Ieri Aguero al Manchester City, oggi Pastore al Psg. Il calciomercato entra nel vivo in Europa. Con il trio dei petroldollari City-Malaga-Paris Saint Germain che offre cifre spropositate a club e calciatori. E le italiane nel ruolo – non più inedito – di comparse. I grandi campioni, o presunti tali, non vogliono più l’Italia. Effetti del fair play finanziario, in vigore tra tre anni, che obbliga sin da ora le società meno virtuose a ripianare i buchi di bilancio. Oppure dello scarso appeal che esercita la serie A, con le grandi che fanno poca strada nelle Coppe europee. Oggi Pastore lascia Palermo per il Paris Saint Germain di nuovo conio dell’ex milanista-interista Leonardo. Per un campionato – la Ligue 1 – decisamente lontano dal livello del nostro campionato o di quello inglese e spagnolo. Solo l’ennesimo campione che va via dall’Italia. Una settimana prima il cileno dell’Udinese Sanchez firmava per il Barcellona. Ora ci pensa anche Sneijder dell’Inter, candidato a occupare il posto di Scholes nel centrocampo del Manchester United. In Italia finora ha investito solo il Napoli (Inler il colpo migliore) e la Lazio. E qualche affare l’hanno fatto le medio-piccole (Lazio-Klose; Cesena-Mutu). La Juve rivoluziona ma non riesce – nonostante la disponibilità economica garantita dagli Agnelli – a portare a casa un top player. Sfumato Aguero, impossibile anche Giuseppe Rossi dal Villarreal. Il Milan per regalare ad Allegri la mezzala sinistra attesa da Allegri si affida a Raiola per mettere zizzania tra Napoli e Hamsik oppure prova a riportare a casa Kakà in sconto. L’Inter è impegnata ad azzuffarsi con la Juve per lo scudetto 2006 invece di potenziare – e ringiovanire – la rosa da consegnare al nuovo tecnico Gasperini. Il rischio è che sia – di nuovo – un campionato livellato verso il basso.
pubblicato il 28 luglio 2011
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I club e gli ultras. Un incastro pericoloso che rende sempre meno vivibile il calcio italiano. Il ct della Nazionale Cesare Prandelli un anno fa sosteneva che le società sono ancora ostaggio degli umori del tifo organizzato. Un allarme lanciato, con code polemiche, anche da Fabio Capello e Marcello Lippi. I fatti continuano a dar loro ragione. Le violenze, fisiche e morali, si moltiplicano. Basta sbagliare una stagione. O una partita speciale. Il Genoa è stato costretto a cedere il suo regista Omar Milanetto. Cinque anni in maglia rossoblù, Milanetto paga aver apostrofato con “zitti bastardi” i tifosi durante l’ultimo derby di Genova vinto dal Grifone, dopo che la curva aveva accusato la squadra di essere dei mercenari. Le scuse pubbliche del centrocampista non gli hanno evitato contestazioni e scritte oltraggiose sui muri della città ligure. Un clima insostenibile. Il club si è piegato al volere della curva. Via il calciatore, al Lugano, in Svizzera. E’ solo l’ultimo esempio della dipendenza da ultras. In precedenza si erano segnalati quelli della Sampdoria. In febbraio l’irruzione negli studi di una rete privata genovese con aggressione a tre giornalisti. Pretendevano l’esonero del tecnico Mimmo Di Carlo. Stessa sorte toccata a maggio al successore di Di Carlo, Cavasin che rischiava il contatto fisico con un gruppo di sostenitori doriani furiosi per la retrocessione in B. Pochi giorni prima, i tifosi del Bari “scendevano in campo” per mostrare la rabbia della matematica retrocessione. Restava solo il derby con il Lecce. Uno striscione: “Vincere o so’ c…. amari”. Per rafforzare il concetto, sfondavano la recinzione del campo d’allenamento pugliese, con aggressione ad Alvarez e schiaffo al difensore Belmonte.
pubblicato il 24 luglio 2011
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Come volevasi dimostrare. Scudetto 2006 all’Inter. Nessun presupposto giuridico per la revoca del titolo nerazzurro. In Figc non vince nessuno. La federazione, alla fine del decisivo consiglio federale sull’assegnazione del titolo di cinque anni fa, sostiene che sono state semplicemente applicate le regole. Abete mette il carico: “Speravo che l’Inter rinunciasse alla prescrizione”. Scusi, presidente, ma chi rinuncia all’utilizzo della prescrizione nel nostro Paese? Pare scontato che la Juve, delusa dall’esito della riunione in Figc, impugnerà il provvedimento all’Alta Corte di Giustizia del Coni. Due i possibili argomenti: la contestazione della prescrizione, che secondo i legali avrebbe dovuto decretare un organo giudicante e non il procuratore Palazzi e il “mancato diritto all’autotutela”. Di sicuro, l’invocata pacificazione resta un’oasi nel deserto dell’estate del calcio italiano.
pubblicato il 18 luglio 2011
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Il muro di Berlino cede. A cinque anni esatti dall’incredibile vittoria azzurra in Coppa del Mondo. Stavolta la gioia lascia spazio alla celebrazione. Fabio Cannavaro dice stop. Carriera finita a 38 anni. Il ginocchio sinistro non regge più. L’annuncio viene dall’esilio dorato di Dubai, dove giocava da circa un anno. Partito per gli Emirati dopo la figuraccia sudafricana. Lui, un gigante della difesa, esposto a brutte figure dalla traballante Italia lippiana bis. Cannavaro è stato uno dei difensori più forti – e stranamente discussi – che l’Italia e l’Europa abbiano conosciuto su un rettangolo verde. L’ultimo vero marcatore, che aggredisce l’attaccante nel corpo a corpo mentre oggi s’insegna ai difensori solo a vigilare il proprio spazio. Le sue stagioni migliori a Parma e alla Juventus. Esperienze discusse. Giocava in Emilia quando esplose lo scandalo Neoton, ricostituente che il napoletano s’iniettava via flebo. Venne immortalato (consapevole) da una telecamera. Le critiche furono – e giustamente – feroci. Era a Torino per lo scudetto 2006 sfilato alla Juve a favore dell’Inter, su cui dirà la parola definitiva il Consiglio federale della Figc il 18 luglio. Come lasciava l’amaro in bocca la sua positività all’antidoping nel 2009 prima della certezza che era stata provocata da una pomata usata per una puntura d’insetto. Un personaggio positivo che ha diviso, fatto discutere. Recordman di presenze in azzurro (136), capitano campione in Germania. L’esordio ad alti livelli in Inghilterra-Italia 0-1 nel 1997, gol di Zola. Cannavaro annulla Shearer, spauracchio delle difese europee. Da quella partita nacque un muro che in Nazionale non ha quasi mai sbagliato. O quasi. Salas lo mandava fuorigiri nella partita d’esordio contro il Cile a Francia ’98. Due reti sulla coscienza. Tutti volevano Cannavaro fuori squadra, i giornali sportivi del Nord proponevano Bergomi e Costacurta. Così come prima dell’Europeo 2000 quelli romani vedevano titolare la coppia laziale Nesta-Negro. Il napoletano giocava sempre. E meglio degli altri. In Francia c’era da marcare quel pennellone norvegese di Flo. Ci pensò lui e così per il resto del torneo, supplendo anche al grave infortunio di Alessandro Nesta. Assieme a Buffon e all’ex laziale formava il terzetto difensivo migliore all’Europeo 2000 che Trezeguet ci ha sfilato al golden gol. A Berlino la sua consacrazione. La sublimazione del sogno di un Paese lacerato – allora come oggi – da vicende che poco hanno a che fare con il calcio giocato. Vince tutto, torneo, Pallone d’Oro e Fifa World Player. Prima assoluta per un difensore, onore che sarebbe spettato anche a Baresi e Maldini. In mezzo, la parentesi juventina che segue un biennio pieno di lati oscuri all’Inter. Una microfrattura alla tibia tenuta nascosta, un idillio mai nato. Hector Cuper, el hombre vertical, che gli preferiva Adani. Dopo Berlino, un biennio criticato al Real Madrid (dove hanno fallito prima di lui altri illustri difensori). Poi la fuga dorata tra i petroldollari.
pubblicato il 9 luglio 2011
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Proviamo a far chiarezza dopo quintali di inchiostro e pareri più o meno illuminati sull’estate del calcio marcio in Italia. Ci sono intercettazioni che mostrano un coinvolgimento dell’Inter, nella figura di Giacinto Facchetti, allora uomo forte della società di Moratti, nello scandalo Calciopoli 2. L’ex terzino della Nazionale, come riferisce la relazione della Procura federale della Federcalcio, avrebbe leso i principi di “alterità, terzietà, imparzialità ed indipendenza, che devono necessariamente connotare la funzione arbitrale”. Colpevole, prescritto, di illecito sportivo. Un filone, Calciopoli 2, portato alla luce dai legali dell’ex direttore della Juventus Luciano Moggi, radiato assieme a Giraudo e Innocenzo Mazzini, ex vicepresidente della Figc, nel processo Calciopoli in corso a Napoli. Impossibile l’apertura di un nuovo processo (Facchetti è morto cinque anni fa), resta in ballo lo scudetto assegnato all’Inter nel 2006 e che la Juventus ha ufficialmente chiesto indietro. Moratti e il suo popolo continuano ad avvertirlo cucito sulla maglia, guai a chi lo tocca. Il procuratore Palazzi spiega che non si può più intervenire per via disciplinare. E che la parola spetta al Consiglio federale della Figc del 18 luglio. Resta da capire perché questi documenti siano comparsi a cinque anni di distanza dallo scandalo. E se abbiano o no rilevanza penale. Nel frattempo monta il conflitto di attribuzione di quel tricolore. Juventini, interisti e romanisti allungano a vicenda le mani sulla preda. La verità è che questo scudetto andrebbe annullato. Non da ora, bensì dal primo momento. Perché tutti hanno messo le dita nella marmellata. Anche Facchetti, che nel rapporto con gli arbitri vedeva forse l’unico modo per ostacolare il potere infinito della Triade. Nelle posizioni pro e contro Inter, tra chi è attento a non rovinare troppo l’immagine lucente del Facchetti uomo e dirigente nerazzurro e chi, come la stampa vicina alla Vecchia Signora, non perde occasione per colpire pesante, c’è lui, Luciano Moggi. Immerso, come fosse nelle acque a lui amiche di Capri, nella parte della vittima. E’ merito suo, dice, se è stato scoperto quest’altro capitolo del calcio malato. Lui che non c’entrava nulla ma che è stato radiato “per comportamenti aberranti, che hanno alterato il modo di concepire la competzione sportiva”. Ora pontifica indisturbato dalle pagine di Libero. Potrebbe scrivere in calce ai suoi articoli che Facchetti, anche se colpevole, mai è arrivato alla sua bassezza morale. E che confezionare a puntino un sistema malato è diverso da difendersi da esso, seppur in modo non regolare.
pubblicato il 6 luglio 2011
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Djokovic, Nadal e Federer. Tre campioni che formano una prova: il tennis maschile vive uno dei periodi più felici della sua storia. Dopo decenni dominati da rivalità a due (Borg-Mc Enroe, Becker-Edberg, Sampras-Agassi) per la prima volta nel circuito Atp c’è una triarchia al comando. Con il nuovo numero uno del mondo, il serbo Djokovic, che vince Wimbledon trovando la password sinora sconosciuta per manomettere il computer di Rafael Nadal, fermabile solo dagli infortuni sino a pochi mesi fa. Lo spagnolo invece è ancora la nemesi di Federer. Unico ostacolo, confermato dalla finale vinta a Parigi un mese fa sullo svizzero, tra Roger e la corsa alla gloria di essere considerato il più forte della storia del gioco. E Federer è stato l’unico negli ultimi sette mesi a battere Djokovic, nella semifinale del Roland Garros. E con una vera lezione di tennis. Dunque, c’è un terzetto che si morde la coda a vicenda. Entusiasmando pubblico e addetti ai lavori. Ora è il momento del serbo. Otto tornei vinti su nove disputati nel 2011. A fine 2010 il trionfo in Coppa Davis per la sua Serbia. Il suo segreto: una nuova dieta e la rabbia del bambino che si trasferiva in Germania a 11 anni per diventare professionista. Lasciandosi alle spalle la guerra che gli stava divorando Belgrado. Federer e Nadal lo battevano regolarmente nelle prove principali. Ora Nole rende docili le rotazioni dei colpi dello spagnolo. Che pur avendo vinto sulla terra rossa di Parigi, mostra inattese crepe caratteriali. Al momento non possiede il piano B per battere il serbo, che quest’anno l’ha superato 5 volte su 5. E poi c’è Federer. Forse la sua magica monarchia è finita. Non la sua voglia di vincere. E’ ancora competitivo ai massimi livelli. Alla sua età (30 anni) Sampras vedeva il declino (sorprendendo il mondo nella finale degli Us Open 2002, vinto nell’ultima partita in carriera). E poi c’è il sogno mai nascosto di vincere l’oro alle Olimpiadi di Londra del prossimo anno. E di centrare il 17esimo Slam in carriera. Il momento d’oro del tennis maschile copre in parte la carenza di campionesse in grado di animare il circuito Wta dentro e fuori dal campo. Negli Slam s’impongono a turno nuove leve (la ceca Klitova a Wimbledon) o talenti esplosi a fine carriera (come la Schiavone, vincitrice e finalista nelle ultime due edizioni del Roland Garros). E c’è la numero uno in classifica – la danese Wozniacki – che non riesce a vincere uno Slam. Le Williams pensano ad altro, non basterà il ritorno - con gemiti che hanno raggiunto un livello record di decibel – della Sharapova, finalista a Wimbledon.
pubblicato il 4 luglio 2011
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