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Entro il 2014 dovrebbe essere pronta e operante la nuova linea circolare della metropolitana di Mosca, un anello tutt’intorno al centro cittadino approvato dal Municipio per combattere lo spaventoso traffico di superficie, considerato ormai – a ragione – il più grave limite allo sviluppo dell’economia moscovita e un drammatico handicap che pesa sulla vita quotidiana dei cittadini. La nuova linea correrà all’esterno della “Circolare” attuale (circa 1-2 km più lontana dal centro rispetto a questa), incrociando con stazioni di corrispondenza tutte le 11 linee radiali e avrà caratteristiche molto diverse da quelle della rete metropolitana esistente: la quale, soprattutto nelle stazioni centrali, è diventata famosa nel mondo per la fastosità ornamentale, le statue, i mosaici, i giganteschi lampadari. La nuova linea avrà un look molto più essenziale, ispirato a quello di alcune linee londinesi, in particolare per la presenza di una parete di cristallo, con porte automatiche, a separare dai treni la banchina con i passeggeri in attesa – anche per evitare gli incidenti e le cadute sui binari, oggi relativamente frequenti. Non si sa quanto la grandiosa opera verrà a costare.
pubblicato il 25 giugno 2011
Tag: Russia
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Un portavoce delle forze armate russe ha annunciato oggi la morte in un ospedale di Mosca, “dopo lunga malattia”, del generale Vladislav Achalov, a soli 65 anni. Achalov era uno dei più inquietanti e anomali personaggi delle alte sfere militari russe, da sempre in aperta contestazione del potere instauratosi nel paese alla fine dell’Unione Sovietica – anzi già da prima, vista la sua attiva partecipazione, e con un ruolo non secondario nonostante la relativamente giovane età, al fallito putsch contro Michail Gorbaciov nell’agosto del 1991. Due anni dopo, nel 1993, Achalov era stato uno dei protagonisti principali del tentativo di insurrezione armata – o comunque della resistenza armi alla mano – contro Boris Eltsin, quando questi sciolse il parlamento prima a colpi di decreti presidenziali e infine a colpi di cannone.
Ancora pochi mesi fa era stato indicato – senza smentite ma anche senza conseguenze disciplinari o giudiziarie – come il principale ispiratore di un tentativo di pronunciamiento militare contro il regime attuale, o per meglio dire contro il vertice dell’apparato militare russo, il ministro della difesa Anatolij Serdyukov. Achalov aveva diffuso via internet un videoappello agli ufficiali e sottufficiali del corpo dei paracadutisti (che lui stesso aveva comandato negli ultimi anni di servizio) perché si radunassero a Mosca il 7 novembre, anniversario della Rivoluzione bolscevica, per una grande manifestazione di protesta contro la riforma delle forze armate voluta da Serdyukov (e dal presidente Medvedev, peraltro), considerata umiliante per le tradizioni di potenza del mondo militare russo. L’appello era stato da molti considerato come una vera e propria chiamata al colpo di stato: ma poi non è successo nulla. O meglio, quasi nulla: infatti da diverse parti si fece notare all’epoca che almeno un paio di alti ufficiali legati ad Achalov erano morti abbastanza misteriosamente proprio nei giorni precedenti l’ipotetico colpo di stato, e un terzo era sfuggito miracolosamente alla morte in un altrettanto misterioso incidente. Gli ambienti nazionalisti russi hanno incolpato i servizi segreti del FSB – la loro bestia nera – per queste morti.
Achalov, classe 1945, era arrivato giovanissimo, nel 1980, al grado di generale e si era poi sempre distinto per la sua intensa attività politica come membro del Pcus, cui aveva aderito ventenne. Non risulta abbia servito in Afghanistan, ma nella sua carriera spiccano le violente azioni di repressione condotte sotto la sua guida da reparti delle forze armate prima aBaku, in Azerbaigian (gennaio 1990) durante i disordini etnici tra azeri e armeni e quindi a Vilnius in Lituania (gennaio 1991) dopo la proclamazione dell’autonomia dall’Urss da parte della repubblica baltica. Nell’agosto ’91, al momento del putsch contro Gorbaciov, Achalov ricopriva pro tempore l’incarico di vice ministro della difesa. Dopo i sanguinosi scontri intorno al parlamento del settembre ’93 Achalov venne arrestato, processato e condannato, ma dopo alcuni mesi in carcere tornò in libertà per un’amnistia e recuperò anche il suo grado. Senza ulteriori scontri con il Cremlino, il generale fondò comunque e presiedette a lungo un’organizzazione di estrema destra nazionalista, “Patria”, trasformata più tardi nell’”Unione degli ufficiali”. Più di recente, sempre restando legato agli ambienti nazionalisti più estremi, fondò l’organizzazione “Unione dei paracadutisti di Russia”, con finalità dichiaratamente eversive.
Oscuro il personaggio e oscura anche la sua fine. Il comunicato ufficiale parla di “lunga malattia” senza elaborare; nel novembre scorso, peraltro, il generale appariva in ottima salute. E forse non è del tutto casuale che la sua scomparsa arrivi poco dopo quella di un altro nome molto noto dell’ultranazionalismo in divisa, l’ex colonnello Yurij Budanov, assassinato sotto casa sua due settimane fa. Non risulta che ci fossero legami diretti fra i due ufficiali, ma il collegamento tra loro era rappresentato da un altro generale, Vladimir Shamanov. Considerato uno dei massimi responsabili delle violenze e delle violazioni dei diritti umani in Cecenia (un suo superiore all’epoca lo definì “un macellaio”), Shamanov aveva svolto apertamente il ruolo di protettore di Budanov durante il processo (e la successiva detenzione) di questi per stupro e omicidio di una ragazza cecena, definendolo “un eroe”; al tempo stesso, Shamanov era l’ufficiale d’alto grado vicino ad Achalov (suo successore alla guida dei paracadutisti e partecipe del presunto tentativo di rivolta dell’anno scorso) sfuggito per un soffio alla morte in un incidente stradale il 30 ottobre 2010, quando un camion investì e distrusse la sua auto.
pubblicato il 23 giugno 2011
Tag: Azerbaigian, Cecenia, Lituania, Russia
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44 persone sono rimaste uccise e diversi degli 8 sopravvissuti sono in gravi condizioni dopo il disastro aereo avvenuto la notte scorsa nei pressi di Petrozavodsk, capoluogo della Karelia (nord-ovest della Russia). E’ emerso però che aereoplano e piloti erano stati forniti all’ultimo momento da una compagnia diversa da quella che operava il volo Mosca-Petrozavodsk, per rimediare a un overbooking, e che proprio i piloti sembrano essere i principali responsabili della catastrofe, avendo ignorato gli avvertimenti della torre di controllo. E la compagnia risulta essere controllata da una società statunitense. Una dettagliata ricostruzione della vicenda l’ha scritta Aleksandra Odynova sul giornale The Moscow Times. La incolliamo qui di seguito.
A plane and flight crew that crashed while trying to land in thick fog at Karelia’s capital, killing 44 of the 52 people on board, were provided by a U.S.-affiliated charter airline as a replacement for a smaller jet after too many passengers bought tickets. The pilot rejected instructions from the air traffic controller to abort the landing just before midnight Monday on the flight from Moscow’s Domodedovo Airport, moments before the Tu-134 jet rammed into a highway and soon after exploded into what an eyewitness described as “a pillar of fire.” Local residents managed to pull eight people out of the wreckage before the blaze, including a mother and her two children, aged 9 and 14. At least nine foreigners, including a Florida-based family of four, were among those who died in the crash.
Deputy Prime Minister Sergei Ivanov indicated that pilot error was to blame, drawing a comparison to the crash of a Polish presidential plane in thick fog in the Smolensk region last year. The Moscow-Petrozavodsk flight was initially supposed to be operated by the RusLine airline on a Bombardier CRJ200, which has 50 seats. But too many people bought tickets, so RusLine called in RusAir to handle the flight with a 66-seat Tu-134 on Friday, RusLine spokeswoman Svetlana Yakovleva said by telephone. “RusLine doesn’t have a Tu-134,” Yakovleva said, without specifying how many tickets had been sold.
Several passengers missed the flight, because only 44 passengers checked in — enough to fill the Bombardier jet. Lifenews.ru said at least four people, all employees of the same company, did not show up. Yakovleva said RusAir provided the Tu-134 jet along with the crew. RusAir officials could not be reached for comment Tuesday afternoon. The airline’s web site said the ill-fated jet was built in 1980, had flown about 40,000 hours with 25,000 landings, and was obtained by the airline earlier this year. The airline presents itself as a “VIP-class” operator affiliated with Highland, New York-based Clintondale Aviation, which specializes in charter flights in Russia and Kazakhstan. Established in 1994 as CGI Aero, the airline was renamed RusAir in 2002.
Crash investigators were trying to determine Tuesday what happened in the moments before the crash near Petrozavodsk’s Besovets Airport, 640 kilometers northwest of Moscow. Preliminary findings suggest that the jet grazed a power line, slammed into trees and finally hit the highway next to the airport. The plane crashed after it “steered off course and started an early descent” just 700 meters from the runway, said Federal Air Navigation Agency chief Alexander Neradko, according to Itar-Tass. In addition to pilot error, crash investigators were considering equipment malfunction, poor weather conditions or error by airport personnel. The plane’s flight recorders were recovered and sent to Moscow for examination, the Federal Air Navigation Agency said.
Besovets Airport director Alexei Kuzmitsky blamed the crew, saying the air traffic controller had asked the pilot to “make a go around” but the pilot refused, Interfax said. The air traffic controller, Sergei Shmatkov, said visibility around the airport was “minimal” but not too poor to land. The final decision was in the pilot’s hands, and he told Shmatkov “that he would land the aircraft manually at his own risk,” Shmatkov told Lifenews.ru. The pilot did not survive the crash. Early reports said the runway lights were switched off for about 10 seconds before the crash, but the Federal Air Navigation Agency said the power outage actually came after the jet hit the power line.
‘Pillar of Fire’
Fragments of the plane were scattered as far as 300 meters from the crash site, investigators said. Photographs released by the Emergency Situations Ministry showed some debris landed a mere 100 meters away from two cottages. A piece of wing and an overturned part of chassis could be seen lying nearby. Gruesome footage from the site, shot by Russia Today television, showed body parts amid the burning wreckage. “I’ve never seen such a horrible scene in my life,” said Olga Mimmiyeva, an editor with local weekly Petrozavodsk, who arrived at the crash site about an hour after the crash. “Severely burned and dismembered bodies were scattered around the scene,” she said by telephone, adding that “an insane pillar of fire was glowing over the wreck.” She said “visibility was horrible” because of very thick fog. Even driving her car on familiar roads to the crash site posed a serious challenge, she said. Petrozavodsk, which was to celebrate its annual City Day holiday on Tuesday, canceled it, and the governor declared three days of mourning for the entire region.
Casualties
Residents of the Besovets village managed to save eight people, including the mother and her 9-year-old son and 14-year-old daughter, Interfax said. Of the nine crewmembers, a flight attendant survived, as did travel agent Alexandra Kargopolova, who was flying to Petrozavodsk to show her two-meter-long pet boa constrictor to her parents, Lifenews.ru said. The snake did not survive. Of the eight survivors, seven were hospitalized in serious condition on Tuesday night, RIA-Novosti said. Five were airlifted to Moscow hospitals, while two others could not be transported and remained in Petrozavodsk. Among the 44 people dead were the wife and two daughters of Igor Osipov, head of Coca-Cola’s Volgograd office, the local Pervaya Gazeta reported. The businessman, who had driven to Petrozavodsk by car, was waiting for their arrival at the airport at the time of the crash. Also killed was one of the Premier League’s top football referees, Vladimir Pettai, 38, and five senior officials with Rosatom subsidiaries, news reports said.
The dead foreigners included Alexander Simanov, a computer programmer who lived and worked in Florida, and his wife and two daughters, Lifenews.ru said. The four had dual U.S.-Russian citizenship. The other foreigners were Jakob Vetterut of Sweden, Alerds Hans Guenter of the Netherlands, and Vargam Simovyan and Kristina Onishchenko of Ukraine, according to a Russian-language statement from the Emergency Situations Ministry. The Swedish citizen, Vetterut, was himself a rescue worker who was traveling to Petrozavodsk to attend a conference, emergency officials said. The German Foreign Ministry said one more victim had dual Russian-German citizenship. It did not elaborate, but media reports identified him as 54-year-old Oleg Hartvig, head of a Petrozavodsk-based geological company.
Just Like Katyn
Deputy Prime Minister Ivanov, who oversees transportation affairs in the government, compared the crash to the one near Smolensk that killed Polish President Lech Kaczynski and 95 others in April 2010. “Unfortunately, this resembles the crash of the Polish aircraft near Smolensk,” Ivanov said in Paris while visiting the Paris Air Show, RIA-Novosti reported. Kaczynski’s Tu-154 jet hit trees and crashed under unclear circumstances. Russian investigators have blamed the crash solely on the Polish pilots, while Poland said Russian air traffic controllers and the airport’s outdated navigation equipment also played a role.
The Tu-154 is a larger model of the Tu-134, both of which were workhorses of Soviet aviation and praised by experts as safe aircraft. Ivanov said pilot error was the most likely explanation for the Tu-134 crash. But Transportation Minister Igor Levitin appeared to chide Ivanov several hours later, calling on government officials to keep to themselves any “personal conclusions” and wait for the results of the official inquiry, RIA-Novosti reported. President Dmitry Medvedev and Prime Minister Vladimir Putin limited themselves Tuesday to expressing their condolences.
(Aleksandra Odynova for The Moscow Times)
pubblicato il 21 giugno 2011
Tag: Russia, Stati Uniti
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Un contratto da 20 milioni di euro è stato firmato dall’italiana AgustaWestland (Finmeccanica) per mettere in piedi una joint venture con la russa Russian Helicopters e produrre in Russia gli elicotteri multiruolo da trasporto truppe AW139m. L’accordo è stato concluso dai rappresentanti delle due parti nel corso del salone aereonautico parigino di Le Bourget e annunciato dal presidente dell’azienda russa Dmitrij Petrov. La produzione – in realtà solo montaggio – inizierà già quest’estate e le prime consegne sono previste per il 2012.
L’azienda russa è uno dei giganti mondiali del settore: i suoi 8500 elicotteri attualmente in attività in oltre 100 paesi del mondo rappresentano il 13 per cento di tutti gli elicotteri del mondo, e nel 2010 si è ritagliata il 13,5 per cento del mercato globale – percentuale che raddoppia se si considera solo il settore militare di punta (elicotteri pesanti e velivoli d’attacco, per i quali è leader mondiale). L’accordo con Agusta permetterà alla Russia Helicopters di espandere la sua presenza di mercato nel settore dei velivoli medio-leggeri multiuso. L’azienda italiana, da parte sua, avrà la possibilità di accedere a una serie di mercati militari nuovi. Da notare che un certo numero di Aw139m sono stati acquistati anche dalle forze armate statunitensi.
pubblicato il 20 giugno 2011
Tag: Italia, Russia, Stati Uniti
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E’ morta ieri a Boston Elena Bonner, 88 anni, al termine di una lunga malattia che l’ha costretta per molti mesi in clinica. La vedova del premio nobel per la pace Andrei Sakharov, lei stessa instancabile attivista per i diritti umani e critica di tutti i regimi che si sono succeduti in Russsia, viveva ormai da tempo negli Usa presso la figlia Tatiana. Il corpo di Elena Bonner, secondo le sue volontà, sarà cremato e le ceneri portate a Mosca per essere sepolte nel cimitero di Vostryakovo accanto alle spoglie del marito e dei genitori.
Bonner, di origini armene ed ebree, aveva condiviso pienamente la febbrile attività del marito nei lunghi anni in cui questi – massimo scienziato atomico dell’Urss e membro dell’Accademia delle Scienze – aveva rappresentato la più importante e autorevole voce del dissenso sovietico, contrario all’uso bellico dell’energia nucleare e poi all’invasione dell’Afghanistan. Insieme avevano trascorso gli anni dell’esilio forzato a Gorky (ora Nizhnij Novgorod) e infine la breve stagione della perestrojka gorbacioviana, con il ritorno a Mosca e l’impegno totale nell’effimero ma veramente democratico Congresso dei Deputati del Popolo, il parlamento elettivo che per un anno affiancò le istituzioni sovietiche. Morto prematuramente Sakharov nel 1989, Bonner cercò con intransigente passione e coerenza di portarne avanti le idee e l’impegno a favore dei diritti umani e delle libertà civili – il che la portò quasi subito a scontrarsi con Boris Eltsin, che pure i coniugi Sakharov avevano energicamente appoggiato al tempo della sua scalata al potere. Il massimo punto di scontro fu la guerra in Cecenia, avviata da Eltsin nel ’94; da quel momento la critica di Bonner alle scelte del Cremlino divenne sempre più radicale, e non mutò minimamente – com’è ovvio – con l’avvento di Vladimir Putin, visto che esso era stato propiziato da una nuova e spietata guerra nella regione caucasica. In anni più recenti Elena Bonner è stata la prima firmataria di una mozione di intellettuali che chiedeva le dimissioni di Putin.
Nonostante l’impegno rigoroso e totale di Bonner e altri, tuttavia, il movimento per i diritti umani in Russia non ha mai recuperato la perdita subìta con la morte di Andrei Sakharov, l’unico che nell’Urss in disfacimento avesse in testa un vero progetto di ricostruzione democratica, socialista e federalista dello Stato, e insieme l’autorità e il prestigio per portarlo avanti credibilmente, al posto del progetto neo-imperiale e neo-capitalista che invece è stato proprio di Eltsin e poi di Putin e Medvedev.
pubblicato il 19 giugno 2011
Tag: Russia
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Manifesto sovietico degli anni '30: "Diamo milioni di lavoratori qualificati e quadri per 518 nuove aziende"
La piccola imprenditoria russa sta scoprendo un nuovo grave problema, più grave dei funzionari corrotti, del pizzo chiesto dalle mafie, delle infrastrutture carenti: la mancanza di manodopera qualificata. E’ quel che si scopre da una recente indagine condotta a livello nazionale da un centro specializzato, Opora Russia, intervistando oltre 6000 piccoli e medi imprenditori in 40 diverse regioni, riferisce il giornale economico Vedomosti.
L’indagine mostra che oltre il 60 per cento degli intervistati lamenta di aver avuto problemi con la mancanza di specialisti e tecnici negli ultimi due anni, e il 43 per cento considera questo il problema principale che frena le loro possibilità di sviluppo, come e più di altre difficoltà “storiche” quali la carenza di infrastrutture adeguate, l’alto costo di molti servizi essenziali, la difficoltà di accesso al credito. Solo il 13 per cento degli intervistati ha messo la corruzione dei funzionari al primo posto tra le difficoltà della propria azienda: insieme ad altri fattori negativi, la corruzione pare sia considerata ormai “parte dell’ambiente dato”, al quale ci si può sempre in un modo o nell’altro adeguare.
Serie difficoltà nel reperimento di manodopera specializzata e di tecnici qualificati vengono denunciate peraltro anche dalle grandi aziende: un segno evidente che la crisi demografica comincia a risentirsi pesantemente anche nella produzione – e l’immigrazione legale o clandestina da aree poverissime e degradate come i paesi dell’Asia centrale non basta certo a colmare il deficit di personale qualificato.
Pare infine – lo ha denunciato Igor Yurgens, vicepresidente dell’Unione degli industriali – che anche il livello dell’istruzione tecnica universitaria sia parecchio sceso negli ultimi anni: oggi chi esce da una facoltà tecnica – ha detto Yurgens – ha aspettative di carriera e salariali molto alte, perché la sua famiglia ha speso molto per i corsi, ma ha un livello reale di qualificazione molto più basso di quello di un laureato di vent’anni fa, addirittura poco migliore di chi esce da una semplice scuola tecnica.
pubblicato il 18 giugno 2011
Tag: Russia
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Ahiahiahi, Vladimir! Non per essere maligni, ma sembra proprio che stavolta l’amicizia con Silvio Berlusconi sia arrivata alle logiche conseguenze. La notizia che la 26enne Yana Lapikova, candidata tre anni fa al titolo di Miss Mosca, è diventata “fotografa personale” del premier non poteva passare inosservata. Dopo un fulmineo dilagare sui blog che seguono i pettegolezzi di corte, il 15 giugno anche il serissimo quotidiano Vedomosti ha dato una conferma “ufficiale” citando l’ufficio stampa del governo, anche se ha evitato di pubblicare le foto di Yana nella sua attività precedente di modella in lingérie – foto che peraltro sono ormai sui siti web di tutte le Russie, dopo che il blogger “drugoi” ne ha postata una collezione intera aggiungengone anche alcune scattate dalla stessa Lapikova, a dire il vero piuttosto insignificanti.
Ovviamente intorno al nome della bellissima Yana c’è ora un grande affannarsi di portavoce e consiglieri governativi che parlano delle grandi doti professionali della ragazza, che a quanto pare già da qualche tempo era entrata nello staff putiniano come stagista. E sarebbe ingeneroso mettere in dubbio a priori le sue capacità di fotografa (anche se nell’ambiente dei fotografi risulta sconosciuta). Probabilmente, se non ci fosse di mezzo la chiacchierata amicizia con il collega italiano, la scelta di Putin sarebbe passata quasi inosservata. Però l’effetto Silvio ormai è ineliminabile: tanto più che anche l’amico Vladimir, sia pure in modo molto diverso da Berlusconi, ha sempre voluto sottolineare la sua immagine virile, non mancando mai l’occasione per mostrarsi in contesti da supereroe macho – pilota d’aereo, atleta, domatore di tigri, cowboy, ecc. Inevitabili quindi i malignamenti della stampa, al punto che il portavoce del governo Dmitrij Peskov ha dovuto sbilanciarsi a dire che la ragazza “è una bravissima fotografa” e che “le assunzioni nello staff le facciamo senza distinzioni di genere, solo basandoci sulle qualità professionali”.
C’erano state anche parecchie voci intorno alle relazioni che il premier russo avrebbe intrattenuto con giovani donne più o meno conosciute e tutte provenienti dal mondo dello sport. Smentite all’inizio con ferocia – ricordate la scena alla conferenza stampa a villa Certosa, con Berlusconi che fa il gesto di sparare alla giornalista russa colpevole di aver fatto una domanda imbarazzante? – soprattutto quelle sul legame con la bella ginnasta olimpica Alina Kabaeva e sul possibile divorzio dalla moglie Lyudmila (smentito ancora una volta nell’ottobre scorso), le voci pian piano sono state lasciate circolare più liberamente, moltiplicandosi e insieme perdendo interesse. Ma fin qui si trattava di gossip sulla vita privata di un uomo potente, che non coinvolgeva (non in modo palese, quantomeno) il ruolo di presidente e poi di primo ministro. Con Yana Lapikova, invece, c’è uno scarto di stile: la signorina viene assunta nello staff senza titoli né meriti professionali evidenti; e se siamo ancora lontani dai fasti di Nicole Minetti – Yana non è in corsa per un posto alla Duma – la strada sembra essere quella. Anche i media russi, pur tenuti al guinzaglio, se ne sono accorti.
pubblicato il 16 giugno 2011
Tag: Italia, Russia
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Anche il più ricco e tranquillo (nel senso di ben controllato) fra i paesi dell’Asia centrale post-sovietica sembra essere entrato nelle ultime settimane in una fase delicata di proteste antigovernativa. In prima linea gli operai del settore petrolifero e i lavoratori dell’informazione, ma in solidarietà con loro stanno scioperando anche diverse altre categorie. Delle agitazioni iniziate ormai più di un mese fa nella zona petrolifera di Karazhanbas a ridosso del Mar Caspio i media locali hanno parlato poco o nulla; ma con il perdurare e aggravarsi delle proteste le notizie hanno incominciato a filtrare, fino a comparire anche sugli organi d’informazione legati a Mosca come Novosti-Kazakhstan, per essere poi riprese dai media russi e infine, con gran rilievo, da Radio Free Europe-Radio Liberty, la voce dell’America.
All’inizio lo sciopero è nato in una singola azienda di Aktau, con qualche centinaio di operai dell’azienda Karazhanbasmunai che chiedevano miglioramenti salariali; l’indifferenza prima e la linea repressiva poi da parte delle autorità locali e centrali non hanno fatto che esasperare il conflitto, provocando settimana dopo settimana l’entrata in sciopero e le manifestazioni di altri collettivi operai di aziende della regione, non solo petrolifere. Minatori, lavoratori del gas, autisti si sono uniti; molti hanno iniziato lo sciopero della fame per sollecitare l’attenzione del governo. Il 21 maggio durante una manifestazione è stata arrestata Natalya Sokolova, avvocata dei sindacati regionali piuttosto nota, e l’episodio ha fatto crescere l’attenzione dei media locali e russi su quel che andava accadendo – anche perché nel frattempo la produzione di petrolio e di gas era ormai completamente ferma.
Dopo alcuni giorni la Sokolova è stata rilasciata, ma già il 5 giugno, nel corso dell’ennesima manifestazione di protesta culminata in scontri con la polizia, altri 37 operai finivano in carcere. Ormai, come riportano persino alcune web-tv, lo sciopero è a oltranza e investe praticamente tutta la regione di Mangistau, con ripercussioni anche altrove. Nel frattempo sono entrati in sciopero, sia pure con motivazioni diverse ma pur sempre analoghe (rivendicazioni salariali) anche i lavoratori dell’agenzia di informazioni di stato Kazinform: e con questo, il rumore della protesta ha incominciato a sentirsi anche nell’asettica e sfavillante capitale Astana.
Ci sono stati anche contatti tra gli scioperanti e le sparute forze politiche dell’opposizione, evidentemente interessate a sfruttare le proteste per acquistare un po’ di visibilità in vista delle elezioni parlamentari del prossimo anno (anche se le chances di entrare nel parlamento nazionale, controllato al 100 per 100 dal Nur-Otan, il partito del presidente “quasi a vita” Nursultan Nazarbayev, sono comunque men che minime). Al momento non sembra che il governo abbia deciso una vera e propria linea d’azione; la repressione c’è stata, anche abbastanza violenta, ma non tale da stroncare effettivamente la protesta; e tanto il governatore quanto il ministro del petrolio hanno più che altro scelto di far finta di niente sperando in un rientro per stanchezza degli scioperanti. Visto che così non è stato, e che nel frattempo la protesta non ha fatto che estendersi e diventare più rumorosa, dovranno ora decidersi a dire qualcosa.
pubblicato il 16 giugno 2011
Tag: Kazakhstan, Russia
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Ancora un delitto eccellente nelle strade di Mosca, un omicidio tanto oscuro quanto destinato a rendere ancor più incandescente la tensione politico-etnica in Russia. La vittima questa volta è un uomo-simbolo dell’ultranazionalismo di destra, già al centro dei più scottanti “casi” dell’ultimo decennio: ad essere abbattuto a colpi di pistola davanti a casa sua, oggi poco dopo mezzogiorno, è stato l’ex colonnello dell’esercito Yurij Budanov, condannato per l’omicidio di una ragazza cecena nel 2000 ma liberato anzitempo dal carcere nel gennaio 2009. A sparare, con ogni probabilità, un killer professionista che lo ha atteso in strada nei pressi della sua abitazione, sul centrale prospekt Komsomolskij, ed è fuggito poi insieme a un complice che lo attendeva su un’auto rubata – così almeno si evince dalla prime testimonianze raccolte dalla polizia.
Sul movente dell’omicidio e dunque sulla sua matrice politica (che sembra in un modo o nell’altro l’unica plausibile) si scontrano già due ipotesi opposte: da un lato c’è chi punta il dito sui gruppi organizzati ceceni, che avrebbero così voluto vendicare la giovane uccisa undici anni fa da Budanov; dall’altro si pensa che il delitto possa essere una provocazione politica messa in atto dall’estrema destra nazionalista per eccitare il risentimento anti-caucasico in Russia e avviare una spirale di violenze incontrollate. Ma naturalmente non si possono escludere nemmeno altre ipotesi, per esempio che qualcuno molto potente (magari nelle alte sfere militari) abbia voluto sbarazzarsi di un personaggio imbarazzante e pericoloso. Gli inquirenti per ora affermano di aver troppo pochi elementi a disposizione per indirizzarsi su una pista piuttosto che su un’altra: dicono comunque che il killer, stando alle descrizioni, non aveva “connotati etnici evidenti”.
La vicenda giudiziaria di Yurij Budanov ha tenuto banco in Russia per molti anni, diventando via via il nodo centrale dello scontro fra nazionalisti estremi e democratici difensori dei diritti umani. Nel marzo 2000 il colonnello, che comandava un’unità di tank in Cecenia, violentò, torturò e infine uccise strangolandola una ragazza di 18 anni, Elsa Kungayeva, che lui accusava di aver sparato contro il suo reparto (accusa poi risultata infondata). Arrestato pochi giorni dopo, Budanov divise subito politicamente le forze armate: il capo di stato maggiore, generale Anatoly Kvashnin, lo accusò di essersi reso responsabile di “una barbarie”, mentre il superiore diretto di Budanov, generale Vladimir Shamanov, lo difese definendolo “eroico soldato russo”. Il processo andò avanti per oltre due anni tra perizie e controperizie psichiatriche (la difesa sostenne la tesi della “momentanea incapacità di intendere e volere”), cambiamenti di giudice e colpi di scena vari; al termine, Budanov venne condannato a 10 anni di carcere per l’omicidio, ma nella sentenza non vennero più nominate la violenza carnale e le torture, nonostante l’abbondanza di testimonianze e referti medici.
Nel frattempo, Budanov era stato trasformato in una sorta di eroe dagli ambienti ultranazionalisti russi e da una parte delle forze armate, mentre sul fronte opposto i ceceni di tutti gli schieramenti – dai guerriglieri islamisti ai governativi pro-russi del presidente Kadyrov – erano compatti nel ritenerlo un nemico assoluto, una sorta di simbolo del male. Più volte, durante gli anni di detenzione, esponenti militari e politici connessi con l’estrema destra cercarono di ottenerne la liberazione, finché nel 2008 il tribunale militare gli concesse infine uno sconto di pena di 15 mesi, consentendogli di uscire di carcere nel gennaio 2009. Contro la decisione del tribunale fece appello, a nome della famiglia della ragazza uccisa, l’avvocato dei diritti umani Stanislav Markelov; pochi giorni dopo la liberazione di Budanov, Markelov veniva abbattuto da un killer in una via centrale di Mosca insieme alla giovane giornalista Anastasia Baburova che era con lui in quel momento. Per il duplice omicidio sono stati recentemente condannati due estremisti neonazi, al termine di un processo che ha lasciato aperti molti interrogativi e non ha pienamente convinto colleghi e parenti delle vittime; molti hanno pensato che la Procura avesse deliberatamente scelto di tener fuori dal processo proprio gli ambienti politico-militari legati a Budanov, centrando le indagini solo sui gruppi più marginali e ideologizzati. Anche l’uccisione della giornalista Anna Politkovskaja, nell’ottobre 2006, è stata messa da qualcuno in relazione al caso Budanov, del quale si era occupata approfonditamente.
Adesso questo omicidio apre interrogativi ancor più complicati. E’ vero, come viene ammesso anche da una parte dello schieramento pro-diritti umani, che il risentimento e l’odio contro Budanov erano fortissimi tra i ceceni, e che lo stesso presidente Kadyrov aveva in qualche modo “coperto” preventivamente eventuali vendette (e s’è ben visto negli anni scorsi quanto sia lunga la mano vendicativa di Kadyrov, che è riuscito a far eliminare suoi nemici importanti sia a Mosca che all’estero). Ma è anche vero che ormai l’ex colonnello, in libertà, serviva pochissimo agli ambienti politici e alle alte sfere militari che lo avevano abbondantemente usato durante la detenzione, dunque era “sacrificabile” per ottenere dei risultati politici utili. E tantopiù in quanto probabilmente era a conoscenza di cose compromettenti riguardo a personaggi importanti di quegli stessi ambienti. Budanov è stato il militare russo più alto in grado processato e condannato per crimini di guerra in Cecenia, crimini che in realtà sono stati commessi su scala amplissima.
pubblicato il 10 giugno 2011
Tag: Cecenia, Russia, xenofobia
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Sembra ormai definitivamente segnata la sorte del glorioso – nel bene e nel male – quotidiano Izvestija (“notizie”, in russo), finito nelle mani di un tycoon editore di giornali scandalistici e messo davanti a un oscuro piano di ristrutturazione che sembra comportare di fatto il suo annientamento. Aram Gabrelyanov, arricchitosi con una serie di giornali modellati sul britannico Sun, - Lifenews, Tvoi Den (“il tuo giorno”) e Zhizhn (“vita”) - ha acquisito nel 2008 il controllo della società editrice e nelle scorse settimane ha provveduto a spostare la direzione del giornale, 38 fra impiegati e giornalisti, l’archivio fotografico e alcuni oggetti decorativi dalla storica sede di via Tverskaja a una nuova e assai più piccola. Nel vecchio edificio sono rimasti circa 200 dipendenti, di cui la metà giornalisti, senza sapere bene quale sia il loro destino – anche se parrebbe evidente che la maggior parte di loro sarà licenziata. Altrettanto chiaro sembra essere il destino del quotidiano principale: anche se Gabrelyanov ha detto di voler puntare soprattutto sull’economia, si sa che i pochi giornalisti che ha preso con sé nella nuova sede sono tutti molto fedeli alla linea putiniana e dunque la politica del giornale sarà ancor più ortodossa e allineata di quanto non sia stata finora.
E lo è stata parecchio, ortodossa e allineata: tanto da far dire a una collega giornalista della radio Ekho Moskvy (“eco di Mosca”) di non provare nessuna solidarietà verso i giornalisti delle Izvestija che ora protestano perché vengono licenziati e non sanno se e come riceveranno la liquidazione. In effetti la storia del quotidiano, nato 94 anni fa come giornale liberale mentre in Russia stava scoppiando la rivoluzione bolscevica, non sempre ha brillato per indipendenza e qualità giornalistica: nei primi anni dell’Urss le sue posizioni erano relativamente indipendenti, poi gradualmente il giornale diventò a tutti gli effetti l’organo ufficiale del governo e dunque un puro e semplice ufficio stampa di Stalin, mentre la Pravda (“verità”) era l’organo del Comitato centrale del Pcus. Il detto popolare era un gioco di parole – net izvestij v pravdu, net pravdi v izvestija – “nessuna notizia nella verità, nessuna verità nelle notizie”. Dal ’34 al ’37 lo diresse Bucharin; più tardi, a cavallo tra i ’50 e i ’60, direttore fu il genero di Khrusciov, Adzhubei – l’unico giornalista sovietico a intervistare un presidente americano (Kennedy) alla Casa Bianca. Un periodo particolarmente felice fu quello della perestrojka gorbacioviana, quando il direttore del tempo, Laptev, trasformò il giornale nel principale luogo di discussione sulle riforme e sulle speranze di rinnovamento del comunismo; ma già allora la tiratura era crollata dagli otto milioni di copie di un tempo a sole trecentomila.

La sede storica (oggi più che raddoppiata) delle Izvestija, opera dell'architetto Barkhin, in una foto di Life
Sempre meglio di quel che sarebbe accaduto dopo la fine dell’Urss, con la privatizzazione e la rapida perdita di influenza e prestigio. Per alcuni anni le Izvestija furono proprietà dell’oligarca Vladimir Potanin (oggi il più ricco del paese), poi il giornale fu venduto al colosso energetico Gazprom, che lo allineò strettamente ai desideri del Cremlino – mentre le vendite continuavano a calare sempre più in basso, senza una parallela diminuzione del faraonico organico, eredità di tempi migliori, o delle spese di rappresentanza, a partire dal bellissimo (ma costosissimo) palazzo costruttivista di via Tverskaja/piazza Pushkin. Nel 2004 il direttore, Shakirov, venne licenziato in tronco perché la copertura, molto cruda (anche nelle immagini) e critica verso le autorità, che il giornale aveva dato della tragedia di Beslan non era piaciuta per niente a Putin. Nel 2008, proseguendo la parabola discendente, il giornale fu venduto da Gazprom alla società di Gabrelyanov, che avrebbe dovuto riportare l’azienda in pareggio ma, a quanto pare, non c’è riuscito e ora ricorre alle misure estreme.
pubblicato il 7 giugno 2011
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