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L’Ucraina ha da oggi un nuovo presidente, anche se non tutte le incertezze legate a queste elezioni si sono ancora risolte. Cinque anni dopo la «Rivoluzione arancione» che annullò la sua fraudolenta vittoria nelle presidenziali del 2004, per darla poi nel «replay» a Viktor Yushenko, Viktor Yanukovich è preso la sua rivincita, sia materiale che morale, imponendosi sulla premier ex «arancione» Yulija Timoshenko in un voto che gli osservatori internazionali hanno definito «una dimostrazione impressionante di democrazia».
Con il 99,3 per cento delle schede scrutinate, Yanukovich ha ottenuto il 48,77 per cento dei voti, contro il 45,65 della Timoshenko e il 4,37 di voti andati alla scelta «contro tutti», presente sulla scheda elettorale. Molto alta (appena sotto il 70 per cento) la partecipazione al voto: un risultato importante, visto il clima di scetticismo e disillusione riguardo alla politica che ormai domina nel paese.
Non è una vittoria schiacciante, quella di Yanukovich, ma è comunque una vittoria: e anche abbastanza netta, tale da non lasciar spazio a eccessive recriminazioni e proteste da parte della premier sconfitta. Tantopiù che, se irregolarità e pasticci ci sono stati, sono stati tali da non scalfire il giudizio positivo degli osservatori inviati dall’Osce e di quelli mandati da Mosca; un giudizio accompagnato da un pressante invito alla Timoshenko perché riconosca la sconfitta e consenta di avviare rapidamente la nuova fase istituzionale.
La bellicosa Yulija, tuttavia, non è tipo da rassegnarsi così in fretta. Nella notte fra domenica e lunedì, quando gli exit polls davano il rivale in vantaggio netto, di 3,5-5,5 punti o anche di più, la premier lanciava una nuova serie di accuse: brogli e falsificazioni gravissime a vantaggio di Yanukovich nelle regioni da lui controllate, diceva. E invitava i suoi a «combattere fino all’ultimo voto». Oggi, mentre il conto dei voti reali mostrava uno scarto assai minore – e decrescente – tra i due, lo staff della Timoshenko preannunciava un ricorso legale contro la validità del voto; poi però, col passar delle ore e soprattutto dopo il netto giudizio espresso dall’Osce, qualcosa cambiava. La premier rinviava due volte un’annunciata conferenza stampa (che si farà domani) e insieme al suo staff si chiudeva dietro un inconsueto muro di silenzio. Pesano, certo, le prime reazioni dei governi stranieri «che contano»: tutte improntate a prudenza, certo, ma tutte orientate a riconoscere senza se e senza ma il successo di Yanukovich. Domani si capirà meglio come la storia andrà a finire.
Adesso la Commissione elettorale centrale ha dieci giorni per riesaminare con accuratezza i conteggi e proclamare definitivamente il vincitore. Saranno certamente dieci giorni di tensione, di scontri politico-legali, di manifestazioni di piazza (anche se ieri il clima per le vie di Kiev non sembrava proprio adatto a una qualsiasi forma di azione di massa); ma soprattutto saranno dieci giorni di convulse trattative sugli equilibri del «dopo».
Pur vincendo, infatti, Yanukovich non si ritrova in una posizione fortissima. I consensi raccolti sono meno del 50%, cosa mai accaduta finora a un presidente ucraino, e soprattutto sono distribuiti molto male sul territorio nazionale: il nuovo presidente ha avuto la maggioranza solo in 9 regioni su 25 (le più importanti e popolose, certo: guarda qui una mappa della Ukrainskaya Pravda, purtroppo solo in russo) ottenendo un risultato peggiore delle previsioni nell’Ovest (in tre regioni Yanukovich ha ottenuto meno del 10%) e soprattutto a Kiev (nella capitale Timoshenko ha raccolto più del 65% dei voti contro il 26, e ben 8 elettori su cento hanno votato «contro tutti»). Inoltre, dato che il suo Partito delle Regioni non ha la maggioranza alla Rada (parlamento) e la Timoshenko resta in carica come premier, Yanukovich dovrebbe sciogliere il parlamento e indire nuove elezioni, scommettendo in un largo successo – peraltro ben lontano dall’esser certo, tantopiù con un sistema elettorale rigidamente proporzionale – del suo partito. Il tutto, con un prolungamento potenzialmente catastrofico del vuoto di potere e dell’incertezza che attanagliano il paese.
Da qui, le chances della Timoshenko di restare comunque a galla: senza una solida alleanza con lei – e non si vede come ciò potrebbe essere possibile senza lasciarle il posto di premier – difficilmente Yanukovich potrà portare avanti la sua politica, quale che sia. E le promesse fatte dal nuovo presidente agli elettori sono abbastanza impegnative: se tornare all’amicizia con Mosca, lasciar ammuffire i progetti di adesione alla Nato e ripristinare l’uso ufficiale della lingua russa non sono veri problemi (del resto anche Yulija vanta ormai solide relazioni al Cremlino…) altra cosa sarà dare al paese stabilità e ordine, rimettere in sesto l’economia (crollata nel 2009 del 15 per cento), senza dimenticare la giustizia sociale…
pubblicato il 8 febbraio 2010
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A scrutinio praticamente concluso (è stato vagliato il 98,5 per cento delle schede) la Commissione elettorale centrale ha annunciato che il vincitore delle elezioni presidenziali ucraine è Viktor Yanukovich, leader dell’opposizione filo-russa. Alle 16 di lunedì (ora locale) Yanukovich aveva il 48,59 per cento dei consensi, contro il 45,82 della rivale, la premier Yulija Timoshenko.
Ma i numeri resi pubblici dalla Commissione elettorale non convincono del tutto la Timoshenko e il suo staff – dunque il governo – al punto che la premier, lamentando “frodi diffuse” (come del resto ha fatto anche Yanukovich) ha detto di esser pronta a passare all’opposizione, ma solo dopo che sarà stato completato l’esame dei voti e dei ricorsi che certamente verranno presentati. In effetti non sembra che ci siano state davvero delle violazioni significative: anche gli osservatori internazionali, sia quelli dell’Unione Europea sia quelli russi, hanno finora dato una robusta patente di regolarità e pulizia al voto. Anche se per ora la premier non ha più ripreso la sua minaccia di qualche giorno fa di portare in piazza a Kiev la protesta, con una ripetizione della “rivoluzione arancione” del 2004-2005 (una minaccia in effetti poco verosimile, con l’aria che tira in Ucraina), una seria contestazione legale del voto resta comunque più che possibile e avrebbe come effetto quello di lasciare il paese nell’incertezza e in una sorta di vuoto istituzionale molto pericoloso.
D’altro canto, anche la vittoria di Yanukovich, con meno della metà dei voti validi e soprattutto con ben 16 regioni su 25 – incluso il distretto della capitale – in cui la vittoria è andata alla Timoshenko, non è molto brillante. Il neopresidente si trova ora in una posizione piuttosto scomoda, alla testa di un paese spaccato a metà, senza una maggioranza in parlamento e con un governo in carica guidato dalla sua principale avversaria: ci sono tutti gli ingredienti quindi perché, se si vuole evitare il caos e l’instabilità peggiori che il paese abbia mai visto, si vada a una sorta di accordo di compromesso. Non si può nemmeno escludere che alla fine la Timoshenko accetti di riconoscere la vittoria del suo avversario, senza ricorsi al tribunale, in cambio di un impegno a lasciarle la guida di un governo di coalizione tra i due maggiori partiti.
pubblicato il 7 febbraio 2010
Tag: Ucraina
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Di porcherie politico-parlamentari se ne sono viste parecchie, ma quella in corso in queste ore in Ucraina ha pochi confronti. A tre giorni dal decisivo voto di ballottaggio per le elezioni presidenziali in cui si fronteggiano la premier Yulija Timoshenko e il leader dell’opposizione Viktor Yanukovich, il partito di quest’ultimo è riuscito con un colpo di mano a far votare dal parlamento una modifica della legge elettorale.
E non una modifica di poco conto, anzi: con le nuove regole non sarà più necessario che nelle commissioni che sorvegliano lo scrutinio nei singoli seggi siano presenti i rappresentanti di tutti i candidati in lista (la legge precedente prescriveva la presenza di rappresentanti di due terzi dei candidati). In pratica, questo significa che si potrà verificare il caso di seggi in cui gli scrutinatori siano “sorvegliati” dai rappresentanti di uno solo dei candidati – inutile spiegare quali fantastiche possibilità di broglio si aprano.
La nuova legge, approvata mercoledì sera con 233 voti (la maggioranza è 226) è stata immediatamente firmata dal presidente della repubblica Viktor Yushenko – che con questo atto ha dato corpo ai sospetti di chi vede un accordo sottobanco tra lui e il suo ex arcirivale Yanukovich – nonostante le alte grida di allarme lanciate dalla premier, che a ragione teme di non riuscire a controllare tutti i seggi, soprattutto nelle regioni orientali del paese (mentre il partito di Yanukovich ha una presenza più capillare sul territorio). Yushenko, oltre a tutto, oggi ha anche licenziato il governatore della regione di Dnipropetrovsk – la regione natale della premier, dove raccoglie parecchi voti – accogliendo le lamentele sollevate contro di lui dal Partito delle Regioni di Yanukovich.
La Timoshenko ha detto che se la nuova legge entrerà davvero in vigore prima del voto di domenica – non è detto che ciò accada, perché prima occorre la pubblicazione sul giornale ufficiale del governo, e la premier potrebbe riuscire a ritardarla artificialmente – i suoi sostenitori scenderanno in piazza a Kiev e bloccheranno completamente il processo elettorale, “ormai falso e vuoto”.
La tensione dunque sta tornando ai massimi livelli. Secondo molti, gli allarmi e le minacce di ricorso alla piazza da parte di Timoshenko sono soprattutto la dimostrazione che la premier sente nell’aria la sconfitta: del resto, gli stessi eventi delle ultime ore mostrano che Yanukovich ha raccolto su sè le scommesse dei leader minori (e dunque presumibilmente anche i voti dei loro sostenitori), incluso il presidente uscente. Finora infatti il Partito delle Regioni, pur avendo la maggioranza relativa alla Rada, non era mai riuscito a ottenere la maggioranza assoluta se non in alleanza con il BYUT, il partito della premier, che è il secondo per numero di deputati.
Come che sia, a questo punto tutte le carte si stanno mischiando pericolosamente e l’unica cosa certa è che le recriminazioni, le proteste e le contestazioni – dopo il voto di domenica e qualunque sia il suo esito – saranno terribili e paralizzeranno la scena politico-istituzionale ucraina per parecchio tempo. Nel caos, anche il presidente uscente avrà il suo tornaconto, restando in carica probabilmente un po’ di tempo in più e tenendo in mano parecchie carte da giocare – anche per questo, è facile supporre, ha messo prontamente la sua firma a una legge tanto assurda.
pubblicato il 4 febbraio 2010
Tag: Ucraina
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Il luogo d’Europa (e per certi aspetti del mondo) dove la crisi globale scoppiata nel 2008 ha finora colpito più pesantemente è la Lettonia. E le conseguenze del disastro lettone potrebbero presto farsi sentire ben al di là dei suoi confini. Un rapporto del CEPR (Centre for Economic and Policy Research) di Washington, un think-tank indipendente che include fra i suoi esponenti personaggi come Joseph Stiglitz, afferma che l’aver testardamente tenuta legata la propria moneta, il lat, all’euro ha messo il governo lettone in una situazione difficilissima, rendendo impossibili gli aggiustamenti messi in atto in altri paesi egualmente colpiti dalla crisi; e questo si è aggiunto ai danni provocati dalle richieste che Unione Europea e FMI hanno fatto a Riga per concedere dei prestiti.
“La UE e il FMI devono ora riconsiderare la loro strategia economica riguardo alla Lettonia”, dice nel rapporto l’economista Mark Weisbrot, “perché i costi sociali e anche economici di quel che è stato fatto finora sono spaventosi e non possono essere tollerati a lungo”. Le previsioni dello stesso FMI sono di un crollo del Pil lettone del 30 per cento fra il 2008 e il 2010, senza che nessuno degli strumenti usati per riavviare l’economia (svalutazione competitiva, spesa pubblica, riduzione del carico fiscale) possa essere messa in atto – dato che proprio il FMI li proibisce categoricamente nelle condizioni-capestro imposte al governo lettone (e da questo accettate).
Va tenuto presente che già un anno fa il modo di gestire la crisi da parte del governo aveva provocato in Lettonia proteste di massa (video) con incidenti e scontri di piazza che non hanno precedenti nel paese baltico; le proteste portarono a una crisi politica e a un cambio di governo (ma non di politica, almeno a quanto si vede). Il timore è che presto si possa arrivare a una nuova esplosione di proteste con effetti imprevedibili.
In conclusione, il rapporto afferma che l’unica via d’uscita è che le banche europee che hanno fatto cattivi investimenti in Lettonia accettino di subirne le conseguenze e di perdere almeno una parte del capitale investito: cosa che avverrebbe attraverso la svalutazione del lat, disancorato dall’euro. Certo, questo potrebbe portare conseguenze a catena sull’atteggiamento degli altri governi est-europei, che verrebbero de facto incoraggiati a seguire la stessa strada. Dato che l’esposizione delle banche europee occidentali (soprattutto svedesi, austriache, belghe e olandesi, ma anche italiane) nei paesi in difficoltà dell’est Europa assomma a parecchie centinaia di miliardi, si capisce come il caso-limite della Lettonia (di cui si preferisce parlare poco) stia preoccupando moltissimo gli ambienti finanziari occidentali. (Vedi anche: Latvia Economy Watch).
pubblicato il 3 febbraio 2010
Tag: Lettonia
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Un inviato speciale del Cremlino è giunto stamane nella città occidentale di Kalinigrad per indagare sulle circostanze che hanno visto venerdì scendere in piazza oltre diecimila persone che protestavano contro il governo chiedendo le dimissioni del premier Putin. Come racconta il quotidiano online Kommersant.ru l’inviato, Ilya Klebanov, è arrivato in compagnia di un rappresentante della Procura generale, Aleksandr Gutsan: il loro obiettivo dichiarato è quello di chiarire come un fatto del genere sia stato possibile (il che testimonia direttamente del fatto che in Russia le manifestazioni antigovernative sono considerate una inammissibile enormità) e di individuare i responsabili.
Non si tratta di individuare i promotori della manifestazione – che sono più che noti, nelle persone dei leader di tutti i partiti presenti in città meno Russia Unita, il partito del governo – quanto di capire 1) come mai in città la situazione economica e sociale è degenerata al punto di provocare una massiccia manifestazione antigovernativa; 2) come mai non sono state prese misure per impedire o minimizzare la manifestazione stessa. In entrambi i casi a rischio sono le poltrone dei governanti locali, colpevoli di aver sottovalutato la situazione in città, e soprattutto quelle dei responsabili (sempre locali) di Russia Unita, che hanno lasciato fare al partito una pessima figura.
Ma è chiaro che i criteri ispiratori della doppia inchiesta sono diametralmente opposti. Infatti possono esserci stati errori e scorrettezze dei dirigenti locali ascrivibili ad eccessivo autoritarismo, per esempio nell’imporre un aumento delle tariffe dei servizi pubblici e dei trasporti; ma il non aver impedito la manifestazione è evidentemente tutt’altra faccenda. Non a caso un rappresentante (anonimo) del governatore regionale Georgy Boos (che rischia la poltrona insieme a Sergej Bulichev, speaker del parlamento di Kaliningrad) si è sfogato con la stampa: “A Mosca sciolgono le manifestazioni con arresti e randellate, noi non l’abbiamo fatto. E’ una colpa?”.
pubblicato il 2 febbraio 2010
Tag: Russia
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E’ una nuova patata bollente nelle mani del ministro dell’interno: un gruppo di agenti del corpo speciale di polizia OMON (acronimo per “reparti speciali della milizia”) ha scritto ai capi della polizia moscovita, al presidente Dmitrij Medvedev e alla Procura generale per denunciare la corruzione dei propri dirigenti e le condizioni di lavoro “schiavistico” cui sono costretti: non per la difesa dei cittadini ma al servizio privato di pochi. Non hanno avuto risposta, e si sono rivolti al giornale Novoe Vremja (tempi nuovi), che ha pubblicato un lunghissimo servizio su questa storia.
A scrivere – secondo un cliché ormai diventato consueto, dopo che altri poliziotti l’hanno fatto negli ultimi mesi – è stato un gruppo di agenti del secondo battaglione OMON di Mosca, firmatisi con nome e cognome, che hanno denunciato in particolare il comandante del battaglione, colonnello Sergej Evtikov. Le accuse non sono diverse da quelle sentite in precedenza: turni pazzeschi, anche di 15 giorni consecutivi, spesso e volentieri da svolgere in strada per 17 ore filate saltando il rancio; e tutto ciò non per fronteggiare la minaccia terrorista o gravissimi pericoli per la cittadinanza, ma solo per far fare bella figura ai capi con la consueta pratica degli arresti a numero fisso. “Almeno tre arresti per turno, se non si vuol perdere una parte consistente della paga”, costituita da incentivi dati a discrezione: col risultato che si arresta chi capita, a caso, pescando sempre soprattutto fra barboni, migranti e poveracci d’ogni tipo. “Nel 2008 abbiamo arrestato, a Mosca, quarantamila persone… e il colonnello Evtikov ci ha detto che per il 2009 l’obiettivo non poteva essere inferiore”.
L’altro aspetto che fa sensazione, nella denuncia degli OMON, è l’uso massiccio e indiscriminato della repressione politica. “Solo nei nostri reparti urbani ci sono duemila uomini che hanno un unico compito: menare il manganello per sciogliere manifestazioni. E a questi duemila si aggiungono i reparti della provincia, controllati personalmente dal ministro degli interni. I colleghi francesi, venuti qui per uno scambio di esperienze, si sono meravigliati moltissimo di questo numero enorme”.
E infine, la corruzione dei capi, che invade ogni aspetto del servizio. I diplomi che consentono di essere promossi vanno pagati personalmente ai capi; questi usano i reparti a loro disposizione per difendere (facendosi pagare profumatamente) uffici e aziende di privati cittadini. Oppure per operazioni di puro e semplice ricatto ed estorsione verso commercianti, soprattutto nei mercati, salvo poi ributtare le colpe sugli agenti, se nel frattempo si mettono d’accordo sul pizzo. Così – raccontano – “viene Evtikov e ci dice: ‘andate al mercato Petrovsko-Razumosvkij e spaccate tutto. Avrete una ricompensa’. Senza nessun ordine scritto, nessun documento, niente. Noi andiamo ed eseguiamo l’ordine. Ma nel frattempo lui si era messo d’accordo con quelli dei banchi, e il risultato è che aprono un procedimento giudiziario contro uno di noi. E il capo gli dice: ’sei un ladro, a me i ladri non servono’. Ma non aveva fatto altro che ubbidirgli!”.
Il ministero dell’interno ha promesso una severa inchiesta interna per accertare se le accuse dei dieci agenti OMON corrispondano al vero. Una promessa che suona come una beffa, dato che tutti sanno che è vero, che le denunce in tal senso provenienti dall’interno della polizia si stanno moltiplicando in modo impressionante. E soprattutto, promettere un’inchiesta suona ridicolo quando è lo stesso ministro dell’interno Rashid Nurgaliyev ad ammettere che il problema della corruzione esiste ed è gravissimo, mentre il presidente Medvedev invita a denunciare ogni episodio di abuso…
pubblicato il 1 febbraio 2010
Tag: Russia
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Almeno cento persone, tra cui alcuni dei più noti leader dei movimenti democratici di opposizione, sono stati arrestati oggi a Mosca mentre cercavano di partecipare a una manifestazione di protesta contro il governo e in difesa della costituzione federale. Tra gli arrestati spiccano l’ex governatore della regione di Nizhnij Novgorod (nonché ex vicepremier federale) Boris Nemtsov, lo scrittore e leader del movimento di opposizione Altra Russia Eduard Limonov e il leader del movimento per i diritti umani Memorial, Oleg Orlov.
I manifestanti si erano riuniti nella centralissima piazza Triumfalnaja, vicino al monumento che ricorda Vladimir Majakovskij, per dar vita a una manifestazione antigovernativa – che avrebbe dovuto seguire quelle di San Pietroburgo e soprattutto di Kaliningrad, che venerdì hanno visto scendere in piazza molte migliaia di persone senza particolari incidenti. Ma Mosca è un’altra cosa: nella capitale la polizia non tollera azioni di protesta, e per giunta i partiti che altrove hanno preso parte alle manifestazioni – comunisti e liberaldemocratici – hanno preferito non farsi vedere. Il risultato è stato un massiccio intervento dei reparti della polizia speciale, gli Omon, presenti sul posto in gran numero. I partecipanti, circa un migliaio più un centinaio di giornalisti di tutti i maggiori media, sono stati rapidamente dispersi, mentre il gruppo degli organizzatori è stato preso in massa e caricato su alcuni autobus che hanno portato tutti in commissariato.
Non è stata arrestata invece, nonostante si trovasse insieme agli altri dirigenti, l’82enne Lyudmila Alekseeva, leader della sezione moscovita del Gruppo di Helsinki. Un mese fa, in circostanze analoghe, anche lei era stata arrestata – e con una certa brutalità – provocando vivaci rimostranze sia in Russia che all’estero. Questa sera un comunicato di Amnesty International afferma con preoccupazione che la manifestazione dell’opposizione è stata vietata e quindi dispersa a forza “solo per motivi politici”, senza che ci fosse alcuna minaccia all’ordine pubblico.
pubblicato il 31 gennaio 2010
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Per la prima volta da tempo immemorabile una città russa ha visto oggi una grande manifestazione antigovernativa. Migliaia di persone, oltre diecimila secondo gli organizzatori, settemila secondo la polizia, sono scese in piazza a Kaliningrad – quella che un tempo si chiamava Koenigsberg, in una énclave russa stretta fra Polonia e Lituania – per protestare contro l’aumento dei prezzi e delle tariffe dei servizi pubblici; i manifestanti (vedi il video) hanno lanciato molti slogan che chiedevano le dimissioni del premier Vladimir Putin nonché del governatore della regione di Kaliningrad Georgy Boos. L’azione di protesta è stata organizzata da diversi partiti – tutti quelli esistenti nella regione, in pratica, meno Russia Unita, il partito del premier che ha la maggioranza assoluta in parlamento. Per la prima volta quindi si sono mossi insieme sia il Kprf, il partito comunista russo, sia i gruppi “patriottici” di destra come il Ldpr (il partito di Vladimir Zhirinovskij) sia le forze “liberal” come Solidarnost, il raggruppamento-ombrello che unisce un po’ tutti i movimenti di opposizione di orientamento democratico, guidata dal campione di scacchi Garry Kasparov . Non ci sono stati incidenti di sorta. Un’altra manifestazione analoga per contenuti si è svolta a San Pietroburgo, ma con una partecipazione molto minore. La manifestazione di Kaliningrad è stata ignorata, ovviamente, dalle tv nazionali; i principali siti internet di informazione, invece, ne hanno dato ampiamente notizia – e in qualche modo anche questa è una notizia.
pubblicato il 30 gennaio 2010
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La sede di “Baikal Wawe“, un gruppo ambientalista siberiano che sta battendosi contro la riapertura della cartiera sul lago Baikal decisa il 13 gennaio dal premier Vladimir Putin, è stata occupata e messa a sacco dalla polizia locale, che ieri ha portato via tutti i computer e molti documenti cartacei con la scusa di cercare del software senza licenza. I membri del gruppo che si trovavano nella sede sono stati portati in commissariato e identificati; il sito internet di Baikal Wawe è stato oscurato. Secondo i portavoce del movimento ambientalista – forse quello operante da più tempo nella regione del celebre lago – l’irruzione della polizia è legata a doppio filo alle proteste che il gruppo stesso ha sollevato contro la riapertura della fabbrica, di proprietà del super-oligarca Oleg Deripaska; non a caso l’operazione è stata condotta proprio nel giorno in cui a Mosca si trovava una folta delegazione di amministratori della città di Baikalsk, dove si trova l’impianto contestato, e di dirigenti della fabbrica stessa, tutti corsi nella capitale per ringraziare il governo e Putin della scelta di riaprire.
La vicenda della cartiera BTsBK è lunga e complessa, e vede una contraddizione insanabile tra tutela ambientale e tutela delle condizioni di vita di un’intera città, Baikalsk, che con la chiusura degli impianti decisa l’anno scorso e ora revocata aveva visto davanti a sè il concreto spettro della totale rovina: la cartiera forniva infatti lavoro direttamente o indirettamente a metà della popolazione attiva, e provvedeva inoltre a fornire riscaldamento ed elettricità alla cittadinanza. D’altra parte, lo sversamento nel lago delle acque di lavaggio, contenenti forti quantità di cloro, rappresenta una minaccia gravissima a un ecosistema unico al mondo. Non a caso lo stesso Putin, nell’ordinare la riapertura, ha anche incaricato il ministero dell’ambiente di esercitare un monitoraggio speciale sulla situazione con facoltà di intervenire – non si sa ben come.
Quanto al gruppo ecologista messo sotto torchio, corre rischi seri: anche perché le sue origini sono legate (nei primi anni novanta) a un intervento straniero, in particolare di un’associazione ambientalista tedesca che pagò la sede e le prime attrezzature. Data l’estrema durezza delle leggi russe in materia di attività sul territorio federale di ong straniere, non è difficile ritenere che questo possa diventare un pretesto per bloccare una voce scomoda e molto seguita.
pubblicato il 29 gennaio 2010
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La Duma di Stato, camera bassa del parlamento federale russo, ha da ieri un nuovo deputato: Nikolaj Rastorguyev (53 anni) noto cantante del gruppo Lyube, specializzato in canzoni patriottiche ma con frequenti digressioni nel campo del rock e del folk. Soprattutto, un gruppo più volte indicato dal premier Vladimir Putin come suo favorito. Rastorguyev, che è membro del partito quasi-unico Russia Unita, è subentrato al deputato dello stesso partito Sergej Smetanyuk, cui è stato affidato dal presidente Dmitrij Medvedev l’ incarico di vice-rappresentante presidenziale nel Distretto federale degli Urali – incompatibile con la presenza in parlamento.
Il servizio stampa di Russia Unita, dando la notizia della nomina, descrive Rastorguyev (che ha anche recitato in un paio di film ed è noto per indossare sempre un’uniforme militare quando si esibisce in pubblico) come “un musicista popolare di grande talento, un vero professionista. Inoltre si tratta di una persona costantemente impegnata nel lavoro sociale… contribuendo all’educazione patriottica della gioventù e allo sviluppo di una moderna cultura nazionale russa (…) Il suo nuovo incarico di deputato gli darà maggiori possibilità di realizzare questi programmi”. Il cantante ha ricevuto nel 1997 il titolo di “Artista del popolo” e dieci anni dopo l’”Ordine di Servizio della Patria”, dalle mani di Putin. Il suo gruppo, Lyube, prende il nome dalla cittadina di Lyubertsy, alle porte di Mosca, dove negli anni ‘70-’80 si andò formando una sorta di controcultura popolare musicale, poi gradualmente riassorbita nel mainstream.
Come in Italia, anche in Russia il parlamento ospita una nutrita serie di personaggi provenienti dal mondo dello spettacolo e dello sport: tra i più noti si annoverano il regista Stanislav Govorukhin, la ballerina Svetlana Zakharova, il cantante Iosif Kobzon, il presentatore televisivo Valery Komissarov, la ginnasta olimpica Alina Kabayeva e il pattinatore Anton Sikharulidze – tutti membri del partito Russia Unita. A differenza dell’Italia, tuttavia, mancano veline e vallette; anzi, alcuni dei personaggi citati sopra hanno curricula anche politici assai tosti: Govorukhin è stato per anni leader di un partito nazionalista; Kobzon – definito il Frank Sinatra sovietico – ha una lunga storia di enorme popolarità, di presenza politica (le sue performance a Cernobyl, in Afghanistan e in Cecenia sono rimaste famose) nonché di ambigui rapporti con ambienti malavitosi; Kommissarov è deputato da undici anni e dal 2005 è presidente del Comitato parlamentare di controllo sull’informazione.
pubblicato il 27 gennaio 2010
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