Nel giorno dell’incoronazione di Vladimir Putin (per la terza volta) a capo supremo della Russia, è stato reso noto che il governo cittadino della capitale intende ridurre del 90 per cento, di qui a tre anni, il numero dei negozi autorizzati a vendere alcolici, triplicando inoltre le pene per chi beve alcolici – compresa la birra – in luogo aperto al pubblico. Il doppio giro di vite sulle modalità di vendita e consumo di alcolici rientra nel quadro di una campagna di lotta all’alcolismo lanciata dall’ex presidente Dmitrij Medvedev nell’agosto 2009 e condotta finora abbastanza in sordina; in pratica i vincoli finora posti alla vendita di alcol sono relativi all’orario (proibita la vendita fra le 10 di sera e le 10 del mattino) e al prezzo, che ha un minimo di legge di circa 3 euro per la bottiglia classica da mezzo litro. Se queste nuove misure annunciate dovessero essere effettivamente realizzate, le possibilità di acquistare bevande alcoliche a Mosca (ma certamente la cosa si estenderebbe ben presto a tutto il resto del paese) diminuirebbero drasticamente.Il che riporta alla mente in modo assai preoccupante la famigerata “legge secca” fatta approvare a suo tempo dal presidente sovietico Michail Gorbaciov: una legge che avrebbe dovuto combattere la piaga storica dell’alcolismo rendendo difficile e costoso produrre, vendere e consumare vino e vodka, ma finì solo per rendere Gorbaciov odioso alla maggior parte dei maschi russi, contribuendo non poco, in ultima analisi, al crollo del Partito comunista e alla dissoluzione dell’Urss (forse non a caso l’”uomo forte” che con un largo consenso di massa prese il potere dalle mani di Gorbaciov fu il noto alcolista Boris Eltsin…). Un ulteriore pessimo auspicio per il nuovo mandato di Putin, quindi: vedremo se l’amato leader – che personalmente non beve se non birra, ma che pochi anni or sono sorrise benevolmente quando un nuovo brand di vodka popolare a basso prezzo fu battezzato col suo cognome (grazie al doppio senso legato alla radice “put-”, che rimanda a “viaggio”) – riterrà di continuare su questa strada o ne cercherà di diverse.
Certo è che il problema dell’alcolismo, al di là delle battute e delle interpretazioni “politiche”, in Russia è particolarmente drammatico. Le statistiche sono terribili: il 76 per cento dei russi adulti (e la quasi totalità dei maschi) bevono regolarmente alcol, al punto che il consumo pro capite (cioè neonati inclusi) annuale è di ben 17 litri di alcol puro, pari a oltre 42 litri di vodka, oltre il doppio della quantità massima che l’Organizzazione mondiale della sanità ritiene tollerabile. L’età media alla quale inizia il consumo regolare di alcol è di soli 14 anni, e si calcola che l’alcol provochi ogni anno ben 75.000 morti in modo diretto (cirrosi e intossicazioni da alcol) e molti di più in modo indiretto attraverso malattie e incidenti collegati all’eccessivo consumo.
pubblicato il 7 maggio 2012
Tag: Russia
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Il direttore di Gazprom International Valery Gulev (sx) e il vice-presidente di Halliburton International Brady Murphy
Un accordo di cooperazione strategica è stato firmato fra Gazprom, semi-monopolio energetico russo, e la texana Halliburton, grande compagnia specializzata in ingegneria gas-petrolifera, circondata da una fama non proprio positiva. L’accordo, è stato spiegato dai dirigenti di Houston e da quelli di Mosca, avviene nel quadro di un’intesa generica che era stata firmata un mese fa senza gran clamore e servirà a “sviluppare e implementare nuove tecnologie gas-petrolifere nell’ambito delle ricerche e prospezioni globali e in quello dei progetti di produzione”, nonché a garantire a entrambe le parti “i benefici reciproci di una stretta collaborazione strategica”. Insomma, una specie di fidanzamento tra due grandi aziende globali del settore energetico, entrambe legate a doppio filo alla politica: Gazprom attraverso connessioni dirette con Vladimir Putin e l’éntourage del Cremlino, Halliburton da sempre vicina, vicinissima, all’estrema destra repubblicana, in particolare alla cerchia di George W.Bush.
I due fidanzati, in effetti, sono personaggi davvero poco raccomandabili ed è singolare – significativo di come vanno le cose nel mondo, diciamo – il fatto che la loro unione venga annunciata proprio nel momento in cui le relazioni globali russo-americane sono in cattivo stato, con la diatriba sullo “scudo antimissile” arrivata in queste ore a “un punto morto”, come hanno detto i protagonisti del negoziato in corso su questo tema, e con Obama e Putin che non mostrano alcuna fretta di incontrarsi.
Cosa sia Gazprom è abbastanza noto: questo moloch controlla gli approvvigionamenti energetici di gran parte dell’Europa e negli ultimi anni il Cremlino l’ha usato come strumento cruciale di politica estera – si potrebbe quasi parlare di “braccio armato”, tanto sono gravi e pesanti le conseguenze sulle popolazioni civili che porta con sé l’azione di Gazprom verso i governi con cui Mosca litiga. All’interno della Russia, Gazprom si comporta come uno stato nello stato, operando sul territorio senza rispondere a nessuno, indifferente a inquinamenti, disastri ambientali, pressioni su intere popolazioni: corrompe le autorità locali a ogni livello per ottenere le autorizzazioni a fare ciò che più gli aggrada e solo in un caso – il progetto del grattacielo di San Pietroburgo – la società civile è riuscita a fermare le sue ambizioni.
Quanto a Halliburton, si tratta forse della major petrolifera americana con il peggior record di corruzione e malversazione (tanto che negli Usa è classificata al quinto posto tra le comagnie di peggior reputazione). Nota per esser stata guidata per molti anni dall’ex vicepresidente Usa Dick Cheney, è stata sottoposta a svariate inchieste giudiziarie negli Stati uniti per il ruolo svolto nello spingere gli Stati Uniti a invadere l’Iraq e poi per i favolosi contratti ottenuti – a scapito delle aziende concorrenti – nell’Iraq occupato. Come se non bastasse, più di recente (settembre 2010) Halliburton è stata ritenuta responsabile insieme a Bp per il disastro della piattaforma Deepwater Horizon, nel Golfo del Messico, che ha provocato una delle peggiori catastrofi ambientali della storia: il cemento usato per il pozzo era di cattiva qualità e ha provocato la perdita di gas e la successiva esplosione (si spera non siano queste le tecnologie che cerca Gazprom, massimo produttore di gas e petrolio del pianeta). Ancora, inchieste per corruzione contro Halliburton si sono svolte in Nigeria, concludendosi con multe da centinaia di milioni di dollari.
Dati i pessimi rapporti fra i repubblicani Usa e Putin (è di poche settimane fa la frase di Mitt Romney secondo cui la Russia è destinata ad essere nel prossimo futuro “il nemico numero 1 degli Stati Uniti”), il fidanzamento testé annunciato suona abbastanza sorprendente; molto meno, se si considera come spesso le alleanze tra criminali arrivano all’improvviso, rovesciando d’un colpo le posizioni precedenti, sulla base di nuove necessità. Il problema, in questo caso, è capire quali siano oggi queste nuove urgenze.
pubblicato il 3 maggio 2012
Tag: Iraq, Russia, Stati Uniti
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A poche settimane dal via, la festa per i campionati europei di calcio in Ucraina si sta trasformando in un incubo: alle proteste internazionali per la detenzione dell’ex premier Yulija TImoshenko si sono aggiunte le bombe nelle strade, mentre l’Europa del calcio è su tutte le furie per l’incredibile speculazione in atto sul prezzo di alberghi e ostelli. Nei fatti, l’Ucraina rischia di veder disertate le partite che si svolgeranno nei suoi stadi.
L’organizzazione dell’evento, assegnata in partnership a Ucraina e Polonia, è la più importante vetrina internazionale di cui Kiev abbia avuto modo di disporre da vent’anni a questa parte: l’assegnazione era stata una scelta politica europea, nel 2007, per premiare e incoraggiare l’allora leadership “arancione” del paese, ma da allora a oggi molte cose sono cambiate e il senso della vicenda si è ribaltato. Oggi che al posto di comando c’è Viktor Yanukovich, fautore di una politica indipendente sia da Mosca che dall’Occidente ma chiaramente incapace di governare senza ricorrere a violenza e arbitrio, il disastro appare totale e l’Europa sta alimentando un vero e proprio ostracismo nei suoi confronti. Con argomenti non secondari: è vero per esempio che il governo ha lasciato mano libera agli speculatori e che i prezzi degli alberghi nelle città che ospiteranno le partite del torneo sono schizzati alle stelle, decuplicati rispetto al normale. E’ vero anche che la raffica di bombe esplose due giorni fa nella città di Dnipropetrovsk (29 feriti, alcuni gravi) ha pienamente raggiunto il suo scopo, che era evidentemente di dimostrare l’incapacità del governo di garantire la sicurezza durante i campionati e quindi di scoraggiare i visitatori. Ed è vero infine che Yanukovich e il suo governo non sono stati minimamente capaci di gestire in modo ragionevole l’affaire Timoshenko, lasciandolo montare fino a diventare uno spaventoso autogol con le violenze inflitte in carcere alla ex premier malata.
Quali che siano le effettive responsabilità giudiziarie dell’irriducibile Yulija (e certamente sono grandi, il suo passato è tutto fuor che limpido), dal momento in cui è stata condannata era necessario che lo Stato ne garantisse in modo rigoroso la salute e i diritti, mentre invece è stato fatto ogni pasticcio possibile alimentando sempre più le proteste internazionali. Ora tutti i governi europei – compreso quello teoricamente amico di Vladimir Putin – chiedono rumorosamente che la Timoshenko venga liberata, le sue colpe sono di fatto sparite di scena e le autorità ucraine si sono attirate addosso, probabilmente in modo irrimediabile, la fama di persecutori selvaggi e incivili. Al punto che probabilmente Yanukovich dovrà intervenire personalmente e ordinare la liberazione dell’ex rivale per salvare il salvabile prima dei campionati.
pubblicato il 29 aprile 2012
Tag: Europa, Russia, Ucraina
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Mentre oggi si svolge la Giornata della difesa della fede, indetta dal patriarcato ortodosso per “proteggere la Chiesa dagli attacchi delle forze anti-russe”, il tribunale di Mosca ha ordinato che le tre ragazze del gruppo punk Pussy Riot, detenute da marzo per un happening anti-Putin (guarda il video) attuato nella cattedrale del Cristo Salvatore a Mosca, restino dietro le sbarre almeno fino al 24 giugno, per consentire agli inquirenti di completare le indagini. Nadezhda Tolokonnikova, Maria Alyokhina and Yekaterina Samutsevich sono accusate genericamente di “teppismo”, un’accusa che può comportare fino a sette anni di carcere; tutte e tre, pur ammettendo di far parte del gruppo informale Pussy Riot (che comprende una ventina di ragazze, fra musiciste e tecniche, tutte anonime e che tengono i loro concerti-happening col viso coperto da passamontagna colorati), negano di aver preso parte personalmente all’azione incriminata.
Con quest’ultima decisione del tribunale, di fatto equivalente a una condanna senza processo ad almeno quattro mesi di carcere, la vicenda delle Pussy Riot incomincia ad assumere una connotazione davvero pesante e a diventare un caso politico serio, capace di dividere la Russia. Secondo un sondaggio condotto dall’istituto demoscopico statale VTsIOM, solo il 10 per cento dei russi pensa che sia giusto condannare a pene detentive le tre ragazze, mentre la maggioranza ritiene che un’eventuale condanna dovrebbe limitarsi a una multa o a un periodo di “lavoro rieducativo”; piccole manifestazioni in favore delle detenute si sono svolte in varie città e anche all’estero, mentre anche Amnesty International si è occupata della vicenda definendo le tre ragazze “prigioniere di coscienza”. La maggior parte dei media russi, pur criticando la performance delle Pussy Riot per il suo “cattivo gusto”, ospita regolarmente interventi di intellettuali, artisti e commentatori che chiedono una rapida chiusura del caso con la scarcerazione delle imputate.
In posizione particolarmente delicata si sta venendo a trovare la chiesa ortodossa: mentre il patriarca Kirill ha ripetutamente espresso la sua personale indignazione sia per l’azione delle Pussy Riot sia per le manifestazioni in loro sostegno, molti esponenti religiosi si sono detti contrari alla loro carcerazione; la posizione ufficiale della chiesa è di “condanna senza carcere”, ma anche senza un’esplicita richiesta alle autorità civili in un senso o nell’altro. Di fatto, il patriarcato si trova nella scomoda posizione di chi ha voluto l’azione giudiziario-poliziesca ma non vuole essere ritenuto responsabile delle sue sgradevoli conseguenze (giovani donne, tra cui la madre di una bimba di 4 anni, chiuse indefinitamente dietro le sbarre).
Tantopiù che l’happening delle Pussy Riot può certo essere ritenuto dissacrante ma non sacrilego: le ragazze che vi hanno preso parte (nella cattedrale semideserta, tra l’altro) non hanno rotto né sporcato nulla e non hanno violato l’iconostasi che tiene separato l’altare dai fedeli; si sono limitate a inscenare un concerto senza strumenti davanti all’iconostasi, abbigliate in modo vistoso ma non provocante. Le parole pronunciate erano politicamente aggressive ma non blasfeme, limitandosi a invocazioni alla Madonna perché cacci via Putin e a rimproveri contro il patriarcato per aver appoggiato il suo ritorno alla presidenza (il patriarca Kirill aveva poco prima definito gli anni di Putin al Cremlino “una benedizione di Dio”) .
pubblicato il 22 aprile 2012
Tag: Russia
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E’ definitivamente uscita di produzione, dopo una carriera durata oltre quarant’anni, la mitica Zhigulì, versione sovietica della Fiat 124, che avviò l’era della motorizzazione di massa in URSS e per produrre la quale furono costruiti nel 1970 a Togliattigrad i grandiosi stabilimenti VAZ (acronimo di Volzhskogo Avtomobilny Zavod, “Fabbrica di automobili di Volzhsky”, dal nome della località sul fiume Volga dove sorsero gli impianti; sulla sponda opposta ci sono le colline Zhigulì, che hanno dato il nome alla storica auto). Già da un anno le officine della città sul Volga non producevano più nessuna versione del popolarissimo veicolo, che continuava ad essere costruito, in numeri ormai piuttosto ridotti, nella fabbrica Izh di Izhevsk, acquisita da AvtoVAZ; dal 17 aprile anche questa fabbrica ha fermato le linee di montaggio della Zhigulì, la cui richiesta era calata drasticamente. A Izhevsk continuerà ancora per qualche tempo la produzione di una versione furgonata della Zhigulì.
Tecnicamente, a uscire di scena è la Lada 2107, conosciuta popolarmente con il nomignolo di Semyorka (si potrebbe tradurre con “settina” o “settetto”, se esistessero in italiano), cioè l’ultima versione, nata nel 1980 e via via aggiornata senza modifiche estetiche o strutturali importanti. Spinta da un motore 4 cilindri di 1600 cc (in origine era un 1200) a iniezione, con consumi ed emissioni molto elevati per gli standard moderni, con una scocca e delle sospensioni molto rinforzate rispetto all’originale Fiat, tali da renderla praticamente indistruttibile anche sulle sconnesse strade della provincia russa. Interni spartani ma abbastanza ampi, fatti apposta per portare una famiglia dalla città alla dacia di campagna e tornarne con un carico di patate e conserve: l’uso fondamentale che di quest’auto è stato fatto per decenni.
Vituperata come poche altre auto nel mondo per i suoi numerosi difetti, oggetto di innumerevoli sarcasmi e barzellette in Russia e fuori, la Zhigulì resta pur sempre una pietra miliare nella storia mondiale dell’automobile: non solo perché in fondo è stata anche profondamente amata dagli automobilisti sovietici – che hanno potuto sfogare sui suoi guasti la loro innata passione per la meccanica, essendo un’auto semplicissima da riparare – ma anche perché la sua inconfondibile sagoma “a saponetta” è diventata una sorta di logo per l’industria russa nel mondo. Grazie al suo prezzo bassissimo è stata venduta a milioni di esemplari non solo in URSS ma in moltissimi altri paesi, al punto che versioni locali continuano ad essere prodotte ancora qua e là, per esempio in Egitto (per il mercato africano) o in Ucraina. Dal 1970 fino al 2012 sono state prodotte, nelle varie versioni, oltre 14 milioni di Zhigulì, il che pone questa vettura al terzo posto dopo il maggiolino Volkswagen e la Ford T tra le auto più vendute di tutti i tempi.
Il suo posto nelle linee di montaggio di Togliatti e di Izhevsk è stato preso ormai dalle varie versioni della Rénault-Dacia Logan, destinata a diventare l’automobile-base nell’ormai robustissimo mercato dell’auto russo; del resto Rénault è azionista-chiave di AvtoVAZ, di cui possiede il 25 per cento, ed è naturale che punti a spingere i suoi prodotti globali a scapito di produzioni locali obsolete, sempre meno richieste e per giunta poco remunerative visto il prezzo molto basso. Non per niente AvtoVAZ era giunta nel 2010 sull’orlo del definitivo fallimento, arrivando a licenziare oltre un terzo del personale.
pubblicato il 20 aprile 2012
Tag: Russia
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La chiesa ortodossa è sotto accusa da parte di “forze anti-russe” per essersi schierata a favore di Vladimir Putin nelle recenti elezioni presidenziali. Così un alto esponente della gerarchia ha cercato di giustificare lo scandalo sorto dopo le rivelazioni sullo stile di vita non esattamente francescano del capo supremo della chiesa russa, il patriarca Kirill. Rivelazioni che non smascherano nessun illecito, naturalmente, ma che di certo hanno creato parecchio disagio tra i fedeli più sensibili: sapere che il patriarca vive in una residenza privata lussuosissima e porta al polso orologi da trentamila dollari non è certo incoraggiante per i milioni di devoti che fanno fatica a mettere insieme il pranzo con la cena e che si sono sentiti ripetere tutta la vita che la chiesa è a fianco dei poveri e ne condivide le sofferenze.
La vicenda più buffa – e di cui si è più parlato negli ultimi giorni – è quella del costosissimo orologio Breguet, del valore citato sopra, apparso al polso del patriarca in alcune foto pubblicate sul sito ufficiale del patriarcato: immagini che sono state poi ritoccate (“photoshoppate”) in modo maldestro, al punto che l’orologio è sparito ma è rimasta ben visibile la sua immagine riflessa sul piano di vetro del tavolo su cui Kirill aveva appoggiato il braccio. Dopo un fulmineo dilagare virale della storia sui social network, il patriarcato è stato costretto a scusarsi per l’”errore” di una redattrice del sito, che “ha ritenuto di ritoccare delle immagini senza alcun motivo”. Sull’orologio – rimesso al suo posto nelle foto – neanche una parola, se non nell’intervista di un altro prelato che si è sbracciato a negare si trattasse di un pezzo tanto costoso: solo un normalissimo orologio di produzione russa, regalato dal presidente Medvedev. Ma i blogger russi, dall’occhio lungo ed esperti di orologi, hanno smentito questa versione minimizzatrice, confermando il valore dell’oggetto visibile nelle foto. Del resto, se si fosse trattato di un orologio da pochi soldi, perché mai qualcuno avrebbe dovuto pensare di cancellarlo?
Come che sia, la vicenda non poteva non alimentare le sempre più insistenti voci sulla corruzione che avrebbe raggiunto le cerchie più elevate della chiesa, e per questo il portavoce ufficiale del patriarcato, Vsevolod Chaplin, ha ritenuto di dover lanciare una controffensiva verso le non meglio precisate “forze anti-russe” che starebbero dietro gli attacchi alla chiesa. Nello stesso tempo, l’alto prelato ha anche reso più aggressiva la campagna di intolleranza di cui le gerarchie si stanno facendo protagoniste, e ha chiesto che i testi di Lenin siano messi al bando in quanto “estremisti”. Il mese scorso il patriarcato aveva chiesto e ottenuto che tre ragazze del gruppo punk Pussy Riot, “colpevoli” di aver inscenato un mini-concerto di protesta davanti alla cattedrale di Mosca, fossero arrestate e tenute in carcere (dove sono tuttora) nonostante non abbiano in realtà commesso alcun reato.
pubblicato il 8 aprile 2012
Tag: Chiesa ortodossa, Russia
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Il presidente russo Dmitrij Medvedev, in uno dei suoi ultimi atti prima di lasciare la poltrona a Vladimir Putin, ha controfirmato la nuova legge sui partiti approvata dai due rami del parlamento, rendendola così immediatamente esecutiva. La nuova legge, che Medvedev ha propugnato nel dicembre scorso come risposta alle proteste che hanno riempito le piazze di Mosca dopo le elezioni politiche, rende molto più facile dar vita a partiti ufficialmente registrati e autorizzati quindi a partecipare alle elezioni di tutti i gradi. In particolare viene abolito il requisito-capestro di presentare al momento della richiesta di ufficializzazione al ministero della giustizia almeno 40mila membri registrati. Con la nuova legge i membri necessari scendono a soli 500. Resta invece la soglia minima di voti da raggiungere per eleggere deputati, fissata però solo al 5 per cento, contro il 7 in vigore fino al dicembre scorso. Anche altre procedure finora necessarie vengono semplificate, in modo da rendere più facile dar vita a nuovi partiti e concorrere alle elezioni.
Troppo facile, secondo alcuni – anzi secondo gli stessi che fino a dicembre criticavano aspramente gli sbarramenti imposti dalla legge precedente, che in pratica rendevano la competizione elettorale aperta solo ai partiti più forti e radicati da tempo sul territorio, favorendo de facto il partito del potere Russia Unita e i suoi alleati più o meno espliciti. Per diversi esponenti dell’opposizione liberale, la nuova legge è stata calibrata appositamente in modo da favorire la massima frammentazione delle forze politiche nuove (e anche di alcune di quelle vecchie, come il Partito Comunista, che infatti teme di veder sorgere una serie di partiti concorrenti alla sua sinistra).
Come che sia, la nuova legge verrà messa alla prova pratica già quest’anno, con una serie di elezioni amministrative che si terranno in autunno in diverse regioni del Paese. Già si sa di almeno tre nuovi partiti di opposizione che nelle ultime settimane hanno compiuto i preparativi per registrarsi: il Partito repubblicano, il Partito della libertà del popolo (entrambi di orientamento liberale, si sono visti negare la registrazione nell’autunno scorso e non hanno potuto partecipare alle elezioni parlamentari) e il partito ancora senza nome che sta cercando di mettere in piedi il miliardario Mikhail Prokhorov, forte dell’aver conquistato l’8 per cento dei voti nelle elezioni presidenziali del mese scorso.
pubblicato il 4 aprile 2012
Tag: Russia
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Bruciante sconfitta per il partito del potere, Russia Unita, nelle elezioni per la carica di primo cittadino a Togliatti, la città sul Volga dove ha sede la AvtoVAZ, la maggior industria automobilistica nazionale. Il candidato di RU, Aleksandr Shakhov, è stato nettamente battuto da un indipendente, Sergei Andreyev, che ha raccolto il 57 per cento dei consensi contro il 40 del suo avversario. Molto bassa (intorno al 38 per cento degli aventi diritto) l’affluenza alle urne in questo turno di ballottaggio; nel primo turno, svoltosi due settimane fa in concomitanza con le elezioni presidenziali, Shakhov era arrivato in testa precedendo di pochi voti Andreyev in una gara cui partecipavano 8 candidati, ma non era riuscito a superare il 50 per cento necessario per essere eletto subito.
Parecchie le cose interessanti in questa elezione. Tanto per cominciare, l’estrema diversità dei due candidati: Shakhov è un generale della polizia, 62 anni, e si dichiara fervente ortodosso, mentre Andreyev, che è di religione battista e di professione psicologo, ha solo 38 anni. Poi, va notato il contesto politico particolare in cui le elezioni si sono svolte: a Togliatti (un po’ più di 700.000 abitanti) il partito Russia Unita ha subìto una disfatta nelle elezioni politiche di dicembre, arrivando al secondo posto dietro il Partito comunista che qui ha una solida tradizione: questo, nonostante il considerevole impegno finanziario che il governo federale – e quindi Putin e Russia Unita – ha profuso per salvare dalla bancarotta AvtoVAZ, che nella crisi del 2008-2009 era sprofondata in modo drammatico. Il disastro di RU è stato tale che il suo candidato sindaco, Shakhov, in campagna elettorale ha fatto di tutto per nascondere la propria affiliazione politica, non nominando mai Russia Unita nei suoi comizi e nei suoi manifesti. Gli elettori del Partito comunista, peraltro, dopo il fallimento del loro candidato (giunto solo terzo il 4 marzo nel primo turno), sembrano aver preferito disertare le urne nel ballottaggio.
Difficile comunque anche parlare di una vittoria dell’opposizione democratica in quanto tale: Andreyev nel recente passato ha fatto parte sia del governo cittadino che di quello regionale, ricoprendo vari incarichi di responsabilità nell’amministrazione (in ultimo è stato titolare delle politiche ambientali) e non si è mai mostrato particolarmente critico nei confronti delle autorità centrali o locali. I suoi slogan elettorali echeggiavano quelli del movimento di opposizione (“Contro i ladri, i mentitori e i violenti”) ma restando sempre generici e senza mai puntare contro persone o istituzioni precise. Andreyev sembra comunque essere collegato al miliardario Mikhail Prokhorov, candidatosi alle ultime presidenziali dove ha ottenuto un onorevole terzo posto: ha fatto brevemente parte del partito “La Giusta Causa” la scorsa estate, quando Prokhorov ne era diventato per poche settimane il leader, e si dice che sia pronto a diventare un esponente di punta del nuovo partito che il miliardario intende mettere in piedi nei prossimi mesi, con l’implicita benedizione del Cremlino.
pubblicato il 20 marzo 2012
Tag: Russia
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Due giovani bielorussi, condannati a morte dal tribunale di Minsk come autori dell’attentato che l’11 aprile scorso uccise 15 persone nella metropolitana della capitale, sono stati giustiziati ieri. La notizia è stata confermata ufficialmente. Dmitry Konovalov e Vladislav Kovalyov erano stati arrestati poco dopo la strage – che oltre ai 15 morti aveva anche provocato il ferimento di oltre duecento persone – e nel novembre scorso sono stati condannati alla pena capitale: Konovalov (26 anni) in quanto autore materiale, Kovalyov (25) per averlo aiutato. Il codice penale bielorusso non prevede un secondo grado di giudizio, per cui la sentenza è diventata immediatamente esecutiva; il presidente Oleksandr Lukashenka aveva ricevuto una domanda di grazia dagli avvocati dei due imputati (che si sono sempre dichiarati innocenti), ma l’ha respinta.
La Bielorussia è attualmente l’unico paese europeo che mantiene la pena di morte nel suo ordinamento giudiziario, senza moratorie o sospensive; le esecuzioni, per quanto relativamente rare, sono tuttavia regolarmente portate a termine – anche l’anno scorso due persone hanno affrontato il plotone d’esecuzione. Dopo la condanna di Kovalyov e Konovalov l’Europarlamento aveva approvato una risoluzione in cui si denunciavano “gravi carenze procedurali” nel corso del processo e si chiedevano la concessione della grazia e quindi l’abolizione della pena di morte dall’ordinamento. Richieste giudicate “offensive” dal parlamento di Minsk e dunque respinte in blocco.
La vicenda dell’attentato alla metropolitana di Minsk, comunque, resta abbastanza oscura. Il processo non ha chiarito molte cose ed è opinione largamente diffusa, ovviamente negli ambienti dell’opposizione anti-regime ma anche in Russia, che le autorità abbiano voluto in effetti nascondere almeno una parte della verità: non si è minimamente indicato un movente per i due imputati, né tantomeno si è accennato a eventuali mandanti o complici, e non si è chiarito come sia stato possibile per i due accedere ai materiali necessari per confezionare l’ordigno e organizzare così meticolosamente l’attentato. Desta perplessità anche il fatto che l’arresto dei due sia avvenuto con tanta rapidità, già il giorno successivo all’attentato, e che sul momento la polizia abbia dichiarato che i due erano rei confessi – mentre invece al processo si sono detti sempre innocenti. Ieri, poco dopo la notizia dell’avvenuta doppia esecuzione, dei fiori sono stati deposti nei pressi dell’ambasciata bielorussa a Mosca.
pubblicato il 18 marzo 2012
Tag: Bielorussia, Europa, Russia
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Saranno destinati subito alle forze di stanza nel Caucaso i primi 60 veicoli blindati “Lince” consegnati all’esercito russo in base a un accordo siglato in gennaio. I veicoli, prodotti dalla italiana IVECO nello stabilimento di Bolzano e assemblati negli impianti russi di Voronezh, sono stati testati lungamente l’anno scorso dalle forze armate russe e sono risultati migliori dei concorrenti di produzione russa, i GAZ “Tigr” prodotti nello stabilimento di Arzamas e già in servizio dal 2007. L’accordo con la IVECO prevede il montaggio a Voronezh di 1500 “Lince” entro il 2014.
Le caratteristiche dei mezzi prodotti dalla IVECO li rendono particolarmente adatti all’impiego in azioni di rastrellamento e antiguerriglia come quelle che costituiscono lo standard operativo nelle regioni del Caucaso dove sono più attive le formazioni armate islamiste e separatiste (Cecenia, Dagestan, Inguscezia, Kabardinia). Inoltre i “Lince” sono perfetti, a quanto pare, anche per i rapidi spostamenti su brevi distanze richiesti alle forze russe che proteggono le due autoproclamate repubbliche di Abkhazia e Sud Ossezia, staccatesi dalla Georgia.
Non è la prima volta che la Russia si rivolge a un paese della Nato per acquistare armamenti (il caso più eclatante è quello delle due portaelicotteri in via di acquisto dalla Francia), ma è sicuramente una tappa significativa di questo percorso il fatto di schierare tali acquisti su un “fronte” (quello georgiano) di potenziale conflitto con la Nato stessa. Da notare che tra i più importanti acquisti di armamenti Nato da parte russa brillano i contratti stipulati con le italiane Beretta e AgustaWestland (elicotteri multiruolo trasporto truppe, da costruire in Russia); le forze armate russe stanno anche testando, in vista di una possibile adozione, previa produzione in jv, il blindato leggero “Centauro” prodotto da IVECO (motori e scocca) e Oto-Melara (torretta e armamento), che avrebbe la stessa destinazione del “Lince”, sul delicato e ultrasensibile fronte meridionale.
pubblicato il 15 marzo 2012
Tag: Caucaso, Georgia, Italia, Russia
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