Proviamo a far chiarezza dopo quintali di inchiostro e pareri più o meno illuminati sull’estate del calcio marcio in Italia. Ci sono intercettazioni che mostrano un coinvolgimento dell’Inter, nella figura di Giacinto Facchetti, allora uomo forte della società di Moratti, nello scandalo Calciopoli 2. L’ex terzino della Nazionale, come riferisce la relazione della Procura federale della Federcalcio, avrebbe leso i principi di “alterità, terzietà, imparzialità ed indipendenza, che devono necessariamente connotare la funzione arbitrale”. Colpevole, prescritto, di illecito sportivo. Un filone, Calciopoli 2, portato alla luce dai legali dell’ex direttore della Juventus Luciano Moggi, radiato assieme a Giraudo e Innocenzo Mazzini, ex vicepresidente della Figc, nel processo Calciopoli in corso a Napoli. Impossibile l’apertura di un nuovo processo (Facchetti è morto cinque anni fa), resta in ballo lo scudetto assegnato all’Inter nel 2006 e che la Juventus ha ufficialmente chiesto indietro. Moratti e il suo popolo continuano ad avvertirlo cucito sulla maglia, guai a chi lo tocca. Il procuratore Palazzi spiega che non si può più intervenire per via disciplinare. E che la parola spetta al Consiglio federale della Figc del 18 luglio. Resta da capire perché questi documenti siano comparsi a cinque anni di distanza dallo scandalo. E se abbiano o no rilevanza penale. Nel frattempo monta il conflitto di attribuzione di quel tricolore. Juventini, interisti e romanisti allungano a vicenda le mani sulla preda. La verità è che questo scudetto andrebbe annullato. Non da ora, bensì dal primo momento. Perché tutti hanno messo le dita nella marmellata. Anche Facchetti, che nel rapporto con gli arbitri vedeva forse l’unico modo per ostacolare il potere infinito della Triade. Nelle posizioni pro e contro Inter, tra chi è attento a non rovinare troppo l’immagine lucente del Facchetti uomo e dirigente nerazzurro e chi, come la stampa vicina alla Vecchia Signora, non perde occasione per colpire pesante, c’è lui, Luciano Moggi. Immerso, come fosse nelle acque a lui amiche di Capri, nella parte della vittima. E’ merito suo, dice, se è stato scoperto quest’altro capitolo del calcio malato. Lui che non c’entrava nulla ma che è stato radiato “per comportamenti aberranti, che hanno alterato il modo di concepire la competzione sportiva”. Ora pontifica indisturbato dalle pagine di Libero. Potrebbe scrivere in calce ai suoi articoli che Facchetti, anche se colpevole, mai è arrivato alla sua bassezza morale. E che confezionare a puntino un sistema malato è diverso da difendersi da esso, seppur in modo non regolare.
pubblicato il 6 luglio 2011
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Djokovic, Nadal e Federer. Tre campioni che formano una prova: il tennis maschile vive uno dei periodi più felici della sua storia. Dopo decenni dominati da rivalità a due (Borg-Mc Enroe, Becker-Edberg, Sampras-Agassi) per la prima volta nel circuito Atp c’è una triarchia al comando. Con il nuovo numero uno del mondo, il serbo Djokovic, che vince Wimbledon trovando la password sinora sconosciuta per manomettere il computer di Rafael Nadal, fermabile solo dagli infortuni sino a pochi mesi fa. Lo spagnolo invece è ancora la nemesi di Federer. Unico ostacolo, confermato dalla finale vinta a Parigi un mese fa sullo svizzero, tra Roger e la corsa alla gloria di essere considerato il più forte della storia del gioco. E Federer è stato l’unico negli ultimi sette mesi a battere Djokovic, nella semifinale del Roland Garros. E con una vera lezione di tennis. Dunque, c’è un terzetto che si morde la coda a vicenda. Entusiasmando pubblico e addetti ai lavori. Ora è il momento del serbo. Otto tornei vinti su nove disputati nel 2011. A fine 2010 il trionfo in Coppa Davis per la sua Serbia. Il suo segreto: una nuova dieta e la rabbia del bambino che si trasferiva in Germania a 11 anni per diventare professionista. Lasciandosi alle spalle la guerra che gli stava divorando Belgrado. Federer e Nadal lo battevano regolarmente nelle prove principali. Ora Nole rende docili le rotazioni dei colpi dello spagnolo. Che pur avendo vinto sulla terra rossa di Parigi, mostra inattese crepe caratteriali. Al momento non possiede il piano B per battere il serbo, che quest’anno l’ha superato 5 volte su 5. E poi c’è Federer. Forse la sua magica monarchia è finita. Non la sua voglia di vincere. E’ ancora competitivo ai massimi livelli. Alla sua età (30 anni) Sampras vedeva il declino (sorprendendo il mondo nella finale degli Us Open 2002, vinto nell’ultima partita in carriera). E poi c’è il sogno mai nascosto di vincere l’oro alle Olimpiadi di Londra del prossimo anno. E di centrare il 17esimo Slam in carriera. Il momento d’oro del tennis maschile copre in parte la carenza di campionesse in grado di animare il circuito Wta dentro e fuori dal campo. Negli Slam s’impongono a turno nuove leve (la ceca Klitova a Wimbledon) o talenti esplosi a fine carriera (come la Schiavone, vincitrice e finalista nelle ultime due edizioni del Roland Garros). E c’è la numero uno in classifica – la danese Wozniacki – che non riesce a vincere uno Slam. Le Williams pensano ad altro, non basterà il ritorno - con gemiti che hanno raggiunto un livello record di decibel – della Sharapova, finalista a Wimbledon.
pubblicato il 4 luglio 2011
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Prima Ibrahimovic. Poi Balotelli e Hamsik, slovacco che manda Napoli calcistica in depressione nel primo scampolo di calciomercato. Mino Raiola è da un paio d’anni il nuovo re Mida del calcio. Salernitano e figlio di pizzaioli emigrati in Olanda, una vaga somiglianza con Clemenza, sicario di fiducia di Vito Corleone-Marlon Brando ne “Il Padrino”, Raiola progetta a tavolino acquisti e cessioni eccellenti in Italia e in Europa. Meno diplomatico ma astuto almeno quanto Luciano Moggi, la sua fonte d’ispirazione, si prendeva il calciomercato quando l’ex dg della Juve finiva nei guai con il processo Calciopoli. Società e tifosi tremano quando i propri calciatori gli affidano la procura. Da intoccabili diventano probabili partenti in pochi mesi, addirittura settimane. Dipende dal prezzo (e dalla commissione da rifilargli per l’affare). Li sposta come pedine. Un botto l’anno, cui lavora sotto pelle sei mesi prima. Lo scorso gennaio il procuratore cominciava a gestire Hamsik assieme al procuratore storico dello slovacco, Venglos. Cominciano i “mal di pancia” del calciatore del Napoli. Indecisioni sul futuro, un ipotetico cambio di casacca, con pronte smentite tipo “decide la società, il calciatore sta bene a Napoli e ha un contratto”. Aumentano le voci sul trasferimento di Hamsik al Milan. Galliani dice di non voler far torti al Napoli, il premier Berlusconi promette in campagna elettorale per le Comunali che il centrocampista non finirà in rossonero. Sino alle incredibili parole di Hamsik che ammette a un giornale slovacco di “considerare chiuso il ciclo a Napoli”. Dietro le quinte c’è lui, Raiola. Che interviene ( e tratta) sempre dopo la sfuriata pubblica del suo assistito. Una strategia perfetta. Messa in pratica anche nel passaggio di Ibra dall’Inter al Barcellona. In Catalogna lo schema Raiola risulta indigesto a Guardiola che lo mette subito alla porta assieme allo svedese. Ibra sbotta pubblicamente, dice che vuole il Milan. Diventa rossonero per soli 24 milioni di euro. Quasi la stessa cifra che incassa Moratti (preda preferita del procuratore campano) per Balotelli al Manchester City. Lo stesso Balotelli che “potrebbe in futuro finire al Milan, mai dire mai” diceva Minone. Che con la società rossonera intesse affari, discute, propone atleti. Perché Raiola è un utile strumento per arrivare a grandi calciatori in rottura con i rispettivi club. Quindi acquistabili a prezzo di saldi. Una sceneggiatura con puntuali repliche stagionali, come i vecchi telefilm nelle programmazioni televisive d’estate. Stavolta per Raiola il finale potrebbe essere diverso. Il presidente del Napoli De Laurentiis detesta gli intermediari e tende a essere un osso duro sul rispetto dei contratti.
pubblicato il 28 giugno 2011
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Allelujah. L’Inter ha un nuovo tecnico. La telenovela con sprazzi di Beautiful che sul web è stata vittima di fantasiose ironie (con Moratti che avrebbe ricevuto un rifiuto anche dall’allenatore alcolizzato di Holly & Benji, il brasiliano Roberto Sedinho) è finita. Gasperini allenerà il club di Moratti nella stagione che comincerà tra un poco meno di un mese. Settimane di incontri, di rifiuti. Di contrattempi e ripensamenti dopo la fuga nottetempo di Leonardo verso una scrivania del Paris Saint Germain dei petroldollari arabi. Con tecnici che ha detto no alla panchina nerazzurra per una parola data (Bielsa all’Atletico Bilbao) oppure per rinsaldare storie tese con la tifoseria (Mihajlovic e la Fiorentina). Con loro hanno passato la mano Capello, Ancelotti, Villas Boas. Al centro di tutto c’era Massimo Moratti e la sua creatura, divorato dal timore di sbagliare scelta come con Benitez per il dopo Mourinho. Già Mou. Gli piacerà Gasperini? Oppure medita di tentare la scalata a Liga e Champions prima di tornare in Italia dai suoi amici interisti? Non è un’ipotesi da scartare. Moratti ha ingaggiato Gasp per due anni dopo aver a lungo meditato su una scadenza annuale con opzione per la stagione successiva. I conti si faranno alla fine del primo anno di Gasp che coinciderà con la deadline che pare si sia concesso lo Special One per convincere Perez e i madridisti e battere il Barcellona. In Inghilterra, terra d’adozione, all’orizzonte non ci sono grosse panchine disponibili per l’uomo da Setubal. Il Chelsea si è legato – pagando un’incredibile clausola rescissoria da 15 milioni di euro – al suo ex pupillo Villas Boas, Mancini è saldo sulla panca del City dello sceicco Mansour mentre il legame tra Ferguson e il Manchester United è indissolubile, a meno che lo scozzese si ritiri dedicandosi agli amati vini. Per Gasperini il rumore del nemico Mou potrebbe manifestarsi se la sua avventura non partisse con il piede giusto. A meno che non sbanchi il tavolo vincendo trofei al primo colpo, come fece il portoghese. Il nuovo tecnico dell’Inter ci è già riuscito con il Crotone in B all’esordio (2003/2004) e con il Genoa in A (2006/2007).
pubblicato il 24 giugno 2011
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“Sei buono e ti tirano le pietre, sei cattivo e ti tirano le pietre”. Massimo Moratti nel 1967 era un giovane rampollo della Milano bene. E di sicuro avrà canticchiato la canzone sanremese di Antoine e Gian Pieretti (due gocce d’acqua con Rainy day woman di Bob Dylan). Mai avrebbe immaginato che il motivetto avrebbe accompagnato la sua avventura alla guida dell’Inter. Mollato, Moratti, con una sinistra continuità da tecnici e calciatori, sia la sua creatura vinca trofei o toppi le stagioni. Una fuga inspiegabile. Milano è una capitale europea, gli ingaggi che garantisce il numero uno interista sono tra i più alti in Europa. Moratti è amato e rispettato da tutti i suoi ex dipendenti. Ronaldo, Ibrahimovic, Mourinho, Roberto Baggio, anche Mancini. Che se la sono svignata dall’Inter con preavviso minimo, in alcuni casi nullo. Questa settimana per lui si sta rivelando un incubo. L’ultimo in ordine temporale a mettere in dubbio la sua permanenza a Milano ed Eto’o. La Premier League e il contratto che conta superati i 30 anni segneranno i pensieri della punta africana durante le sue vacanze. E Moratti? Mastica amaro. Lo stesso ha fatto leggendo l’intervista dalla California di Snejider che ama l’Inter ma che affida a Dio il suo futuro professionale. Oppure attende un assegno a sei zeri del Manchester United. Insomma, l’Inter, nonostante sei trofei vinti in due anni e il titolo di campione del mondo in carica, sembra un porto con marinai pronti a salpare verso lidi più interessanti o prestigiosi. In una villa, invece che in un porto, pare sia asserragliato Marcelo Bielsa, ex ct argentino, che non allena un club da 13 anni ma che pare abbia detto no alla panchina interista. Forse Bielsa sa di essere una soluzione tampone, frettoloso erede di Leonardo pronto a mollare l’Inter per guidare da una scrivania gli arabi che acquistano il Paris Saint Germain. Un addio consumato in poche ore – anche se rumors riferiscono di un Leo ancora in parte indeciso – in pieno calciomercato. E Moratti? Anche stavolta comprende, capisce, anzi si augura il meglio per il brasiliano. Che aveva difeso, non sempre convintamente, anche nella settimana monstre (derby perso con Milan e uscita in Champions con lo Schalke 04) che è costata caro ai nerazzurri. Forse il patron interista è troppo buono. Antepone sentimenti e aspirazioni ai contratti. Di sicuro è stato molto comprensivo con Mourinho (l’addio più traumatico, assieme a Ronaldo, della sua gestione) che lasciava l’Inter a bordo di un auto del Real Madrid poche ore dopo la vittoria della Champions League contro il Bayern Monaco al Santiago Bernabeu. Lo è stato meno con Vieri, che faceva spiare nelle sue scappatelle fuori orario nella Milano notturna. Anche lui via, addirittura per finire al Milan, come ha fatto Ibra, dopo un breve intermezzo in Catalogna. E come ha fatto Ronaldo, il vero amore morattiano finito anche lui dopo alcuni anni al Diavolo, che in un’intervista ha detto di amare più il Milan che l’Inter.
pubblicato il 16 giugno 2011
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Il puzzle si compone. E oggi è stato piazzato il tassello più significativo. Moggi, Giraudo e Mazzini radiati dalla Disciplinare. Espulsi a vita dal mondo del calcio che cerca prima giustizia, in attesa di ritrovare anche etica e dignità. Una sentenza durissima. Forse inattesa, di sicuro un colpo di scure rispetto alle richieste dell’accusa della Procura di Napoli per l’ex dg juventino (richiesti per lui 5 anni e otto mesi dal pm Narducci) e altri gli imputati al processo Calciopoli. A Lucianone e gli altri due compari resta la Corte di Giustizia federale e, soprattutto, l’Alta Corte di Giustizia del Coni. Radiati, se la sentenza della Disciplinare sarà confermata, a poco meno di un mese dalla fine della squalifica (14 luglio) per Calciopoli. E’ solo il primo atto di un’estate da passare ventaglio alla mano nelle aule di Tribunale. Prima la decisione sullo scudetto 2006 assegnato all’Inter. La Juve lo rivuole. Si va dall’archiviazione al deferimento, tenendo conto che, come disse Abete, “l’etica non va in prescrizione”. L’ultima parola potrebbe toccare al Consiglio federale. Facile che Abete si spenda per una soluzione politica di una controversia tra due big della A. Poi sarà la volta di Scommessopoli. Per un calcio possibilmente più credibile e meno dipendente dalle carte processuali.
pubblicato il 15 giugno 2011
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Con dedica a Drazen Petrovic. Ad Arvydas Sabonis, altri grandi europei che non hanno avuto fortuna nella Nba. E agli europei che sognano di sfondare nella Nba. Dirk Nowitzki stanotte con il titolo con i Dallas Mavericks ha segnato un canestro decisivo nella storia dello sport professionistico americano. L’Europa sa essere decisiva anche dall’altra parte dell’Atlantico. Chiusa l’era dei complessi d’inferiorità, in cui fuoriclasse come Petrovic e Sabonis appunto erano sempre giudicati con la puzza sotto il naso. Ora un cestista bianco, un tedesco che giocava a pallamano e scovato in serie A2 del suo Paese si prende la scena e vince l’anello da attore protagonista. Eletto miglior cestista della finale, ha messo in fila in un mese tutti i fuoriclasse di casa. Dai Lakers di Kobe Bryant agli Oklahoma Thunder del prodigio Kevin Durant sino ai Big Three di Miami James, Wade e Bosh. Un eroe romantico, che gioca con febbre e dita rotte, sopporta la stupida ironia di Wade e James che lo prendevano in giro tossendo in allenamento prima della gara del titolo. Due sere prima il tedesco, raffreddato e con febbre, aveva vinto da solo gara 5 a Dallas. Nowitski ha risposto sul parquet alle provocazioni, primo europeo che domina una stagione e vince un anello Nba. C’era riuscito anche Tony Parker – e più volte – con i San Antonio Spurs. Ma in Texas il leader romantico ed emotivo, oltre che sul parquet, era Tim Duncan, assieme al Mascalzone latino Manu Ginobili. E c’era riuscito anche Toni Kukoc, con un ruolo da coprotagonista nei Chicago Bulls dei tre titoli di fila di Jordan e Pippen. Il tedesco era un uomo in missione. Contro Miami cinque anni fa sbagliò un tiro libero decisivo a meno di tre secondi sul 2-0 per i Mavs. Gli Heat vinsero gara e serie finale. Cinque anni di silenzi, senza proclami, di allenamenti e colpi di fioretto sotto la guida del suo scopritore Holger Geschwindner. Un tizio curioso che l’ha allevato con pallamano, danza e fioretto sin dai tempi di Wurzburg, città natale di Nowitski nella Svevia bavarese della “Romantische Strasse”. L’obiettivo era creare per il suo pupillo una tecnica di tiro con un salto all’indietro per concludere senza la mano in faccia dell’avversario. Un lavoro silenzioso, una star silenziosa, che ha portato l’umiltà e la compostezza dello sport europeo in un contesto testosteronico di atleti che si proclamano – o sono proclamati dalla stampa – come predestinati, eredi dei vari Michael Jordan, Magic Johnson o Larry Bird.
pubblicato il 13 giugno 2011
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Il calcioscommesse. Ora il mancato rinnovo del contratto collettivo dei calciatori. Luis Enrique, nuovo tecnico della Roma, è un uomo coraggioso. L’Atletico Madrid gli faceva la corte, il Barça lo aveva designato erede della dinastia Guardiola. Invece lascia la galassia del calcio dei fenomeni per l’Italia, seppur si trattasse della seconda squadra blaugrana. Ha preferito non attendere la naturale conclusione del ciclo del Pep. Scegliendo di raggiungerci in uno dei momenti più duri degli ultimi decenni. Proverà a porre il suo marchio offensivo sulla nuova Roma degli americani. Il calcio associativo. Pressing, possesso, passaggi, controllo della gara, ricerca del gol e del divertimento. Il credo di Guardiola. Il Pep gli fregava i calciatori per aggregarli al suo circo. E “Lucho” si lamentava. Perché personalità e credenziali sono notevoli, come l’entusiasmo per il nuovo corso giallorosso ma che Italia calcistica trova Luis Enrique? Ferita, come la sua tempia colpita da Tassotti in Italia-Spagna a Usa 1994. Ammalata, immagine e somiglianza della traballante coscienza etica del Paese. Non bastava la crisi dei grandi club in Champions League ed Europa League. Ora pure partite truccate ed ex eroi alla gogna. Secondo il presidente del Palermo Zamparini i protagonisti del calcio scommesse sono “quattro sfigati che ci perdono pure dei soldi”. Lo stesso linguaggio usato nel luglio scorso dal premier Berlusconi a proposito della P3. Ci si augura che l’evoluzione dell’inchiesta sulle partite combinate non segua la traccia solcata dalla cricca dell’eolico dei vari Carboni, Martino e Verdini. La Figc oggi ha deciso di inasprire le pene per i calciatori che scommettono o che con le puntate commettono illecito sportivo. Un buon punto di partenza. Ma non basta, serve uno sforzo collettivo per cambiare la mentalità del nostro calcio ed eliminarne la ciclicità dei fenomeni corruttivi. Tre scandali-scommesse (1980-1981, 2006 e quello attuale) formano una prova. E che prova. C’è il vizio di cercare la scorciatoia, di prendere in giro i tifosi, sebbene i casi di corruzione attraversano i campionati di tutto il mondo. I calciatori italiani, specie quelli famosi, fanno fronte comune. Dal presidente dell’Aic Tommasi, sino a Totti, condannato e scagionato nell’arco di poche ore. E Buffon che parla di clima “da piazzale Loreto”, mostrando una conosciuta ed eccessiva inclinazione per il lessico del Ventennio. Vanno capiti, ma capiscano noi. La delusione di noi osservatori, lettori. Anche scommettitori. Che non nutriamo più meraviglia ad accendere tv o pc e vedere il pallone in manette. E che scrutiamo il nostro giocattolo preferito sprofondare in una crisi d’identità, che rischia di essere irreversibile simile al ciclismo dell’ultimo decennio.
pubblicato il 9 giugno 2011
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Che sia la panchina del Foggia o del Torino poco importa. Così come quella dell’Atletico Roma o del Bari. Zdenek Zeman serve al calcio italiano. Deve fare un passo indietro. Il sistema, il tanto citato sistema dovrebbe chiedergli scusa avendo sempre trascurato il suo concetto di calcio morale, in un contesto dall’etica di cartapesta. Il tecnico boemo aveva deciso un paio di settimane fa di lasciare il club pugliese dopo non aver centrato i play off in Lega Pro. “Colpa mia e di altre circostanze”. Aveva chiamato in causa alcune decisioni arbitrali. Un atteggiamento comune ad altri tecnici. Non da Zeman, difficile da decriptare. Ora tutto è cristallino. Avvertiva strani comportamenti, li aveva denunciati. Non solo ai danni del Foggia ma disseminati in tutto il torneo di Lega Pro. Quindi via dalla Puglia. Forse dal calcio. Neppure il patron del Foggia Pasquale Casillo, che considera Zeman un allenatore-fratello, è riuscito sinora a fargli cambiare idea. Zeman aveva capito tutto. Le sue denunce come al solito erano mirate. Come all’epoca dell’abuso di farmaci nel calcio e lo scandalo Calciopoli. Combatteva in prima persona. Forse sfiduciato, stavolta si era fatto da parte. Deve fargli male vedere ex dirigenti come Luciano Moggi pontificare su Scommessopoli dicendo di non fare vittime di innocenti come avviene nel processo di Napoli (l’accusa ha chiesto 5 anni e 0tto mesi per lui). E farà ancor più male veder coinvolto – anche pesantemente – un suo pupillo, Beppe Signori, che ha conosciuto ragazzo e reso grande attaccante nella sua Zemanlandia. Quella del calcio tutto sudore e pulizia. La Figc colga una chance offerta dall’ennesimo scandalo del calcio italiano. Faccia giustizia in breve tempo e soprattutto, affidi un progetto all’ex tecnico di Roma e Lazio. Una garanzia forse non di vittoria sportiva, ma di assoluta trasparenza.
pubblicato il 4 giugno 2011
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Grazie Francesca. Meriti lo status di fuoriclasse anche se non rivincerai l’Open di Francia. A nome degli appassionati del tennis italiano. E grazie al pubblico parigino che riesce a sostenerti meglio di quanto faccia il pubblico romano agli Internazionali d’Italia. La Schiavone è di nuovo tra le prime quattro giocatrici al mondo sulla terra parigina dopo la vittoria in rimonta sulla russa Pavlyuchenkova. Non è stato un fuoco di paglia il successo della milanese al Roland Garros dell’anno passato. Serviva una prova con i fiocchi, non più qualche fiammata di classe piazzata in qualche torneo dopo il successo dell’anno scorso. Per non rischiare di trovarsi di fronte all’etichetta di meteora di lusso. A maggior ragione dopo la deludente performance di due settimane fa al Foro Italico. La Leonessa conserva intatte le sue chances di rivincere il Roland Garros. Incredibile il recupero sulla russa, avanti un set e due break nel secondo. Prima del ritorno impetuoso della Leonessa. Che è una campionessa esplosa alle soglie dei trent’anni. E se domenica la finale la guardasse assieme a noi davanti alla tv, cambierebbe poco. Troppe emozioni ha regalato agli appassionati in crisi d’astinenza da campioni della racchetta e al pubblico parigino. Che l’ha ormai adottata. Incredulo alla crisi della milanese che non beccava palla per oltre un set, poi feroce supporter sino alla sua vittoria. Un rapporto intenso. Viscerale. Che porta la Leonessa a mostrare un repertorio vasto e sconosciuto alle atlete del power tennis contemporaneo. Va bene qualsiasi avversaria d’ora in poi. La beniamina di casa Marianne Bartoli (e non è detto che il pubblico volti le spalle alla Schiavone) oppure un’altra russa, Kuznetsova. Magari in attesa di una finale contro la risorta Sharapova. Assieme alla Schiavone solo tre italiane (Maud Levi, Annelies Ullstein Bossi Silvana Lazzarino) avevano raggiunto le semifinali a Parigi. Ma la milanese ha concesso un fantastico bis.
pubblicato il 31 maggio 2011
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