Cari lettori di EstEstEst, questo è l’ultimo mio post che troverete sul portale del “manifesto”. Dopo trentacinque anni di lavoro comune (ho iniziato a lavorare al giornale nel lontano 1977) il manifesto e io siamo arrivati infatti a una separazione. Di fatto, già da parecchie settimane avevo sospeso l’aggiornamento del blog, così come la scrittura di articoli per il giornale di carta, in relazione al drastico peggioramento dei rapporti interni che era andato profilandosi fin dall’inizio del 2012, con la liquidazione coatta amministrativa e la messa in mora della vecchia cooperativa editrice di cui faccio parte e nella quale, in passato, sono stato anche amministratore – col che mi assumo la mia parte di colpe nel fallimento di quella esperienza. Nessun dramma, le cose hanno un inizio e una fine e in questo caso direi che si può chiudere dignitosamente senza rancori: io sono stato molto bene nel “manifesto”, spero che il “manifesto” abbia tratto qualcosa di buono da me, auguri a tutti e due.
Quanto a voi lettori (so di averne alcuni affezionati, e io sono affezionato a loro), nel ringraziarvi per l’attenzione e la stima che mi avete dedicato in questi anni, vi informo che proseguirò comunque, spero con sufficiente regolarità, il mio lavoro di osservatore e commentatore di quanto accade nei paesi dell’ex Unione sovietica. Mi è stato infatti offerto uno spazio, come ad altre firme che tuttora continuano a onorare il “manifesto”, Giuliana Sgrena e Michele Giorgio per citarne due, dal portale informativo Globalist, che sta cercando una propria strada originale verso l’informazione del nuovo secolo. (Tanto perché non ci siano equivoci, di questi tempi abbastanza comuni: gratuito è stato nell’ultimo anno il mio lavoro sul “manifesto” e gratuito sarà il mio lavoro su Globalist). Non sarà la stessa cosa, ovviamente: perché per me il valore fondante del “manifesto” era l’esser nato sulla critica da sinistra del socialismo reale, e nessuna nuova testata potrà avere quello stesso valore, ahimé purtroppo ormai perdutosi. Ma in fondo questo riguarda soltanto me e qualche sparso compagno della mia generazione, il mondo va avanti comunque e tocca stargli appresso.
Trasloca la mia firma, non la testata EstEstEst che rimane una proprietà congiunta mia e del “manifesto” – almeno per ora, poi si vedrà. Non posso quindi che ringraziare intanto Globalist per l’occasione offertami, e invitare chi volesse continuare a leggere i miei aggiornamenti a cercarmi su quel portale – che comunque offre ai lettori una vastissima gamma di notizie e commenti scritti da giornalisti di vaglia – oppure seguirmi su Facebook e/o Twitter. Per chi sentisse l’imprescindibile necessità di scrivermi, l’indirizzo è: ad@estestest.eu
pubblicato il 16 gennaio 2013
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Un tribunale di Mosca ha ordinato la rimozione dei video del gruppo punk-femminista Pussy Riot da tutti i siti internet, pena il blocco dei siti stessi. Secondo la giudice Marina Musimovich, i video conterrebbero “elementi di estremismo” e offenderebbero i sentimenti religiosi” umiliando diversi gruppi sociali. Due ragazze del gruppo Pussy Riot, va ricordato, stanno scontando la pena di ventiquattro mesi di carcere inflitta loro nell’agosto scorso: Maria Alyokhina and Nadezhda Tolokonnikova si trovano in due diverse colonie penali, la prima nel carcere IK-32 nella regione di Perm (Urali), la seconda nel carcere IK-14 di Zubovo-Polyansky, in Mordovia (Russia centro-orientale). La terza componente del gruppo processata e condannata con le altre, Yekaterina Samutsevich, ha visto invece accolto il suo appello ed è attualmente libera, con la pena sospesa “in prova” per due anni.
Non sono per il momento indicati quali dei numerosi videoclip delle Pussy Riot siano da considerare “banditi” e inclusi nella ormai lunga lista di materiali la cui circolazione in Russia è proibita sulla base della legge contro l’estremismo. Nella lista compaiono oltre 1500 elementi, quasi tutti appartenenti a gruppi neofascisti e razzisti o a sette religiose estreme. Sicuramente il video che catalizza il divieto della magistratura è quello relativo alla performance del 21 febbraio scorso nella cattedrale del Cristo Salvatore di Mosca, visto ormai vari milioni di volte su Youtube e riprodotto ovunque (anche qui, con traduzione italiana sovrimpressa; da notare che il video è un montaggio di frammenti di immagini girati durante l’incursione nella cattedrale, con l’audio registrato altrove e aggiunto dopo). Ma non è escluso che anche altri videoclip realizzati in precedenza dal gruppo siano finiti nell’elenco.
pubblicato il 29 novembre 2012
Tag: Russia
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Da tre giorni è in vigore in Ucraina il nuovo codice di procedura penale, che va a sostituire il precedente – introdotto negli anni sessanta e rimasto praticamente inalterato da allora – e dovrebbe portare a un significativo miglioramento nei commissariati di polizia, nei tribunali e nelle carceri. Il primo miglioramento consiste nella riduzione netta della detenzione in attesa di giudizio, che da oggi non potrà superare i dodici mesi per i reati più gravi e i sei per quelli minori, contro i tre anni previsti in precedenza, che spesso diventavano una condanna extragiudiziale comminata arbitrariamente. Altro passo avanti cruciale riguarda le confessioni, da oggi valide come prova solo se prodotte in tribunale, mentre finora erano valide anche se estorte dalla polizia nei commissariati – con metodi che si possono immaginare. Vengono poi introdotti concetti e pratiche “civili” come gli arresti domiciliari, la libertà su cauzione, la possibilità del concordato (davanti al giudice) tra parti lese e offensori, la responsabilità penale dei funzionari di polizia che sbagliano; infine, viene introdotta la giuria nei processi – almeno in quelli per reati gravi per i quali è possibile la condanna all’ergastolo.Tutte cose positive: ma con dei lati che possono invece portare a riflessi negativi. In primo luogo, perché buona parte dei “vantaggi” che il nuovo codice riconosce agli imputati sono in effetti alla portata solo di chi non ha problemi economici: non solo per la libertà su cauzione, ma anche perché le nuove, vaste attribuzioni di competenza agli avvocati cadono in una situazione in cui questi ultimi sono ancora pochi, cari e per nulla disposti a offrire gratuito patrocinio; mancano gli avvocati d’ufficio e niente fa credere che tutto ciò possa cambiare in tempi brevi. Inoltre molti sospettano che le nuove misure finiscano per ampliare la già vasta discrezionalità dei giudici – e con essa la propensione a farsi corrompere, già altissima.
Infine, e collegata a quest’ultima considerazione, resta il fatto che la legge può esser ben studiata quanto si vuole, ma gli uomini chiamati ad applicarla – poliziotti, avvocati, magistrati e guardie carcerarie – restano gli stessi di prima, con la stessa mentalità e le stesse pessime abitudini: per arrivare a un “clima giuridico” davvero nuovo, che faccia uscire il paese dall’attuale stato di “barbarie giudiziaria” (come è stata definita dai legislatori che hanno curato il nuovo codice), ci vorranno probabilmente molti anni di lavoro. Da qualche parte, comunque, bisogna pur incominciare…
pubblicato il 23 novembre 2012
Tag: Ucraina
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Tensione allo stabilimento Ford-Sollers di Vsevolozhsk, non lontano da San Pietroburgo, dove la direzione ha annunciato la messa in ferie obbligatorie (a paga ridotta) dei dipendenti a partire da metà dicembre. I lavoratori hanno reagito con uno sciopero bianco e con una inedita “giornata della donazione di sangue”: i lavoratori che donano il sangue, dice la legge, hanno diritto a due giorni di ferie pagate.
La vertenza è iniziata ai primi di novembre, quando l’azienda – una joint venture tra la Ford Motors Co. e la russa Sollers – ha annunciato che avendo raggiunto in anticipo gli obiettivi di produzione per il 2012 le linee sarebbero state fermate per due settimane alla fine dell’anno, con la messa in ferie obbligatorie a paga ridotta (solo i due terzi del salario base) di tutti o quasi i dipendenti. I sindacati interni – tra i più attivi e dinamici di tutta la Russia fin dalla nascita dello stabilimento, negli anni novanta – hanno reagito proclamando uno sciopero bianco, in cui cioè i lavoratori si attengono strettamente al regolamento, soprattutto in materia di sicurezza, il che produce un forte rallentamento della produzione. In pratica, questo significa che operai e impiegati smettono di avere tutte quelle iniziative che di norma accelerano il lavoro, così come smettono di fare gli straordinari o anche solo quei cinque minuti in più per finire un certo lavoro in atto. Questo sciopero bianco sta andando avanti da una settimana e proseguirà ad oltranza; finora la direzione afferma che non c’è stata alcuna conseguenza sul volume della produzione, ma fonti sindacali parlano di una diminuzione del 10-15 per cento, ammortizzata finora col ricorso agli stock. A Vsevolozhsk si producono la Focus e la Mondeo.
Ma se lo sciopero bianco è una forma di lotta abbastanza diffusa nelle aziende russe, l’altro strumento messo a punto dai sindacati è invece inedito: dato che la legge impone al datore di lavoro di dare due giorni di ferie a paga piena ai lavoratori che donano il sangue, i sindacati stanno organizzando una “giornata dei donatori” in cui tutti o comunque molti dei 3000 dipendenti dello stabilimento di Vsevolozhsk si presenteranno ai centri appositi per donare il sangue, ottenendo così l’effetto di paralizzare per due giorni la produzione senza neanche scioperare.
pubblicato il 19 novembre 2012
Tag: Russia
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Anna Hutsol, leader del gruppo ucraino Femen noto per le provocatorie proteste politico-religiose condotte dalle sue attiviste a seno scoperto, è stata bloccata all’aeroporto di San Pietroburgo e rispedita in Francia, da dove proveniva. La notizia è stata data dalla polizia di frontiera russa, senza spiegazioni sui motivi del divieto d’ingresso in Russia. Hutsol, cittadina ucraina, non ha bisogno di visto per entrare in Russia dunque deve essere su una “lista nera” di persone sgradite. Di recente il gruppo Femen, che inizialmente pareva essenzialmente puntare a un folclorismo mediatico tollerato senza problemi dalle autorità di Kiev, ha politicizzato molto le sue iniziative – ora centrate sempre sui diritti delle donne e sulla polemica contro la chiesa ortodossa (e non solo) – ed è finito nel mirino del governo ucraino, al punto da doversi trasferire a Parigi. Ancora il mese scorso la polizia di Kiev ha fermato Anna Hutsol per interrogarla in merito a una delle azioni di Femen che hanno suscitato più scalpore, l’abbattimento di una croce di legno in un parco della capitale. In Russia il gruppo non ha mai compiuto azioni eclatanti, ma si è schierato con veemenza a difesa delle attiviste del gruppo punk-femminista Pussy Riot processate e condannate per teppismo e istigazione all’odio religioso.
pubblicato il 17 novembre 2012
Tag: Russia, Ucraina
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Improvvisa e imbarazzante marcia indietro del governo iracheno: annullato il contratto firmato poche settimane fa a Mosca per una massiccia fornitura di armamenti russi. Motivo ufficiale: rischi di corruzione. Ma è chiaro a tutti che si tratta di un veto imposto da Washington. Il contratto, messo a punto quest’estate e reso pubblico durante la visita nella capitale russa del premier Nur al-Maliki ai primi di ottobre, prevedeva la vendita di 30 elicotteri d’attacco Mi-28NE e 50 sistemi missilistici antiaerei Pantsir-S1, per un totale di circa 4,2 miliardi di dollari: la più grossa commessa da diversi anni per l’industria militare russa, tale da trasformare Mosca nel secondo maggior fornitore di Baghdad (dopo gli Usa) ma tale anche da risultare indigeribile per Washington. Dopo l’annuncio russo-iracheno diversi commentatori statunitensi avevano affermato che “stiamo perdendo l’Iraq”, anche perché il governo di Baghdad aveva reso chiaro nei mesi scorsi di volersi sottrarre a una tutela troppo stretta degli Usa. Anche se, bloccata dalla campagna elettorale alle ultime battute, l’amministrazione Usa non aveva reagito ufficialmente alla notizia, era chiaro da molti segnali che non avrebbe accettato l’intromissione russa in casa di un “cliente” così importante. E così, a tre giorni dalla rielezione di Barack Obama, è partito l’ukaz nei confronti di al-Maliki, a malapena coperto dalla scusa ufficiale sui rischi di corruzione insiti nel contratto con i russi.
Non è un dietrofront facile, comunque, e non è detto che passi senza conseguenze. Per ora non ci sono reazioni ufficiali dal Cremlino, anche se alcuni commentatori vicini alla leadership russa parlano di fatto “inaudito, senza precedenti”; ma è a Baghdad che la situazione appare piuttosto confusa, visto che il ministro della difesa (pro tempore) Sadun al-Dulaymi ha smentito l’annuncio fatto poche ore prima da un portavoce del governo, affermando invece che “l’affare va avanti come previsto”. E poco dopo un altro portavoce ha corretto l’annuncio iniziale parlando non più di annullamento del contratto ma di “revisione e controllo da parte del comitato anticorruzione”, mentre un membro della commissione difesa del parlamento iracheno sostiene che a breve una nuova delegazione governativa tornerà a Mosca per ridefinire l’accordo in questione.
pubblicato il 11 novembre 2012
Tag: Iraq, Russia, Stati Uniti
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A poche ore dal licenziamento in tronco (per uno scandalo di corruzione) del ministro della difesa Anatoly Serdyukov, nuovo scossone ai vertici militari russi: Vladimir Putin ha licenziato (senza motivazioni, per ora) anche il capo di stato maggiore delle forze armate. Il generale Nikolai Makarov, 63 anni, lascia il posto al collega Valery Gerasimov (57), già “vice” del suo predecessore nonché comandante del Distretto militare centrale. Gerasimov proviene dagli ambienti militari di San Pietroburgo, dove ha svolto la parte “burocratica” della sua carriera, e ha fatto esperienza sul campo di battaglia durante la seconda guerra in Cecenia, dal 1999 al 2003, come comandante della 58ma armata.
E’ stato il nuovo ministro della difesa Sergei Shoigu, nominato solo due giorni fa, a presentare Gerasimov al presidente Putin per la nomina: Putin, nel suo discorsetto, ha citato tra i compiti del nuovo capo di stato maggiore la necessità di mettere “ordine e stabilità” nei rapporti tra alti comandi e industria bellica, turbati negli ultimi tempi da “continui cambiamenti di ordinativi per tenere il passo con le novità tecnologiche”. Un passaggio che sembra collegarsi solo alla lontana alle accuse gravanti sulla gestione del ministro Serdyukov appena licenziato – cioè di aver usato in modo un po’ troppo disinvolto il patrimonio del ministero – e pare invece più legato alle polemiche sollevate negli ultimi mesi da diversi ambienti politici contro il ricorso ad acquisti di materiale bellico presso fornitori stranieri. Il caso più clamoroso è quello delle due portaelicotteri commissionate alla Francia, ma gli esempi sono numerosi e riguardano in primo luogo le industrie italiane (blindati Iveco, armi leggere Beretta, elicotteri AgustaWestland). A parte questo, è noto che Gerasimov era apertamente critico nei confronti delle riforme portate avanti dall’ex ministro Serdyukov nella struttura delle forze armate: la sua nomina dovrebbe quindi servire a rovesciare alcuni orientamenti prevalsi negli ultimi anni e mai digeriti dal “corpo” degli ufficiali russi.
pubblicato il 9 novembre 2012
Tag: Russia
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Generalizzare è sbagliato, e a dire il vero i più hanno evitato di sbilanciarsi con prese di posizione esplicite: ma l’impressione che nell’opposizione pro-occidentale moscovita si sperasse in un successo di Mitt Romney è netta. Del resto già da tempo si sapeva che in quei giri politici la faccenda del “reset” obamiano non piaceva per niente: soprattutto tra chi ha fatto del sostegno esplicito occidentale una ragion d’essere, qualunque politica di appeasement con il Cremlino, qualunque ipotesi di diplomazia distensiva, è vista come nociva, come un incoraggiamento al dittatore. Così, dopo la vittoria di Obama, un esponente di spicco dell’opposizione russa come l’ex campione di scacchi Garry Kasparov ha detto chiaro e tondo che “la politica di Obama verso la Russia è stata un disastro” e che “Romney aveva ragione quando ha detto che Mosca era il nemico geopolitico numero 1 di Washington”; più in là ancora si è spinto Andrei Piontkovsky, che ha partecipato a una “votazione” insieme ad altri circa 150 ospiti russi durante un ricevimento all’ambasciata statunitense, e ha poi ammesso di esser stato tra i pochi ad aver “votato” per Romney (per la cronaca, 27 su 164). Anche senza spingersi a tanto, è comunque opinione corrente negli ambienti “liberal” moscoviti che in ogni caso Obama non potrà continuare con la sua politica “molle” nei confronti di Mosca e dovrà per forza assumere un atteggiamento più severo verso Putin e il suo governo.
Non a caso, se da parte del Cremlino non sono venuti (ovviamente) commenti diretti all’esito delle presidenziali Usa – salvo gli auguri di rito al vincitore e le solite parole di circostanza – negli ambienti governativi c’è evidente soddisfazione per il successo di Obama, o quantomeno di relativo sollievo per l’insuccesso del candidato repubblicano che almeno in potenza minacciava di diventare un problema complicato. Tradizionalmente i governanti russi (e prima quelli sovietici) si trovano meglio con i presidenti Usa repubblicani: lo stesso Putin, all’inizio del suo primo mandato, era entusiasta di Bush jr. e giunse anche a sbilanciarsi parecchio per stabilire buone relazioni con Washington dopo un periodo di relativa freddezza durante gli otto anni di Bill Clinton. Ma il disastro compiuto su tutti i fronti da Bush finì per investire in pieno anche le relazioni con Mosca, spingendo Putin verso un antiamericanismo netto che ancora permane la sua nota dominante. Le speranze del Cremlino – espresse abbastanza esplicitamente dal premier ed ex presidente Dmitrij Medvedev, sono ora concentrate su quella frasetta di Obama colta “fuorionda” durante uno degli ultimi vertici del G8, quando il presidente, già impegnato nella campagna elettorale, disse a Medvedev che, una volta rieletto, sarebbe stato certamente “più flessibile” nei confronti di Mosca.
pubblicato il 8 novembre 2012
Tag: Russia, Stati Uniti
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Forse solo per caso o forse per smorzare un po’ l’impatto politico della notizia, Vladimir Putin ha scelto il giorno delle elezioni Usa per il più clamoroso licenziamento in tronco degli ultimi anni, quello del ministro della difesa Anatoly Serdyukov. Il ministro, in carica da cinque anni, è stato rimosso in relazione alle inchieste per corruzione che hanno investito il suo ministero e una serie di persone a lui molto (troppo) vicine; al suo posto è stato nominato sul campo l’ex ministro per le situazioni di emergenza Sergei Shoigu, che da pochi mesi era stato messo sulla poltrona di governatore della regione di Mosca. Shoigu fa parte della schiera dei “fedelissimi” del presidente – come del resto Serdyukov, uomo vicino a Putin sin dai tempi in cui quest’ultimo era vicesindaco di San Pietroburgo; a differenza di Serdyukov, Shoigu è anche ufficiale delle forze armate col grado di generale.
Più che la nomina di un nuovo ministro – del resto circondato da una fama generalmente positiva conquistata nei lunghi anni di lavoro al ministero delle emergenze – a far rumore è la destituzione di Serdyukov, personaggio da diversi anni al centro di polemiche e contestazioni. Mai apprezzato dall’establishment militare per via della sua estraneità all’ambiente (a San Pietroburgo era un importatore di mobili, e ha sempre avuto più a che fare con il commercio che con le stellette), il suo nome è legato alla complicata, profonda e farraginosa riforma delle forze armate avviata sotto la sua guida – e sotto il patrocinio di Dmitrij Medvedev, nel quadriennio della sua presidenza. Una riforma che aveva come obiettivo la creazione di una struttura militare più agile, efficiente e libera da alcune gravissime malattie endemiche che affliggono da decenni le forze armate russe: la corruzione tra gli ufficiali, il nonnismo esasperato tra i soldati, la carenza drammatica di alloggi, l’inadeguatezza di una parte rilevante degli arsenali. In capo a cinque anni, e con una guerra (quella con la Georgia dell’agosto 2008) di mezzo, i risultati degli sforzi di Serdyukov sembrano piuttosto modesti; e una parte di tali sforzi ha anche provocato violentissime polemiche, in particolare la sua decisione di ricorrere ad acquisti di armamenti all’estero per superare le difficoltà di riorganizzazione dell’apparato industriale militare russo – una scelta che gli ha tirato addosso pesanti accuse di “antipatriottismo” o peggio. Finora però il ministro aveva resistito alle critiche, trovando sempre protezione e conferme al Cremlino.
A cambiare di colpo la situazione è stato lo scandalo scoppiato nelle ultime settimane, con le accuse piovute addosso a un’azienda “vicina” a Serdyukov di aver acquistato a prezzo di saldo terreni e strutture delle forze armate, traendone enormi profitti. Le accuse si sono poi allargate a macchia d’olio, sono emersi ammanchi per centinaia di milioni di dollari nei bilanci del ministero; dulcis in fundo, è venuta fuori anche la storia – tutta da confermare – secondo cui al centro di uno di questi episodi ci sarebbe una segretaria un po’ troppo particolare di Serdyukov: dato che questi è il genero dell’ex primo ministro Viktor Zubkov, uno dei più potenti e influenti amici del presidente, sembra che sia stata proprio questa la goccia che ha fatto traboccare il vaso portando al licenziamento in tronco.
Resta ora da vedere il seguito: se cioè tutto si fermerà al giro di poltrone, pur se eccellenti, o se si metterà in moto un meccanismo di “pulizia” più profonda, in un settore tanto delicato della vita nazionale. Se cioè Serdyukov dovrà anche affrontare un processo, che inevitabilmente si allargherebbe a parecchi alti ufficiali, oppure se gli scandali, una volta rimosso il ministro, verranno fatti sparire dalla scena pubblica. Le forze armate, negli ultimi cinque anni, sono già passate attraverso brutali epurazioni che hanno tolto di mezzo migliaia di alti ufficiali spediti in pensione; non è detto che siano in grado di sopportare ulteriori pressioni. Altra cosa da vedere, come reagiranno prossimamente i due nemici “storici” del ministro defenestrato ieri, anch’essi parte dell’inner circle di Putin, cioè il vicepremier Dmitrij Rogozin, sovrintendente dell’industria militare, e il capo dell’amministrazione presidenziale Sergei Ivanov, da sempre esponente di punta dell’ala “dura” del mondo militare (lui stesso essendo un generale).
pubblicato il 7 novembre 2012
Tag: Russia
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La Federazione dei migranti in Russia ha chiesto al sindaco di Mosca di tornare sulla sua decisione di dare il via libera a ben due manifestazioni dell’estrema destra contro gli immigrati, in programma per domenica nella capitale. Secondo il leader della Federazione, Muhammad Amin Majumder, i due eventi previsti sotto il nome ormai “classico” di Marcia dei russi rappresentano una sfida e un pericolo per decine di migliaia di immigrati regolari che vivono e lavorano a Mosca e che hanno la domenica – che oltre a tutto in questa occasione coincide anche con la festa denominata “Giorno dell’unità nazionale”, istituita per prendere il posto del non più celebrato anniversario della Rivoluzione d’Ottobre – come unico giorno per andare a spasso per la città e godersi la bellezza della capitale.
Diverse organizzazioni hanno già rivolto analoghe istanze al municipio moscovita, protestando contro l’autorizzazione concessa alle formazioni nazionaliste di estrema destra. La Federazione dei migranti, insieme ad altre sei organizzazioni che rappresentano la grande massa dei lavoratori (soprattutto centroasiatici) stranieri residenti a Mosca, ha invocato il fatto che la Marcia dei russi viola apertamente la legge incitando de facto all’odio razziale. A tutti il municipio ha risposto affermando di non avere strumenti legali per impedire la Marcia dei Russi; agli organizzatori della marcia, il sindaco ha semplicemente ricordato che saranno ritenuti responsabili di eventuali incidenti. L’anno scorso la Marcia si accompagnò a una lunga serie di scontri e atti di violenza culminati nell’uccisione di un immigrato a poca distanza dal Cremlino.
pubblicato il 2 novembre 2012
Tag: Russia
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