Saturday 25 May 2013

IL MANIFESTO BLOG
   notizie dall'ex impero del male a cura di Astrit Dakli
Archivio di ottobre 2010
  • Repressione di una manifestazione gay a Mosca

    A poche ora di distanza dalla sentenza della Corte europea per i diritti umani che ha sancito l’illegalità del divieto posto dalle autorità russe alle marce del gay pride, la chiesa ortodossa russa è scesa in campo in grande stile per difendere l’ostracismo ufficiale nei confronti degli omosessuali. Racconta il giornale online Moscow News che diverse organizzazioni giovanili legate al patriarcato hanno immediatamente iniziato una campagna per spingere il governo a ribadire con il divieto con un’apposita legge, che faccia perno sull’”attacco alla moralità pubblica” rappresentato da una marcia di gay per le vie cittadine (finora il divieto opposto dalle autorità, a Mosca come altrove, era sempre legato ai “pericoli per la sicurezza pubblica” derivanti dal confronto violento tra i manifestanti gay e i loro nemici, organizzazioni di estrema destra e simili).Una raccolta di firme è stata lanciata a livello nazionale, e una serie di manifestazioni è stata messa in cantiere – la prima si terrà davanti alla sede moscovita del Consiglio d’Europa.

    Secondo i promotori della nuova iniziativa repressiva, anche i termini in cui è stata stilata la sentenza della Corte europea devono essere contestati, perché non riflettono i valori della Convenzione europea sui diritti umani e anzi ne hanno distorto persino la lettera. Con un grottesco e volgare paragone, si sostiene che “sarebbe impossibile immaginare in una piazza di una città europea un meeting di persone che amano defecare in pubblico”.

di a. d.
pubblicato il 25 ottobre 2010
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  • Mokhail Khodorkovskij

    La procura federale ha chiesto oggi al tribunale distrettuale moscovita di Khamovniki di condannare a 14 anni di carcere l’ex amministratore delegato della Yukos Mikhail Khodorkovskij e il suo socio direttore della banca Menatep, Platon Lebedev, per una serie di reati che furto su larga scala, frode, appropriazione indebita. Entrambi gli imputati sono già in carcere da sette anni, essendo stati arrestati nel 2003: stanno scontando nella colonia penale di Krasnokamensk, in una remota zona al confine con la Mongolia, una pena a nove anni di carcere per reati abbastanza simili, cioè per frode fiscale e appropriazione di beni altrui affidati a loro. La pena sarebbe venuta a termine nel 2012, ma se il tribunale accetterà le richieste della procura i due resteranno in custodia fino al 2017.

    Anche se ci sono pochi dubbi sul fatto che negli anni Novanta Khodorkovskij e Lebedev abbiano gestito in modo molto spregiudicato se non apertamente criminale le aziende da loro controllate, altrettanto indubbio pare il fatto che i due siano stati scelti come capri espiatori dalle autorità politiche russe e specificamente da Vladimir Putin solo perché Khodorkovskij aveva (nel 2002-2003) iniziato a far politica, sponsorizzando partiti e accennando all’eventualità di scendere in campo personalmente come leader di un eventuale schieramento liberale. I due sono stati trattati con una durezza “esemplare” e costretti in lunghe detenzioni anche senza molte prove, con un chiaro accanimento giuridico tanto più discutibile in quanto quasi tutti i loro “colleghi” arricchitisi negli stessi anni con gli stessi metodi sono stati invece risparmiati dalla giustizia russa e lasciati tranquillamente a fare il bello e il cattivo tempo alla testa di imperi finanziari immensi. Anche questo nuovo processo ha un sapore vagamente persecutorio, visto che in pratica le accuse sono state studiate apposta per aggiungere reato a reato e aumentare conseguentemente la condanna.

    Il “caso Khodorkovskij”, d’altra parte, è diventato difficilissimo da maneggiare in quanto coinvolge anche le relazioni internazionali al massimo livello: l’imputato aveva ottimi rapporti d’affari con alcune grosse aziende petrolifere statunitensi e il governo di Washington fin dal primo momento si è schierato senza esitazioni in sua difesa, sostenendo la natura esclusivamente politica della sua “persecuzione giudiziaria”: tutto ciò ha di conseguenza indotto il Cremlino a mantenere rigidamente la sua linea di intransigenza per non dar l’impressione di cedere a pressioni straniere. Senza contare che anche l’atteggiamento dello stesso Khodorkovskij, pervicacemente deciso a non ammettere nessuna responsabilità e ad accusare invece Putin e la leadership russa di voler colpire la democrazia colpendo lui, non ha certamente reso più praticabile l’ipotesi di un gesto di clemenza da parte del Cremlino. Resta da vedere se il tribunale accetterà la linea dura proposta dalla Procura o non cercherà invece – su suggerimento di qualcuno abbastanza in alto – di stemperare almeno in parte questa durezza riducendo i termini della detenzione carceraria.

di a. d.
pubblicato il 22 ottobre 2010
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  • Il nuovo sindaco di Mosca, Sergei Sobyanin

    Nel suo ampio discorso di insediamento, pronunciato in presenza del consiglio municipale e dello stesso presidente Dmitrij Medvedev subito dopo esser stato eletto formalmente sindaco, Sergei Sobyanin ha voluto dare una forte idea di cambiamento e di “nuovo registro” rispetto al suo predecessore Yurij Luzhkov, per diciotto anni padrino e padrone della capitale russa. Oltre all’ovvia promessa di combattere contro la corruzione e di alleggerire il peso della burocrazia, di rigore in qualsiasi discorso di un dirigente politico importante, il neosindaco – come riporta il sito NEWSmsk.com – ha anche fatto alcuni accenni più interessanti a quella che dovrebbe essere la sua direzione politica nei prossimi anni: meno edilizia selvaggia (“non possiamo continuare a costruire un edificio in ogni singolo buco libero della città”) e più rispetto per l’ambiente e il patrimonio artistico e naturale moscovita (“dobbiamo impegnarci a difendere i nostri parchi e il nostro verde… e ancor di più dobbiamo difendere l’aspetto storico della città, i suoi monumenti e il suo ambiente architettonico”). Inoltre un impegno abbastanza scontato in Russia (ma inedito in un contesto europeo orientato in modo opposto) ad espandere la “politica sociale” e a “elevare lo standard di vita dei cittadini”, anche attraverso la creazione di nuovi posti di lavoro “per i moscoviti”.

    Sono ovviamente solo parole e potrebbero anche sembrare banali; ma dopo l’”era Luzhkov”, in cui la linea era esattamente opposta – cioè via libera permanente agli sventramenti e considerazione zero per l’ambiente naturale e il patrimonio storico-artistico – certamente è un segnale incoraggiante sentir pronunciare parole del genere. Sobyanin tra l’altro non ha risparmiato le critiche aperte agli “errori” e alle “debolezze” dell’amministrazione precedente, come l’incapacità di fronteggiare il dramma del traffico e la cocciuta determinazione seguita nel progetto di Moskva-City, l’ammasso di enormi e costosissimi grattacieli sulle rive della Moscova che avrebbero dovuto trasformare la città in una delle capitali finanziarie del pianeta ma sono poi rimasti a metà strada, alcuni finiti altri no, senza portare niente alla città se non altro caos – e altri, tanti, lavoratori immigrati irregolari, in condizioni disumane di semischiavitù: il che rappresenta ormai uno dei maggiori crucci dei moscoviti.

    Il nuovo sindaco non ha parlato esplicitamente della questione su cui, in ultima analisi, è inciampato e ha incominciato a rotolare il suo predecessore, cioè l’autostrada Mosca-San Pietroburgo che dovrebbe attraversare la foresta di Khimki, a nord della città. Dopo le tensioni e gli scontri dell’estate, dopo l’intervento di Medvedev e le contradditorie dichiarazioni di Putin, tutta la faccenda è ora in stand-by e proprio da Sobyanin dovrebbe venire, a breve, una spinta nell’una o nell’altra direzione; le sue odierne parole sulla conservazione del verde e sugli errori di Luzhkov lascerebbero intendere un suo atteggiamento a favore della foresta e contro l’autostrada, ma il neosindaco è persona molto prudente e per ora non si è sbilanciato.

    Vanno infine tenuti presenti altri segnali, non contenuti direttamente nel discorso di Sobyanin ma tuttavia chiaramente provenienti da lui: in primis il relativo (ma simbolicamente importante) allargamento delle maglie repressive nei confronti dell’opposizione. Il municipio di Mosca ha finalmente dato il via libera ai gruppi dell’opposizione liberale e di sinistra perché tengano la loro manifestazione periodica nella centrale piazza Tiumfalnaya, finora sistematicamente vietata per loro. Vero che l’autorizzazione riguarda solo un assembramento di 200 persone, contro le 1500 richieste, ma è pur sempre un bel passo avanti rispetto alle botte e agli arresti finora rimediati dagli oppositori.

di a. d.
pubblicato il 21 ottobre 2010
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  • La sede del parlamento ceceno a Grozny

    Un attacco armato è stato lanciato questa mattina presto contro la sede del parlamento ceceno a Grozny, da un numero ancora imprecisato di militanti islamisti. Ci sono state esplosioni ed è iniziata una sparatoria con le forze di sicurezza. Secondo le prime informazioni ci sarebbero numerose vittime.

    Stando alle notizie uscite da fonti governative cecene, gli attaccanti sarebbero stati “almeno quattro” e sarebbero entrati nel recinto dell’edificio su un’auto confusa tra quelle che portavano sul posto i deputati. Subito dopo l’inizio dell’attacco sul posto sono intervenute le forze speciali, guidate personalmente dallo stesso presidente ceceno Kadyrov,  e al termine della battaglia i militanti sarebbero tutti morti, insieme a due guardie della security e a un paio di dipendenti del parlamento. Nessuna vittima invece tra i deputati. Altre fonti affermano però che almeno uno dei militanti in realtà sarebbe sopravvissuto alla sparatoria e si sarebbe rifugiato con uno o più ostaggi in una stanza del palazzo. Contrastanti anche le informazioni sulle esplosioni, alcuni parlano di terroristi suicidi che si sarebbero fatti esplodere, altri di mine piazzate in alcuni punti dell’edificio.

    Probabilmente l’attacco aveva nel mirino anche il ministro dell’interno federale Rashid Nurgaliyev, che stamattina era a Grozny per colloqui con le autorità cecene e che doveva anche recarsi in parlamento. A quanto si apprende da Mosca, il ministro sarebbe però sano e salvo.

    Un attacco simile per gravità era stato condotto lo scorso agosto contro la residenza del presidente Kadyrov nel villaggio di Tsentoroi; anche in quel caso c’era stata una battaglia con numerosi morti e gli attaccanti erano stati tutti uccisi. Rispetto agli ultimi anni, si sta notando in Cecenia una ripresa degli attacchi “militari” contro obiettivi importanti, attacchi chiaramente volti a dimostrare che la guerriglia non solo non è stata annientata come pretendono Kadyrov e il Cremlino ma anzi è in grado di organizzare importanti operazioni; d’altra parte è anche chiaro che queste operazioni non sono più efficaci e imponenti come qualche anno fa, quando vi partecipavano varie decine di militanti e provocavano vere stragi di guardie e di funzionari.

    Oggi si tratta di imprese audaci ma suicide, condotte da piccoli nuclei e non in grado di impensierire davvero gli avversari dal punto di vista militare; probabilmente il loro obiettivo è in parte di pura propaganda verso la popolazione e l’opinione pubblica russa, e in parte mira a stabilire una gerarchia tra i gruppi e i comandanti militari della guerriglia, di recente teatro di divisioni politiche e persino religiose, con pericolose polemiche scoppiate tra i principali leader.

di a. d.
pubblicato il 19 ottobre 2010
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  • Il nuovo sindaco di Mosca Sergei Sobyanin

    Il presidente russo Dmitrij Medvedev ha scelto per la carica di sindaco della capitale il vicepremier federale Sergei Sobyanin, 52 anni, considerato uno degli uomini più vicini al premier Putin; un uomo che secondo molti osservatori è stato messo in questo posto chiave per favorire il ritorno dello stesso Putin alla presidenza nel 2012.

    Formalmente, Sobyanin dovrà essere “nominato” sindaco dal Consiglio municipale di Mosca, ma la cosa è una mera formalità visto che la schiacciante maggioranza dei consiglieri appartiene al partito Russia Unita, che ha presentato a Medvedev la rosa dei candidati tra cui scegliere il sindaco – e Sobyanin era il più in vista tra questi candidati. Governatore della regione petrolifera siberiana di Tyumen’, quindi chiamato a Mosca da Putin quando era presidente per fare il capo dello staff presidenziale, poi messo da Medvedev alla testa dello staff elettorale nel 2008, infine tornato con Putin, nel frattempo divenuto primo ministro, con il ruolo di vicepremier, Sobyanin è un funzionario un po’ grigio ma efficientissimo e molto esperto; inoltre sarà sicuramente molto ben integrato con l’amministrazione federale. In compenso non è un moscovita e probabilmente faticherà ad avere un buon rapporto con i cittadini. Tutto l’opposto insomma del suo predecessore sulla poltrona di sindaco, il fiammeggiante Yurij Luzhkov che di personalità ne aveva fin troppa e di integrazione con il potere federale troppo poca – fino al punto da farsi licenziare in tronco per essersi messo in aperto contrasto con il Cremlino.

    Tra le sue immediate priorità, il nuovo sindaco ha elencato i problemi del traffico e la lotta contro la corruzione – due questioni sulle quali in realtà potrà fare ben poco. Più interessante sarà vedere se e come modificherà i criteri di gestione della capitale in materia di libertà di manifestazione e il materia di sviluppo/speculazione edilizia. L’attuale facente funzione di sindaco, Resin, nei pochi giorni in cui ha sostituito Luzhkov ha fatto intendere che la città ha bisogno di un cambiamento: più libertà e meno sventramenti.

di a. d.
pubblicato il 16 ottobre 2010
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in varie
  • Una petizione per uscire dalla regione del Caucaso settentrionale è stata messa su internet e firmata in soli tre giorni da 2600 cittadini di Stavropol, la città della Russia meridionale che, tra l’altro, ha dato i natali a Mikhail Gorbaciov. Una sorta di protesta disperata: visto che è impossibile cambiare la geografia trasportando la città (anzi, l’intera sua regione, piuttosto vasta essendo un quinto dell’Italia) in qualche altro posto della Russia, i firmatari chiedono almeno che la regione di Stavropol venga rimessa dove stava nella geografia amministrativa russa, cioè nel distretto della Russia meridionale, diverso e separato dal distretto del Caucaso settentrionale dove è andata a finire con la riforma varata all’inizio di quest’anno dal Cremlino.

    Il teatro di Stavropol, colpito in maggio da un attentato che ha ucciso sette persone

    Perché quest’ansia di cambiare distretto? I firmatari – e dietro di loro pare ci sia buona parte della popolazione – hanno notato che con la novità amministrativa e l’aggregazione della regione alle repubbliche del nord Caucaso, è immediatamente aumentato il “tasso di terrorismo”: tre gravi attentati fra maggio e settembre, che hanno fatto strage tra pacifici cittadini. Inoltre, fanno notare, è aumentato bruscamente anche il livello della criminalità comune, le rapine, gli omicidi, le risse.

    Difficile capire esattamente come mai tutto ciò, visto che i cambiamenti amministrativi non hanno comportato un diverso regime di controllo ai confini inter-regionali e inter-repubblicani. E tantopiù che la motivazione addotta dal Cremlino per formare il nuovo distretto del Nord Caucaso era esattamente opposta, cioè controllare meglio le attività criminali e terroriste, a partire da un comando di polizia e da una struttura giudiziaria unificati, e impedire la loro diffusione al di fuori del turbolento e per molti aspetti tragico calderone delle repubbliche caucasiche – Cecenia, Dagestan, Inguscezia. Solo che intanto, fanno notare i cittadini di Stavropol, la violenza stava già spostandosi e prendendo piede saldamente in altre repubbliche della zona come la Kabardino-Balkaria o la Karachaevo-Cerkessia; e a quanto pare le nuove strutture giudiziarie e investigative centralizzate distrettuali non funzionano tanto bene – peggio probabilmente di quelle precedenti che il Cremlino aveva molto criticato.

    Secondo alcuni osservatori locali, il governo federale sta effettivamente cercando di cambiare approccio rispetto al terrorismo, ma i suoi sforzi sono vanificati dalle trasformazioni che nel frattempo si stanno verificando nella regione, in quella che viene ormai definita “una guerra civile strisciante con nuove e imprevedibili dimensioni etniche”. E come risultato immediato, si sta assistendo a un sempre più intenso esodo dalla zona di Stavropol della popolazione russa, che fino a pochissimo tempo fa costituiva l’80 per cento dei 2,7 milioni di abitanti totali, sostituita da immigrati che arrivano dalle repubbliche del Caucaso.

di a. d.
pubblicato il 14 ottobre 2010
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  • La statua di Pasternak realizzata da Tsereteli

    Uno degli “effetti collaterali” più positivi del licenziamento del sindaco di Mosca Yurij Luzhkov potrebbe essere – non è ancora detto, ma delle buone premesse ci sono – la rimozione dalla capitale russa delle onnipresenti, terribili opere dello “scultore” georgiano Zurab Tsereteli. Già si dà per certo lo smontaggio e il trasferimento altrove della più spaventosa delle sue opere, il monumento fluviale a Pietro il Grande; oggi alla lista dei “via di qui” si aggiunge l’ultima e ancora non realizzata opera di Tsereteli, il mausoleo dedicato allo scrittore Boris Pasternak, una delle massime glorie della letteratura russa del Novecento.

    Dopo la presentazione del bozzetto, la famiglia Pasternak è insorta rabbiosamente: “Eravamo contenti per l’idea del monumento, e speravamo che sarebbe stato un’opera di scala modesta, tale da lasciar fuori i ben noti squali che infestano il mondo della scultura e dell’architettura moscoviti”, ha raccontato a The Moscow News uno dei parenti del premio Nobel, “ma siamo stati profondamente ingannati. Tsereteli rappresenta tutto il peggio che Luzhkov ha portato in città- ha continuato. Ha creato le sculture più odiose di questi anni e il suo lavoro manca della più elementare cultura, di qualsiasi contatto con la vera arte”. Lui, l’”artista”, afferma di non essere minimamente toccato da queste critiche e di voler portare a compimento la sua opera; la statua vera e propria è già pronta, in scala doppia del naturale, e deve solo essere installata nel mausoleo. “Se a qualcuno non piace, può venir qui nel mio studio e dirmi, ‘cambia la forma del naso’, o ‘correggi gli occhi’, cose così”.

    Ma è chiaro che ormai, caduto il suo protettore che lo ha fatto lavorare per tutta la città pagandolo per cifre colossali, Tsereteli si trova in serie difficoltà. La maggior parte dei moscoviti, stando ai sondaggi, detesta le sue opere, a partire dalla prima, il famigerato monumento all’eterna amicizia russo-georgiana (1983) soprannominato “gli spiedini”; la megastatua di Pietro il Grande, alta quasi cento metri e ridicolmente ricavata dal riciclaggio (cambiata la testa) di una statua a Cristoforo Colombo rifiutata da Spagna e Stati uniti, potrebbe presto essere spedita a San Pietroburgo per esservi installata fuori dal porto; le statue da lui create per commemorare “i grandi del nostro tempo”, cioè Luzhkov, Putin e Medvedev, giacciono nel suo enorme laboratorio e difficilmente qualcuno accetterà di collocarle in un luogo pubblico. Non corrono immediati pericoli le altre numerosissime opere sparpagliate a Mosca e altrove (per esempio dentro la cattedrale del Salvatore, o nell’immenso memoriale ai caduti della guerra ’41-’45), ma forse – sperabilmente – non glie ne saranno commissionate di nuove.

    Intanto, Mosca continua ad aspettare il nuovo sindaco che prenderà il posto di Luzhkov. La decisione è nelle mani del presidente Medvedev, cui il partito Russia Unita, che controlla la quasi totalità del consiglio municipale della capitale, ha sottoposto una rosa di quattro nomi. Il più accreditato è l’ex consigliere speciale di Putin, Serei Sobyanin, ma anche la vicesindaco Lyudmila Shvetsova pare aver quotazioni abbastanza alte. Pare invece esclusa la conferma del sindaco pro tempore Vladimir Resin, che ha preso in mano il governo cittadino quando Luzhkov è stato licenziato. Proprio Resin, tra l’altro, ha per primo proposto lo smantellamento della superstatua di Tsereteli a Pietro il Grande e il suo trasferimento altrove.

di a. d.
pubblicato il 13 ottobre 2010
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  • Manifesti elettorali a Bishkek

    Le elezioni politiche svoltesi domenica in Kirghizstan saranno anche state un brillante esempio di democrazia e di viver civile – come ha detto il presidente americano Obama – ma di certo non hanno avuto un risultato molto sano. In virtù dell’incredibile frammentazione politica della società kirghiza e di una legge elettorale che stabilisce al 5% (con un minimo dello 0,5 raggiunto in tutte le regioni) la soglia d’ingresso al parlamento, oltre il 60% degli elettori non avrà alcuna rappresentanza. Il partito che ha avuto più voti, l’Ata-Zhurt dell’ex ministro per le emergenze Kamchibek Tashiyev (oggi all’opposizione rispetto al governo di Roza Otunbayeva), non è andato oltre l’8,8%; al secondo posto è arrivato il partito Socialdemocratico (governativo) di Almazbek Atambayev, con l’8,04%; seguono poi il patito Ar-Namys dell’ex premier Felix Kulov (oggi all’opposizione ma non tanto) ha avuto il 7,74; il partito Respublika dell’ex vicepremier Omurbek Babanov (opposizione) ha raccolto il 7,24,  mentre il partito Ata-Meken (filogovernativo) di un altro ex ministro, Omurbek Tekebayev si è fermato al 5,6. Tutti gli altri partiti sono rimasti al di sotto della soglia minima, il che vuol dire che il 62,5 per cento (circa) dei voti espressi non corrisponderà ad alcun deputato in parlamento.

    Una situazione assai spiacevole, che sta già provocando – come era prevedibile – fortissime tensioni. I leader dei partiti esclusi (a volte per pochi voti) hanno subito iniziato a protestare affermando che le elezioni sono state viziate da gravi irregolarità; otto di loro hanno voluto incontrare la presidente Roza Otunbayeva chiedendo il riconteggio dei voti o direttamente la ripetizione delle elezioni. I sostenitori di uno dei partiti esclusi, il Butun Kyrgyzstan, hanno interrotto la strada che collega il nord al sud del paese e minacciano di occupare il centro tv di Osh, capoluogo della regione meridionale. Il sud del paese, in effetti, è risultato particolarmente penalizzato dai risultati elettorali, visto che solo uno dei partiti entrati in parlamento (l’Ata-Zhurt) rappresenta i clan meridionali; nel sud la frammentazione politico-sociale in clan è molto forte e il risultato è stata la nascita di una miriade di partitelli localisti che hanno fatto disperdere in modo abnorme i voti.

    Ma se una larghissima fetta dell’elettorato attivo kirghizo è rimasta tagliata fuori dal parlamento, neanche per le forze che invece hanno passato la soglia ci sarà una vita facile. Molti osservatori prevedono che in un modo o nell’altro lo spirito di conservazione (del posto) spingerà i deputati dei cinque partiti a trovare un accordo per mantenere e consolidare lo status quo attraverso la formazione di una maggioranza e quindi di un governo che spartisca i posti di potere. Un governo di coalizione sarà comunque inevitabile, anche calcolando che i tre partiti considerati “di opposizione” hanno basi sociali e di clan assai diverse e per diversi di essi sarà più facile trovare un accordo con i partiti vicini all’attuale governo che non con l’opposizione “meridionale” di Ata-Zhurt. Secondo gli osservatori politici il candidato premier più probabile oggi è Felix Kulov, che ha alle spalle una robusta esperienza sia nel governo di Askar Akayev (1990-2005) sia nel successivo governo di Kurmanbek Bakiyev; il suo partito ha buoni rapporti con diverse altre formazioni politiche ed è (soprattutto) fautore di un più stretto rapporto con la Russia: Mosca non ha mai cessato di operare in Kyrgyzstan e vi mantiene una importante base aerea vicina alla base statunitense di Manas, considerata uno “hub” fondamentale per la gestione dei rifornimenti diretti in Afghanistan.

    Va anche ricordato che il Cremlino è stato l’unica forza internazionale a disapprovare apertamente (lo fece con un discorso del presidente Medvedev) la trasformazione del Kyrgyzstan in una repubblica parlamentare, con un referendum costituzionale tenuto il 27 giugno scorso tra gli applausi occidentali e in particolare statunitensi. Secondo Medvedev (cui i risultati delle elezioni sembrano oggi dar ragione) data la natura sociale del paese il parlamento si sarebbe trasformato rapidamente in un luogo di risse continue foriere di caos e instabilità in assenza di un forte potere politico centralizzato.

di a. d.
pubblicato il 12 ottobre 2010
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  • Un lettore di schede elettorali in Russia

    Il “partito del potere” Russia Unita ha come prevedibile vinto tutte e sei le elezioni regionali dove si è votato domenica; ma i risultati ottenuti, in termini assoluti, sono stati inferiori alle speranze dei suoi leader e tali da far intravedere un futuro politico un po’ meno “a partito unico” per il paese. Soprattutto, quasi ovunque è stato piuttosto basso il turnover degli elettori, nonostante gli sforzi di tutto l’apparato statale per ottenere un’alta partecipazione (sforzi che quasi sempre comportano anche brogli, forzature e falsificazioni, definite stavolta “mostruose” dalle opposizioni). Come che sia, i dirigenti del partito di Putin sostengono di aver vinto con risultati migliori di quelli dell’ultima tornata elettorale tenutasi nel paese l’autunno scorso.

    Il risultato migliore è stato conseguito nella piccola regione di Tuva, remoto e selvaggio angolo di Siberia ai confini della Mongolia, dove ha votato il 65,6 per cento degli elettori e il 77 per cento dei voti è andato a Russia Unita, contro il 10,3 di Russia Giusta e gli altri partiti fermi su percentuali inferiori alla soglia del 7% necessaria per ottenere dei seggi nel parlamento regionale. Non è escluso che un buon contributo a questo risultato l’abbia dato personalmente il premier Putin con le sue ripetute visite nella regione e le sue dichiarate passioni naturaliste (qui si è fatto riprendere dalle tv con ogni sorta di animali, tigri orsi leopardi e quant’altro, qui è venuto a caccia e a pesca…).

    Nelle altre regioni coinvolte dal voto, la situazione appare più equilibrata. Nella regione di Novosibirsk (una delle più importanti della Siberia, ad altissima concentrazione industriale) ha votato solo il 35,7 per cento degli elettori, dando a Russia Unita il 44,8 per cento dei consensi contro il 25,1 andato al Partito comunista, il 16,3 toccato a Russia Giusta e il 10,3 dei nazionalisti di Zhirinovskij. Nella regione di Cheljabinsk, altro poderoso distretto industriale negli Urali, i votanti sono stati il 46 per cento e di essi il 56 per cento ha dato fiducia a Russia Unita, contro il 15 che ha preferito Russia Giusta, l’11 i comunisti e il 9 i nazionalisti.

    Nell’estremo oriente della regione di Magadan l’affluenza alle urne è stata del 39,5 per cento; metà dei votanti ha appoggiato Russia Unita, il 15,6 i comunisti, il 13,9 i nazionalisti e l’11,1 Russia Giusta. Cinquanta per cento dei voti per Russia Unita anche nella povera regione di Kostroma (Russia del nord) e un confortante 66 per cento nella regione agro-industriale di Belgorod (Russia occidentale), in entrambi i casi con gli altri tre partiti (comunisti, nazionalisti e “giusti”) a debita distanza, fra il 10 e il 20 per cento dei consensi.

    Ancora non è noto il risultato finale di un’altra interessante partita elettorale, quella per il posto di sindaco della città di Samara, una delle maggiori del paese, dove  il candidato di Russia Unita, Dmitrij Azarov, partiva dall’opposizione essendo il municipio in mano a un sindaco di Russia Giusta, Viktor Tarkhov, che aveva vinto le ultime elezioni. Azarov sembra avviato comunque a vincere, secondo le prime proiezioni e secondo l’opinione generale raccolta dai giornalisti locali, secondo i quali l’amministrazione di Tarkhov è stata talmente inefficace di fronte ai gravi problemi che attanagliano la città (uno dei poli industriali più importanti della Russia) da fargli perdere il vasto consenso di cui godeva; Azarov si è presentato paradossalmente come il candidato del rinnovamento contro la vecchia nomenklatura cittadina, e questo pare avergli assicurato un largo appoggio popolare.

di a. d.
pubblicato il 11 ottobre 2010
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  • Dicembre, Ksenia Selezneva, 2 corso. "Voglio farti gli auguri di persona. Chiama 8-925-159-17-28"

    Sarà l’esempio dell’amico Silvio? Forse, o forse no: fatto sta che in regalo per il suo 58mo compleanno (oggi 7 ottobre) il premier russo Vladimir Putin ha ricevuto dodici bellissime ragazze, molto succintamente vestite. Il giornale online The Moscow News, che sta festeggiando gli 80 anni di vita della sua testata, racconta tutta la storia. Non è un fatto privato, e non c’è nessuno scandalo sessuale: le ragazze sono semplicemente le star, una per mese, di un calendario un po’ da camionisti dedicato appunto a Putin e in vendita per 250 rubli (6 euro) nelle edicole e nelle librerie russe. Un regalo poco fine per un leader politico, ma in fondo non è colpa sua: lo scandalo, piuttosto, viene dal fatto che le dodici ragazze non sono “stelline” qualsiasi reclutate da un Corona locale ma studentesse della facoltà di giornalismo di Mosca, che hanno voluto dare un messaggio politico tutt’altro che leggero, visto che la categoria dei giornalisti è quella che durante l’era di Putin ha pagato i prezzi più alti in termini di censura, repressione e anche di caduti – un esempio per tutti, quello di Anna Politkovskaja.

    Il messaggio è più che esplicito: le foto ammiccanti delle ragazze sono accompagnate mese per mese da titoli tipo “Noi ti amiamo”, “Hai spento il bosco ma io ancora brucio…”, “Sei il migliore”, in un crescendo fino al clamoroso dicembre in cui tal Ksenia Selezneva dice  “Voglio farti gli auguri di persona. Chiama 8-925-159-17-28″. Non c’è un esplicito patrinaggio politico, anche se il movimento dei “Nashi” ha messo sui siti dei suoi militanti tutte le foto:  l’iniziativa del calendario è di un altro studente di giornalismo, convinto che “la gente apprezzerà senz’altro”.

    Settembre/ottobre, Ekaterina Uljanova, 3 corso. "Chi ha ucciso Anna Politkovskaja?"

    Ma per ora l’effetto sembra più che altro quello di un boomerang: i dirigenti della facoltà di giornalismo hanno timidamente preso le distanze, affermando di “non voler legare il nome dell’università a iniziative del genere”; e un gruppo di altre studentesse della stessa facoltà hanno immediatamente realizzato in una notte e messo online ieri stesso un altro calendario dedicato a Putin, dove appaiono a loro volta una per mese ma completamente e austeramente vestite di nero, con un cerotto sulla bocca e una serie di domande particolarmente provocatorie ed evocative di presunti “omissis” di Putin: da “Chi ha ucciso Anna Politkovskaja” a “Quando ci sarà il prossimo attentato?”. Foto forse meno perfette delle altre, ma di sicuro effetto. Tantopiù in un momento in cui, sotto l’evidente spinta del presidente Medvedev, la magistratura sta incominciando a riaprire una serie di “casi insoluti” che hanno al centro l’assassinio di giornalisti – si parla di una ventina di inchieste che potrebbero riaprire nelle prossime settimane, rimettendo così in discussione le tranquillizzanti archiviazioni con cui si erano concluse a suo tempo. Non a caso, commentando brevemente l’iniziativa del calendario sexy, anche il portavoce del premier ha parlato di “idea non felice”.

di a. d.
pubblicato il 7 ottobre 2010
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