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Mentre ad alta voce si unisce a Vladimir Putin nel promettere il pugno duro contro i terroristi, un po’ più timidamente Dmitrij Medvedev annuncia anche una strategia parallela: risolvere il problema del terrorismo cercando di costruire condizioni di vita più accettabili nel Caucaso. Il presidente ne ha parlato ieri, precisando che occorre muoversi per creare condizioni “normali” per le attività economiche e il business, migliorare l’accesso all’istruzione per i ragazzi, lottare contro la corruzione e contro la “schiavitù del clan”, “che è andata peggiorando nel corso dei secoli”. Trattare queste cose è molto difficile, ha detto Medvedev, “ma ce ne occuperemo, così come cercheremo di ristabilire l’ordine anche con la forza”. Di fronte al presidente stava Ella Pamfilova, presidente del Consiglio per lo sviluppo della società civile e dei diritti umani.
Sul piano della coercizione, invece, Medvedev si sta preparando a rendere più severe le pene previste per i reati di terrorismo. Non è chiaro se sia anche lui d’accordo con la proposta – avanzata da più parti – di ripristinare la pena di morte per gli autori di atti terroristici che portino alla morte di più persone (una proposta che contraddirebbe la recente rinuncia alla pena capitale stabilita dalla Corte suprema). Attualmente la pena massima prevista nei reati di terrorismo è l’ergastolo.
pubblicato il 30 marzo 2010
Tag: Russia
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Un grandioso progetto per creare ex novo un’industria turistica nella regione del Caucaso è stato messo a punto dal governo russo e presentato ieri al presidente Dmitrij Medvedev. Il piano prevede investimenti per 15 miliardi di dollari, con inizio dell’attività a partire dal prossimo giugno. “Un’idea meravigliosa”, ha commentato Medvedev, parlando con il suo “inviato speciale” per la regione, Aleksandr Khloponin. Anche una scommessa piuttosto audace e fantasiosa, verrebbe da aggiungere, vista la situazione finanziaria del governo, da un lato, e la situazione militare e politica della regione, dall’altro. Non per niente Medvedev ha puntualizzato che l’aspetto importante del progetto turismo è costituito dal fatto che potrebbe portare molti posti di lavoro in una regione dove la disoccupazione è drammatica.
Le casse dello stato russo non consentono infatti spese tanto ingenti: e non a caso Khloponin ha affermato che solo il 12 per cento degli investimenti previsti saranno a carico del budget federale, il resto dovrebbe venire da privati o da altri enti non meglio precisati. Ma resta tutto da chiarire quali privati avranno voglia di mettere un sacco di soldi in un progetto che sicuramente è bello e interessante (la regione del Caucaso settentrionale è stata per decenni una meta turistica molto ambita dai cittadini dell’Urss, soprattutto per le sue fantastiche montagne) ma che deve fare i conti con la realtà di una guerriglia strisciante e di tensioni politiche, sociali e religiose fortissime, che sfociano sistematicamente in atti di terrorismo e sabotaggio.
Proprio oggi, mentre Khloponin esponeva il meraviglioso progetto a Medvedev, il comandante delle forze armate dell’interno, generale Nikolaj Rogozhkin, raccontava alla stampa che nella regione del Caucaso sono presenti 23.000 soldati più due battaglioni formati esclusivamente da ceceni, per fronteggiare delle formazioni guerrigliere consistenti in almeno 500 uomini e operanti fra Cecenia, Inguscezia, Dagestan e altre repubbliche. Un dato, quest’ultimo, che appare abbastanza sottostimato, se sono veri gli altri dati forniti dalla stessa fonte (200 guerriglieri uccisi e 600 fatti prigionieri solo nel 2009, e cifre ancor maggiori per gli anni precedenti) e se si tien conto di quanto le formazioni armate riescano ancora a colpire in tutta la regione (non passa giorno senza qualche scontro a fuoco e uccisione).
pubblicato il 26 marzo 2010
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Disperato per la tempesta di scandali e critiche che da ogni parte sta investendo la polizia russa, il ministro dell’interno Rashid Nurgaliyev ha annunciato ieri che una nuova legge ordinatrice del corpo è in gestazione e verrà approntata entro la primavera. Non solo: al centro dell’annuncio di Nurgaliyev è l’inedita e quasi ingenua richiesta ai cittadini di “dare una mano” alla definizione di questa legge con suggerimenti e consigli da inviare al ministero e di cui “verrà tenuto il massimo conto”.
Cosa ci si possa aspettare dalla nuova legge, dopo secoli di ininterrotto e totale arbitrio poliziesco – rimasto pressoché inalterato nel passaggio dal regime zarista a quello staliniano, poi al “socialismo reale”, al caos “democratico” e infine alla “democrazia guidata” putiniana – è difficile dire. E’ chiaro che l’appello del ministro risponde anche ai sempre più pressanti interventi del presidente Medvedev, desideroso di smarcarsi dall’immagine di “uomo di Putin” e “faccia pulita del regime”: il presidente negli ultimi mesi ha ripetuto molte volte che una seria riforma della polizia è una priorità assoluta nazionale e che la lotta alla corruzione all’interno del corpo va combattuta “con armi nuove”; dopo ogni nuovo scandalo il Cremlino ha incaricato lo sventurato Nurgaliyev di “condurre un’indagine rigorosa” per capire come e perché un tale evento (di alcuni abbiamo riferito in questo blog) sia stato possibile.
D’altra parte, è altrettanto chiaro che fare una seria riforma non è per niente facile: se Medvedev preme per questo, Putin invece non ha finora detto una parola che sia una sull’argomento; e visto che a lui rispondono – nella sostanza se non nella forma – tutti gli alti comandi dei corpi di sicurezza dello stato, è difficile immaginare di poter attuare cambiamenti importanti senza il suo pieno consenso.
Tornando dunque al progetto di riforma della polizia da attuare “con il concorso dei cittadini”, Nurgaliyev ha spiegato ieri che la lotta alla corruzione interna “sarà uno dei pilastri della nuova legge” e che “l’obiettivo è far sì che ogni poliziotto possa avere la fiducia dei cittadini, e le sue azioni possano essere chiaramente capite e apprezzate”. Un obiettivo che attualmente è davvero lontano, se anche i media ufficiali riportano quotidianamente casi orripilanti di poliziotti resisi colpevoli di violenze, stupri, omicidi, estorsioni e ogni altro crimine immaginabile.
pubblicato il 24 marzo 2010
Tag: Russia
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Il capo della polizia stradale moscovita, Sergei Kazantsev, è comparso ieri di fronte a una commissione parlamentare per riferire sugli ultimi orribili scandali in cui i suoi uomini sono stati coinvolti. Il più recente, quasi incredibile anche per gli standard non certo brillanti della polizia russa, è accaduto venerdì scorso quando gli agenti della “stradale” hanno obbligato diversi automobilisti sull’autostrada di circonvallazione della capitale a fermarsi per costituire con le loro auto una sorta di barricata destinata a bloccare l’auto di alcuni criminali in fuga. Per giunta gli automobilisti sono stati costretti a restare all’interno delle auto: si sono così trovati in mezzo a una sparatoria, e due delle loro auto sono state investite dal veicolo fuggitivo riportando gravi danni (senza peraltro che i criminali venissero fermati). Non solo: gli agenti hanno rifiutato di verbalizzare l’accaduto e hanno negato qualsiasi indennizzo ai malcapitati.
Kasantsev, che ha già dovuto subire severe rampogne sia dal capo della polizia che dal sindaco della capitale, ha riferito che l’ufficiale responsabile del fatto è stato licenziato e i cittadini coinvolti saranno risarciti, ma è chiaro ormai che le parole dei più alti ufficiali di polizia non hanno più alcun valore, mentre il corpo tutto intero è scosso da una raffica di scandali senza precedenti che i media non solo non nascondono più ma anzi enfatizzano come non mai (solo negli ultimi tre giorni si segnalano almeno quattro episodi gravissimi a carico di agenti nel solo territorio di Mosca). Si direbbe in realtà che sia in corso una vera e propria campagna di demolizione dell’immagine della polizia (accompagnata da una raffica di licenziamenti nei ranghi medio-alti), forse orchestrata proprio dal Cremlino per giustificare un prossimo drastico intervento di riforma del corpo, più volte evocato anche dal presidente.
Kasantsev ha anche riferito sulla vicenda, pur essa clamorosa, delle due donne uccise dall’auto di un boss della LukOil (vedi alcuni dei post precedenti su questo blog). Il capo della stradale però ha potuto soltanto dire di aver “sgridato” gli agenti che in un primo momento avevano attribuito alle due vittime tutta la colpa dell’incidente in modo da coprire le responsabilità del VIP. Sull’episodio lo stesso presidente Medvedev ha ordinato un’inchiesta speciale.
pubblicato il 13 marzo 2010
Tag: Russia
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Chiusa la tormentosa “era arancione”, mandati a casa prima l’ultrà nazionalista Yushenko e poi la bellicosa Timoshenko, Viktor Yanukovich è riuscito più in fretta del previsto a terminare con successo le grandi manovre per la formazione di una nuova maggioranza e un nuovo governo; e adesso potrà tentare di guidare il paese fuori dal terribile pantano economico e sociale in cui si trova. Perlomeno, adesso non ci sono impedimenti politici davanti a lui; anche la rovente accusa della ex premier esautorata (“in questo governo sono rappresentati tutti gli oligarchi”) non è di quelle che possono rendere difficile la vita a chi ha in mano ora le leve del potere – tantopiù che, come si dice, la predica non viene proprio dal pulpito più limpido.
La nuova maggioranza di governo, resa possibile da una legge approvata in tutta fretta che consente ai singoli deputati di tirarsi fuori dalla disciplina del partito con cui sono stati eletti, è formata dal Partito delle Regioni dello stesso Yanukovich (che ne costituisce l’80 per cento), dal Partito comunista di Petro Simonenko, dal Blocco Lytvyn (il partito dello speaker del parlamento Volodomyr Lytvyn, che stava anche nella maggioranza precedente) e da alcuni deputati che hanno cambiato lato della barricata dopo essersi “liberati” dal partito di Yushenko e da quello della Timoshenko.
Quel che più conta, Yanukovich è riuscito a mettere insieme un esecutivo che si preannuncia abbastanza compatto e affidabile. Il nuovo premier è stato scelto nella persona di Mykola Azarov, un navigatissimo funzionario di origine russa che è stato lungamente viceprimo ministro negli anni in cui premier era lo stesso Yanukovich (2002-2005 e poi 2006-2007), sempre con l’incarico di supervisore delle finanze. Di orientamento conservatore piuttosto che riformista (secondo un altro lessico, statalista piuttosto che liberista), molto attento alla spesa pubblica, avrà il compito arduo di convincere il FMI a riprendere l’erogazione del massiccio finanziamento promesso alla Timoshenko l’anno scorso ma poi congelato perché Kiev non adempiva alle condizioni-capestro legate al prestito. Azarov ha già messo le mani avanti nel suo primo discorso, affermando che ottenere la ripresa dei finanziamenti sarà molto difficile senza che le condizioni annesse vengano “ammorbidite” dal FMI. Per rendere più convincente il ruolo di Azarov, Yanukovich gli ha affiancato come vicepremier incaricato delle riforme economiche il banchiere Serhij Tihypko, candidato giunto terzo alle presidenziali e con una fama – non si sa quanto realistica – di riformatore e modernizzatore.
Nell’insieme la nuova compagine si presenta decisamente più filo-russa della precedente: il 62enne premier è nato e vissuto in Russia fino al 1984 e tuttora parla molto male l’ucraino; il ministro degli esteri era in precedenza ambasciatore a Mosca, il ministro della difesa era un ufficiale della Flotta sovietica del Mar Nero, al posto di ministri sono stati nominati gli ex presidenti dei consigli delle regioni russofone dell’est (Donetsk e Lugansk), e via dicendo. Poco male per il paese, che di nazionalismo ucraino velleitario ha già fatto indigestione nei quattro anni scorsi; in sostanza si tratta di un ritorno allo statu quo ante dei primi anni Duemila (quando, grazie alla congiuntura favorevole, l’Ucraina sembrava avviata a un rapido progresso economico). Ma bisognerà vedere se a questo evidente sforzo di Yanukovich per compiacere il potente vicino dell’est corrisponderà un atteggiamento meno arcigno (perlomeno sul terreno economico) da parte del Cremlino. E’ un buon segno, da questo punto di vista, che il primo a congratularsi col nuovo premier sia stato il suo collega Vladimir Putin
pubblicato il 11 marzo 2010
Tag: Ucraina
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Tocca allo stesso capo del Cremlino intervenire nel caso di cronaca più scottante degli ultimi giorni, l’incidente stradale che il 25 febbraio ha visto l’auto di un super-VIP, a velocità folle nel centro di Mosca, distruggere l’utilitaria di due donne, uccidendole sul colpo. La polizia della capitale ha frettolosamente archiviato il caso attribuendo tutta la responsabilità alle due vittime e rifiutando di fornire qualsiasi documentazione alle famiglie; secondo queste ultime, si tratterebbe di un clamoroso esempio di copertura fornita dalla polizia a un personaggio ricco e potente (nel caso specifico Anatoly Barkov, vicepresidente di LukOil, la maggior compagnia petrolifera russa) che compie un crimine in danno di cittadini “normali”.
Medvedev in persona ha ordinato al ministro dell’interno Nurgaliyev di compiere un’accurata indagine sulla vicenda, e ha fatto aperto riferimento al malessere provocato nell’opinione pubblica dal comportamento della polizia. La quale, per dirne una, ha negato di dare una copia dei verbali alle famiglie delle vittime, e poi ha negato che ci fossero immagini registrate dell’incidente pur essendoci ben 15 telecamere in funzione in quel centralissimo tratto di strada; infine ha fatto saltar fuori un confuso filmato in cui si vede effettivamente la Mercedes di Barkov che sorpassa a tutta velocità una fila di auto pochi metri prima del luogo dell’impatto con l’utilitaria, proveniente in direzione opposta. Il filmato tuttavia si interrompe prima del momento dell’incidente.
Al presidente si sono rivolti, con un inedito appello pubblico, decine di noti intellettuali russi; nella loro lettera indignata essi chiedono a Medvedev di farsi garante della costituzione e della giustizia contro il “doppio standard” che sistematicamente garantisce l’impunità ai ricchi e potenti. La presa di posizione degli intellettuali, come del resto tutta la vicenda, ha fatto molto scalpore, al punto che anche le inibizioni e i timori di esporsi che nell’ultimo decennio avevano frenato ogni tipo di opposizione e protesta pubblica ormai sembrano molto diminuite. Un noto cantante rock, esponente del gruppo Ddt, al termine di un concerto ha violentemente criticato la polizia esortando il pubblico a boicottare il partito Russia Unita al potere, mentre un noto attore ha chiesto ai suoi fan di non guardare più la tv di stato.
pubblicato il 10 marzo 2010
Tag: Russia
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I più noti gruppi ultranazionalisti ucraini hanno promesso azioni di piazza per protestare contro il nuovo presidente Viktor Yanukovich e quello che definiscono il suo “tradimento della nazione ucraina”. Nel mirino di gruppi di estrema destra come l’UNA-UNSO – ha detto il leader Ihor Mazur – ci sono le promesse che il neopresidente avrebbe fatto ai suoi interlocutori russi in occasione della sua recente visita a Mosca, il 5 marzo scorso: reintroduzione del bilinguismo ufficiale, rinnovo anche oltre la scadenza del 2017 della concessione alla flotta da guerra russa della base di Sevastopol e soprattutto abrogazione della legge (uno degli ultimi atti del predecessore Yushenko) che concede il titolo di eroe nazionale a Stepan Bandera e Roman Shukhevych, figure-simbolo dell’antisovietismo degli anni ’30 e ’40.
In effetti, su quest’ultima vicenda, Yanukovich sta cercando di rimediare a un gesto di Yushenko che aveva provocato parecchie perplessità – per usare un eufemismo – non solo in Russia ma in tutta Europa. I due “eroi” citati, infatti, sono stati senz’altro figure di riferimento della lotta armata antisovietica fra il 1941 e il 1950, ma nel ruolo di collaborazionisti dei tedeschi occupanti; i loro uomini hanno partecipato, secondo molte testimonianze, al massacro della comunità ebraica di Lviv e poi a una vera e propria campagna di pulizia etnica della Volynia, nell’Ucraina occidentale, dagli abitanti polacchi, costata centomila morti. Anche prima del 1941 l’attività “patriottica” dei due era consistita soprattutto in atti di terrorismo contro l’amministrazione di Varsavia (all’epoca, fra le due guerre, l’Ucraina occidentale era inclusa nel territorio polacco), e contro quella di Praga (una regione ucraina, la Transcarpazia, nello stesso periodo faceva parte della Cecoslovacchia). Ci fu collaborazione con i nazisti anche in occasione dello smembramento della Cecoslovacchia del 1939, e poi nel 1941 furono Bandera e Shukhevych a fornire gli uomini – il famigerato Battaglione Nachtigall – per la “Legione ucraina” che combattè per il Terzo Reich.
Insomma, fare di questi due, nel 2010, degli “eroi nazionali” era cosa da far correre brividi su per la schiena non solo al Cremlino ma a mezza Europa, e bene farà Yanukovich a correggere prima possibile questa abnormità, checché ne pensino gli eredi nazisteggianti di Bandera.
Altra cosa però è il bilinguismo: proprio oggi il neopresidente ha tenuto a dichiarare che l’ucraino è e resterà l’unica lingua ufficiale; al massimo il russo potrà essere usato (nei documenti, a scuola, in tribunale ecc.) a livello regionale. Una scelta prudente, come prudente è stato l’atteggiamento preso sulla questione di Sevastopol: in sostanza un “vedremo” che lascia aperte tutte le strade, evitando di mettersi subito in urto con il Cremlino (del cui aiuto in campo economico Yanukovich ha un estremo bisogno) come di indisporre Washington (ai cui umori pure il leader ucraino è abbastanza sensibile).
pubblicato il 9 marzo 2010
Tag: Ucraina
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Un grave incidente stradale nel centro di Mosca, due donne uccise, un super-VIP illeso, la polizia che si affretta a dare tutta la colpa alle due vittime e ad assolvere il potente… Ordinaria amministrazione, nella Russia di oggi come in quella di ieri. Ma per una volta, l’arroganza del potere e del denaro sta incontrando resistenza. Vuoi per la tenacia dei familiari delle vittime, vuoi per la crescente insofferenza di alcuni giornalisti e del “popolo di internet” (che in Russia è molto vasto e attivo) le autorità non sono riuscite a chiudere il caso, e per Anatoly Barkov, vicepresidente della LukOil, la maggior compagnia petrolifera del paese, la storia sta diventando complicata.
La mattina del 25 febbraio scorso Barkov, con la sua Mercedes S500, stava andando verso il centro della capitale percorrendo il largo stradone che porta ancora il nome di Lenin, Leninskij Prospekt, quando la sua auto si è scontrata frontalmente con una piccola Citroen C3 che andava in direzione opposta, verso la periferia, distruggendola completamente e uccidendo sul colpo le due donne che erano a bordo, la ginecologa Vera Sidelnikova, 72 anni, e sua nuora Olga Aleksandrina, 35. La polizia stradale arrivata sul posto ha immediatamente attribuito tutta la responsabilità dell’incidente alle due donne, che avrebbero invaso la carreggiata opposta investendo la Mercedes di Barkov, uscito senza danni dallo scontro così come il suo autista.
Ma la cosa non è apparsa credibile ai familiari delle due vittime, accorsi a loro volta sul luogo dell’incidente. Anzitutto i poliziotti hanno rifiutato di consegnar loro una copia del verbale dell’incidente, come prescrive la legge; poi, è stato loro impossibile entrare in contatto, per i due giorni seguenti, con l’ufficiale incaricato del caso. E soprattutto non riuscivano a capacitarsi: perché mai doveva esser stata la Citroen, che andava verso la periferia sulla parte di strada che a quell’ora è semivuota, a mettersi contromano, e non piuttosto la Mercedes, che procedeva verso il centro in un traffico congestionato e poteva ben cercare di sorpassare la fila mettendosi appunto sulla corsia opposta? Non c’è moscovita che non abbia visto quotidianamente le grosse berline nere dei VIP sfrecciare a tutta velocità in sorpassi contromano sui vialoni congestionati della capitale. E la violenza stessa dell’urto, tale da disintegrare la piccola Citroen, non stava forse a testimoniare che l’auto di Barkov procedeva ad altissima velocità? – una velocità impossibile a quell’ora in direzione del centro, a meno di non andare appunto contromano.
Non riuscendo ad avere risposte dalla polizia, che non aveva nemmeno ritenuto di aprire un’inchiesta, i familiari di Sidelnikova e Aleksandrina si sono rivolti a degli amici giornalisti, e anche diversi blogger si sono mobilitati. Subito è emerso che il tratto di strada dove è avvenuto l’incidente è sorvegliato da ben tre telecamere, una di un ristorante, una della polizia stradale e una del servizio federale che protegge gli spostamenti degli uomini di stato (la strada è quella che collega il Cremlino con l’aeroporto di Vnukovo, usato per i voli di stato). Per una strana circostanza, però, secondo la polizia tutte e tre le telecamere in quel momento erano spente o fuori uso. Il rumore che cominciava a crescere sulla vicenda si è di colpo alimentato quando un portavoce della LukOil ha dichiarato che l’azienda non avrebbe versato alcun risarcimento alle famiglie delle vittime. Un noto gruppo rap russo, Noize MC, ha immediatamente scritto una canzone-video in cui Barkov è ritratto in compagnia di un diavolo e diretto all’inferno (e la canzone è stata poi censurata dalla radio Ekho Moskvy (eco di Mosca), che pure ha fama di emittente “liberal”).
Sotto una pressione crescente di opinione pubblica, la polizia ha finalmente aperto un’inchiesta sull’incidente. Il primo risultato è stata la riapparizione di un video registrato da una delle telecamere di cui sopra, in cui – guardacaso – si vede la Mercedes che sfreccia sull’estrema sinistra della sua carreggiata, sorpassando la fila, circa 200 metri prima del punto d’impatto. Poi, provvidenzialmente, il filmato si interrompe.
Nel frattempo un gran numero di testimoni si fanno vivi con i giornalisti: tutti raccontano la stessa – ovvia – versione: era l’auto di Barkov che andava a tutta velocità sorpassando la fila e si è allargata contromano prendendo in pieno la Citroen. Tutti, però, evitano di dare il proprio nome e dichiarano di non volersi recare alla polizia per paura di guai. Si sa, tra l’altro, che Barkov alla LukOil ricopre il ruolo di responsabile della sicurezza, e ha un passato nei servizi segreti federali…
Si è fatta avanti anche la potente Federazione russa dei proprietari d’auto, che nel recente passato ha promosso scioperi e manifestazioni contro il governo a proposito delle nuove tasse sull’auto imposte da Putin, e ha offerto una difesa legale ai familiari delle due donne nonché la testimonianza di tre suoi aderenti che hanno visto l’incidente e sono pronti a presentarsi in procura; si parla anche di un invito al boicottaggio delle stazioni di servizio LukOil. A questo punto anche Barkov, visto che la faccenda non andava più tanto liscia, ha pensato di smorzare le cose e si è offerto di “aiutare” le famiglie delle due donne attingendo al suo portafogli; e invitando poi pubblicamente – anche se, detto da lui, suona piuttosto come una intimidazione – “tutti i testimoni dell’incidente a farsi vivi”.
Nessuno ovviamente crede che Barkov verrà davvero chiamato a rispondere da un tribunale per il suo comportamento in strada (sarebbe un fatto enorme!) ma per il momento la storia, che si voleva chiudere subito, è ancora aperta e la gente ne discute. Non è poco.
pubblicato il 5 marzo 2010
Tag: Russia
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Un imprevisto terremoto politico sta scuotendo i vertici del potere russo: potentissimi personaggi del clan putiniano sono sotto tiro e probabilmente dovranno lasciare le loro poltrone, cacciati con onta dal presidente Medvedev. L’onda d’urto è partita da Vancouver, dove lo squadrone olimpico russo, arrivato con grandi ambizioni, ha realizzato la peggior performance della storia sportiva nazionale. Invece delle 27-28 medaglie attese con gran festa e fanfare da tutti i media, la squadra russa torna a casa con sole tre medaglie d’oro e dodici piazzamenti, lasciata globalmente a un umiliante undicesimo posto nella classifica generale.
Un vero disastro, simbolizzato in modo particolare dall’affondamento della squadra di hockey su ghiaccio (lo sport più popolare del paese), partita per vincere e giunta solo sesta. E la Russia sta organizzando le prossime Olimpiadi invernali, nel 2014 a Sochi.
Nei giorni scorsi il presidente Dmitrij Medvedev aveva pubblicamente chiesto la testa di “certi gatti grassi” che sono stati seduti sulle loro ricche poltrone di dirigenti senza ottenere dei risultati dignitosi: oggi il presidente del Comitato olimpico federale russo, Leonid Tyagachev, ha presentato le sue dimissioni e anche il ministro dello sport, Vitaly Mutko, ha detto di esser pronto a lasciare l’incarico, “se le parole di Medvedev erano dirette a me”. Si tratta di due uomini molto legati al premier Vladimir Putin: Tyagachev in particolare è stato il suo istruttore di sci e viene considerato un amico personale. Putin per ora non ha espresso giudizi sull’operato della squadra russa in queste Olimpiadi invernali, limitandosi a osservare che “bisogna trarre delle lezioni da quel che è accaduto a Vancouver”.
Da diversi giorni sia i media sia i politici più in vista hanno iniziato una campagna battente contro Tyagachev e Mutko, accusati di essere i responsabili del disastro; sul fuoco hanno soffiato anche le dichiarazioni di campioni importanti (degli anni scorsi) come l’hockeista Fetisov, che hanno lanciato roventi accuse di incapacità, scarsa professionalità e irresponsabilità ai dirigenti sportivi di più alto livello. Il risultato è che forse mai come oggi gli “intoccabili” in Russia sono apparsi esposti e dileggiati. Sotto casa di Tyagachev un gruppo politico giovanile (il Fronte di sinistra) ha organizzato un picchetto durato tre giorni, per chiederne le dimissioni. Vedremo presto come la storia andrà a finire.
pubblicato il 3 marzo 2010
Tag: Russia
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Lo speaker della Rada, il parlamento ucraino, ha annunciato ieri formalmente che la coalizione di partiti finora schierata a sostegno del governo di Yulija Timoshenko “non esiste più”. L’annuncio di Volodimyr Lytvyn prende spunto dal fatto che il suo partito (che prende anche il nome da lui, come usa nella nuova Ucraina politica) si è ritirato dalla coalizione stessa. In altre parole, come la premier ha efficacemente commentato, “Lytvyn ha di fatto ucciso la maggioranza”. Domani la Rada dovrebbe – salvo sorprese davvero grosse – votare la sfiducia all’esecutivo della Timoshenko, sancendone definitivamente la caduta.
Anche se formalmente non era necessario dichiarare la non esistenza della coalizione di governo (in teoria i voti dei deputati fedeli a Lytvyn non erano indispensabili), il gesto dello speaker ha accelerato la fine di una transizione che rischiava di durare troppo a lungo e di provocare troppi danni: ora ci saranno 30 giorni di tempo perché si formi una nuova coalizione all’interno della Rada, trascorsi i quali il nuovo presidente Viktor Yanukovich potrà decidere di sciogliere il parlamento e indire nuove elezioni politiche. Ma anche la formazione di una nuova coalizione non è una garanzia che non si vada alle elezioni: la legge prevede infatti che dopo la nascita di una maggioranza parlamentare ci siano 60 giorni di tempo per varare un nuovo governo. Tutti passaggi per niente facili e sicuri per Yanukovich, così come per niente facile e sicuro sarebbe del resto un ricorso alle urne.
Una nuova coalizione dovrà ovviamente basarsi sul partito di Yanukovich, il Partito delle Regioni, che ha oltre a tutto una consistente maggioranza relativa alla Rada (175 seggi su 450): tutti gli altri partiti presenti – il partito Nostra Ucraina del presidente uscente Yushenko (72 seggi), il Partito Comunista (27), il Blocco di Lytvyn (20) e persino il partito della premier, il Byut (156) – sono potenzialmente disponibili a far parte della nuova maggioranza, in relazione alle offerte che Yanukovich sarà in grado di fare a questo o a quello. In effetti però, dato che molto probabilmente il Byut non vorrà dare una mano all’uomo che ha sconfitto la sua leader, il compito del nuovo presidente non sarà tanto facile: dovrà per forza far entrare nella coalizione il partito di Yushenko – che ideologicamente è il più lontano – oppure tentare di provocarne una spaccatura interna per recuperare un po’ di deputati. C’è persino chi già ipotizza che Yushenko, uscito dalla presidenza della repubblica, potrebbe diventare il nuovo premier. Ci sarà chiaramente bisogno di parecchio lavoro…
pubblicato il 2 marzo 2010
Tag: Ucraina
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