quinto Stato
- Rovesci d'Arte
- Street Politics