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La grande fuga è terminata. L’esodo dalla Russia che negli anni ’90 e ancora nei primi anni del XXI secolo aveva visto protagonisti i tecnici specializzati e in generale i giovani ad alto livello di istruzione non c’è più: al contrario, si assiste ormai a un’inversione del trend, si legge in un articolo dell’agenzia Ria-Novosti. Ingegneri, fisici, economisti e altri laureati non sono più attratti (perlomeno non come fenomeno di massa) dalle offerte di lavoro in Occidente e nemmeno dalle possibilità di guadagno offerte, in Russia, dalle attività commerciali o da mestieri poco qualificati anche se redditizi (c’è stato un periodo in cui era normale trovare a Mosca tecnici di alto livello che facevano gli autisti di taxi o gestivano chioschi di bibite). Per loro, ormai anche in patria c’è la possibilità concreta di guadagnare più che bene anche nelle professioni connesse con gli studi compiuti, al punto che si cominciano a vedere anche alcuni esempi di immigrazione in Russia, per lavorare nei settori ad alta specializzazione, anche da parte di giovani neolaureati stranieri.
Il positivo fenomeno è confermato, nell’intervista rilasciata all’agenzia, da Tatyana Dolyakova, responsabile di PennyLane, una delle maggiori compagnie di reclutamento per tecnici qualificati: “La Russia ormai ha una notevole quantità di buone posizioni lavorative, ben retribuite, per specialisti in nuove tecnologie. Molte compagnie internazionali come Oracle o Microsoft hanno aperto filiali in Russia negli ultimi dieci anni e ora offrono carriere importanti”. Ormai è diventato abbastanza raro che un tecnico specializzato o un manager di medio livello lascino la Russia per andare all’estero, se non nell’ambito di rotazioni dentro grandi multinazionali. Il trend, d’altra parte, si è rafforzato con la grande crisi globale, che ha ridotto le possibilità di lavoro in Occidente, stimolando i russi a sfruttare meglio le occasioni in patria.
pubblicato il 2 settembre 2010
Tag: Russia
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Uno scontro a fuoco nei pressi del villaggio di Chaili, sul confine nord-orientale del Nagorno Karabakh, ha prodotto ieri diverse vittime. Secondo la versione armena, due soldati del Karabakh sarebbero rimasti feriti insieme a un imprecisato numero di “vittime” azere; secondo la versione azera, ci sarebbero cinque morti, tre militari armeni e due azeri. Poco chiare le circostanze dello scontro: entrambe le parti si rinfacciano la responsabilità di aver attaccato, rompendo la tregua de facto che vige sulla frontiera da sedici anni, tra sporadiche scaramucce a volte molto violente.
Negli ultimi anni ci sono stati diversi tentativi internazionali di sponsorizzare un effettivo accordo di pace tra armeni e azeri, che porti stabilità in una delle aree più esplosive del mondo: ma ogni volta gli sforzi si sono arenati di fronte a una rigidità insuperabile di entrambe le parti. Il riaccendersi della tensione rende anche problematico l’effettivo disgelo tra Erevan e Ankara, che ha visto nel corso del 2009 e del 2010 diversi sviluppi positivi, con visite reciproche, incontri dei capi di stato e match sportivi.
La posizione armena è resa rigida dall’inflessibilità della leadership del Nagorno Karabakh (teoricamente indipendente da Erevan), che non vuol sentir neanche parlare di concessioni territoriali agli azeri; questi ultimi da parte loro non possono accettare nessuna vera trattativa di pace finché tutto quanto il territorio occupato dagli armeni nella guerra del ’91-’94 (oltre un quinto del territorio complessivo azero, comprese diverse regioni in cui non esisteva nessuna popolazione armena e che oggi sono completamente spopolate per l’espulsione degli azeri seguita all’occupazione) continuerà a restare in mano ai nemici.
pubblicato il 1 settembre 2010
Tag: Armenia, Azerbaigian
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La passione di Vladimir Putin per gli spot televisivi ha toccato un nuovo vertice. Dopo il boomerang del volo antincendio, durante le settimane in cui la Russia bruciava, che gli è costato parecchio in termini di popolarità, e dopo gli show ambientalisti con orsi e balene, il premier ha scelto una sceneggiatura meno spettacolare ma molto più efficace presso il cittadino medio. Tre giorni al volante di un’utilitaria, oltre 2000 chilometri – non senza problemi – attraverso il selvaggio e remoto estremo oriente russo, sulla strada che da Khabarovsk porta a Cita restando sempre nelle vicinanze della frontiera con la Cina. Tre giorni di guida “vera” (compresi rifornimenti self-service e pasti al volo in tavole calde d’occasione), di incontri con i giornalisti e con la gente lungo la strada, con una numerosa serie di obiettivi:
1) mostrare simbolicamente al paese di essere sempre lui “al volante”, in vista del complicato percorso che porta alle elezioni del 2012; in forma fisica perfetta, sveglio e capace di scendere al livello dei comuni mortali – per esempio guidando molte ore di seguito una piccola auto, sporcandosi le mani, mangiando spiedini per strada, ecc.
2) vedere con i propri occhi e sentire con le proprie orecchie (e con le natiche, visto che si parla di strade) quello che è oggi lo stato delle cose nelle province più remote del paese, dove negli ultimi tempi ci sono state anche le proteste più serie contro il governo centrale; e naturalmente (soprattutto) farsi vedere da tutto il paese mentre lo fa;
3) darsi il tempo per lunghe e libere conversazioni con dei giornalisti selezionati (diversi di loro si sono alternati per ore a far compagnia al premier mentre guidava) in modo da esprimere il proprio punto di vista in modo informale su tutti gli argomenti d’attualità;
4) fare un eccezionale spot a vantaggio della maggior casa automobilistica nazionale, AvtoVaz, da due anni in grave difficoltà per la crisi globale che ha colpito l’industria dell’auto un po’ ovunque.
Putin ha scelto quindi un modello popolare, una Lada “Kalina sport” giallo canarino, motore 1.6 di derivazione Rénault (la casa francese ha una partecipazione del 25% in AvtoVaz), “presa a caso dal concessionario” di Khabarovsk, come viene sottolineato nei comunicati ufficiali; ci ha messo dentro “l’indispensabile”, cioè un termos, un cuscino, un lettore cd con alcuni dischi (compresi i Beatles), un sistema di navigazione satellitare (il russo Gps-Glonass) e si è messo in moto lungo la nuova autostrada che raggiunge Cita, 2165 km più a ovest; seguito – ovviamente – da un corteo di altre auto ben più grosse e potenti con a bordo funzionari, guardie del corpo e alcuni giornalisti (altri lo aspettavano lungo il percorso). Quando si è fermato a una stazione di servizio per fare il pieno, ha voluto sottolineare come la vetturetta gialla fosse “affidabile e confortevole”: degna di un primo ministro, insomma (aggiungiamo noi). Peccato che dopo un altro centinaio di chilometri la Lada Kalina sport si sia accostata a bordo strada, per un forte e sospetto rumore che ha indotto l’illustre autista a fermarsi: grande affaccendarsi di guardie e tecnici intorno alla ruota posteriore destra, dove peraltro tutto sembrava in ordine, fino a scoprire il guaio, dei sassolini infilatisi tra pneumatico e cerchione. Un problema, risolto al volo con un cambio di vettura: un’altra Kalina gialla uguale alla prima emergeva dal nulla e il premier riprendeva il viaggio sulla macchina di scorta, mentre la prima veniva affidata al garage più vicino per essere rimessa a posto. Putin non ha voluto commentare l’inconveniente e nessuno ne ha più parlato.
In compenso, il premier ha annunciato per il prossimo anno un aumento dei dazi sulle auto d’importazione per stimolare la produzione nazionale (“Tanto non siamo nel Wto e ce lo possiamo permettere”); e ha parlato a lungo dell’infinito problema che la Russia ha con le infrastrutture e in particolare con le strade, da sempre tallone d’Achille del paese, per sottolineare comunque come “quando guardi alle cose con i tuoi occhi, vedi davvero cosa non va e cosa bisognerebbe fare”. Tanto per aggiungere carne al fuoco, sulla via del ritorno a Mosca Putin si è fermato nella città artica siberiana di Norilsk per discutere con gli operai e i dirigenti sulla situazione dell’azienda che tiene in vita la città, la Norilsk Nickel (massima produttrice mondiale del metallo) che sta vivendo una fase turbolenta dei suoi assetti proprietari. Populismo allo stato puro, certamente: ma se non altro una dimostrazione di interesse per i problemi veri del paese. Quale altro leader mondiale sarebbe pronto a fare lo stesso?
pubblicato il 31 agosto 2010
Tag: Russia
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Sarebbero almeno di diciannove morti il bilancio di un attacco compiuto stamattina prima dell’alba da un gruppo di guerriglia contro il villaggio natale del leader ceceno Ramzan Kadyrov: ma le notizie sono ancora piuttosto frammentarie. Secondo quanto ha raccontato lo stesso Kadyrov, l’attacco sarebbe iniziato alle 4.30 quando una quindicina di uomini appartenenti al clan di Akhmed Avdorkhanov (un comandante guerrigliero ucciso nel 2005, strettamente legato all’ex presidente Aslan Mashkadov) hanno fatto irruzione nel villaggio di Tsentoroi, sparando e incendiando alcune case. Il gruppo sarebbe stato quindi affrontato dalle guardie di Kadyrov e dalla polizia locale, ed eliminato dopo una battaglia di un paio d’ore: tra le vittime si conterebbero cinque civili, due guardie del corpo del leader ceceno e dodici attaccanti; due o tre di questi ultimi sarebbero riusciti a fuggire. Secondo Kadyrov, che avrebbe personalmente guidato le operazioni, intorno a mezzogiorno la situazione era “sotto controllo”. Secondo altre fonti citate dall’agenzia Ria-Novosti, il gruppo di attaccanti sarebbe stato più numeroso, circa trenta persone, e nella zona di Tsentoroi la situazione non sarebbe affatto normalizzata, anzi, sarebbero ancora in corso scontri.
pubblicato il 29 agosto 2010
Tag: Cecenia, Russia
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Che l’ecologia e l’ambientalismo fossero temi politicamente molto caldi in Russia si sapeva; che un altro calore, quello dell’estate e degli incendi boschivi, avesse esacerbato gli umori dei cittadini russi, era altrettanto noto; che negli ultimi tempi il partito del potere, Russia Unita, fosse in fibrillazione per le prossime amministrative di ottobre, dove rischia di prendere una severa lezione dagli elettori, era anche questo evidente. Ora però tutti e tre questi fili sembrano essersi intrecciati, portando a un’inedita “rivolta” del partito contro il suo capo e fondatore nonché primo ministro, Vladimir Putin, a proposito del contestato progetto di autostrada che dovrebbe attraversare la foresta di Khimki, poco a nord della capitale. E, ancora più importante, sulla questione il presidente sconfessa il suo premier.
In un discorso pubblicato sul sito ufficiale del partito, lo speaker della Duma (parlamento) Boris Gryzlov ha affermato ieri che Russia Unita ha presentato al presidente Dmitrij Medvedev un appello perché ordini la sospensione dei lavori nella foresta e una ridefinizione del tracciato che eviti di danneggiare il bosco. Poco dopo, sul blog personale del capo del Cremlino, si poteva leggere che “in considerazione del gran numero di appelli”, la presidenza ordinava di fermare i lavori a Khimki e di avviare una più approfondita discussione con tutti gli esperti, per giungere a una decisione definitiva “più ragionata”.
L’autorizzazione all’avvio dei lavori di disboscamento di un’area di 150 ettari nella foresta di Khimki per farvi passare la costruenda autostrada Mosca-San Pietroburgo era stata firmata l’anno scorso personalmente da Putin. Contro il progetto si era subito formata una larga opposizione, inizialmente da parte di gruppi ambientalisti locali, poi appoggiati da numerose personalità della politica e della cultura a livello nazionale, inclusi alcuni ministri; il tira-e-molla fra gli ambientalisti e la società incaricata dei primi lavori aveva portato a un susseguirsi di manifestazioni e anche di scontri fisici, nel bosco e davanti al municipio di Khimki, con gli attivisti guidati dalla giovane “pasionaria” Evgenija Chirikova che a più riprese sono riusciti a bloccare i lavori.
Nelle ultime settimane la faccenda era diventata uno dei temi nazionali più discussi, fino alla manifestazione che domenica scorsa ha portato in piazza nel centro di Mosca tremila persone (una cifra molto alta, ormai, per raduni politici di opposizione) per un concerto “In difesa del bosco di Khimki”: concerto vietato dalle autorità che hanno impedito l’accesso a piazza Pushkin delle attrezzature di amplificazione, ma comunque tenuto ugualmente dal celebre cantante rock Yurij Shevchuk usando solo la sua voce e una chitarra acustica. Ieri, poi, un nuovo successo è stato riportato dagli ambientalisti quando la Chirikova è stata salutata da Bono prima del megaconcerto tenuto a Mosca dagli U2.
Proprio il successo della manifestazione di protesta, sottolineato da tutti i media, sembra esser stato all’origine del clamoroso atto di Russia Unita, preoccupata di togliersi di dosso prima possibile questa “grana” politica, anche a costo di prendere le distanze dal proprio capo. Tanto più che nelle prossime settimane la tensione e l’ostilità pubblica nei confronti del governo sono destinate a crescere insieme ai prezzi dei generi alimentari, trascinati verso l’alto dalla distruzione di molti raccolti che la siccità estiva ha provocato. Il ministero dell’agricoltura ha già iniziato a stabilire dei calmieri per il prezzo del pane in alcune regioni della Siberia centrale, e sicuramente altre misure analoghe seguiranno.
Negli ultimi giorni in effetti si stanno moltiplicando in modo abbastanza impressionante i tentativi del partito di “cambiare faccia” in vista delle elezioni di ottobre, dove il rischio di prendere una batosta è molto serio (visto lo stato d’animo esasperato che sembra dominare nell’opinione pubblica). C’è stata prima la decisione di non ricandidare i governatori e i sindaci più impopolari, come Georgy Boos a Kaliningrad, che si sono attirati contro manifestazioni di protesta; poi è venuta l’epurazione che ha colpito un gruppo giovanile legato al partito, reo di aver falsificato delle foto e dei video per mostrare un inesistente impegno di alcuni dirigenti nella lotta contro le fiamme nei boschi; adesso l’improvvisa decisione di appoggiare le richieste ambientaliste contro il disboscamento nella foresta di Khimki (appoggio che è inopinatamente venuto anche dal sindaco di Mosca Yurij Luzhkov, di questi tempi sempre polemico con la leadership nazionale).
Naturalmente non è detto che alla fine della storia davvero l’autostrada venga fermata e il bosco salvato. Il progetto è importante (si tratta della principale arteria stradale del paese) e la firma di Putin lo rende pesantissimo; per giunta la Corte suprema ha recentemente deciso con una sentenza che il decreto governativo comprendente il progetto e il tracciato dell’autostrada è perfettamente legittimo. Dunque le basi legali per far interrompere i lavori non ci sono: Medvedev, tempestato in questi giorni di lettere e cartoline con la richiesta di difendere il bosco, ha fatto mostra di decidere d’autorità anche a costo di fare uno sgarbo pesante al suo mentore Putin, sia pure su richiesta del partito, puntando esplicitamente al “bene superiore” rappresentato dal consenso pubblico. Dopo le elezioni, il discorso sarà diverso.
pubblicato il 26 agosto 2010
Tag: Russia
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Nel luglio scorso, nel pieno dell’ondata di incendi boschivi che stava mettendo in ginocchio la Russia, Vladimir Putin si era fatto riprendere dalla tv mentre pilotava un aereo antincendio e rovesciava tonnellate d’acqua sulle fiamme che stavano divorando una foresta. Gesto autopromozionale, tanto spettacolare quanto inutile – visto che, dopo, gli incendi sono andati avanti diventando sempre peggiori e dunque nell’opinione pubblica è rimasta la giustificata idea di una assoluta incapacità della leadership russa di far fronte al disastro. Ma la calcolata passione di Putin per l’”azione diretta” ha fatto in questo caso anche danni collaterali tra i suoi giovani seguaci: i quali, ansiosi di mettersi in mostra a loro volta come eroi della lotta contro il fuoco, hanno però preferito una comoda e tranquilla fiction alla pericolosa realtà. Con risultati d’immagine davvero pessimi.
E’ così che uno dei gruppi giovanili putiniani più importanti, Molodaya Gvardija (giovane guardia) si è trovato impelagato in uno scandalo, con metà del suo gruppo dirigente costretto a dare le dimissioni; ufficialmente per “ringiovanire” i ranghi, ma in effetti per una vera e propria epurazione dopo che alcune sezioni importanti del gruppo, nella regione di Voronezh e in quella di Ryazan, sono state “beccate” mentre falsificavano con Photoshop le foto di numerosi attivisti di primo piano, presentandoli impegnati nella lotta contro le fiamme nei boschi. Foto scattate casualmente in precedenza o anche fatte apposta per l’occasione (con i protagonisti comunque ben lontani dal fumo e dalle fiamme) e poi ritoccate pesantemente in modo da far apparire i giovani nel pieno di coraggiose azioni per fermare l’incendio.
Tutta l’operazione sarebbe stata costruita soprattutto per farsi belli con le autorità e con i boss del partito Russia Unita, o addirittura con lo stesso Putin, che ha visitato la regione di Voronezh in quei giorni. Messe su internet, le foto ritoccate sono state facilmente scoperte da moltissimi “navigatori” che si sono subito messi a denunciare pubblicamente la grottesca sceneggiata. Non si sa se anche il premier sia stato messo al corrente dell’imbroglio: fatto si è che dalla leadership nazionale di Russia Unita sono partiti ordini perentori di “far pulizia” nei ranghi del gruppo giovanile – anche in vista delle prossime elezioni amministrative di ottobre, che dopo il disastro degli incendi e del fumo per il partito rischiano di essere una vera débacle. Già era stata presa la decisione di non rinnovare gli incarichi ad alcuni amministratori locali (governatori e sindaci) particolarmente sgraditi ai loro concittadini; adesso viene l’epurazione di Molodaya Gvardija e secondo non pochi osservatori il bello deve ancora venire.
pubblicato il 25 agosto 2010
Tag: Russia
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Una nuova carta costituzionale, o quantomeno una radicale revisione di quella esistente, è l’obiettivo dichiarato di Viktor Yanukovich, da sette mesi presidente dell’Ucraina. Il fulcro della revisione costituzionale – ha annunciato lui stesso oggi – dovrebbe essere un considerevole ampliamento dei poteri presidenziali, cioè un ritorno al passato: solo sei anni fa l’Ucraina era infatti una repubblica presidenziale, e venne trasformata (con il consenso anche dei deputati vicini all’attuale presidente) in uno Stato in cui presidenza e parlamento si bilanciavano a vicenda. Questo bilanciamento, negli anni, ha portato alla caduta del regime di Viktor Yushenko, incapace di trovare un accordo con il proprio primo ministro Yulija Timoshenko e con l’insieme dei deputati; ora il successore di Yushenko, che ha approfittato della sua rovina per arrivare al potere a Kiev, pensa sia il momento di rimettere le cose a posto e adeguare il sistema politico ucraino a quello della maggior parte dei Paesi dell’ex Unione sovietica, Russia in testa.
Yanukovich ha esposto le sue intenzioni in modo solenne durante il suo primo discorso del Giorno dell’Indipendenza, tradizionalmente l’occasione politica più importante dell’anno per i leader ucraini. Ha parlato – riporta la Ukrainskaya Pravda – di “una Ucraina rinnovata, uno Stato con un sistema politico stabile”… “il che significa un forte presidente che abbia il reale potere di coordinare e controllare l’implementazione delle riforme cruciali per il Paese e del suo orientamento strategico”. Questo rafforzamento dei poteri dovrebbe servire a mettere in atto senza intralci riforme largamente “impopolari ma necessarie“, soprattutto in materia di prezzi dell’energia e di spesa pubblica: riforme che a Yanukovich in effetti sono state imposte dal FMI e dagli organismi finanziari internazionali, che hanno rinnovato a queste condizioni il maxiprestito di 15 miliardi di dollari concesso a Kiev all’inizio del 2009 e rimasto molti mesi in standby per la paralisi politica del regime precedente.
Inutile dire che le parole del presidente sono state accolte da una bordata di commenti negativi da parte delle forze di opposizione (tuttora molto consistenti in parlamento), che con l’ex premier Timoshenko hanno annunciato a loro volta un proprio progetto di revisione costituzionale – senza tuttavia dettagliarne i contenuti. Non sarà semplice per Yanukovich ottenere il risultato voluto (cioè una maggior somiglianza del sistema ucraino con quello costruito in Russia da Vladimir Putin): a differenza che in Russia il consenso popolare verso una riforma del genere è tutt’altro che scontato, e alla Rada (parlamento) un primo tentativo di cambiare la costituzione via referendum è fallito il mese scorso, per il “no” di almeno due forze della coalizione che sostiene il presidente, cioè il Partito comunista e il “blocco Lytvyn”, dal nome dello speaker del parlamento.
pubblicato il 24 agosto 2010
Tag: Ucraina
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Il primo tentativo di mettere in funzione un tribunale islamico in Russia sembra per ora andato a vuoto: ma si può scommettere che della questione si tornerà a parlare, anche più seriamente. Il tentativo è quello messo in atto all’inizio di agosto a San Pietroburgo dall’avvocato Dzhamaliddin Makhmutov, capo del Centro islamico per i diritti umani nonché di un’altra organizzazione chiamata semplicemente al Fath: l’apertura di una “corte della sharia” presso la Casa di preghiera islamica di Moskovskij Prospekt, una zona abbastanza centrale della metropoli baltica. L’annuncio dell’avvio del nuovo tribunale, riportato con evidenza dalla stampa, ha provocato immediatamente un vespaio di reazioni, sia da parte di politici e giuristi non-islamici sia, soprattutto, da parte dei maggiori esponenti della numerosa comunità islamica pietroburghese; al punto che la Procura – scrive il quotidiano online gazeta.spb.ru – ha deciso di intervenire e chiedere a Makhmutov l’immediata chiusura della sua “corte”, la cui esistenza è giudicata illegale, elevando contro di lui la grave accusa di “estremismo”.
“Noi non riconosciamo questo gruppo – ha dichiarato a The Moscow Times il vice muftì della città, Ravil Poncheyev – perché è stato costituito da dei ciarlatani che non hanno alcun diritto o qualifica per avviare un’attività del genere”. Di fronte alla raffica di critiche e proteste, Makhmutov prima ha scritto una lettera al presidente Medvedev per chiedere sostegno e protezione, poi ha fatto marcia indietro affermando che il suo “tribunale” non intende in alcun modo dirimere questioni legali nè tantomeno infliggere sanzioni a qualcuno, ma soltanto “offrire consigli e prospettare soluzioni alle dispute, soprattutto in ambito familiare”; a suo parere, soprattutto tra i numerosi immigrati che arrivano in città dai paesi centroasiatici dell’ex URSS, “c’è una seria difficoltà a capire i meccanismi che regolano la vita qui, e il nostro aiuto può essere importante per facilitare il loro adattamento”. Un parere condiviso dal capo della comunità uzbeka: il modello in effetti è quello della Gran Bretagna, dove la legge ammette che presso le moschee funzionino dei “consultori” basati sulla sharia per dirimere conflitti civili.
Ma la Russia, nonostante abbia una presenza islamica sul suo territorio superiore a quella della Gran Bretagna, probabilmente non è ancora pronta per un passo del genere. Al contrario, si rischierebbe di dar vita a istituzioni parallele, non riconosciute e in effetti clandestine, destinate ad aumentare ancor di più l’isolamento di una parte della comunità islamica. D’altra parte, è vero che l’estrema differenziazione etnica e religiosa del Paese porta con sè problemi ingovernabili di diversità giuridiche sul territorio: per esempio nella Cecenia governata da Ramzan Kadyrov pare inevitabile la prossima introduzione di tribunali basati almeno in parte sulla sharia, come lo stesso Kadyrov ha annunciato e come del resto era già avvenuto fra il 1996 e il 1999.
pubblicato il 20 agosto 2010
Tag: Russia
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Come era stato preannunciato dall’accordo raggiunto in giugno direttamente dai due presidenti, Barack Obama e Dmitrij Medvedev, le autorità russe hanno dato il definitivo via libera alla ripresa delle importazioni di pollame americano dopo che, a loro dire, le aziende coinvolte si sono adeguate alle stringenti normative russe sulla produzione industriale di carne. La messa al bando, decisa il 1 gennaio scorso ufficialmente per motivi igienico-sanitari, riguardava finora 87 aziende statunitensi produttrici di pollame: per 71 di esse le restrizioni sono state tolte, mentre permangono in vigore per le altre 16, che non si sono adeguate alle nuove norme.
In sintesi la questione “tecnica” su cui è stato deciso e poi revocato il blocco delle importazioni riguarda il trattamento della carne di pollo con una soluzione clorinata: gli allevamenti americani usano una soluzione con 20-50 mg per litro, mentre le normative russe impongono di non superare i 0,5 mg per litro (più o meno la quantità di cloro presente nell’acqua potabile). In Europa si usa abitualmente una tecnologia diversa, che prescinde completamente dall’uso di cloro. Gli stessi allevatori americani hanno peraltro ammesso che il problema esiste e non riguarda solo l’export diretto in Russia ma anche quello destinato all’Unione europea (dove peraltro non è stato attuato nessun blocco della carne importata).
E’ sempre stato tuttavia chiaro, quasi esplicito, che i veri motivi del bando erano altri. Dato che le quantità di pollame americano importate in Russia sono molto grandi – circa 600.000 tonnellate all’anno nel 2009, equivalenti a circa un quinto del consumo nazionale e, sul versante opposto, a un quarto delle esportazioni globali di pollame dagli Stati uniti – il blocco mirava a promuovere con prezzi più alti la produzione nazionale russa dando contemporaneamente un “colpetto” agli Stati uniti (dove gli allevatori del sud costituiscono una lobby molto importante). Non è certo la prima volta, del resto, che Mosca usa le importazioni di pollame per esercitare una pressione politica sugli Stati uniti: nei primi anni ’90, quando tra l’altro la produzione nazionale era molto più bassa e le importazioni dagli Usa molto superiori a quelle odierne, un duro blocco venne attuato già da Eltsin; più di recente, un blocco venne imposto nel 2002 come ritorsione per l’aumento dei dazi americani sull’acciaio russo, e ancora nell’autunno 2008, in risposta alle minacciate sanzioni di Washington dopo la guerra in Georgia.
Un motivo pure presente, anche se secondario, nell’ultima messa al bando del gennaio scorso era quello di usare una parte della quota americana dell’import russo per “premiare” altri paesi. In primavera sembrava che fosse in corso una trattativa con Italia e Turchia per incrementare considerevolmente le loro quote di export di pollame verso la Russia, ma pare che alla fine non se ne sia fatto nulla, essendo prevalsa l’opportunità tutta politica di trovare invece un accordo con Washington per la ripresa del commercio.
pubblicato il 19 agosto 2010
Tag: Russia
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Per la prima volta da almeno quindici anni – da quando cioè iniziarono i colloqui tra l’americana Unocal e il governo post-sovietico del Turkmenistan – delle compagnie statunitensi hanno ottenuto l’ok del governo di Ashgabat per delle concessioni di sfruttamento dei giacimenti di gas e petrolio offshore al largo della costa turkmena del Mar Caspio. Non a caso la svolta è arrivata, secondo l’agenzia Reuters che cita fonti ufficiali turkmene, insieme alla notizia di massicci investimenti cinesi nell’ampliamento del gasdotto che dall’anno scorso collega il territorio turkmeno alla Cina e alla notizia, ancora un po’ vaga ma sicuramente significativa, che sarebbe di nuovo pronto l’ambizioso progetto di una pipeline gas-petrolifera lunga 2000 km dal Turkmenistan all’India via Afghanistan e Pakistan. L’accordo dei paesi interessati sarebbe già completo, e in via di definizione sarebbe anche il pool di compagnie internazionali chiamato a realizzare l’opera. «Questa pipeline, del costo di 3,3 miliardi di dollari, potrà portare pace e stabilità all’Afghanistan insieme a lavoro e valuta pregiata», ha affermato un servizio speciale della tv turkmena citando il presidente Gurbanguly Berdymukhammedov.
Molte cose sono cambiate nella regione dal 1995 ad oggi, certo: ma i cambiamenti sono in parte solo apparenti. Si prenda la vicenda dei talebani, per esempio. Nel settembre ’95 a Kabul c’era ancora il governo di Ahmad Massoud, che non era favorevole alla pipeline della Unocal e aveva siglato un accordo con una compagnia argentina – solo per essere rovesciato qualche mese dopo dai talebani, al cui seguito si sarebbe immediatamente installato a Kabul un grosso ufficio della Unocal guidato da Zalmay Khalilzad, pronto a definire i talebani stessi «una forza di stabilizzazione per la regione». L’idillio fra Unocal e talibani diventa addirittura imbarazzante nel ’97, quando la compagnia apre un campo di addestramento per futuri tecnici petroliferi afghani a Kandahar, accanto al quartier generale di Osama bin Laden, e nello stesso anno invita una delegazione di talebani nella sua sede in Texas. Poi l’improvvisa rottura del ’98, quando (su pressione del Congresso, contrariato dal fanatismo religioso dei talebani) la compagnia petrolifera si ritira dal progetto di oleodotto trans-afghano e i rapporti tra Usa e Afghanistan peggiorano.
Ma già nel maggio 2001 (attenzione alle date) Zalmay Khalilzad torna a ronzare intorno all’Afghanistan, questa volta in veste di inviato personale del presidente George W. Bush per l’Asia centrale e il Medio Oriente; poco dopo, ohibò, c’è l’11 settembre, e quindi l’invasione e l’apparente eliminazione dalla scena dei talebani… e nel 2002 Khalilzad diventa ambasciatore a Kabul, giusto in tempo per sovrintendere, il 30 maggio, alla firma di un accordo fra i presidenti del Turkmenistan (allora era Saparmurad Niyazov, detto Turkmenbashi) e del Pakistan, Pervez Musharraf, per la costruzione della famosa pipeline transafghana.
Non se ne fece poi nulla: la guerra in Afghanistan rendeva impossibile il progetto, e il governo di Ashgabat si rivolse alla rampante Russia di Putin e del Gazprom per avere cash in cambio di gas, con accordi andati avanti fino al 2009. Ma adesso… Ora che i talebani stanno de facto ridiventando interlocutori degli Usa, oltre che essere in prospettiva i padroni dell’Afghanistan, il gioco ritorna al punto di partenza.
E con gli stessi protagonisti, o quasi. La Unocal non esiste più: è stata comprata dalla Chevron nel 2005, su pressione del Senato Usa e del presidente Bush, per impedire che finisse acquistata dalla cinese Cnpc. Ma, guardacaso, la Chevron è la capofila delle aziende che hanno avuto adesso il via libera per le concessioni in Turkmenistan, seguita da ConocoPhillips, TxOil (entrambe americane) e dalla Mubadala Oil&Gas, di Abu Dhabi.
La Cnpc, insieme ad alcune compagnie sudcoreane (i colossali chaebol Lg e Hyundai), comunque non molla l’osso, e sarà a sua volta presente in Turkmenistan con altre concessioni strappate a Berdymukhammedov in cambio di un sacco di soldi (4,1 miliardi di dollari), cortesemente prestati a tasso favorevole dalla Bank of China.
Un chiaro ritorno del «Grande gioco» di sempre in Asia centrale, dunque, questa volta con Stati uniti e Cina protagonisti di una lotta vieppiù aperta anche se per adesso priva di connotati militari e giocata invece sul terreno della tecnologia, dei finanziamenti e della corruzione – tutte specialità un tempo appannaggio quasi esclusivo degli americani ma che ora vedono i cinesi cavarsela anche meglio. Del tutto assente invece – almeno per ora – la Russia, che nonostante alcune avances negli ultimi mesi nei confronti di Ashgabat non è riuscita a inserirsi in questa tornata di affari e sta di fatto perdendo il ruolo di acquirente unico del gas turkmeno di cui ha goduto finora in virtù della sua quasi-contiguità territoriale (il gas turkmeno può fluire senza problemi direttamente nella rete di gasdotti russa).
Non è detto comunque che Mosca resti a lungo alla finestra: a parte gli incendi e le catastrofi naturali che il Cremlino non riesce a controllare, il governo russo quest’anno ha messo in mostra una notevole capacità d’azione in Asia centrale, giungendo anche a rovesciare il regime del Kirghizstan; e proprio domani, forse non per caso, il presidente Dmitrij Medvedev ospiterà a Sochi, sul Mar Nero, i colleghi turkmeno Berdymukhammedov, afghano Karzai e pakistano Zardari per un inedito incontro a quattro. Di cosa parleranno?(questo articolo è pubblicato sul manifesto del 17 agosto 2010)
pubblicato il 16 agosto 2010
Tag: Afghanistan, Kirghizstan, Russia, Turkmenistan
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