Tuesday 21 May 2013

IL MANIFESTO BLOG
   notizie dall'ex impero del male a cura di Astrit Dakli
Archivio di aprile 2009
  • Si chiama Vyacheslav Yaroshenko, ed è l’ultimo giornalista aggredito in Russia: ricoverato in gravi condizioni è stato operato alla testa e si trova ora in coma, con prognosi riservata. L’episodio è avvenuto mercoledì a Rostov sul Don, grande città del sud della Russia. Yaroshenko, direttore della rivista Korruptsia i Prestupnost (Corruzione e crimine), aveva come missione quella di cercare e denunciare gli episodi di corruzione nella pubblica amministrazione cittadina; anche il suo collega e collaboratore Sergej Sleptsov, che oggi ha parlato con colleghi di altri media raccontando il fatto, era stato in passato aggredito e ferito, anche se in modo meno grave. L’aggressione di mercoledì è avvenuta classicamente sotto casa del giornalista, che stava rientrando dal lavoro: alcuni sconosciuti lo hanno colpito violentemente alla testa, forse con un bastone o una sbarra di ferro, e si sono poi accaniti sul suo corpo a terra, picchiandolo selvaggiamente prima di dileguarsi. Ricoverato d’urgenza all’ospedale di Rostov con un grave trauma cranico e varie ferite e fratture, i medici lo hanno sottoposto a un intervento chirurgico ma sono ancora molto incerti sulle sue possibilità di sopravvivenza. La cosa singolare, e rivelatrice, è che finora la polizia e la magistratura si sono rifiutate di aprire un’inchiesta sull’aggressione, affermando di attendere un “più preciso” rapporto dai medici dell’ospedale. Sleptsov ha detto di avere un’idea abbastanza precisa circa i responsabili dell’aggressione a Yaroshenko, ma di non voler fare nomi per il momento – anche in considerazione del fatto che già una volta anche lui è stato aggredito e i suoi aggressori risultarono poi legati ad ambienti della locale Procura e della polizia.

    Il giornalista aggredito, in ospedale in gravi condizioni

    Il giornalista aggredito, in ospedale in gravi condizioni

    Solo nei primi quattro mesi di quest’anno in Russia i giornalisti fatti oggetto di gravi aggressioni o uccisi sono stati almeno sei (senza contare che dei casi minori o avvenuti in località di provincia spesso non si ha notizia). In marzo sono stati aggrediti Vadim Rogozhin, direttore di Sguardo, una società proprietaria di alcuni media di Saratov, e Maksim Zolotarev, del giornale La Voce della Giovane Moscovia, a Serpukhovo (vicino a Mosca), mentre Sergej Protazanov, tipografo del giornale Concordia civica di Khimki, periferia di Mosca, è stato ucciso. In febbraio è stato aggredito a Mosca, con un’accetta, il direttore della notissima radio Eco di Mosca, Aleksej Venediktov (fortunatamente senza riportare gravi ferite), mentre nella vicina località di Solnechnogorsk veniva attaccato e ferito a bastonate il direttore del giornale locale Solnechnogorskij Forum, Yurij Gracev. In gennaio poi a cadere sotto i colpi di un killer insieme all’avvocato dei diritti civili Stanislav Markelov era la giovane giornalista Anastasia Baburova, del quotidiano Novaja Gazeta. Nessuno degli aggressori è stato finora trovato e punito – e men che meno lo sono stati i mandanti, anche quando era evidente la matrice dell’attacco.

di a. d.
pubblicato il 30 aprile 2009
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  • Uno scontro a fuoco abbastanza violento, con diversi feriti, è avvenuto ieri nella turbolenta repubblica caucasica del Dagestan, parte della Federazione russa. La notizia passerebbe del tutto inosservata se non fosse che i protagonisti della sparatoria non erano questa volta “banditi” o guerriglieri islamisti ma, da entrambe le parti del fuoco, agenti delle “forze dell’ordine”: da una parte membri della polizia repubblicana, dall’altra militari del Ministero dell’Interno federale. Fonti del governo repubblicano hanno confermato che la sparatoria è avvenuta verso mezzogiorno di mercoledì in un bosco a un paio di chilometri del villaggio di Kakashura, a sud della capitale repubblicana Makhachkala. Come causa scatenante della sparatoria le fonti hanno parlato di “azioni non concordate” da parte dei due gruppi armati, senza specificare ulteriormente. Pochi giorni fa una motivazione identica era stata fornita dalle autorità della vicina Inguscezia per spiegare il fatto che dei militari del Ministero dell’Interno repubblicano avevano sparato su un’auto che portava le guardie del corpo del presidente Yunus-Bek Yevkurov.

di a. d.
pubblicato il 30 aprile 2009
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  • Si è presentato all’Accademia di stato del petrolio all’ora di inizio delle lezioni, con una pistola Makarov e un centinaio di pallottole nelle tasche: ha sparato subito alla guardia all’ingresso, poi a una donna delle pulizie che stava nell’atrio, quindi ha iniziato a salire le scale sparando alla testa di tutti quelli che incontrava; quindi si è chiuso in una stanza e quando sono arrivati gli agenti dei servizi speciali si è sparato in testa (così almeno dice la polizia). In totale, la folle performance di Fyarda Gadirov, un giovane (29 anni) azero con cittadinanza georgiana, è costata 13 morti e 13 feriti – e non è ancora chiaro se tra i 13 morti sia incluso lui stesso oppure no.

    Il corpo di una ragazza uccisa, in un corridoio dell'Accademia

    Il corpo di una ragazza uccisa, in un corridoio dell'Accademia

    In realtà tutta la vicenda appare ancora abbastanza oscura: una prima versione dei fatti parlava di una rissa tra studenti, uno dei quali a un certo punto aveva iniziato a sparare – ma questo scenario mal si concilierebbe con l’altissimo numero di vittime e la dotazione di pallottole che Gadirov aveva con sè, chiaro segno di premeditazione; un’altra versione, appoggiata da diverse testimonianze, propone addirittura un’ipotesi legata non a un gesto di follia ma a un disegno terroristico vero e proprio, perché parla di due sparatori, uno dei quali “slavo” e mascherato (e c’è anche una foto del suo cadavere che circola su alcuni siti); e infine anche la conclusione resta dubbia, perché alcuni testimoni hanno affermato sono stati gli agenti dei servizi speciali, intervenuti immediatamente, ad uccidere lo sparatore (o gli sparatori).

    Il corpo di uno dei due killer, secondo una versione poi smentita

    Il corpo di uno dei due killer, secondo una versione poi smentita

    L’episodio comunque ha coinvolto la più prestigiosa istituzione educativa dell’Azerbaigian, l’Accademia di stato per il petrolio, attiva fin dagli anni Venti e ha laureato tra gli altri il capo del KGB sovietico ai tempi di Stalin, Lavrenti Beria e in anni più recenti Vagit Alekperov, presidente della più grande azienda petrolifera russa privata, la Lukoil. All’Accademia studiano giovani di molte nazionalità per diventare tecnici petroliferi; con il nuovo boom legato alla scoperta e messa in valore dei giacimenti offshore nel Mar Caspio, alla costruzione di nuove pipelines e soprattutto all’arrivo a Baku di alcune delle maggiori compagnie petrolifere internazionali, l’Accademia ha trovato un nuovo slancio e un nuovo prestigio – di pari passo con il crescere di una classe agiata che ha trasformato il centro di Baku, oggi moderno e “alla moda” come quello delle grandi città occidentali, mentre il resto del paese, a partire dalle vaste periferie della capitale, è inchiodato nella miseria e nell’arretratezza. La strage odierna non dovrebbe essere legata al nuovo ruolo dell’Azerbaigian nello scenario internazionale, ma certo costringe a richiamare l’attenzione anche sulle contraddizioni estreme che caratterizzano il paese.

di a. d.
pubblicato il 30 aprile 2009
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  • Tanti sorrisi e tante promesse di amicizia, nonché alcuni faticosi accordi che – forse – rimediano a una nuova tensione che si stava creando fra Mosca e Kiev. L’incontro di ieri nella capitale russa fra i due premier, Vladimir Putin e Yulija Tymoshenko, si può definire un successo (anche se faticoso) e conferma che tra i due esiste un’intesa di massima per migliorare strategicamente le relazioni bilaterali, prima e dopo le elezioni presidenziali ucraine anticipate all’ottobre prossimo. E dallo sforzo reciproco per evitare comunque una rottura è abbastanza chiaro che Mosca intende appoggiare la scalata di Tymoshenko alla presidenza, anche a scapito di quello che era stato finora il principale referente della Russia, il leader del Partito delle regioni Viktor Yanukovich.

    Putin e Tymoshenko durante il summit di ieri a Mosca

    Putin e Tymoshenko durante il summit di ieri a Mosca

    Dai colloqui di oggi sono emersi due accordi importanti: 1) Kiev farà partecipare la Russia come partner a pieno titolo, anzi, partner principale, al progetto di ammodernamento della rete di distribuzione del gas ucraino. Il progetto era stato lanciato in marzo nel corso di un vertice fra Ucraina e Unione europea: in quella circostanza non era stata fatta parola di un’eventuale partecipazione russa, e la cosa aveva logicamente fatto infuriare il Cremlino (la Russia è la principale fornitrice di gas sia dell’Ucraina che dell’Ue, e russa è tutta la tecnologia impiegata sulla rete) che aveva minacciato serie ritorsioni. Oggi Tymoshenko ha sottolineato con molta enfasi che Mosca sarà protagonista di questo ammodernamento: “Non potrebbe essere altrimenti”, ha detto, specificando che “terze parti” potranno partecipare a loro volta quando sia necessario ricorrere a tecnologie non disponibili in Ucraina o in Russia. 2) Il secondo accordo riguarda gli acquisti di gas russo da parte ucraina, che nel corso del 2009 si stanno rivelando molto inferiori al livello pattuito in gennaio tra i due paesi. In base agli accordi di gennaio, sponsorizzati proprio da estenuanti negoziati fra Putin e Tymoshenko, la russa Gazprom avrebbe potuto imporre pesantissime sanzioni nel caso in cui l’ucraina Naftogaz avesse ridotto i quantitativi acquistati: Putin ha garantito oggi che queste sanzioni non ci saranno, in quanto è chiaro che la diminuzione degli acquisti non dipende da cattiva volontà ma da oggettive difficoltà provocate dalla crisi globale.

    Su un terzo punto non c’è stato invece accordo: Kiev aveva chiesto un credito per ricostituire le proprie scorte di gas, quasi completamente consumate durante le settimane di gennaio in cui Gazprom aveva interrotto le forniture: un credito di circa cinque miliardi di dollari, che Putin non è stato disposto a concedere, suggerendo invece, malignamente, che l’Ucraina lo ottenga dall’Unione europea. Nelle prossime settimane altri accordi dovrebbero essere firmati – il primo, in giugno, in materia di energia nucleare – sempre con l’obiettivo di “consolidare le relazioni” fra i due paesi. Ovvero di consentire a Tymoshenko di restare in sella senza troppe preoccupazioni fino al voto di ottobre.

di a. d.
pubblicato il 29 aprile 2009
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  • Sono bastate poche dichiarazioni iniziali, ieri, per far fallire fin dall’inizio il vertice dei capi di stato dell’Asia centrale, il primo da sette anni a questa parte, convocato ad Almaty in Kazakhstan, per discutere la drammatica questione dell’acqua, che divide i cinque paesi ex sovietici protagonisti del vertice stesso. Non è stato possibile nemmeno trovare un qualsiasi accordo sull’agenda del summit: le posizioni dei paesi – e dei loro leader – sono apparse subito talmente distanti da risultare assolutamente inconciliabili, in assenza di una valida mediazione esterna (le Nazioni unite, o qualche istituzione finanziaria internazionale) che in questa circostanza mancava completamente. Poteva forse provare a svolgere questa mediazione la Russia, come alleata di tutti e cinque i paesi coinvolti (Uzbekistan, il più popoloso – e con il regime più ferocemente dittatoriale – e poi Kazakhstan, Turkmenistan, Kirgizstan e Tagikistan) e come erede principale di quell’Unione sovietica la cui leadership negli anni Settanta e Ottanta ha provocato il problema dell’acqua: ma Mosca non è stata invitata al summit, così come non sono stati invitati altri potenziali finanziatori-mediatori come la Cina o la Ue.

    La poca acqua rimasta nel letto dell'Amu Dariya, tra Uzbekistan e Turkmenistan (la sponda lontana)

    La poca acqua rimasta nel letto dell'Amu Dariya, tra Uzbekistan e Turkmenistan (la sponda lontana)

    L’acqua è da parecchi anni un problema enorme nelle aride regioni dell’Asia centrale: fin da quando i faraonici progetti dei dirigenti dell’Urss, che volevano modernizzare quel mondo sfruttando i due fiumi maggiori della regione (Amu Dariya e Sir Dariya) per coltivare a cotone le sue vaste pianure semidesertiche, si sono dimostrati spaventosamente controproducenti. I terreni irrigati, in Uzbekistan e in Kazakhstan soprattutto, sono andati via via impoverendosi e salinizzandosi, perdendo capacità produttiva e richiedendo sempre più acqua per continuare ad essere coltivati; nel contempo il grande lago Aral, dove i due fiumi sfociano, si è quasi completamente prosciugato per il ridotto apporto di acqua, per giunta sempre più inquinata da pesticidi e fertilizzanti, al punto che il suo letto asciutto è diventato una pericolosissima fonte di polveri nocive, portate ovunque dai venti e responsabili di un terribile degrado della salute delle popolazioni una volta rivierasche. E a monte, nelle regioni montagnose e ricchissime d’acqua del Tagikistan e del Kirgizstan, dove i due fiumi nascono, la frantumazione dell’Urss ha tolto l’accesso alle altre risorse prima comuni (energia, prodotti alimentari e industriali).
    Al summit di ieri i leader di questi due ultimi paesi, e in particolare il presidente kirghizo Kurmanbek Bakiyev, si sono presentati con una richiesta precisa: discutere collettivamente sull’uso delle loro risorse idriche, e in definitiva ottenere che l’acqua dei due grandi fiumi, che nascono sul loro territorio e vengono poi usati da Uzbekistan, Kazakhstan e Turkmenistan per irrigazione, venga pagata dai paesi utilizzatori aiutando Tagikistan e Kirgizstan a costruire nuove dighe e centrali idroelettriche per risolvere almeno il deficit di energia che attanaglia i due paesi. Le parole di Bakiyev sono state però accolte immediatamente dal collega uzbeko Islam Karimov con un rabbioso rifiuto: il summit secondo lui deve riguardare solo ed esclusivamente il tema su cui inizialmente (nel 2002) era stato convocato, cioè la situazione del lago Aral. “Ogni altra discussione è fuori luogo”.
    Chiaro che per dittatori come Karimov (e come gli altri leader della regione, del resto) toccare anche in minima parte l’equilibrio su cui si basa l’economia dei loro stati significa rischiare una rivolta popolare immediata – e forse anche di più, una perdita personale, visto che la maggior parte dei profitti delle attività economiche nazionali finisce nelle loro tasche: l’idea di redistribuire redditi e risorse regionali è per loro insopportabile.

    (pubblicato sul manifesto del 29 aprile 2009)

di a. d.
pubblicato il 28 aprile 2009
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  • Il viceministro della difesa russo Nikolaj Pankov ha reso pubblici ieri in una conferenza stampa una serie di numeri-shock che danno la misura della vastità della riforma delle forze armate avviata negli ultimi tempi – e in particolare da quando è iniziata la presidenza di Dmitrij Medvedev. Nel quadro di una riduzione complessiva del numero degli effettivi, da oggi al 2012, di circa 130mila unità (per un totale di un milione di uomini in armi), il taglio nel corpo ufficiali sarà molto più pesante, riguardando circa 200mila uomini (da 355mila a 150mila). Solo nell’anno in corso, ha aggiunto Pankov, verranno messi in libertà almeno 36mila ufficiali, a cominciare da coloro che non supereranno gli esami attitudinali che lo stato maggiore sta conducendo “a sorpresa”, in modo non programmato. Finora ben un quinto degli ufficiali sottoposti all’esame – tra cui 50 generali – non hanno superato il test e hanno quindi ricevuto la comunicazione del licenziamento; “Non abbiamo intenzione di tenere in servizio ufficiali che non sono in grado di svolgere le loro mansioni”, ha detto con durezza Pankov, “e purtroppo un considerevole numero di ufficiali superiori si sono dimostrati inadatti al proprio ruolo”.

    Ufficiali durante il test di attitudine

    Ufficiali durante il test di attitudine

    La valanga di licenziamenti fra i quadri superiori delle forze armate è stata fortemente criticata da molti, nelle file dell’esercito, tanto più in quanto avviene in un periodo di grave crisi economica e con un esercito di disoccupati (oltre il 10 per cento della forza lavoro, dicono i dati ufficiali resi noti proprio ieri) in continua crescita. C’è chi teme che gli ufficiali buttati fuori finiscano soprattutto a ingrossare le file della criminalità organizzata, e viene spontaneo anche collegare episodi come quello di ieri (un ufficiale di polizia, capo di un distretto di Mosca, che è impazzito e si è messo a sparare a caso sui clienti di un supermercato, uccidendo tre persone) alla imminente crisi di identità che sta per colpire una così grande massa di uomini armati e abituati a pensare a un futuro certo, all’interno delle forze armate. Molti dei licenziandi in effetti non avranno diritto alla pensione, essendo stati in servizio per meno di vent’anni, e si troveranno quindi a competere su un mercato del lavoro difficilissimo per mantenere se stessi e le proprie famiglie.

    La riforma in atto, perseguita con fermezza dal ministro della difesa Anatolij Serdyukov, ha comunque molti critici anche sul piano della funzionalità strategica. Concepita per avere delle forze armate meno costose e più moderne e agili, la riforma secondo moltissimi alti ufficiali (parecchi dei quali sono già stati messi a riposo anticipatamente proprio per la loro opposizione) renderà impossibile garantire la sicurezza delle frontiere e del territorio di un così vasto paese, e finirà per risultare costosissima. Alla fine degli anni ’80 – e della guerra in Afghanistan – gli effettivi delle forze armate sovietiche ammontavano a circa 4,5 milioni di uomini. Di questo enorme numero di militari, molti (circa un terzo) sono rimasti nelle altre 14 repubbliche ex sovietiche dopo la fine dell’Urss nel ’91; molti altri sono finiti in corpi armati “laterali” con funzioni di polizia e sorveglianza; ma la maggior parte sono passati al settore civile, occupando le posizioni più varie, dal bodyguard al commerciante, dal businessman al contadino.

di a. d.
pubblicato il 28 aprile 2009
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  • Nessuna sorpresa nei risultati delle votazioni tenutesi domenica per eleggere il nuovo sindaco di Soci, l’importante città russa sul Mar Nero scelta come sede delle Olimpiadi invernali del 2014: il nuovo sindaco sarà quello vecchio, cioè Anatolij Pakhomov, candidato ufficiale del partito Russia Unita – il partito del potere in Russia. Stando ai risultati resi noti oggi, Pakhomov ha ottenuto il 77 per cento circa dei voti, contro il 14 per cento toccato al secondo classificato, Boris Nemtsov, leader a livello nazionale del movimento di opposizione Solidarnost (Solidarietà). Nemtsov, che in passato è stato ministro e addirittura vicepremier federale, nonché governatore della grande regione industriale di Nizhnij Novgorod, ha annunciato la presentazione di un ricorso, affermando che l’insieme delle elezioni è stato “una grande truffa” e accusando in particolare il sindaco uscente-entrante di aver impedito agli altri candidati l’accesso agli spazi di propaganda televisiva, i più importanti. Non è chiaro se ci sarà un ricorso anche in merito al conteggio dei voti.

    Il vincitore delle elezioni di Soci, Anatolij Pakhomov

    Il vincitore delle elezioni di Soci, Anatolij Pakhomov

    C’erano pochi dubbi sul fatto che in un modo o nell’altro Pakhomov avrebbe “vinto” queste elezioni: la carica di sindaco di Soci, nei prossimi anni, sarà troppo importante perché il Cremlino possa lasciarla in mani non amiche. Infatti durante la campagna elettorale i massimi vertici dello stato – e in particolare il premier Vladimir Putin – si erano  spesi parecchio in suo favore, visitando la città e intervenendo a più riprese. Un altro segno della determinazione del potere federale era stata la cancellazione dalla lista dei candidati di quelli che, appartenendo a loro volta a Russia Unita ed essendo per un motivo o per l’altro abbastanza popolari, potevano in qualche modo portar via voti a Pakhomov. La commissione elettorale regionale era stata molto contestata per queste cancellazioni arbitrarie, ma è andata avanti come niente fosse perché il risultato finale fosse garantito.

di a. d.
pubblicato il 27 aprile 2009
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  • La guerra al terrorismo in Cecenia era stata dichiarata ufficialmente finita da un ordine del Cremlino, alla mezzanotte del 15 aprile, che sospendeva dopo dieci anni lo status di “zona di operazioni speciali antiterrorismo” in tutta la repubblica. Poche ore dopo nel distretto di Shatoi si verificava uno scontro armato tra forze di sicurezza russe e militanti separatisti: il risultato – reso noto in modo molto meno vistoso di quanto non fosse avvenuto per l’ordine del 15 aprile – è stato che il 23 aprile in tre distretti (Shatoi, Shali e Vedeno) sui ventuno che ne conta la repubblica, lo status di “zona di operazioni speciali antiterrorismo” veniva ripristinato da un nuovo ordine del Cremlino. Per tre giorni i distretti in questione sono stati teatro di setacciamenti e controlli da parte delle forze speciali, finché oggi, 27 aprile, lo status di cui sopra è stato nuovamente sospeso in uno dei distretti, quello di Shali. Nel frattempo non sono state fornite ulteriori precisazioni circa i tempi dell’effettivo ritiro dal territorio ceceno delle forze federali che tuttora vi sono basate – circa ventimila uomini appartenenti al ministero dell’interno, più un numero imprecisato di uomini del Fsb (i servizi segreti)  e del Gru (i servizi speciali dell’esercito). Tutto ciò fa pensare che in realtà la proclamata “fine della guerra” sia essenzialmente una facciata per coprire una prosecuzione delle attività militari in forme diverse. Sulla vicenda influisce poi senz’altro – in che misura è ancora da capire – anche l’evoluzione dei rapporti dentro le massime sfere della leadership russa. Ieri per esempio è stato reso noto il licenziamento del comandante del Gru, Valentin Korabelnikov, che teneva quel posto-chiave da dodici anni, e la sua sostituzione con un altro generale, Aleksandr Shlyakturov: il cambiamento, deciso personalmente dal presidente Dmitrij Medvedev, colpisce uno dei più importanti (e potenti) oppositori della grande riforma delle forze armate che Medvedev e il suo ministro della difesaAnatolij Serdyukov  stanno cercando da anni di far passare contro la volontà di molti altissimi ufficiali. Da notare che il Gru è un’istituzione militare che risponde direttamente al capo dello stato, senza essere subordinata agli stati maggiori e al ministro della difesa; e che ha a disposizione una vastissima struttura di agenti, in larga parte segreta, in grado di operare ovunque all’estero e all’interno.

di a. d.
pubblicato il 27 aprile 2009
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  • La Turchia e l’Armenia hanno annunciato mercoledì sera, con un comunicato congiunto dei due ministri degli esteri, di aver raggiunto un accordo su una “road map”, un piano a tappe per normalizzare le relazioni bilaterali e superare i problemi – assai seri – che finora le hanno ostacolate. L’annuncio afferma che “le due parti durante i colloqui finora svolti hanno raggiunto tangibili progressi e una mutua comprensione”, ma non accenna concretamente né al modo di superare i problemi né ai tempi della citata road map, che dovrebbe portare alla riapertura della lunga frontiera comune (chiusa da 16 anni) e a una forte spinta nelle relazioni commerciali, il cui congelamento nuoce non poco a entrambi i paesi.

    Obama ad Ankara con i ministri degli esteri armeno (a sinistra) e turco (a destra)

    Obama ad Ankara con i ministri degli esteri armeno (a sinistra) e turco (a destra)

    La svolta, preannunciata da mesi di contatti anche al massimo livello tra i due governi, giunge anche in seguito alle pressioni che la nuova amministrazione statunitense sta esercitando su Ankara: non per niente la Casa bianca (come anche l’Unione europea) ha salutato con grande favore l’annuncio turco-armeno, e il presidente Barack Obama ha messo per il momento in stand-by una risoluzione del Congresso in cui si parla del “genocidio degli armeni” da parte della Turchia nel 1915, risoluzione destinata a provocare un grave risentimento nell’opinione pubblica dell’importante alleato. Proprio oggi, peraltro, Obama dovrà dire comunque qualcosa sulla vicenda: il 24 aprile è il Giorno della Memoria armena, in cui si ricorda la terribile strage di 94 anni fa in cui un milione e mezzo di armeni, abitanti delle province nordorientali dell’impero ottomano, vennero deportati e massacrati.
    Se ha un forte valore simbolico che il pre-accordo turco-armeno sia stato annunciato proprio alla vigilia di questa ricorrenza, non è ancora per nulla chiaro comunque quale potrà essere il punto di convergenza fra Ankara e Erevan su quel lontano ma cruciale passaggio storico: la Turchia, dopo aver lungamente negato ogni responsabilità nella tragica vicenda, oggi riconosce che un massacro di armeni ci fu, ad opera delle milizie turche, ma nega recisamente che si possa usare il termine “genocidio” e comunque non accetta la cifra di un milione e mezzo di vittime. Ancora oggi, i paesi stranieri che adottano risoluzioni ufficiali in cui si parla di genocidio vengono boicottati, e se a farlo sono dei cittadini turchi, rischiano il carcere per offese alla dignità nazionale. La posizione del governo armeno, com’è ovvio, è diametralmente opposta.
    Ma c’è un altro e complicato punto su cui un accordo fra i due paesi è difficilissimo: la vicenda del Nagorno-Karabak e dei rapporti fra Armenia e Azerbaigian. Il governo di Baku ieri ha reagito malissimo all’annuncio della road map, affermando che vedrebbe come un atto ostile da parte turca una normalizzazione dei rapporti turco-armeni senza una precedente soluzione del problema del Karabak – che con il crollo dell’Urss si è reso indipendente dall’Azerbaigian, occupando inoltre con le sue milizie e con l’aiuto dell’esercito armeno anche larghe porzioni del territorio propriamente azero, con un corollario di centinaia di migliaia di profughi molti dei quali vivono ancora in condizioni di estrema precarietà in tende e baracche. Finora Erevan non ha neanche lontanamente accennato a possibili concessioni da parte armena su questo argomento (che pure è quello che ha provocato nel ’93 la rottura dei rapporti con Ankara).

    Confine turco-armeno. La Turchia è a destra

    Confine turco-armeno. La Turchia è a destra

    Da Baku si fa indirettamente capire che a rischio è la fruttuosa partnership petrolifera tra i due paesi: il gas e il petrolio azeri, che vanno verso l’Europa con le pipelines che attraversano la Georgia e la Turchia (esistenti come il BTC, Baku-Tbilisi-Ceyhan, o in progetto come il Nabucco, sponsorizzato da Usa ed Ue ma dalla realizzazione sempre più in forse), potrebbero essere facilmente dirottati verso le pipelines russe. Gazprom ha già offerto di acquistare, per la riesportazione in Europa, tutto il gas dei giacimenti di prossimo sfruttamento nel Caspio, e il presidente azero Ilham Aliyev è stato di recente a Mosca a discuterne. Difficile che si arrivi a questi estremi, ma è certo comunque che per Ankara si sta allontanando la prospettiva di usare l’Azerbaigian – che alla Turchia è unito da fortissimi legami linguistici e culturali ma anche economici – come “testa di ponte” sul Mar Caspio per estendere nei paesi turcofoni dell’Asia centrale la propria influenza. E’ una prospettiva che agli inizi degli anni Novanta sembrava molto attraente, ma che in seguito è stata offuscata da una forte ripresa dell’influenza russa su quei paesi, al punto che oggi il controllo di Mosca sull’Asia centrale è più forte che mai.

di a. d.
pubblicato il 23 aprile 2009
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  • La pesantezza che ha contrassegnato la campagna elettorale di Soci, la città russa sul Mar Nero dove domenica si voterà per eleggere il sindaco, è sconfinata di nuovo nella violenza. Qualche tempo fa era stato il candidato Boris Nemtsov, che a livello nazionale è leader del movimento di opposizione “Solidarietà”, ad essere aggredito e annaffiato di ammoniaca; ieri notte è stata invece una giornalista che aveva lavorato con lo stesso Nemtsov a sperimentare la durezza di questa campagna, venendo assalita e picchiata da due giovani che la aspettavano sotto casa al ritorno dal lavoro. Anastasia Akopian aveva realizzato per Nemtsov uno spot televisivo in cui il leader di Solidarietà veniva intervistato da lei circa il suo programma – spot andato in onda su una rete tv locale nello spazio gratuito riservato a ogni candidato. I due aggressori hanno chiesto alla giornalista se era stata lei a realizzare il video, quindi l’hanno presa a pugni e calci dicendo “lavorare per Nemtsov fa male alla salute, tu sei una ragazza intelligente, lo sai anche tu. Questo è per mostrarti che non scherziamo”.

    Boris Nemtsov registra la sua candidatura

    Boris Nemtsov registra la sua candidatura

    Le elezioni per la carica di sindaco di Soci hanno acquisito un rilievo straordinario per due motivi: sono le ultime elezioni di una città importante che si svolgono secondo la vecchia legge elettorale – d’ora in poi il sindaco sarà de facto nominato dall’alto, come i governatori regionali – e soprattutto decidono chi avrà il potere di amministrare una gran quantità di denaro – i robusti investimenti decisi dal governo in vista delle Olimpiadi invernali che si svolgeranno nella zona nel 2014. In gara domenica saranno sei candidati: oltre al citato Nemtsov – che essendo nativo di Soci, con un passato di importanti incarichi federali (ai tempi di Eltsin) e con una discreta popolarità personale, potrebbe anche riscuotere un buon successo – si presentano il sindaco uscente Anatolij Pakhomov, forte dell’avere in mano le leve dell’amministrazione e di essere il candidato del partito del potere, Russia Unita; insieme a loro corrono il candidato del Partito Comunista Yurij Dzaganija, il candidato del Partito Liberaldemocratico (quello ultranazionalista di Zhirinovskij) Aleksej Kolesnikov, e due imprenditori locali, Pavel Emeljanenko e Vladimir Turkhanovskij. Tutti gli altri candidati (erano una ventina, in partenza) sono stati tolti di mezzo dalla Commissione elettorale locale, con decisioni a volte molto sospette, come nel caso della ballerina classica Anastasia Volochkova o dell’oligarca Aleksandr Lebedev, la cui presenza sulla scheda elettorale minacciava soprattutto il sindaco uscente…

di a. d.
pubblicato il 23 aprile 2009
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