
Il lancio di un missile Bulava da un sommergibile
Sei fallimenti su undici lanci, l’ultimo crash il 15 luglio proprio nel test che era considerato cruciale per dimostrare la bontà del progetto: e invece, niente da fare. Partito regolarmente dal sommergibile nucleare Dmitrij Donskoj in navigazione nell’Oceano Artico, l’undicesimo esemplare del missile intercontinentale russo Bulava è finito fuori rotta e si è autodistrutto pochissimi minuti dopo il lancio. I tecnici hanno poi spiegato che si è verificato un difetto nel corpo del primo stadio del missile (che di stadi ne ha tre, e con l’ultimo porta fino a dieci diverse testate atomiche, ciascuna puntata su un diverso obiettivo), che si è surriscaldato, non si è staccato nei tempi e nei modi previsti e ha fatto finire decisamente fuori rotta l’ordigno, che quindi si è autodistrutto per non provocare danni a terra.
Succede. Ma nel caso del Bulava (in russo clava, bastone) incidenti del genere stanno succedendo un po’ troppo spesso, ogni volta diversi, per poterli accettare: anche perché non si tratta di un sistema d’arma qualsiasi ma dell’Arma con la A maiuscola, quella che nei piani dello Stato maggiore (e del Cremlino) dovrebbe costituire il cuore della difesa strategica della Russia nei prossimi dieci-vent’anni insieme alla sua versione terrestre Topol (pioppo), basato su rampe mobili. La Russia ha puntato davvero tutto su questi due missili, e in particolare sul Bulava: enormi somme sono state spese, nonostante un budget militare molto più ridotto in un tempo, al punto che la più gran parte dei mezzi convenzionali (aerei, navi e tank) è rimasta senza manutenzione o quasi pur di non lasciar perdere il progetto Bulava. Il quale è anche l’unico sistema d’arma strategico prodotto dopo il 1991 nella nuova Russia: tutti i missili dell’enorme arsenale russo sono di progettazione sovietica e risalgono a più di vent’anni fa; i più importanti tra essi – come i missili intercontinentali Ss-18 (terrestri) e Ss-27 (da sottomarini), che costituiscono la punta di diamante delle forze strategiche – sono obsoleti al limite della sopravvivenza e tenerli “in attività” costerebbe cifre enormi oltre a richiedere la collaborazione, oggi alquanto improbabile, delle aziende ucraine che in epoca sovietica producevano alcuni componenti chiave. Dunque la sostituzione di questi ordigni è una necessità impellente, urgentissima, per la leadership russa, sia per motivi economici che per motivi di orgoglio e di sicurezza nazionale. Perché, oltre a tutto, Bulava e Topol sono stati progettati anche per superare le difese antimissile statunitensi: hanno caratteristiche tali da renderne molto difficile se non impossibile l’identificazione nella fase iniziale del loro mortifero viaggio (in pratica i razzi, molto potenti, restano accesi per un tempo brevissimo) e da sfuggire all’intercettazione nella fase finale. Oltre alle misure elettroniche, c’è anche la capacità di resistere senza deviazioni a un’eplosione nucleare a 500 metri di distanza (pochi lo sanno, ma alcuni sistemi per contrastare un attacco condotto con missili balistici intercontinentali sono basati su missili “intercettori” che a loro volta portano una testata nucleare).
La cosa più sconcertante però, è che ormai pare chiaro che la filiera di produzione di queste superarmi strategiche, così fondamentali per la Russia, sta fuori controllo. Fonti del ministero della difesa hanno detto chiaro e tondo alle agenzie di stampa che si può parlare di sabotaggio, e che nell’inchiesta sul fallito test del 15 luglio verranno coinvolti i servizi segreti: “Pezzi difettosi sono stati introdotti lungo la catena di produzione dei diversi componenti”, dicono le fonti, “perché le aziende coinvolte non rispettano i necessari standard di controllo qualitativo” e di sicurezza. Il capo del programma Bulava, aggiungono, sarà licenziato se non peggio. Si affaccia l’ipotesi della corruzione, della speculazione sui materiali, tutte le peggiori cose della tradizione aziendale russa, che sembrerebbe assurdo veder riprodotte nella produzione non di televisori per le masse ma degli strumenti strategici più importanti della difesa nazionale. Come che sia, “il progetto Bulava andrà avanti comunque, anche se un’analisi accurata di quanto è successo sarà fondamentale”, ha fatto sapere il Comitato militar-industriale del governo.
pubblicato il 17 luglio 2009
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Se l’omicidio di Natalia Estemirova ha fatto enorme scalpore, in Russia e nel mondo, per la personalità della vittima e per i sospetti che si tratti di un “delitto di stato”, va comunque ricordato il terribile contesto di guerra civile che ormai imperversa nella regione. Secondo le ultime notizie giunte da Grozny sono almeno diciannove gli uomini uccisi fra martedì e mercoledì nel corso di scontri a fuoco – una vera e propria battaglia, in effetti – nell’area montagnosa di Vedeno, a cavallo tra Cecenia e Inguscezia: nel conto rientrano due poliziotti ceceni, due militari federali e quindici guerriglieri islamisti, o presunti tali.

Presunti guerriglieri uccisi in Cecenia
Altri guerriglieri, secondo fonti del ministero dell’interno ceceno, sarebbero stati uccisi dalle forze fedeli al presidente Ramzan Kadyrov, ma i loro corpi “non sono stati trovati”. Solo due i prigionieri, ed è inutile chiedersi che fine faranno.
Nei giorni precedenti, domenica e lunedì, i morti segnalati in Cecenia erano stati cinque, tutti guerriglieri: due uccisi nel distretto di Urus-Martan e tre in quello di Shali. Sabato tre guerriglieri erano stati uccisi in Cecenia alla periferia di Grozny, e altri cinque in Dagestan, sull’autostrada che collega la capitale Makhachkala a Khasavyurt. Sempre sabato, ma in Inguscezia, erano stati uccisi quattro combattenti islamici tra cui Azamat Makhauri, definito dalle autorità di Grozny come “l’emiro dell’Inguscezia”, cioè il capo degli islamisti. In totale, 36 morti in cinque giorni, e tutti “militari”: perché non rientrano nel conto i civili ammazzati senza troppo clamore – a parte i casi speciali come quello di Natalia Estemirova.
La morte dell’”emiro” Makhauri non è stata comunque confermata dai siti islamisti. Anzi: questi ultimi tendono a dare una versione degli avvenimenti abbastanza diversa, confermando senz’altro la moltiplicazione degli episodi di scontro e l’elevato numero di vittime, ma rovesciandone la proporzione. Resta comunque il fatto che da quando Kadyrov ha preso nelle sue mani la piena gestione dell’”operazione sicurezza” nella regione (cioè in Cecenia, in Inguscezia e in parte anche in Dagestan), rilevandola dalle forze federali russe che teoricamente dovrebbero ritirarsi, il conflitto da strisciante è diventato aperto, una vera e propria guerra civile “cecenizzata” in cui da entrambe le parti ci sono caucasici, con i russi solo comprimari occasionali.
pubblicato il 16 luglio 2009
Tag: Russia
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I crimini compiuti da ufficiali in servizio sono in vertiginoso aumento in seno alle forze armate in Russia. Lo riferisce la più autorevole delle fonti, cioè il procuratore capo militare Sergej Fridniskij, che ha parlato a una conferenza che riuniva tutti i procuratori militari e moltissimi alti ufficiali: “Il tasso di criminalità tra gli ufficiali delle forze armate russe è andato oltre ogni limite e ha toccato i livelli più altri degli ultimi decenni”.

Ufficiali e soldati russi
Fridniskij ha citato un totale di 4.159 delitti compiuti nel corso del 2008, con un incremento del 38 per cento sull’anno precedente; oltre un terzo del totale sono crimini legati alla corruzione, ma moltissimi sono anche atti di violenza contro sottoposti: ben 540 nel corso dei primi sei mesi del 2009 (su un totale di oltre 2.000 delitti) sono stati gli atti di brutalità commessi da ufficiali contro militari di grado inferiore, e almeno 16 sono stati i militari deceduti per le percosse subìte. Ma se la violenza rappresenta l’aspetto più nauseante della criminalità rampante fra gli ufficiali, la corruzione e il furto ne costituiscono la tendenza in più rapida espansione, con il coinvolgimento anche di ufficiali di altissimo grado: il numero di generali e ammiragli inquisiti per crimini legati alla corruzione è cresciuto di ben sette volte fra il 2005 e oggi. Diversi i casi eclatanti venuti alla luce in questi giorni. In uno, un gruppo di ufficiali superiori insieme ad alcuni businessmen sono stati messi sotto processo per aver tentato di esportare illegalmente in Tagikistan – con destinazione finale la Cina – ben 30 missili antisub e 200 bombe d’aviazione; lo stesso Fridniskij ha citato il caso di un gruppo di ufficiali che ha acquistato uno stock di paracadute difettosi – totalmente inutilizzabili – da un’azienda quantomeno sospetta, ricavando congrue tangenti su una spesa di oltre 9 milioni di dollari. Pochi giorni fa il ministro della difesa Anatolij Serdyukov aveva reso pubblico il risultato di un’ispezione finanziaria nel reparto “attività economiche” delle forze aeree russe, da cui era emerso un ammanco di 21 milioni di dollari, più che doppio rispetto a quello che in altre precedenti ispezioni era stato riscontrato. E la causa dell’ammanco pare essere non solo, come in altre occasioni, “una spesa irrazionale e una gestione inefficiente”, ma veri e proprio furti perpetrati dagli ufficiali.
pubblicato il 9 luglio 2009
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Un tank T 72 in un museo militare all'aperto
Il simbolo più tradizionale delle forze armate prima sovietiche e poi russe è stato sempre indubbiamente il carro armato. Protagonista delle epiche battaglie contro la Wehrmacht, poi delle tragiche repressioni a Berlino, Budapest e Praga, degli avventurosi “colpi” del ’91 e del ’93 a Mosca, fino all’ultima, breve guerra con la Georgia: l’immagine del “soldato Ivan” è stata sempre associata a quella del tank, materializzazione diretta dell’idea di forza bruta. Ma sembra proprio che questa era stia per arrivare al termine: fonti del ministero della difesa hanno rivelato ieri che nel quadro della grande riforma delle forze armate federali il numero complessivo dei tank operativi verrà ridotto nei prossimi anni dagli oltre ventimila odierni a soli duemila (negli anni settanta i tank sovietici erano addirittura sessantamila, anche se in gran parte obsoleti e non operativi), articolati in due brigate corazzate delle forze di terra e alcuni battaglioni delle truppe di frontiera, tutti quanti mantenuti in permanente stato di pronto impiego. Oggi la maggior parte dei tank inseriti nei ruoli delle forze armate russe sono del modello T72 (privo dei dispositivi elettronici oggi indispensabili e anche delle protezioni antimissile più aggiornate) e solo una minoranza è rappresentata dalle più moderne evoluzioni T80 e T90 (presumibilmente saranno questi ultimi a sopravvivere al drastico ridimensionamento: oggi sono in servizio circa duemila T80 e 400 T90). Ci sono poi ancora un certo numero di vecchi tank T62 e T64, difficilmente in grado di svolgere mansioni operative in caso di conflitto. Anche se sparirà – forse – dalla Russia, il T72 resterà comunque uno dei tank più diffusi al mondo, essendo stato esportato in grandi numeri verso moltissimi paesi: in tutta l’Europa centro-orientale e balcanica, in Finlandia, in India e nella maggior parte dei paesi arabi e mediorientali.
Il draconiano taglio nelle forze corazzate russe – legato al progetto di un esercito molto più piccolo, mobile ed efficiente di quello attuale e attrezzato più per piccoli conflitti locali che per grandi confronti globali – non passerà probabilmente senza un duro scontro interno ai vertici delle forze armate, dove nonostate l’avvio di una evidente epurazione (negli ultimi mesi sono stati tolti dai ruoli, per “raggiunti limiti d’età anticipati”, numerosi generali-chiave) è ancora forte una mentalità conservatrice legata a concezioni “quantitative” e all’idea dei grandi numeri.
A premere per una svolta e un ridimensionamento non sono soltanto questioni di strategia, del resto, ma anche questioni di soldi. Nei progetti rivelati dal ministero della difesa c’è anche – e non è l’ultima cosa – la chiusura e lo smantellamento di quasi tutte le caserme e gli acquartieramenti attualmente compresi nel territorio urbano della capitale (oltre cento, tra cui anche vari depositi che ospitano un mucchio di carri armati): le relative unità militari saranno riaccorpate e spostate lontano da Mosca, mentre le aree saranno vendute a privati per esser messe a frutto, con prevedibili consistenti introiti, crisi o non crisi, per lo stato.
pubblicato il 2 luglio 2009
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Una breve ma intensa «era» della Russia è finita oggi, con l’entrata in vigore effettiva della legge che proibisce il gioco d’azzardo in locali pubblici in tutto il paese salvo quattro «zone speciali» poste lungo i confini esterni della Federazione. Migliaia di casinò, sale da gioco o semplicemente slot machines sono stati chiusi d’un colpo e decine – secondo alcuni addirittura centinaia – di migliaia di dipendenti si sono ritrovati senza lavoro. Pochissimi infatti sono stati finora i casi di aziende trasferite nelle zone speciali, molto remote e con scarse infrastrutture disponibili: tra queste le più promettenti sono quelle di Kaliningrad (l’éxclave russa stretta fra Lituania e Polonia, sul Baltico) e quella di Primorje, al confine con Cina e NordCorea, che potranno probabilmente contare sull’affluenza di giocatori stranieri (tedeschi e polacchi nel primo caso, cinesi e giapponesi nel secondo). Molto meno attraenti sono le zone della costa d’Azov, nel sud del paese vicino all’Ucraina, e dell’Altai, in Siberia al confine con la Mongolia: in queste due ancora nessuno ha avuto coraggio di investire e aprire nuovi casinò.

Protesta di lavoratori licenziati dai casinò
La legge, imposta da Putin tre anni fa su «motivi etici» e di ordine pubblico, per contrastare una febbre dilagata dopo la fine dell’Urss e sfruttata da ogni tipo di criminale per riciclare denaro, è stata presa sottogamba da tutti fino a pochi giorni fa: le pressioni della potente lobby dei casinò erano fortissime – anche le voci sul licenziamento di quattro o cinquecentomila lavoratori, una cifra chiaramente esagerata, erano messe in giro da questa lobby – e tutti pensavano che la deadline del 1 luglio 2009 sarebbe stata spostata in avanti a tempo indeterminato. Invece il Cremlino non ha ceduto: secondo alcuni, anche per dare un colpo alla comunità georgiana di Mosca, che aveva in mano molte delle 514 sale giochi della capitale, compresi i lussuosissimi, sfolgoranti casinò del centro. Resta da vedere se basterà una legge, pur draconiana e applicata con severità, a sconfiggere il vizio del gioco; o se non accadrà come con la mai abbastanza deprecata «legge secca» di Gorbaciov contro l’alcol, nel 1985, che non ridusse neanche di un grammo il consumo di alcol ma lo rese illegale e ancor più nocivo togliendo allo stato una notevole fonte di entrate fiscali. Molti sono pronti a scommettere che la cosa si ripeterà.
pubblicato il 1 luglio 2009
Tag: Russia
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