Con un gesto che ha sollevato un’ondata di polemiche e recriminazioni il governo georgiano ha ordinato e fatto eseguire la demolizione del monumento-memoriale ai caduti della seconda guerra mondiale che si trovava nella città di Kutaisi (circa 200mila abitanti, seconda città georgiana dopo la capitale Tbilisi), situata nell’ovest del paese.

Il memoriale ai caduti distrutto a Kutaisi
Tra l’altro la demolizione del grande monumento, realizzato in cemento armato e bronzo, è stata eseguita in modo talmente maldestro che nell’esplosione e nel crollo conseguente sono morte due persone, come riporta l’emittente televisiva georgiana Imedi.tv . Il regime di Tbilisi ha motivato la sua scelta – chiaramente mirata a demolire la memoria del passato sovietico della Georgia – con la necessità di costruire in quel luogo il nuovo palazzo del parlamento repubblicano e con lo stato di abbandono e degrado del monumento stesso; il quale – dice il governo – verrà poi ricostruito altrove.
Lo scultore Merab Berdzenishvili, autore negli anni ’80 del monumento distrutto, ha definito l’iniziativa del governo “un insulto alla memoria delle migliaia di georgiani caduti durante la guerra contro i nazisti” (il numero dei morti georgiani fra i ’41 e il ’45 è stimato in circa trecentomila), e lo stesso hanno detto vari esponenti dell’opposizione georgiana. Tra l’altro, anche l’idea di trasferire il parlamento è stata accolta con vive proteste sia dalle forze di opposizione sia dagli stessi residenti di Kutaisi, che si dicono preoccupati dalle conseguenze politiche del trasferimento (anche se non è ben chiaro in che senso queste conseguenze siano preoccupanti). Indignata poi la reazione del governo russo, che a sua volta considera “atto infame, barbarico, un vandalismo di stato” la demolizione (che si è voluta portare a termine entro il 21 dicembre, compleanno del presidente Mikheil Saakashvili).
Un’ondata di proteste di è manifestata anche sul web, dove sulle immagini della distruzione del monumento messe in onda da Imedi tv e finite ovviamente su YouTube sono piovuti migliaia di commenti indignati contro i “nazisti” di Saakashvili. Per curiosa casualità, tra l’altro, la notizia è coincisa con quella del furto della scritta “Arbeit macht frei” all’ingresso del campo di sterminio nazista di Auschwitz…
pubblicato il 19 dicembre 2009
Tag: Georgia
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Con l’inaugurazione, lunedì, del nuovo gasdotto che collega i giacimenti di gas naturale del Turkmenistan con la Cina, passando attraverso le reti di Uzbekistan e Kazakhstan, la grande guerra globale del gas, che finora ha avuto come teatro principale l’Europa, è entrata in una nuova fase con nuovi protagonisti. Uno dei quali, la Cina, pare destinato ad assumere un ruolo ancor maggiore in futuro, dopo aver giocato con grande oculatezza le proprie carte negli ultimi anni.
Il nuovo gasdotto dovrebbe raggiungere entro il 2012 una capacità di 40 miliardi di metri cubi all’anno (attualmente molto di meno, dato che in gran parte è costituito da una rete già esistente), e potenzialmente assorbire una quota preponderante della produzione di gas del Turkmenistan, che è il maggior produttore coinvolto (nonché uno dei maggiori del mondo): il che significa una sfida diretta alla Russia, che oggi acquista (o meglio dovrebbe acquistare, in base a un contratto che non viene però onorato) dal Turkmenistan 44 miliardi di metri cubi; e soprattutto significa un colpo quasi mortale alle residue chances del progetto euro-americano Nabucco, che prevede un gasdotto dal Turkmenistan al Mediterraneo via Azerbaigian, Georgia e Turchia. Realizzare Nabucco, a questo punto, sarebbe costosissimo e soprattutto inutile, dato che non ci sarebbe abbastanza gas per riempirlo; a meno di non usarlo per esportare il gas dell’Iran, secondo produttore mondiale; ma questa sembra ancora un’ipotesi irreale dato lo stato dei rapporti fra Tehran e l’Occidente.In compenso diventa adesso chiaro che Pechino si sta proponendo anche in questo teatro come attore di primo piano. Usando tempismo e abilità i dirigenti cinesi si sono fatti avanti con il Turkmenistan (con il quale avevano contatti e discussioni già da molto tempo) offrendo un grossissimo prestito di 4 miliardi di dollari proprio nel momento in cui i turkmeni avevano gravi difficoltà con la Russia. Gazprom, a causa della crisi e del conseguente crollo dei prezzi dell’energia, in pratica aveva stracciato il contratto con cui nel 2008 si era impegnata ad acquistare a caro prezzo (375 dollari per mille metri cubi) la maggior parte della produzione turkmena. C’era anche stato un grave guasto al gasdotto che collega i giacimenti turkmeni alla Russia, un’esplosione che aveva messo fuori uso per mesi la pipeline e che secondo Gazprom era un “puro incidente tecnologico” mentre per i turkmeni era frutto di un’azione deliberata – la chiusura di alcuni “rubinetti” a valle – mirata proprio a fermare il flusso del gas.
In pochi mesi, Pechino è riuscita così a entrare con tutto il suo peso in una partita già molto tesa e complessa, che coinvolge ormai Nord America, Europa, Medio Oriente e Asia e intorno alla quale si sta combattendo una guerra (in Afghanistan) sempre più costosa e sempre più inutile. Non va dimenticato infatti che già da quasi vent’anni gli Stati uniti coltivano il progetto di aprire una via di transito verso l’oceano Indiano, attraverso l’Afghanistan e il Pakistan, per il petrolio e il gas centroasiatici: il classico “grande gioco”, quello che da fine Ottocento contrappone in questa regione le ambizioni di Mosca e quelle di Londra/Washington. Adesso la partita diventa a tre.
pubblicato il 17 dicembre 2009
Tag: Azerbaigian, Kazakhstan, Russia, Turkmenistan, Uzbekistan
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Uno degli edifici più vistosi di Mosca – nonché dei più importanti per la cultura nazionale, visto che contiene parti essenziali della Galleria Tretjakov, il massimo museo di pittura della Russia – sembra avere i giorni contati, visto che il 28 novembre scorso il governo ha approvato il suo abbattimento, senza peraltro prevederne la sostituzione in alcun modo né la relocazione dei quadri che vi sono esposti.

La sede della Casa centrale degli Artisti di Mosca
Si tratta dell’enorme edificio (oltre 60mila metri quadri) chiamato “Casa Centrale degli Artisti” (TsDKh, dall’acronimo russo per Tsentralnij Dom Khudozhnikov), posto di fronte al celebre Parko Gorkij, nel pieno centro della capitale, affacciato sulla Moscova. L’edificio, costruito solo trent’anni fa, è proprietà dell’Unione degli artisti per il 40 per cento, e per il resto dell’Agenzia federale per il patrimonio immobiliare; ospita le opere più recenti (quelle del XX secolo) della Galleria Tretjakov, ma anche le più importanti esibizioni temporanee di pittura e non solo, ed è anche sede per importanti proiezioni, conferenze e varie attività culturali. Non si può certamente definire “bello” – in sostanza è un enorme scatolone di cemento privo di ogni eleganza e con interni cupi quanto mai – ma è pur sempre “il” posto dell’arte contemporanea russa; fra l’altro negli anni più recenti ha ripreso vita e si è assai ingentilito (per esempio nell’arredo esterno dei vasti giardini che lo circondano, e che ospitano a loro volta un importante museo all’aperto di scultura realsocialilsta) dopo essere stato ridotto negli anni ’80 e nei primi ’90 a una specie di cimitero buio e fatiscente, pieno di bancarelle che vendevano croste o paccottiglia varia.
L’ordine di abbattere lo TsDkh è venuto come un fulmine a ciel sereno. Della cosa si era parlato oltre un anno fa: allora la “notizia” era stata data in una conferenza pubblica dall’architetto Norman Foster, che vi aveva presentato il suo progetto per una “nuova” casa degli artisti, più grande e con una parte alta 15 piani e destinata a usi commerciali (uffici e residenze); ma le reazioni di opinione pubblica e del mondo intellettuale moscovita erano state così forti e negative che il progetto era stato messo da parte e sembrava che non se ne dovesse far più nulla – tanto che l’amministrazione dello TsDKh aveva avviato anche degli importanti lavori di ristrutturazione e ammodernamento. Ma a quanto parte il sindaco della capitale Yurij Luzhkov – e soprattutto la sua ricchissima e potentissima moglie Elena Baturina, proprietaria di una delle maggiori imprese di costruzione russe, la Inteko – ha messo gli occhi sull’enorme e pregiatissimo terreno pubblico “bloccato” dalla Casa degli Artisti, e non potendone disporre direttamente (tutta l’area in questione rientra nelle proprietà controllate direttamente dal governo federale) deve aver fatto pressioni fortissime sul premier Vladimir Putin, che ha firmato personalmente il decreto di demolizione.
Sconcerta comunque che l’ordine di demolizione sia stato emesso senza che esista (a quanto se ne sa) nemmeno la bozza di un progetto alternativo per ricollocare le collezioni della Tretjakov e le altre attività culturali oggi ospitate dal TsDKh. A meno che non si intenda rispolverare il progetto di Foster, che già allora si era presentato con il finanziamento di Inteko. Quest’ultima per ora nega di aver avuto incarichi di sorta per il futuro edificio da realizzare al posto di quello abbattuto, anche se si dice ovviamente “pronta a partecipare alla gara di assegnazione”. Le reazioni alla notizia sono state molto forti: non solo gli artisti moscoviti ma anche alcuni tra i più noti intellettuali russi si sono detti sdegnati per questa vera e propria rapina ai danni del patrimonio culturale nazionale, mentre il direttore della Tretjakov ha chiesto che tutte le azioni vengano bloccate fino a quando non sarà pronta una sede alternativa per le collezioni “sfrattate”.
pubblicato il 8 dicembre 2009
Tag: Russia
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Alcuni hacker per ora non identificati hanno preso d’assalto giovedì sera il sito internet del popolare quotidiano Moskovskij Komsomolets, distruggendolo completamente nel giro di pochi istanti.
Lo ha raccontato oggi il direttore del quotidiano Pavel Gusev, spiegando che i redattori al lavoro si sono accorti che qualcosa di strano stava accadendo e hanno immediatamente spento il sistema, ma ormai era troppo tardi: l’attacco ha annientato prima i sistemi di sicurezza di cui il sito era dotato e poi ha fatto piazza pulita del sistema editoriale del giornale, integrato nel sito, nonché dell’intero archivio. Un danno non quantificato ma “sicuramente enorme”, ha riferito Gusev. Le prime indagini hanno appurato che l’attacco proveniva da alcuni server situati fisicamente in Sud Corea, ma questo non dice ancora niente sull’identità e nemmeno sul paese di provenienza degli hacker.E’ la prima volta che un grande organo d’informazione (il Moskovskij Komsomolets ha una diffusione di circa un milione di copie ed è quindi uno dei più grossi quotidiani russi) subisce un attacco così devastante. Resta da capire perché proprio questo giornale sia stato preso di mira: dopo esser stato in tempi sovietici (fu fondato nel 1919, l’indomani della rivoluzione d’ottobre, tanto che il suo nome significa “Il giovane comunista moscovita”) una testata di cronaca abbastanza locale, negli ultimi anni si è buttato con successo sul sensazionalismo, con continue “rivelazioni” scandalistiche sia su fatti di cronaca sia su questioni politiche. Generalmente l’orientamento politico del giornale è molto di destra, con un sostegno forte al governo e al tandem Putin-Medvedev (il che non è niente di insolito nel panorama editoriale russo, quasi totalmente allineato al regime) ma con venature molto reazionarie e a volte razziste nei confronti degli immigrati, o apertamente clericali (è stato anche preso di mira dai radicali italiani per le sue campagne antiabortiste).
pubblicato il 4 dicembre 2009
Tag: Russia
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Treni carichi di carbone in Siberia
Migliaia di vagoni carichi di carbone giacciono abbandonati lungo le linee ferroviarie della Siberia orientale, in attesa – forse per mesi – che si sciolga un gigantesco ingorgo nei terminali carboniferi dei porti russi sulla costa pacifica, Port Vanino e Vostochny. Nei porti, le procedure di trasferimento del carbone dai vagoni ferroviari alle navi sono rallentate dal gelo, mentre i quantitativi inviati dalle miniere russe per essere esportati via mare verso i grossi clienti asiatici (Corea, Cina, Giappone soprattutto) aumentano continuamente dati gli alti prezzi raggiunti dal combustibile sui mercati della regione – prezzi che invogliano i grandi produttori a dirottare su quei mercati quote crescenti della produzione.
Le cifre del caos che si sta verificando sui rami orientali della Transiberiana sono impressionanti: quasi duemila sono i vagoni fermi nei terminali di Port Vanino e Vostochny, cui si sommano 3300 vagoni abbandonati sui binari morti lungo la linea da Severobaikalsk per Vostochy e altri 1400 lungo la linea per Port Vanino. Calcolando una capacità media di 100-110 tonnellate per vagone, si hanno oltre 400mila tonnellate di carbone abbandonate per strada.
Secondo le Ferrovie russe (RZD), la causa del problema – che sta provocando anche guai secondari, rallentando altri trasporti – sta nel mancato rispetto da parte delle industrie minerarie degli accordi esistenti in materia di quantità spedite per ferrovia. Si sa che nei mesi invernali i tempi per scaricare i vagoni aumentano, visto che è necessario scongelare il carico prima di poterlo movimentare, dicono i responsabili di RZD, ma i produttori hanno ignorato questo aspetto e hanno aumentato il volume di carbone estratto inoltrato sulle linee dirette a est. Le miniere, da parte loro, sostengono che sono le ferrovie a non essere abbastanza efficienti e a sabotare apertamente il traffico del carbone lungo le linee e nei porti d’arrivo. Da notare che il problema, almeno per ora, non coinvolge la più grande delle aziende minerarie russe, la Suek, che ha dei suoi depositi indipendenti nei porti del Pacifico ed è riuscita a scaricare lì il carbone, senza ingorgare le strutture portuali pubbliche.
Da parte delle aziende più importanti, comunque, tutta la vicenda è sfruttata per chiedere a gran voce al governo iniziative urgenti per ampliare e modernizzare le strutture ferroviarie e portuali nella regione orientale siberiana, che finora sono state bloccate o comunque rallentate sia per i costi altissimi sia per la presenza di seri vincoli ambientalisti e in ultima analisi anche politici. Tra i progetti che stentano a decollare, per esempio, c’è il “Progetto Elga” avanzato dalla Mechel: una delle “big” russe, che tra l’altro è stata presa a bersaglio da Putin, nel luglio 2008, per aver fatto cartello a difesa di prezzi esageratamente alti del carbone sul mercato interno. La polemica del governo con i produttori di carbone, rei di non fare abbastanza per aiutare l’economia nazionale, non è ancora per niente sopita, e il maxi-ingorgo di questo inverno 2009 sulle ferrovie contribuirà senz’altro a peggiorarla.
pubblicato il 2 dicembre 2009
Tag: Russia
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